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4 maggio 2017 4 04 /05 /maggio /2017 20:55

Un libro e un'intervista che cambieranno le nostre conoscenze: "cercare mondl" DI Tonelli Guido

Sull'universo . Dopo la pubblicità. Quante storie : intervista di Augias a Guido Tonelli.

http://www.raiplay.it/video/2017/04/Quante-storie-9a631ec6-cd91-4566-87c6-cc10fc8cd77d.html

 

 

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10 dicembre 2014 3 10 /12 /dicembre /2014 17:50

Italstellar

Non se ne può più della descrizione delle cose che non funzionano e non vanno bene in Italia. E' troppo facile fare l'elenco delle malversazioni e delle cose che non funzionano senza indicare una via di ripresa e di uscita. Con i fatti di Roma e della regione Umbria sembra che la politica e la cosa pubblica sia solo un malafare. Ci sono invece molte persone e organizzazioni politiche, la maggioranza,  che fanno il loro dovere e sono oneste.

Ci sono delle frasi che riassumo bene la prospettiva che bisogna far prevalere nel paese:

- la cosa più tragica non é la malvagità dei cattivi, ma il silenzio dei giusti.

                                                                     Martin Luther King

- Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci

                                                                     Mahatma Gandhi

- Non chiedetevi cosa l'America può fare per voi, ma cosa voi potete fare per l'America

                                                                      Jhon  Kennedy (ndr.)

QUINDICI dicembre 1964: dal poligono di Wallops Island, lungo la costa della Virginia, il satellite San Marco A viene lanciato nello spazio. È il primo satellite costruito in Europa. Ed è italiano. Comincia con lui la nostra avventura spaziale, e con un primato: il nostro è il terzo paese al mondo a lanciare un satellite in orbita dopo Urss e Usa. E mentre le due superpotenze si sfidano per la conquista della Luna e i primi cosmonauti varcano i confini del pianeta, l'Italia conquista la medaglia di bronzo grazie a un piccolo satellite di alluminio marcato da una bandierina tricolore. Oggi, il nostro primato spaziale lo si afferra con un colpo d'occhio guardando la fotografia degli Shenanigans, i "birbanti", come hanno scelto di farsi chiamare. Cioè i sei astronauti europei selezionati nel 2009 dall'Agenzia Spaziale Europea (Esa). Su sei, gli italiani sono due: Luca Parmitano e Samantha Cristoforetti. Gli altri sono un tedesco, un danese, un francese e un inglese. Sono loro gli europei che in questi anni abiteranno la Stazione Spaziale Internazionale (Iss), l'avamposto dell'umanità nello spazio. «Cosa ci andiamo a fare? — afferma Roberto Battiston, presidente dell'Agenzia Spaziale Italiana (Asi) — Andiamo soprattutto per capire come si vive nello spazio. Perché il giorno che andremo su Marte dovremo affrontare un viaggio di un anno all'andata e un anno al ritorno». Anche il primo europeo della storia a salire a bordo dell'Iss, a mettere i piedi sul nostro futuro, è stato un italiano. Non un tedesco, come ci si potrebbe aspettare scorrendo la lista dei principali finanziatori dell'Esa. Era Umberto Guidoni ed ebbe la priorità grazie al fatto che il nostro paese aveva fornito alla Nasa oltre il 50% della parte abitabile della stazione. Quei moduli — spiega Elisio Giacomo Prette, presidente di Thales Alenia Space Italia — li abbiamo costruiti noi a Torino. Cioè adesso Samantha è a casa nostra...». Thales Alenia Space è una joint venture della francese Thales (che ha il 67%) e dell'italiana Finmeccanica. Con Telespazio (che è al 67% di Finmeccanica e 33% di Thales) costituisce una "space alliance" leader al mondo per la costruzione e la gestione di "oggetti spaziali".

Ma l'Italia sull'Iss non si ferma qui: «Abbiamo costruito anche la finestra», prosegue Prette. All'inizio, infatti, la Iss aveva solo piccoli oblò. Oggi invece la Cupola permette di avere le immagini meravigliose della Terra vista dallo spazio che ci hanno riempito gli occhi quando Luca le twittava per noi sulla Terra. Sono stati costruiti da Thales Alenia Space anche molti dei sistemi che muovono le navette per i rifornimenti. E sono italiani i migliori menu di bordo, realizzati da una piccola e giovane impresa di Torino, la Argotec, che dopo essersi specializzata in ingegneria per lo spazio e in addestramento di astronauti, ha deciso di occuparsi anche del loro appetito.

Sono loro che preparano i cosiddetti menu bonus per l'Esa. «Gli astronauti — spiega David Avino, amministratore delegato di Argotec — mangiano i menu standard delle agenzie spaziali americana e russa. Gli europei hanno in più un bonus, che si scelgono loro». La Argotec ha preparato i pasti per Luca (lasagne, melanzane alla parmigiana, tiramisù…), per Samantha (ceci, fave, quinoa..) e per l'astronauta tedesco Alexander Gerst. Preparare alimenti spaziali buoni e sani non è facile: «Devono avere scadenza almeno diciotto mesi a temperatura ambiente e devono essere scaldabili con le piastre, perché lassù non ci sono né frigoriferi né forni a microonde», prosegue Avino. E quello che è più importante è che possono essere mangiati anche quaggiù. «Per noi lavorare sullo spazio è anche un modo di sperimentare ». Cioè: se lo sai fare per lo spazio, lo sai fare anche per la Terra.

Stesso discorso vale per Thales Alenia Space, come spiega Prette: «Noi facciamo satelliti per le telecomunicazioni e per l'osservazione della Terra. Siamo i leader mondiali per i satelliti radar, quelli che vedono oltre le nuvole e fanno foto anche di notte». Con questi hanno costruito i quattro satelliti del sistema Cosmo Skymed, che oggi è fondamentale per il monitoraggio ambientale. «Ma abbiamo anche clienti privati, per esempio gli operatori che ci fanno vedere la tv o ci permettono di telefonare». Oltre il romanticismo, tra le stelle c'è anche un business molto concreto.

L'esplorazione spaziale, cioè, è tante cose. «L'Italia è tra i fondatori dell'Esa e ha partecipato a tutte le principali missioni scientifiche», spiega Roberto Battiston. La scopriamo in prima linea nell'astronomia a raggi X, nella ricerca sulla materia oscura e sull'antimateria, e nella missione Planck, che ha fotografato le origini lontane dell'Universo. E italiana era tanta della strumentazione di bordo della sonda Rosetta, che ha mandato il suo lander sulla cometa 67P. Come è italiano il primo trapano spaziale della storia, progettato per l'analisi della composizione della cometa stessa. Non solo: molto di quello che avviene nello spazio ha già una ricaduta nelle nostre vite: «Il nostro monitoraggio ambientale, per esempio, è stato usato anche nelle recenti emergenze maltempo ed è già attivo nelle zone a rischio vulcanico ».

Ma dietro alla ricerca e alle sue applicazioni c'è anche un'enorme opportunità economica. «Abbiamo appena chiuso un contratto per dieci lanciatori di piccoli satelliti di progettazione italiana», prosegue Battiston. E proprio due giorni fa si è tenuta la riunione dei ministri della ricerca dei paesi che partecipano all'Esa e lì ci siamo assicurati un bel pezzo della costruzione dei nuovi lanciatori (Ariane-6 e Vega) più grandi su cui l'Europa ha investito otto miliardi di euro nei prossimi dieci anni. Non solo: sarà molto italiana anche la missione ExoMars, la missione di esplorazione marziana che si terrà, in due momenti, nel 2016 e nel 2018. Insomma, dove si decidono le strategie industriali e scientifiche dell'Europa spaziale,

l'Italia si presenta a testa alta. Molto alta, e non solo per salutare Samantha mentre sfreccia tra le stelle

 

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24 agosto 2014 7 24 /08 /agosto /2014 19:52

 

Silvia Bencivelli – La Repubblica

VIVONO sotto ottocento metri di ghiaccio, in acque buie e fredde a meno di zero gradi. E si nutrono di minerali. Sono gli abitanti del lago Whillans, nell'Antartide occidentale, uno dei quasi quattrocento laghi subglaciali intrappolati tra la coltre di ghiaccio e il suolo del continente più a sud della Terra. Scoperti da tempo, ma descritti oggi per la prima volta sulle pagine della rivista Nature, sono quattromila specie di batteri che vivono isolati dall'atmosfera (probabilmente) da millenni. La loro presenza, spiegano gli scienziati, dimostra che ci può essere vita anche in condizioni ambientali estreme: condizioni probabilmente non dissimili da quelle di Marte o di un altro pianeta extraterrestre.

La scoperta di vita sotto ai ghiacci dimostra finalmente quello che gli scienziati si aspettavano da vent'anni, cioè da quando hanno cominciato a esplorare i laghi antartici che erano stati rilevati dai radar negli anni Settanta. E oggi arriva grazie al progetto di ricerca internazionale Wissard, che ha ricevuto dieci milioni di dollari da agenzie americane (tra cui la Nasa) ed europee, compreso l'italiano Programma nazionale ricerche in Antartide. Negli anni scorsi, sottolineano gli esperti, le ricerche avevano fatto pensare di aver trovato ecosistemi viventi nei laghi subglaciali, in particolare del lago Vostok, ma ci si era dovuti ricredere perché si era capito che si trattava di germi che erano finiti sugli strumenti per la perforazione dei ghiacci: non batteri abitanti del lago profondo, quindi, ma batteri superficiali che stavano contaminando i campioni. Stavolta la tecnologia del progetto Wissard non lascia spazio a dubbi: la perforazione è avvenuta attraverso un sistema ad acqua calda con una sterilizzazione a raggi ultravioletti, e il campionamento è stato pulito. Perciò quelli che sono stati trovati nelle acque di Whillians sono davvero i suoi abitanti.

Grazie a loro, la biologia degli oceani da oggi un po' cambia. Perché la presenza di un nuovo ecosistema vivente, in qualche modo in comunicazione con gli oceani superficiali attraverso una rete nascosta di corsi d'acqua profondi, potrebbe influenzare la composizione chimica e biologica degli altri. E in particolare di quelli del Mare di Ross e di tutto l'Oceano Meridionale che è tanto importante per la regolazione degli ecosistemi marini e per gli equilibri del clima globale. Ma grazie a loro cambia anche la nostra idea della vita. Idea che si deve adattare alla scoperta di nuovi organismi abituati a vivere in condizioni per noi proibitive, come era già successo con la recente scoperta di altri "estremofili" in zone ghiacciate o nelle sorgenti idrotermali del fondo degli oceani in condizioni di altissima pressione e temperatura e nel buio più assoluto.

Oggi, i quattromila batteri del lago subglaciale confermano che la vita è possibile anche sotto centinaia di metri, o di chilometri, di ghiacci, dove l'acqua è liquida nonostante le temperature inferiori allo zero. Ed è possibile anche senza l'energia del sole e dell'ossigeno, ma con i minerali delle rocce a fare da nutrimento, insieme ai sedimenti e ai resti organici della decomposizione dei batteri stessi. Un ecosistema autarchico e frugale, insomma, più o meno quello che ci si aspetta di trovare, per esempio, su Europa: la luna di Giove coperta di ghiaccio su cui nei prossimi anni cercheremo altra vita.

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25 maggio 2014 7 25 /05 /maggio /2014 15:53

 Silvia Bencivelli – La Repubblica

Un gruppo di ricercatori inglesi e tedeschi hs trovsto ls ricetta per riprodurre le origini dell'universo: é già sfida a chi realizzerà per primo  l'esperimento

L’ ESPERIMENTO:

• 1934 I fisici americani Gregory Breit e John Wheeler descrivono il processo che trasforma la luce in materia

• Il processo si basa sull’equazione di Einstein: E=mc2

• Per i due fisici non c’era nessuna speranza di riprodurlo in laboratorio

• Oggi un gruppo di ricercatori del Max Plank Institute e dell’Imperial College sostiene di aver trovato il modo

• La soluzione sta in tecnologie moderne come il laser ad alta energia

• L’esperimento riproduce i primi 100 secondi successivi al Big Bang quando la luce si è trasformata nella materi di cui è fatto l’universo

 LE TAPPE:

LA MATERIA: 14 miliardi di anni fa il Big Ban, fotoni ad alta energia si sono trasformati nella materia primordiale dell’universo da cui discende la materia attuale

L’UNIVERSO: 300mila anni dopo i fotoni sopravvissuti si sono diffusi per l’universo creando la radiazione cosmica di fondo: era nato l’universo come è oggi

LE GALASSIE: 200 milioni di anni dopo nascono le prime stelle e le prime galassie. All’interno hanno elementi pesanti come ossigeno e azoto che si diffondono nello spazio

PRENDERE luce, sotto forma di fotoni ad altissima energia. Sbatterla in un apparecchio cilindrico foderato d'oro. Prelevare la materia fresca fatta di elettroni e positroni che ne schizzano fuori.

Ecco la ricetta per replicare il Big Bang tra le quattro mura di un laboratorio. È stata scritta da un gruppo di ricercatori inglesi dell'Imperial College di Londra con i colleghi tedeschi del Max Planck Institut di Heidelberg che, ottant'anni dopo le prime idee teoriche sulla possibilità di convertire luce in materia, sono finalmente riusciti a disegnare un esperimento capace di farlo davvero.

L’idea risale agli anni trenta ma oggi può diventare realtà con i laser ad alta energia Si tratterebbe del primo esperimento in grado di replicare uno dei processi fondamentali avvenuti al momento della nascita dell'universo. In particolare quei primi cento secondi di quattordici miliardi di anni fa quando la pura energia della luce si è potuta trasformare liberamente in materia primordiale. Questa, successivamente, ha dato vita alla materia che oggi forma le stelle, i pianeti, noi che ci abitiamo sopra e tutto quello che esiste. Adesso, dicono gli scienziati, abbiamo la tecnologia adatta e la ricetta da seguire.

Il tempo necessario per preparare l'esperimento sarebbe minimo: solo dodici mesi. E la sfida a chi lo realizzerà per primo è già aperta. L'idea di produrre materia dalla luce risale alla metà degli anni Trenta, quando due fisici americani di nome Gregory Breit e John Wheeler presero l'equazione più famosa del loro collega Albert Einstein e scrissero che un giorno, basandosi su quella, sarebbe stato possibile trasformare la luce in materia. Formulata nel 1905, l'equazione di Einstein afferma infatti che l'energia e la massa sono strettamente legate tra loro. A tenerle insieme c'è una costante, un numero fisso che non cambia mai, cioè il quadrato della velocità della luce. Breit e Wheeler immaginarono una dimostrazione dell'equazione di Einstein che partisse dall'energia di due fotoni (il "pacchetto minimo di energia" della luce) e che producesse un elettrone e il suo equivalente con carica positiva, cioè il positrone. Siccome gli elettroni sono in tutti gli atomi, e gli atomi sono le componenti fondamentali di ogni cosa, ecco che producendo elettroni avremmo creato materia. Ma i due fisici americani, negli anni Trenta, non avevano la tecnologia per realizzare l'esperimento. E nemmeno potevano immaginare che un giorno questa sarebbe stata disponibile. Così scrissero anche che «l'osservazione della produzione di materia in un esperimento di laboratorio è del tutto senza speranza».

Adesso lo stesso apparecchio permetterà di studiare tutta la fisica sperimentale Adesso il gruppo di ricercatori inglesi e tedeschi sostiene invece, dalle pagine della rivista scientifica Nature Photonics , che finalmente ci siamo. Grazie a nuove sofisticate tecnologie, come i laser ad alta energia, dicono che l'idea di Breit e Wheeler può diventare realtà. Si tratta di sparare elettroni contro una lastra d'oro per creare fotoni un miliardo di volte più energetici di quelli della luce visibile. E poi, in una seconda fase, di farli entrare in una lattina dorata mantenuta ad altissima temperatura dove il fortissimo riscaldamento ha prodotto altri fotoni. La collisione tra i due tipi di fotoni produrrebbe la materia che cerchiamo. Non solo. Se qualcuno allestisse un simile apparecchio per le collisioni fotone — fotone, ha spiegato il primo firmatario dell'articolo Oliver Pike, «avremmo uno strumento molto pulito per studiare tutta la fisica fondamentale ». Cioè uno strumento in cui «entra luce, esce materia ». In un certo senso, un vero nuovo Big Bang.

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