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4 aprile 2017 2 04 /04 /aprile /2017 20:34

 Che sorpresa entrare nella casa degli dei

Torrenti rosso ambra, laghi iridescenti  e formazioni impossibili da descrivere. Nel cuore del tepui, montagne sperdute tra il Venezuela e il Brasile, la scoperta di una grotta che cambierà la storia dell’evoluzione.

Immaginate di entrare in un luogo segreto dove da decine di milioni di anni non succede nulla Niente di niente. Tutto è rimasto fermo, immobile, fossilizzato come in un fotogramma. E’ come vi trovaste a cercare in un tempio dove la natura ha espresso nell’eterno silenzio la sua sacralità più profonda.

Queste erano le nostre sensazioni quando nel 2013, durante una  spedizione dell'Associazione Esplorazioni Geografiche La Venta, ci siamo affacciati all'ingresso di una grotta  sugli altipiano rocciosi  dell'Ayuan  Tepui,la montagna del diavolo, nella regione della Gran Sabana, in Venezuela. Questa grotta la sospettavamo, la cercavamo da anni, nonostante la scienza ci dicesse che la sua esistenza era improbabile . Una caverna scavata dall'acqua nella quarzite, la roccia più difficile di alterare perchè composta per il 95% di durissimo quarzo, non era prevista  nei manuali di geologia. Eppure queste montagne famose per le altissime cascate come il Salto Angel (979 metri di caduta libera) sono tra le più antiche della terra. La roccia che ne costituisce le pareti ha 1,7miliardi di anni ,  mentre i massicci si sono elevati non meno di 100 milioni di anni fa. E' sempre solo una questione di tempo e l'acqua  è in grado di scolpire qualsiasi materiale, formando anche queste grotte rarissime, la più antiche conosciute.

Varcando le soglie di questo tempio ci siamo trovati di front a oltre 20 chilometri di gallerie, scavate nella quarzite di color rosa.E abbiamo dovuto dimenticare tutto quello che avevamo imparato sulle grotte nelle tante spedizioni e ricerche dei decenni precedenti, Una cavità come questa non ha niente a che vedere, come Castellana e Frasassi: tutto quello che abbiamo incontrato la dentro è profondamente diverso che gli speleologi avevano scoperto fino a quel momento. Nella grotta Venezuelana tutto si basa sul silicio, un elemento che forma il quarzo e anche l'opale e altre strutture chimiche particolarissime. Avanzando ci siamo trovati a osservare stupiti meravigliose cristallizzazioni, ma anche formazioni simili a funghi o uova gigantesche che era impossibile spiegare con  processi fisico-chimici senza l'intervento di qualche essere vivente. Abbiamo attraversato torrenti rosso ambrato, per poi trovarci di fronte a laghi iridescenti blu-azzurro.  Tutto ci suggeriva che qualcosa di invisibile  e vivo avesse forgiato quelle formazioni bizzarre  e colorato  così intensamente quelle acque.

In seguito a tale sorpresa, allo stupore iniziale  è sopraggiunta la voglia di capire, e quindi la rigorosa ricerca scientifica.Con un team coordinato dall'Università di Bologna e dal Kaust dell'Arabia Saudita abbiamo cominciato a studiare questi ambienti per capire quali forme di vita si nascondono. I primi risultati ci dicono che queste grotte sono abitate da colonie di diversi tipi di batteri, di cui una grande percentuale sconosciuta, che in milioni di anni sono riusciti a modifìcare l'ambiente  e  con ogni probabilità anche sé stessi ,divenendo capaci di proliferare nelle condizioni di oscurità perenne e assoluta. Ancora molto rimane da investigare, ma è evidente  che questa porta è un vero e proprio scrigno dove sarà possibile  studiare l'evoluzione della vita in condizioni particolarissime.

Per questo,dopo aver condiviso scoperta e ricerche con gli indigeni Pemòn che vivono alla base della montagna abbiamo deciso insieme  di chiamare la grotta  Imawari Yeuta ,che significa nella loro lingua "Casa degli Dei".E così il rispetto e la meraviglia che uno scienziato come me può esprimere per un luogo come questo  si tramuta in una sensazione di sacro, come se fossimo veramente varcando le porte del tempo.

Francesco Sauro, lo speleologo italiano che (secondo Time) cambierà il mondo

È un geologo 31enne dell’università di Bologna, che nel 2013 ha scoperto in Venezuela il più antico sistema di grotte esplorabili del pianeta. Per il Time, è uno dei 10 Next Generation Leaders del 2016

(Credits: F. Lo Mastro/La Venta)

Nato e cresciuto a Padova. Diploma classico e passione per la speleologia. Una laurea triennale e una magistrale in geologia, quindi un dottorato e un contratto con l’università di Bologna (ovviamente scade quest’anno, poi, come per molti colleghi, si vedrà). Un pedigree tutto sommato normale quello di Francesco Sauro, se non fosse per un piccolo particolare: la scoperta del secolo. Le grotte di Imawarì Yeuta, sotto l’altopiano di Auyántepuí, in Venezuela: semplicemente, il più antico sistema di grotte esplorabili del pianeta, individuato ed esplorato per la prima volta da una spedizione diretta da Sauro nel 2013. Un risultato invidiabile per un giovane ricercatore italiano, tanto da fruttargli un posto nella classifica dei 10 next generation leaders del 2016, la lista dei giovani che potrebbero cambiare il mondo secondo il Time. Wired ha chiesto a Saura di raccontarci come nasce la sua grande scoperta, e i piani per il futuro.

Nessuno pensava che sotto quegli altopiani del Venezuela potessero esistere delle caverne.

Come avete avuto l’intuizione di andarle a cercare?

“Il progetto nasce con La Venta, un’associazione di ricerche geografiche di cui faccio parte da 10 anni, e di cui oggi sono vicepresidente. I massicci di quella Zona del Venezuela hanno la particolarità di essere costituiti al 90% di quarzo: una roccia non solubile, e in cui si riteneva quindi impossibile la formazione di grotte. Un’indicazione diversa però arriva dalle legende della zona. Per gli indigeni si tratta di montagne sacre, tanto che i bambini non possono neanche guardarle direttamente.Nella tradizione vi abitano infatti gli spiriti, maligni e benigni, che si pensa risiedano in grotte sotterranee e ne escano per portare la pioggia, o qualche calamità. Questi, e altri, indizi, ci hanno insospettito, e osservando le rilevazioni satellitari dell’area ci siamo convinti, e alla fine siamo riusciti a individuare una zona promettente. Abbiamo quindi esplorato l’area, e trovato un ingresso”.

È stato difficile esplorare le caverne?

“Raggiungerle a piedi è letteralmente impossibile: si trovano su un altopiano attraversato da crepacci, e protetto da pareti di roccia scoscese, che nessun essere umano ha probabilmente mai esplorato. Ci siamo arrivati in elicottero, e siamo stati fortunati. Abbiamo trovato un ingresso provocato da un collasso, che ha aperto una voragine di cento metri che permette di entrare facilmente nel complesso di caverne, calandosi. È quello che abbiamo fatto, e ci siamo trovati di fronte ad un intero mondo sotterraneo: oltre 23 chilometri di tunnel scavati sotto all’altopiano, con gallerie piuttosto ampie e quindi l’esplorazione è tutto sommato semplice. Ma si tratta di grotte che hanno tra i 50 e i 70 milioni di anni, e sono quindi un’autentica miniera d’oro per la scienza”.

Che genere di scoperte vi hanno permesso di fare?

“Io sono un geologo, e mi sono occupato di questo: per il mio dottorato ho utilizzato i rilievi effettuati nelle grotte per cercare di risolvere il mistero della loro origine, teoricamente impossibile. Alla fine, la soluzione si è rivelata di una semplicità disarmante: il responsabile è il tempo. Il quarzo infatti è una roccia resistente, ma parlimo di montagne antichissime, molto più delle alpi o degli appennini. E nel miliardo e seicento milioni di anni trascorsi dalla loro formazione, anche una roccia dura come il quarzo finisce per essere scavata. Questa è una scoperta importante, perché apre una nuova frontiera dell’esplorazione di antichissimi complessi simili, in Sud America ma anche in Australia. Il mondo minerale che abbiamo trovato inoltre è particolarissimo, e si è formato dall’interazione con i batteri che abitano queste caverne, mai entrati in contatto con l’uomo. Abbiamo scoperto anche un nuovo minerale: la rossiantonite, dedicata alla memoria di uno storico professore dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Anche dal punto di vista biologico poi è un ambiente preziosissimo, ricco di quarzo e con pochissima luce, più simile alla Terra primordialen che alla nostra. Per questo, può aiutarci a capire meglio anche l’origine della vita sul nostro pianeta”.

E oggi di cosa vi occupate? Ci sono nuove scoperte all’orizzonte?

“Negli ultimi anni sono tornato diverse volte nelle grotte di Imawarì Yeuta, per portare avanti le mie ricerche. Con La Venta abbiamo portato avanti anche una serie di nuove spedizioni in regioni completamente diverse. Ma non posso rivelare altro perché è top secret fino a novembre, quando riveleremo le nostre scoperte. Quello che posso raccontarvi però è il mio prossimo progetto: esplorare le grotte dei vulcani delle Galapagos. Anche lì, non tutti sono convinti che sia possibile. Ma noi vogliamo andare a cercare l’ingresso delle grotte nei vulcani attivi delle isole, come il Wolf che ha eruttato solo lo scorso anno, per studiare l’interno dei lava tube, grotte molto particolari che vengono scavate dalla lava”.

Lo speleologo Sauro: "Io, scoperto da Time. Ora l'Italia scommette su di me"

È stato scelto dal settimanale tra i dieci millennials del pianeta. Avrà un contratto all'università di Bologna: "Non penso a fughe all'estero, mi voglio impegnare nel mio Paese"

di ILARIA VENTURI

 

 

Francesco Sauro Guarda il mondo dalla sua pancia sin da quando era bambino, la prima esplorazione in grotta a tre anni col padre sui monti Lessini. A 31 anni Francesco Sauro ha un lunghissimo curriculum di esplorazioni e scoperte di grotte, come la Imawarì Yeuta, il più vasto dedalo di laghi di cristalli di minerali sacro per i venezuelani. Ma il mondo si è accorto di lui solo quando il Time lo ha incoronato tra i dieci millennials, i nati dagli anni '80 al 2000, in grado di influenzare il futuro del pianeta. La storia del giovane speleologo veneto, una laurea con lode a Padova, il dottorato di ricerca a Bologna, è balzata in superficie. E l'Italia ha scoperto un altro dei suoi migliori cervelli. Precario, senza futuro. Per "salvare" la sua ricerca l'università di Bologna gli ha riaffidato un corso che aveva perduto come professore a contratto e il coordinamento di due dottorati.


Non molto per uno che è finito nella top ten dei giovani leader mondiali, non crede?
"L'università di Bologna ha fatto invece molto, ha dimostrato di avere capacità di visione che significa credere nella ricerca, creare le condizioni e la possibilità per farla. Poi le persone che valgono la strada la trovano. Sia chiaro, nessuna corsia preferenziale per me, in discussione non era il mio posto, ma il fatto che le mie attività di ricerca potessero proseguire. Questo conta".

Il rettore di Bologna Francesco Ubertini lo aveva anticipato ("Sauro resterà con noi") dopo aver scoperto la sua condizione precaria in università. Vi siete incontrati ieri, cosa sarà del suo futuro ora?
"Mi è stata data la possibilità di portare avanti gli studi sull'interazione tra il mondo della biologia e quello della geologia minerale in ambienti estremi come le grotte. E poi riavrò un corso".

Lei ha cominciato ad esplorare il mondo di sotto sin da piccolo.
"Mio padre mi portava in estate sui monti Lessini, ricordo la paura del buio. Poi ha prevalso la curiosità, infine la passione. Dopo la laurea in geologia a Padova ho scelto Bologna per il dottorato perché qui c'è un gruppo storico e d'eccellenza che si occupa di speleologia".

Si aspettava il riconoscimento del Time?
"Mi era stato annunciato, erano affascinati dal lavoro che sto facendo in Venezuela con l'associazione La Venta. Ma già nel 2014 avevo ricevuto il premio Rolex Award per le mie scoperte".

Uno speleologo in grado di influenzare il destino del mondo?
Sorride. "È stato riconosciuto ciò che il mondo della speleologia rappresenta, il lavoro di chi sta al buio e che ora finalmente si trova sotto i riflettori. Sono contento di questo perché nei prossimi anni sarà ciò che scopriremo nelle profondità della terra a influenzare la visione del nostro pianeta. Oramai coi satelliti conosciamo ogni centimetro della superficie terrestre, le grotte e gli oceani sono le nuove frontiere rimaste da esplorare. Insieme allo spazio. Non a caso insegno in Germania all'Agenzia spaziale europea".

Cosa si trova sotto terra?
"Un mondo tridimensionale, una geografia diversa. E poi fai i conti con i limiti. Di fronte a una caverna provi ogni volta paura e desiderio".

Ma in Italia ha avuto la possibilità solo di contratti a termine. Nel suo caso fa ancora più rabbia.
"Per noi giovani ricercatori è molto difficile trovare spazi in Italia, ci sono tante eccellenze, il mio non è l'unico caso, ho solo avuto la visibilità del Time. Raggiungi i livelli più alti, poi la mancanza di fondi blocca il salto, smorza gli entusiasmi. Inutile ripeterlo, ma la strada è solo una: il governo deve investire di più sulla ricerca di base, questa crea poi l'indotto per quella applicata".

Tentato dalla via di fuga all'estero? "L'abisso" si chiama il suo blog dove colleziona le foto delle spedizioni più estreme: le grotte ghiacciate dell'Uzbekistan, l'inesplorato

canyon del Piaxtla in Messico, le discese in Brasile e Venezuela.
"Per ora non mi arrendo, per lavoro sono spesso all'estero, ma il mio contributo, in termini di risultati e scoperte, lo voglio dare qui. E se mai andrò via non sarà una fuga".

 

Francesco Sauro, lo speleologo italiano che (secondo Time) cambierà il mondo

È un geologo 31enne dell’università di Bologna, che nel 2013 ha scoperto in Venezuela il più antico sistema di grotte esplorabili del pianeta. Per il Time, è uno dei 10 Next Generation Leaders del 2016

(Credits: F. Lo Mastro/La Venta)

Nato e cresciuto a Padova. Diploma classico e passione per la speleologia. Una laurea triennale e una magistrale in geologia, quindi un dottorato e un contratto con l’università di Bologna (ovviamente scade quest’anno, poi, come per molti colleghi, si vedrà). Un pedigree tutto sommato normale quello di Francesco Sauro, se non fosse per un piccolo particolare: la scoperta del secolo. Le grotte di Imawarì Yeuta, sotto l’altopiano di Auyántepuí, in Venezuela: semplicemente, il più antico sistema di grotte esplorabili del pianeta, individuato ed esplorato per la prima volta da una spedizione diretta da Sauro nel 2013. Un risultato invidiabile per un giovane ricercatore italiano, tanto da fruttargli un posto nella classifica dei 10 next generation leaders del 2016, la lista dei giovani che potrebbero cambiare il mondo secondo il Time. Wired ha chiesto a Saura di raccontarci come nasce la sua grande scoperta, e i piani per il futuro.

Nessuno pensava che sotto quegli altopiani del Venezuela potessero esistere delle caverne.

Come avete avuto l’intuizione di andarle a cercare?

“Il progetto nasce con La Venta, un’associazione di ricerche geografiche di cui faccio parte da 10 anni, e di cui oggi sono vicepresidente. I massicci di quella Zona del Venezuela hanno la particolarità di essere costituiti al 90% di quarzo: una roccia non solubile, e in cui si riteneva quindi impossibile la formazione di grotte. Un’indicazione diversa però arriva dalle legende della zona. Per gli indigeni si tratta di montagne sacre, tanto che i bambini non possono neanche guardarle direttamente.Nella tradizione vi abitano infatti gli spiriti, maligni e benigni, che si pensa risiedano in grotte sotterranee e ne escano per portare la pioggia, o qualche calamità. Questi, e altri, indizi, ci hanno insospettito, e osservando le rilevazioni satellitari dell’area ci siamo convinti, e alla fine siamo riusciti a individuare una zona promettente. Abbiamo quindi esplorato l’area, e trovato un ingresso”.

È stato difficile esplorare le caverne?

“Raggiungerle a piedi è letteralmente impossibile: si trovano su un altopiano attraversato da crepacci, e protetto da pareti di roccia scoscese, che nessun essere umano ha probabilmente mai esplorato. Ci siamo arrivati in elicottero, e siamo stati fortunati. Abbiamo trovato un ingresso provocato da un collasso, che ha aperto una voragine di cento metri che permette di entrare facilmente nel complesso di caverne, calandosi. È quello che abbiamo fatto, e ci siamo trovati di fronte ad un intero mondo sotterraneo: oltre 23 chilometri di tunnel scavati sotto all’altopiano, con gallerie piuttosto ampie e quindi l’esplorazione è tutto sommato semplice. Ma si tratta di grotte che hanno tra i 50 e i 70 milioni di anni, e sono quindi un’autentica miniera d’oro per la scienza”.

Che genere di scoperte vi hanno permesso di fare?

“Io sono un geologo, e mi sono occupato di questo: per il mio dottorato ho utilizzato i rilievi effettuati nelle grotte per cercare di risolvere il mistero della loro origine, teoricamente impossibile. Alla fine, la soluzione si è rivelata di una semplicità disarmante: il responsabile è il tempo. Il quarzo infatti è una roccia resistente, ma parlimo di montagne antichissime, molto più delle alpi o degli appennini. E nel miliardo e seicento milioni di anni trascorsi dalla loro formazione, anche una roccia dura come il quarzo finisce per essere scavata. Questa è una scoperta importante, perché apre una nuova frontiera dell’esplorazione di antichissimi complessi simili, in Sud America ma anche in Australia. Il mondo minerale che abbiamo trovato inoltre è particolarissimo, e si è formato dall’interazione con i batteri che abitano queste caverne, mai entrati in contatto con l’uomo. Abbiamo scoperto anche un nuovo minerale: la rossiantonite, dedicata alla memoria di uno storico professore dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Anche dal punto di vista biologico poi è un ambiente preziosissimo, ricco di quarzo e con pochissima luce, più simile alla Terra primordialen che alla nostra. Per questo, può aiutarci a capire meglio anche l’origine della vita sul nostro pianeta”.

E oggi di cosa vi occupate? Ci sono nuove scoperte all’orizzonte?

“Negli ultimi anni sono tornato diverse volte nelle grotte di Imawarì Yeuta, per portare avanti le mie ricerche. Con La Venta abbiamo portato avanti anche una serie di nuove spedizioni in regioni completamente diverse. Ma non posso rivelare altro perché è top secret fino a novembre, quando riveleremo le nostre scoperte. Quello che posso raccontarvi però è il mio prossimo progetto: esplorare le grotte dei vulcani delle Galapagos. Anche lì, non tutti sono convinti che sia possibile. Ma noi vogliamo andare a cercare l’ingresso delle grotte nei vulcani attivi delle isole, come il Wolf che ha eruttato solo lo scorso anno, per studiare l’interno dei lava tube, grotte molto particolari che vengono scavate dalla lava”.

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