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6 luglio 2017 4 06 /07 /luglio /2017 20:30

Tania Mastrobuoni – La Repubblica

Dalla compravendita dei reni agli incentivi ai politici, dal clima alle multe, il premio Nobel per l’economia Jean Tirole spiega perchè l’etica conta. Anche più dei numeri.

Per decenni gli economisti si sono chiusi nella torre d’avorio dei modelli matematici e si sono dimenticati di avere che fare con l’irregolarità umana. Inebriati dal sogno dell’homo hoeconomicus – un idiota come aveva già capito Amartya Sen (altro premio Nobel) – si sono ripiegati nelle loro gabbie di numeri e hanno smesso di chiedersi come ottenere una società migliore. Jesn Tirole, ingegnere, matematico, economista francese , ha cominciato a smontare  le certezze dominanti rivoluzionando il pensiero sugli oligopoli. Attraverso la teoria dei giochi ha messo in evidenza la fallacia del mercato che si autoregolamenta e ha costretto la scienza economica a ripensarsi. Oggi i regolatori come l’antitrust non possono far a meno  della teoria di questo signore  francese dall’aria timida e dalla voce profonda che nel 2014 ha vinto il nobel.

    Al festival dell’economia di Trento ha presentato  L’economia del bene comune (mondadori).Un libro straordinario, che mette in evidenza una dote di Tirole: è enciclopedico, nella miglior tradizione  del suo paese. Il libro è un’opera omnia  che parla di industria, finanza e teoria dei giochi e può essere letta, come suggerisce lui stesso, saltando da un capitolo ad un altro, senza un ordine preciso.

Tirole com’è l’economia del bene comune?

                   Molti pensano che sia un ossimoro, che ci sia un conflitto tra l’economia e il bene comune. Il mio libro non cerca di sfatare questo mito, l’economia può essere al servizio del bene comune. L’interesse individuale  non  garantisce sempre il buon funzionamento della società. Dobbiamo disegnare istituzioni che facciano modo  che gli individui facciano del bene alla società. I fallimenti del mercato, come ad esempio la diseguaglianza o la mancanza di solidarietà, si possono, anzi si devono correggere 

Lei si occupa  anche di problemi morali, affrontandoli anche da un punto di vista economico. Nel libro parla anche di trapianto di reni. Notoriamente è vietato comprarli: il nobel Alvin Roth ha ideato una camera di compensazione  per lo scambio incrociato fra donatori, mentre un grande economista della scuola di Chicago come Gary Becker pensava che dovrebbe essere consentito di acquistarli. E lei? 

   Io no. Dobbiamo pensare  a chi venderebbe gli organi, se ci fosse un mercato. Presumibilmente i poveri – ed è qualcosa  che farebbe somigliare questo mercato a quello della prostituzione. Se qualcuno vende un rene per duecento euro, è un simbolo molto negativo delle diseguaglianze. Alvin Roth ha risolto molto brillantemente il problema. Però citare Gary Becker  sembra ormai un’eresia, anche se ha puntato il dito su un problema, la scarsità di organi. Bisogna sempre pensare in maniera scientifica. Cerco si non lasciarmi andare ai preconcetti.

Sul clima lei critica gli accordi di Parigi, che gli Stati Uniti non hanno sottoscritto, ma che sono comunque troppo  deboli perché non prevedono sanzioni.

Bisogna trovare il modo di far firmare tutti. Altrimenti, per dirne una, quelli che sono fuori  approfittano del prezzo dell’energia fossile  che si abbassa grazie all’accordo sottoscritto da chi non la usa più. Anche prima che Trump fosse eletto, la mia idea è sempre stata quella di dire: prendiamo i paesi più inquinanti e facciamo in modo che il Wto consideri dumping sul carbone, cioè concorrenza sleale sui prezzi, chi non aderisce all’intesa sul clima. Così chi è fuori viene sanzionato. E’ l’unico modo per rendere l’accordo sul clima credibile.

Lei ha provato che l’altruismo esiste e spesso prevale sull’interesse individuale. E ha anche dimostrato, dopo anni di demonizzazione, che lo stato non confligge con il mercato.

   E’ vero correggere i fallimenti del mercato è qualcosa che spetterebbe ad esempio  al governo. Ma il governo stesso  è spesso catturato dalle lobby oppure agisce nell’interesse di breve termine dei singoli a essere rieletti. Sono problemi di cui va tenuto conto, nella definizione di bene comune.  

Che cos’è la moralità?

Lo stiamo studiando molto, è un concetto fragile. Facciamo un esempio. Le elezioni francesi. Il “patto repubblicano” non esiste più: non è vero che la gente vota comunque contro Le Pen come nel 2002. Stavolta alcuni capi di partito hanno detto che non avrebbero votato Macron. Sono partiti che mai voterebbero la Le Pen ma che così di fatto l’hanno sostenta. Questa è la tipica narrazione che ci esonera da comportamenti virtuosi.

Lei cita il filosofo di Harvard Michael SANDEL, che ha dimostrato la fallacia degli incentivi che a volte funzionano al contrario di come vorrebbero gli economisti.  Ad esempio la multa per i genitori che arrivano in ritardo  a prendere i figli a scuola: fa aumentare i ritardi perché molti la interpretano come una tassa e non come una sanzione.

  Ci sono molti esperimenti che dimostrano quanto conti la dimensione sociale. In svizzera ne hanno fatto uno interessante sull’introduzione dei voti per posta: in teoria  avrebbero dovuto incoraggiare una maggiore partecipazione nei piccoli villaggi, dove la gente era costretta ad andare a votare in città. Invece la propensione al voto è calata. La gente non si sentiva più obbligata a farsi vedere dal vicino mentre andava a votare.

Ricorda un altro esperimento famoso sempre in Svizzera. Chiesero agli abitanti di un paesino di ospitare lo stoccaggio di scorie  nucleari, prima gratis, poi a pagamento. L’incentivo monetario fece crollare i si.

 La moralità è spesso guidata dal bisogno di sentirsi persone decenti. Se siamo pagati  non è più chiaro se lo facciamo per avidità o generosità. Bisogna imparare come costruire la moralità. E’ fondamentale per decidere le politiche da adottare  per il bene comune e la responsabilità sociale.

Nel libro lei si occupa anche di Europa. Il motore franco-tedesco può ripartire ?L’Italia spinge molto per un assegno di disoccupazione comune.

E’ positivo rivitalizzare lo spirito europeo che è infiacchito ovunque .Ma io non penso, purtroppo, che avremo una disoccupazione comune europea. Le politiche del  lavoro sono troppo diverse. E i paesi nordici temono che quelli del sud si facciano pagare il loro 25% di disoccupazione senza cambiare le regole del lavoro. Sono pessimista.

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