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13 febbraio 2015 5 13 /02 /febbraio /2015 13:23

Per la prima volta nella storia dei cartelli messicani cala il traffico della marijuana: grazie alla legalizzazione. L'effetto: meno reati, maggiori entrate nelle casse dello Stato, meno flussi di denaro criminale. È la sconfitta dei proibizionisti.

C'è un po' di confusione tra i proibizionisti. Come se fossero ai tempi dell'indice dei libri: non sanoo distinguere tra peccato e reato (allora il libro dei dì"delitti e delle pene" venne messo all'indice dalla Chiesa proprio per questo motivo). Compito e ruolo dello stato e favorire la convivenza civile e pacifica dei cittadini intervenendo ogniqualvolta si produce un danno a qualche persona.  E' come se si accettasse che la prostituzune potesse avvenire davanti a casa propria visto che si concede ovunque. Non sarebbe più opportuno che il mestiere più antico del mondo (qualcuno ha l'illusione di abolirlo? non dovrebbe penalizzare i fruitori di questo mestiere?) fosse regolamentato come luogo, tempo, soggetti, con controlli sanitari e di sicurezza. Certo le misure dovranno essere verificate entro 3-4 anni per migliorarle nella gestione e nella pratica (ndr.)

ROBERTO SAVIANO- La Repubblica

PER LA PRIMA VOLTA nella loro storia i cartelli messicani hanno visto precipitare la richiesta di marijuana. Entra in crisi un business miliardario che sino ad ora non aveva mai subito flessioni. I dati diffusi dalla polizia frontaliera americana (l'Us Border Patrol) non lasciano spazi a dubbi: la riduzione del traffico di erba nel 2014 è stata del 24% rispetto al 2011. Che è successo? Nessuno fuma più spinelli? Una stagione di arresti particolarmente efficace? La risposta è più semplice: ed è la legalizzazione delle droghe leggere in Colorado e nello Stato di Washington. La vendita legale di marijuana non ha solo creato una rivoluzione economica che ha portato oltre 800 milioni di dollari di nuovi introiti fiscali, ma ha anche iniziato a trasformare il tessuto criminale. La crisi delle organizzazioni a sud del Rio Grande che hanno sempre inondato gli Usa di erba è paragonabile alla crisi dei titoli del Nasdaq. I cartelli messicani non hanno mai abbandonato il business dell'erba, tutte le organizzazioni storiche che oggi sono egemoni nel traffico di coca e di metanfetamina hanno sempre coltivato la "mota" (come chiamano la marijuana), che è al contempo fonte di una liquidità economica gigantesca ed ha una crescita di mercato esponenziale grazie alla tolleranza culturale diffusa in tutti gli Stati Uniti.

Un esempio tra i molti che dimostra lo storico legame tra l'erba messicana e gli Usa: Kiki Camarena era un poliziotto della DEA che riuscì a infiltrarsi ai vertici dei narcos negli anni '80: fu così che scoprì El Bufalo, un ranch che nascondeva la più grande piantagione di marijuana del mondo. Oltre milletrecento acri di terra e diecimila contadini a lavorarci. Per averla fatta sequestrare Kiki fu barbaramente torturato e ucciso. L'erba messicana ha riempito gli Stati Uniti e metà pianeta per più di cinquant'anni. Ora, finalmente, la tendenza di crescita si sta invertendo. Dopo tanti dibattiti ideologici c'è la prova che la legalizzazione è uno strumento reale di contrasto al narcocapitalismo. In Colorado e a Washington ci sono diversi vincoli per il consumo: la marijuana può essere acquistata solo se si è maggiori di 21 anni, si può possedere sino a poco più di 28 grammi, in pubblico è vietato consumarla (come l'alcol del resto) e guidare sotto effetto di erba è vietato (sospensione di patente per un anno e arresto se recidivi).

Le grandi obiezioni mosse dai proibizionisti contro l'esperimento di legalizzazione in Usa sono le medesime da sempre sostenute dal proibizionismo europeo: aumento del mercato dei consumatori, aumento degli incidenti stradali, aumento della criminalità. Allarmi tutti smontati dall'esperienza reale. Non c'è stata nessuna catastrofe. La polizia di Denver in Colorado ha registrato una diminuzione del 4% dei reati, nessun aumento di incidenti stradali (la maggior parte continuano ad essere provocati dall'alcol). Non solo: sottrarre una massa di capitali enormi alle organizzazioni criminali ha portato il Colorado a prevedere la possibilità di incrementare le proprie casse con circa 175 milioni di dollari nei prossimi due anni, mentre lo Stato di Washington prevede un'entrata di oltre 600 milioni di dollari nei prossimi cinque anni. Come se non bastasse, sembra che lo Stato potrà addirittura restituire ai cittadini parte delle tasse. Tutto è dovuto da una legge del Colorado che impone allo Stato una quota limite sui soldi che può ricevere dalle tasse: superata la quale deve ridistribuire il denaro ai contribuenti. Grazie alle entrate per l'acquisto di marijuana, il Colorado rimborserà i 30 milioni di dollari in eccedenza ricevuti.

Mai successo a memoria d'uomo che la quota fosse superata, la legalizzazione l'ha permesso. Soldi che prima finivano nelle tasche dei narcos messicani e delle banche complici ora sono a disposizione dello Stato. Le entrate fiscali hanno convinto altri Stati a intraprendere il percorso di legalizzazione: Alaska, Oregon, Florida e Washington D. C. stanno per decidere.

Ma c'è un altro argomento che ha spinto questa scelta: i reati connessi alla marijuana gravavano enormemente sulle casse degli Stati americani (il Colorado - ad esempio - metteva in bilancio 40 milioni l'anno per contrasto e detenzione di persone legate allo spaccio di erba). E d'altronde la metà della popolazione carceraria americana è condannata per reati di droga, l'Anti-Drugs Abuse Act con la sua severità estrema non ha portato che a un rafforzamento del vincolo criminale tra spacciatore e organizzazione. Vincolo che è necessario slegare se si vuole contrastare il narcotraffico piuttosto che puntare la responsabilità sul singolo pusher. Il 75% dei detenuti condannati per narcotraffico è afroamericano, miseria e disagio continuano ad essere le miniere in cui raccolgono eserciti i cartelli.

Ma in Europa e in parte anche negli Usa (con qualche eccezione tra gli agenti Dea), i vertici delle polizie continuano a sostenere posizioni proibizioniste: eppure nessuna repressione ha fermato la diffusione dell'erba e il suo consumo. Ora la domanda è: dove sarà dirottata tutta la "mota" messicana? Unica destinazione: Europa. Ci saranno quindi abbassamenti di prezzo e si tratterà di capire come le organizzazioni criminali gestiranno il flusso. I prezzi li farà il mercato, come sempre, ma sarà mediato da 'ndrangheta e camorra sul fronte italiano, dalla mafia corsa sul fronte francese, da albanesi e serbi sul fronte est. In Italia l'81% dei sequestri delle piantagioni di canapa indiana avviene nel sud Italia (l'Aspromonte è territorio privilegiato di coltivazione), quindi l'erba messicana arriverà ad essere il grande antagonista dell'erba italiana.

La legalizzazione non solo sta costringendo i cartelli ad abbassare i prezzi tagliando i profitti ma i messicani devono anche competere con la qualità: la qualità della marijuana legale è certificata catalogata e controllata, leggendo la didascalia delle bustine si possono conoscere effetti e composizione. La droga illegale spacciata dai messicani invece spesso ha qualità minore a fronte di un prezzo alto perché contiene additivi, come l'ammoniaca, e sempre più spesso viene cosparsa di fibra di vetro o lana di roccia, per simulare l'effetto dei cristallini che hanno alcune qualità di marijuana (ricche in resina di canapa). Legalizzazione quindi porta anche a una riduzione degli effetti negativi e il mercato perde i segmenti più dannosi. Il Messico vede positivamente la legalizzazione in Usa perché ferma il flusso di capitale criminale che quotidianamente entra nel Paese. Il circolo vizioso è semplice: dalla frontiera parte droga per gli l'America, i soldi tornano in Messico che poi ritornano nelle banche degli Stati Uniti.

La legalizzazione rompe questo schema. L'ex presidente Fox aveva dichiarato: "Il consumatore di droga negli Stati Uniti produce miliardi di dollari, denaro che torna in Messico per corrompere la polizia, la politica e comprare armi". Fox, che non ha certo migliorato lo stato della democrazia in Messico né ha portato a un cambiamento nel contrasto ai narcos, ha avuto il merito di riconoscere il punto nevralgico: il proibizionismo americano è il principale responsabile della crescita economica della mafia messicana.

La legalizzazione quindi sta producendo effetti immediati e benefici. Le modalità per sottrarre la marijuana ai narcos sono molteplici: Colorado e Washington hanno legalizzato liberalizzando la produzione e la distribuzione, Alaska e Oregon si stanno avviando ad una legalizzazione come quella del Colorado, la Florida deciderà sull'uso medico della cannabis. Washington D. C. va verso la produzione e il consumo ma non vuole liberalizzare negando l'autorizzazione ai negozi per la distribuzione. Il che manterrebbe una contraddizione in termini: legale comprarla e fumarla a casa, ma illegale venderla. Ma l'attesa più importante è per il 2016, quando in California si deciderà se intraprendere la legalizzazione o continuare il percorso proibizionista. Se la California - Stato con una massiccia presenza di cartelli messicani e centroamericani - darà il via libera allo spinello il passo per la legalizzazione in tutti gli Stati Uniti sarà definitivo.

E in Italia? L'Italia dovrebbe essere in Europa in prima fila su questi temi per la conoscenza acquisita e per l'influenza delle organizzazioni criminali italiane in questo mercato. Il primo passo fatto dal ministro Roberta Pinotti con la produzione da parte dell'esercito di marijuana per uso terapeutico aveva fatto sperare in un'accelerazione del percorso di legalizzazione, ma tutto si è fermato e il dibattito sembra essersi spento nella miope ed eterna considerazione che "i problemi sono altri". Nel frattempo narcos e boss estendono il loro impero. Mai come ora il proibizionismo è il loro maggior alleato. È il momento di porre il tema della legalizzazione come battaglia di legalità e contrasto all'economia criminale e sottrarlo al seppur necessario e controverso dibattito morale. Proprio chi è contro ogni tipo di droga deve sostenere la legalizzazione.

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18 dicembre 2014 4 18 /12 /dicembre /2014 07:59

FEDERICA MOGHERINI - MIGUEL ARIAS CAÑETE – La Repubblica

Gli autori sono l'Alta rappresentante dell'Ue per la Politica estera e di sicurezza e il Commissario europeo per l'Azione climatica e l'energia

MAI come oggi un accordo mondiale sui cambiamenti climatici è apparso così a portata di mano. Nel mese di ottobre i leader dell'Ue hanno concordato obiettivi ambiziosi in materia di clima ed energia per il 2030, che comprendono un obiettivo vincolante di riduzione delle emissioni interne di gas a effetto serra di almeno il 40%.

Con questo annuncio abbiamo dato nuovo impulso ai negoziati mondiali sul clima. Molto recentemente anche gli Stati Uniti e la Cina hanno annunciato i loro obiettivi per il futuro: è un dato incoraggiante, ma se vogliamo garantire un accordo mondiale vincolante e significativo sui cambiamenti climatici, quello che accadrà il mese prossimo sarà altrettanto fondamentale.

Domani i rappresentanti di tutti i Paesi del mondo si riuniranno a Lima per una conferenza di fondamentale importanza dove si cercherà di porre le basi per quell'accordo mondiale sui cambiamenti climatici che i leader mondiali si sono impegnati a concludere a Parigi tra un anno.

Dobbiamo agire con urgenza per spingere verso la decarbonizzazione dell'economia mondiale e compiere progressi duraturi in una sfida senza precedenti a livello globale. Le conseguenze dei cambiamenti climatici si avvertono in tutti i continenti: dalla fusione dei grandi ghiacciai dell'America del Sud al ritiro dei ghiacci marini dell'Artico.

L'influenza dell'uomo sul clima è innegabile. Il quinto rapporto di valutazione del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc) mostra che le concentrazioni di biossido di carbonio nell'atmosfera hanno raggiunto il livello più alto mai registrato. Quanto più continueremo ad alterare il clima, maggiori saranno i rischi che dovremo affrontare e più costosi gli adeguamenti ai cambiamenti.

Nonostante ciò, dal rapporto dell'Ipcc emerge anche che l'obiettivo concordato a livello internazionale di limitare il riscaldamento globale a meno di 2ºC è ancora alla nostra portata. Dobbiamo fare in modo che questo si traduca in contributi ambiziosi in sede di accordo mondiale sui cambiamenti climatici.

Il nuovo accordo deve rispecchiare l'evolvere delle responsabilità nazionali nell'economia mondiale, nonché le attuali realtà geopolitiche e la capacità dei diversi Paesi di contribuire a questo sforzo: è fondamentale che tutti i Paesi si impegnino a fare la loro parte.

Per questo motivo il vertice di Lima riveste un'importanza cruciale. Sarà l'occasione per fare pressione su altri Paesi, in particolare gli altri membri del G20, perché stabiliscano rapidamente degli obiettivi a breve termine. Prima lo faranno, più tempo avremo per valutare se gli impegni annunciati sono adeguati alle azioni che, secondo gli scienziati, devono a tutti i costi essere intraprese per mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2ºC.

I Paesi riuniti discuteranno anche come valutare i vari contributi per garantire che siano equi e raggiungano il livello di impegno richiesto. Infine, ma non per questo di minore rilevanza, sarà preso in esame l'importante argomento dei finanziamenti per il clima a favore dei Paesi più vulnerabili.

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha invitato i leader mondiali a ribaltare la prospettiva e a considerare i cambiamenti climatici «non tanto la maggiore sfida collettiva che l'umanità abbia mai dovuto affrontare, quanto la migliore opportunità per progredire verso un futuro sostenibile ». Se vogliamo raggiungere questo obiettivo dobbiamo avere il coraggio politico di agire ora, con decisione e collettivamente.

 

 

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15 aprile 2014 2 15 /04 /aprile /2014 10:51

Chi taffica (guadagna) con queste bande che trasportano uomini? (ndr)

“Traffico controllato da 500 bande” ecco il dossier segreto dei Servizi 

ROMA. L’ultima radiografia dei nostri servizi segreti su quello che accadrà nelle prossime settimane, nei prossimi mesi nel Canale di Sicilia, dà risultati impressionanti. Oltre mezzo milione di persone — siriani, eritrei, etiopi, nigeriani, sudanesi e cittadini di altri paesi centroafricani — ammassati nelle “prigioni” dei trafficanti libici in attesa di essere trasferiti su “navi madre” e barconi diretti verso le coste siciliane. Anzi, verso le nostre navi della Marina Militare dell’operazione Mare Nostrum, che da mesi battono in lungo e in largo il mare tra le coste nord africane e quelle italiane. Un sos che gli 007 italiani hanno girato alla Presidenza del Consiglio, con un’analisi drammatica di quello che in queste ore sta accadendo nei paesi centroafricani e, soprattutto, in Libia l’ultimo terminale delle migliaia di disperati che fuggono dai loro paesi d’origine per guerre e fame.

Gruppi paramilitari libici, danno il via libera ai mercanti di uomini

Attualmente, secondo le informazioni raccolte sul posto dall’Aisi e dall’Aise (i nostri servizi interni ed esteri) oltre cinquecento “Katibe”, bande paramilitari armate fino ai denti, con la complicità di poliziotti e della guardia costiera libica corrotti, gestiscono il grande business dell’immigrazione clandestina verso l’Italia. Le aree maggiormente interessate all’organizzazione delle “partenze” sono quelle intorno a Tripoli, Misurata e Bengasi dove arrivano le centinaia di migliaia di disperati provenienti da Sudan, dalla Nigeria e da altri paesi del Centro Africa e che fanno capo a due grandi punti di “raccolta” e “snodo”, l’oasi di Kufra (nel Sud-Est della Libia) e l’area di Sebah (nel Sud-Ovest). Dopo il conflitto nel Mali il Niger è diventato il principale collettore pre-libico degli africani che si muovono dai Paesi del Centro Africa e che “sbarcano” a Sebha. Sul versante orientale del continente il punto di raccolta per coloro che provengono dal Corno d’Africa, pri- ma dell’ingresso in Libia, è la città sudanese di Khartoum. «Il primo trimestre 2014 (finora sono arrivati oltre 10mila extracomunitari ndr) vede confermata la centralità del territorio libico.

Qui — annotano i nostri 007 — il territorio è tutt’ora controllato dalle “Katibe” coinvolte nella tratta finale del viaggio migratorio. Tali organizzazioni para-militari, ascrivibili alla struttura tribale libica prima, proliferate dopo la rivolta anti-Gheddafi poi, approfittano della propria capacità, anche militare, del controllo del territorio». I trafficanti sono in prevalenza somali, eritrei, sudanesi, nigeriani, maliani che una volta portato il “carico” di essere umani in Libia devono fare ricorso alla intermediazione delle “Katibe” per avere il “via libera” all’accesso alle imbarcazioni e il “nulla osta” delle forze dell’ordine corrotte. L’operazione “Mare Nostrum” che finora ha salvato dalla morte migliaia di disperati ha paradossalmente “sconvolto” il mercato dei trafficanti di esseri umani, i prezzi per pagare il viaggio — che costava fino a duemila dollari — si sono abbassati.

Ciò per i minori costi sostenuti dai gestori delle reti dei trafficanti, e per le ridotte porzioni di viaggio perché “intercettati” dalle navi della Marina Militare italiana. Ma lo scenario egiziano non è meno preoccupante. I trafficanti forniscono più “servizi” rispetto a quelli libici: imbarcazioni in partenza, scafisti (soprattutto egiziani ndr) econsentonocheil pagamento della traversata sia saldato dopo l’arrivo in Italia, anche attraverso “prestazioni lavorative”

. Ed è dalle coste egiziane che arriva la maggioranza dei siriani. «Quelli giunti in Italia via mare, nel 2013, sono stati oltre 11 mila, al primo posto fra i migranti in Italia». Ma l’emigrazione dalle coste nord africane verso il nostro Paese è quella più evidente. Ci sono altre centinaia e centinaia di migliaia di disperati che arrivano dall’area anatolico-balcanica da sempre collettore dei flussi migratori di Palestina, Iran, Iraq, Turchia, Siria, Afghanistan, Pakistan, Bangladesh, India, Sri Lanka. E poi quella più “silenziosa”, la migrazione asiatica, che si avvale di canali diversificati, in tratte aeree, terresti e via mare.

Le organizzazioni che le gestiscono sono abilissime nel procacciamento di documenti falsi, di viaggio e di lavoro. Secondo il dossier dei nostri 007 l’organizzazione delle reti afghano-pakistane «ha mostrato di sapere adulterare anche i più moderni tipi di passaporti di Paesi europei ». Flussi migratori che presentano rischi sanitari: i migranti africani hanno un alto tasso di malattie, polmonari ed epatiti, che sfuggono a ogni forma di prevenzione e cura mantenendo elevato il rischio della diffusione delle patologie.

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29 agosto 2013 4 29 /08 /agosto /2013 13:08

LA MEDICINA: gli interessi economici ogni giorno di più rischiano di prevalere (prevalgono ndr.) sulla cura del malato. La dnuncia di un grande oncologo.

AVIDITA'  E POTERE NEMICI DELLA SCIENZA.

Spesso i media danno spazio a terapie che non hanno fondameno.

La politica è interessata sorattutto alla gestione dei finanziamenti.

 

SOLDI e SALUTE ANDREOLI:" e="" potere="" nemici="" della="

 

Tra le aree della nostra vita in cui il tradimento esercita la propria tossica invadenza c'è la medicina, che a parere dell'oncologo Claudio Andreoli «è stata spesso tradita nelle sue regole e nei suoi principi etici e deontologici». Lo afferma con furore e con passione questo grande medico piemontese operativo in Lombardia, e noto come uno tra i massimi esperti internazionali del suo campo, il tumore alla mammella. Già attivo per quindici anni (dall'80 in poi) nell'Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori, Andreoli fondò nell'84 con Umberto Veronesi la Scuola Italiana di Senologia, di cui ha preso la direzione dieci anni dopo. Dal 2010 lavora presso il Cancer Center dell'Humanitas nelle strutture ospedaliere di Rozzano (Milano) e di Castellanza (Varese), dov'è responsabile della Breast Unit. Combatte ogni giorno in prima linea sul fronte dell'universo complesso della malattia, con devozione e proiettandosi totalmente nelle proprie responsabilità di medico. Certe zone oscure dei percorsi di alcuni tra coloro che praticano il suo mestiere, certe sacche di compromessi, certi equivoci occultati dall'indifferenza o dalla malafede, tolgono sonno alle sue notti. Perciò sta elaborando un libro-inchiesta dedicato ai tradimenti che avvengono nel mondo della medicina.E ne anticipa gli argomenti in questa conversazione. «Partiamo dal presupposto che negli ultimi anni la medicina è cambiata molto», attacca. «Oggi si è affermata la convinzione che tutto debba basarsi sull'evidenza scientifica».

Non è stato sempre così? «Prima contava di più l'impostazione personale del medico, e i giudizi erano formulati in base a piccole casistiche. Invece la medicina odierna si basa su terapie ed esami diagnostici che danno risultati sicuri, cioè ottenuti sempree ovunque a condizione che siano rispettate certe caratteristiche. Ma nell'ambito di tale approccio si verificano numerosi tradimenti».

Può dare qualche esempio? «Ce ne sono due eclatanti, uno nel passato prossimo e l'altro di questi giorni. Il primo, che risale a fine anni Novanta, è il caso della terapia Di Bella, riguardante la cura dei tumori. All'epoca si scatenarono giornalisti, politici e magistrati. Sull'onda dell'opinione pubblica, condizionata dal clamore mediatico sviluppato intorno alla vicenda, il ministero commissionò uno studio clinico, finanziato con soldi pubblici, che ha finito per dimostrare la mancanza di scientificità della terapia.

Il secondo esempio è il caso Stamina, venuto di recente alla ribalta grazie a un servizio televisivo de "Le iene". Si tratta di una cura che promette d'intervenire su alcune malattie degenerative come la Sla con l'infusione di cellule staminali, e fino a poco tempo fa la proponeva un ospedale di Brescia. Non si basa su alcun presupposto scientifico dimostrato. Ma anche qui è stata così forte la pressione mediatica che in luglio è partita una sperimentazione alimentata dal denaro pubblico. Il sensazionalismo e l'enfatizzazione di dati poco controllati rischiano di disorientare i pazienti, alcuni dei quali lasciano terapie utili per infilarsi in trattamenti privi di fondamento scientifico». La cattiva informazione si allea con i traditori? «Oggi la cassa di risonanza può essere enorme, il che può ingigantire i danni. Inoltre può succedere che gli studi sperimentali su un farmaco o una terapia non abbiano più, come motore trainante, la forza speculativa, e questo è un altro tradimento». Si riferisce ai conflitti d'interesse? «Sì. La questione è spinosa, capillare e molto più estesa di quanto si voglia ammettere nel nostro campo. Capita di anteporre all'onestà della ricerca e al benessere dei pazienti il proprio tornaconto, che sia economico, accademico o di potere politico. Negli ultimi anni si è cercato di arginare il fenomeno introducendo limiti nelle sponsorizzazioni elargite dalle industrie farmaceutiche e imponendo ai medici di dichiarare l'assenza di conflitti quando partecipano a congressi o pubblicano articoli scientifici. Ma per capire le dimensioni assunte dal problema basta considerare che i finanziamenti destinati alla ricerca biomedica dalle industrie sono un terzo della cifra investita dalle aziende nel marketing e nella promozione». Cosa fa una casa farmaceutica che si rende conto d'aver finanziato una ricerca i cui risultati confliggono con i suoi interessi? «Si trovano sempre dei piccoli escamotage per nascondere quanto emerge dallo studio, che per esempio viene interrotto con il pretesto dell'esaurimento dei fondi. Oppure i dati vengono pubblicati in ritardo rispetto al momento in cui erano disponibili, così come altre volte, se gli esiti sono favorevoli, li si pubblica con troppo anticipo».

Parliamo di medicine "alternative". Pensa che rappresentino un tradimento della scienza? «Non la vedrei così. I veri traditori, secondo me, sono i contestatori a senso unico. Non ho pregiudizi verso alcuna pratica: un prodotto omeopatico, naturale o di sintesi, va valutato per quanto garantisce obiettivamente. Ma non capisco perché certi certe voci critiche, con superficialità retorica e populismo, si scaglino solo contro l'industria del farmaco e non contro i giri d'interessi miliardari dei produttori di medicine alternative. Come se esistesse a priori un mondo buono e uno cattivo. Massiccio, poi, è il tradimento della medicina da parte della politica, che si dimostra interessata più alla gestione dell'apparato sanitario che alla pianificazione di programmi di sviluppo e ricerca riguardanti la salute pubblica».

Ci sono prove concrete di tale tradimento? «Basta guardare la distribuzione delle risorse economiche che privilegia spesso scelte di morte rispetto a oggetti di vita. Parlo dell'acquisto da parte del governo italiano di novanta aerei caccia F35 per tredici miliardi di euro, cifra con cui si potrebbero rinnovare le apparecchiature diagnostiche della maggioranza degli ospedali italiani. Da questa carenza di fondi statali dipende il fatto che molte ricerche possano essere finanziate solo grazie ai contributi dei sostenitori privati di charity come Telethon e l'Airc. Senza di loro non si andrebbe avanti. Oppure intervengono le case farmaceutiche, coi rischi che s'è detto. Non dimentichiamo inoltre che la scarsa considerazione dimostrata dalla politica nei confronti della medicina comporta ricaschi gravi sulla situazione della mobilità dei ricercatori».

Sta lamentando l'esodo degli scienziati italiani all'estero? «Non vorrei essere frainteso: la mobilità è sempre esistita ed è una grande opportunità di crescita e di arricchimento culturale. Ma andrebbe sfruttata meglio agevolando il ritorno dei ricercatori in Italia, il che purtroppo non accade.

Quattro vincitori di Nobel per la medicina, Rita Levi Montalcini, Salvatore Lauria, Renato Dulbecco e Mario Capecchi, hanno meritato il premio per ricerche realizzate interamente fuori dai nostri confini».

LEONETTA BENTIVOGLIO - La Repubblica

 

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9 agosto 2013 5 09 /08 /agosto /2013 18:07

L’Italia non mi ha voluto negli Usa batto il cancro”    di Eugenio Occorsio

A New York, nei laboratori dello scienzato Antonio Iavarone. Denunciò il nepotismo, adesso ha scoperto i geni del tumore.

Sono ore febbrili nel laboratorio di Antonio Iavarone alla Columbia University Medical School. Ha fatto il giro del mondo la notizia pubblicata da Nature Genetics che l’équipe guidata dal professore italiano ha realizzato una mappatura genetica completa del tumore al cervello, aprendo la strada alle terapie personalizzate. Un annuncio in grado di esaltare la comunità scientifica internazionale e di suscitare insperate aspettative per il terribile male. «Insieme con il tumore al pancreas, quello al cervello purtroppo è il più incurabile con un’aspettativa di vita media di non più di 15 mesi», spiega Iavarone. «Proprio di questo tumore mancava la mappa genetica. Ora stimiamo che il 15 per cento dei malati potrà curarsi selettivamente con farmaci già esistenti. Ecco la svolta». Ma il restante 85 per cento? «Qui scatta la corsa contro il tempo. Noi alla Columbia siamo ora in grado di realizzare in 24 ore una mappatura completa delle alterazioni genetiche in una cellula tumorale, l’operazione per intenderci che ha richiesto dieci anni di lavoro al team di Craig Venter quando tracciò la mappa del genoma umano. Ora, se le case farmaceutiche collaborano, possiamo creare farmaci di volta in volta capaci di colpire ogni singolo tumore. Il problema non è più organizzativo, perché basandoci su tutti i nostri studi la maggior parte del lavoro è già fatta: è solo finanziario. Ma gli investimenti necessari non sono più proibitivi. Specialmente se pensiamo alla posta in gioco».
Iavarone, nato a Benevento nel 1963, questi studi voleva farli in Italia. Aveva cominciato a portarli avanti al Gemelli di Roma, dov’era oncologo infantile, ma inciampava continuamente in episodi di nepotismo e di clientelismo politico-familistico talmente inaccettabili che alla fine, nel 1999, è dovuto venire qui in America per proseguirli. Dal 2002 è alla Columbia, dove oggi è professore di patologia e neurologia. «Vede, questo non è il Paese della perfezione. Ma resta un Paese in cui le comunità si fanno concorrenza perché vogliono avere il
centro scientifico più prestigioso e più competitivo, non per la squadra di calcio. Un Paese dove si valuta esclusivamente il merito ». Mentre parliamo, si avvia verso una specie di frigorifero, dove la temperatura è costante a 37,1 gradi come il corpo umano. Ne estrae una vaschettina apparentemente piena solo d’acqua. «Permette alle cellule di tenersi in vita». La piazza al microscopio elettronico ed ecco apparire le cellule tumorali. «I tessuti ci arrivano direttamente dalla sala operatoria dove è avvenuta l’estrazione chirurgica di un tumore cerebrale. Qui li analizziamo, li “coltiviamo”, fino ad identificare in queste cellule il nucleo davvero pernicioso,
le molecole staminali del tumore. Le quali sono identiche e si comportano alla stesso modo, tendono cioè a riprodursi freneticamente, delle cellule staminali umane “normali”».
Tutto è identificarle e poi andarle a colpire con farmaci specifici. «Resistono a qualsiasi chemioterapia perchésonoimprevedibili », interviene Anna Lasorella, moglie e collega di Iavarone.«Non rispettano i pathways,
i percorsi predefiniti e ordinati con cui le molecole crescono, ne attivano o ne inibiscono un’altra, si separano».È il motivo per qui non c’è da stare tranquilli dopo un’operazione di tumore. «La chemio può aver debellato il 99,9 per cento delle cellule, ma in quello 0,1 che resta si annidano spesso proprio quelle staminali. Per questo è fondamentale la ricerca che abbiamo annunciato: offre una visibilità completa sul patrimonio genetico di ogni singolo tumore e permette di scoprire tutti i segreti del Dna di ogni singola molecola maligna, fino a colpire proprio le cellule killer». Come dire, anziché sparare “acasaccio” ora si può mirare precisamente sull’obiettivo.
«Alla mappatura stavano lavorando altri due centri di ricerca qui in America, ma noi siamo arrivati primi», riprende con orgoglio Iavarone. Che va alla finestra, e indica un altro palazzone di vetro e cemento, stagliato contro un fondale di casette con le scale esterne di ghisa e i mattoncini anneriti della parte di Harlem che non è stata risanata e somiglia ancora a quella che spaventava gli
yuppie di Wall Street nel Falò delle vanità di
Tom Wolfe. «Quel palazzo è il nostro “incubatore”, in cui decine di piccole aziende delle biotecnologie lavorano sui nostri brevetti, e vengono qui proprio perché c’è la Columbia University. È il meccanismo virtuoso di sviluppo che si è riusciti a realizzare qui e che sogno un giorno per l’Italia ». Non sono tutte rose e fiori, intendiamoci: «Questo laboratorio è stato creato ed è mantenuto grazie ai finanziamenti federali, oltre che alle generose donazioni private. Ma ormai anche qui è tempo di tagli e ristrettezze ai bilanci: per questo è indispensabile la collaborazione delle case farmaceutiche. Noi ci mettiamo tutta la nostra esperienza, e il bagaglio delle nostre conoscenze. Nella consapevolezza che qui si combatte una lotta per la vita».

 

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