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7 maggio 2017 7 07 /05 /maggio /2017 09:55

La battaglia di Stalingrado dopo la pubblicità. Il tempo e la storia. Il 45% della Wermacth e il suo potere bellico sono stati distrutti in Russia. Holliwood ha voluto riscrivere la storia si Stalingrado come scontro di persone, di cecchini  ma in realtà fu lo scontro tra   la forza di due eserciti. Fu una battaglia particolare, quartiere per quartiere, casa per  casa. Prima di allora gli eserciti si erano scontrati in campo aperto.

http://www.raiplay.it/video/2017/04/Il-Tempo-e-la-Storia---La-battaglia-di-Stalingrado-dbb22e38-8e9a-464c-bb70-1b711207204a.html

La storia della resistenza europea durante la 2^ GUERRA  mondiale

http://www.raiplay.it/video/2017/04/Il-Tempo-e-la-Storia---La-Resistenza-in-Europa-9d0eab54-784f-4f3a-b404-e12a6958f199.html

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17 luglio 2014 4 17 /07 /luglio /2014 16:15

 

La società di autobus che trasporta ogni anno 20 milioni di persone fu creata nel 1914. E' il mezzo più sicuro. Ha cullato le illusioni di generazioni ed è entrato nella cultura popolare

E’ il mezzo più sicuro. E da “accade una note” in poi ha cullato le illusioni di generazioni.

NEL MITO: Da navetta per minatori, il greyhoundé man mano diventato trama del tessuto sociale americano ed è entrato nella cultura popolare

di VITTORIO ZUCCONI – La Repubblica

 

Grigi e argento come la nebbia che li inghiotte quando attraversano gli Appalachi, i bus della Greyhound trasportano da cento anni tutte le speranze e la disperazione dell'America. "Riding the dog", "cavalcare il cane", come si dice nello slang delle stazioni di cambio odorose di latrina, di sogni irranciditi e di pollo fritto, ha resistito ai jet e al low cost. Ha rimpiazzato le carrozze del Pony Express e ha superato il treno. Ha fatto dimenticare l'ormai troppo rischioso autostop e resta, generazione dopo generazione, il levriero di alluminio che trasporta quasi 20 milioni di persone ogni anno verso 3800 destinazioni dall'Oceano Pacifico all'Atlantico. 

Cento anni di Greyhound Lines, il secolo di un mito su strada

Era naturale, inevitabile, che questa forma di trasporto riservata a chi non può permettersene altre, ma non può rinunciare alla dimensione fondamentale della cultura americana, la mobilità, nascesse nell'Iron Range, nelle colline del ferro, tra le miniere del Minnesota, nella più proletaria delle Americhe. Laggiù, in quello che ancora era il lontano West nel 1914, un emigrato svedese di 27 anni, Carl Wickman, fu licenziato dalla società mineraria dove lavorava come picconatore. Tentò fortuna come venditore di automobili Hup, un'antenata del Modello T Ford e, non riuscendo a venderne neppure una, ebbe l'idea di proporre proprio alla società che lo aveva licenziato un servizio di navetta con i suoi trabiccoli invenduti fra i pozzi e il villaggio dormitorio di Hibbing. Non per pietà di quei minatori, ma per ridurre i "tempi morti" nello sfruttamento. Soltanto nel primo anno, con sette Hupmobile che riparava lui stesso, Wickman raccolse il favoloso utile di 8mila dollari, 200mila dollari di oggi.
Il nome che l'avrebbe reso immortale, Greyhound, fu ispirato dalla visione della silhouette di un suo autobus correre sulle vetrine dei negozi in città slanciata come un levriero. Non è leggenda il fatto che anche la sua azienda di trasporto collettivo ebbe nella seconda guerra mondiale la propria miniera d'oro per la semiesclusiva del trasporto privato di soldati. Con il 40 per cento dei propri autisti chiamati in servizio, Greyhound si scoprì forzatamente femminista e addestrò migliaia di donne a condurre i bus. In una campagna pubblicitaria usò appunto Grace, una femmina di levriero come propria testimonial. Quello che la guerra calda non fece, fece poi la guerra fredda, con la costruzione del sistema autostradale voluto da Eisenhowher nel 1951 che rese incomparabilmente più veloce "cavalcare il cane".
 

Altrettanto inevitabile era che i suoi autobus, divenuti trama del tessuto sociale americano, entrassero nel mito e quindi nella cultura popolare. Dall'inattesa e straordinaria pubblicità ottenuta dal famosissimo Accadde Una Notte, il blockbuster con Clark Gable e Claudette Colbert premiato con l'Oscar nel 1934, al Dustin Hoffman nell'Uomo da marciapiede rannicchiato e agonizzante sull'ultimo autobus verso la Florida, Greyhound ha cullato le illusioni romantiche e le delusioni ideologiche di tre generazioni, dalla generazione in bianco e nero della Grande Depressione a quella con i colori psichedelici della Beat Generation. È sempre a cavallo del levriero grigioargento che Sal Paradise, l'alter ego letterario di Jack Kerouac, si lancia "On the Road", sulla strada verso Chicago.

Ma il mito del coast to coast sul bus è, come tutti i miti, qualcosa che raramente è esistito. Nonostante il continuo ammodernamento, un autobus resta un autobus. Sugli ultimi modelli, che ho provato a utilizzare per il breve tragitto fra Washington e Baltimora, appena 90 minuti, ci sono wi-fi e piccoli schermi Lcd sullo schienale, ma la toilette resta da astronauti. Un viaggio da New York a San Francisco, per seguire il sogno di Kerouac, costa ancora soltanto 250 dollari, 100 meno del più low dei low cost, ma richiede budella di titanio, schiene di acciaio e vesciche alla fibra di carbonio. Il percorso più rapido prevede quarantuno fermate e due cambi di veicoli con soste in terminali, per un totale di tre giorni.

Quello che non cambia, e non cambierà neppure ora che la "navetta" del minatore disoccupato è la più grande azienda di trasporti in autobus del mondo sotto proprietà britannica è l'umanità che ne sale e ne scende. Tra Cleveland e Cincinnati, una signora di età avanzata accoglie i passeggeri distribuendo da un borsone gettoni di plastica con uno "smile", sorriso. Sola nel mondo, si è autoproclamata "Ambasciatrice della Gentilezza". Spiega di avere scoperto, dopo tre tentativi di suicidio e il mancato omicidio con ascia in fronte del marito seguito da soggiorno in carcere, che soltanto nella cortesia si trova un gettone di serenità su questa terra. Percorre ogni giorno il tratto fra le due città dell'Ohio, 10 ore complessive, regalando al vicino di posto il racconto della propria vita.
 

È questo, l'intersecarsi di tragitti umani affiancati per poche ore nella penombra dietro i grandi finestrini fumé, il servizio a bordo esclusivo e inimitabile che la tradotta del sogno americano offre. Sorprendentemente, le stazioni di cambio, i terminali della Greyhound quasi sempre relegati nelle zone più inquiete della città, non conoscono rapine, borseggi, violenze, risse. Sugli autobus, dove è vietato bere alcolici, e ovviamente fumare, l'etichetta e il rispetto reciproci superano anche il caravanserraglio dei grandi jumbo jet sulle lunghe tratte. Non tutti parlano la stessa lingua, ormai, ma il linguaggio del rispetto è di tutti.

L'autobus di linea, di fatto soltanto Greyhound anche se con livree diverse che pubblicizzano "One Dollar", un solo dollaro per andare da Washington a New York (nota per il lettore: non è vero, un dollaro è il costo nominale) è il mezzo di trasporto più sicuro, anche più dell'aereo, secondo il Dot, il Ministero dei Trasporti. Nessuno ha paura di precipitare. I bambini e i neonati, spesso accoccolati accanto a madri che vanno o fuggono, non piangono. Tra il ronfare dei grandi motori diesel e il dondolio dolce delle sospensioni ad aria, dormono. Anche loro senza sapere dove vadano, come il Sal di Kerouac, ma decisi ad andarci, nel grembo tiepidi del cane che corre da cent'anni.

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7 giugno 2014 6 07 /06 /giugno /2014 18:39

 Dai collettivi anni ’80 al boom di oggi: la letteratura in versi esce dal ghetto e diventa globale

Jeff Gorginier - La Repubblica

Alla fine del 1987, due giovani poeti fecero una bella scarpinata fino a New York per prendere parte al funerale di James Baldwin. Emozionati dalla cerimonia, e addolorati dal fatto di non aver mai incontrato un gigante letterario afroamericano della statura di Baldwin, i poeti Thomas Sayers Ellis e Sharan Strange misero a punto un piano: avrebbero chiamato a raccolta giovani scrittori e artisti neri e offerto loro la possibilità di leggere ad alta voce le loro creazioni, per allacciare rapporti con i giusti mentori e per alimentare quel genere di spirito comunitario che in passato ha dato vita a più di un movimento culturale. Chiamarono il gruppo Dark Room Collective , Collettivo della camera oscura. Gli studiosi affermano che da lì sbocciò la poesia afroamericana, che quasi certamente nel mondo letterario è tanto significativa quanto la Beat Generation. Influenzato da pionieri come Rita Dove, il lavoro di questo gruppo prese il via dal punto di vista stilistico da buona parte della poesia nera che l'aveva preceduto: più che con le lotte o l'identità razziale ebbe a che vedere con l'immaginazione che spicca il volo.

Nelle generazioni precedenti, molti poeti avevano utilizzato il loro lavoro «per combattere contro l'oppressione di vari generi», ha detto Charles Henry Rowell, il curatore dell'antologia del 2013 intitolata Angles of Ascent: A Norton Anthology of Contemporary African American Poetry . Adesso, ha aggiunto, «c'è un privilegio unificatore, e quel privilegio consiste nello scrivere come considero opportuno scrivere ». Anche se dopo una decina d'anni circa il Dark Room Collective chiuse i battenti, alcuni dei suoi affiliati perseverarono, diventando personalità letterarie di primo piano e ricevendo premi importanti. Forse la più famosa di tutti è Natasha Trethewey, che ha vinto il Premio Pulitzer per il suo libro del 2006 Native Guard , ed è stata insignita anche del titolo di "poeta laureato della Nazione".

Tra gli altri veterani vi furono Tracy K. Smith, che vinse il Pulitzer per Life on Mars nel 2012, e scrittori come Kevin Young, Carl Phillips e Major Jackson, tutte voci autorevoli della poesia americana. Il collettivo ebbe anche un effetto a cascata. Nel 1996 Cornelius Eady e Toi Derricotte fondarono infatti Cave Canem, organizzazione ch costituì una piattaforma di lancio per molti poeti, tra i quali Adrian Matejka, il cui libro del 2013 The Big Smoke è stato finalista sia per il Pulitzer sia per il National Book Award, e Terrance Hayes, che ha vinto il National Book Award nel 2010 con Lighthead . Anche Nikky Finney, che ha vinto quello stesso premio nel 2011 con il suo Head Off & Split , aveva aderito a tutti gli effetti al gruppo. «Fu un fenomeno del tutto insolito — ha detto la Trethewey — la poesia nera non era mai stata mainstream.

Di colpo, invece, non fu una sottospecie della poesia americana, bensì il cuore stesso della poesia americana». Nelle interviste, molti poeti della nuova guardia parlano della sensazione di liberazione, non hanno più bisogno per aderire a un insieme di norme su ciò che si presume debba essere la poesia nera. La loro arte poetica ha a che vedere con l'identità stessa. Matejka l'ha descritta come il passaggio dalla «modalità "sono un uomo di colore in America ed è dura" all'idea del "sei quel che sei, e quindi ciò farà sempre parte della poesia"», con l'aggiunta di «molto più spazio per una sublime sperimentazione linguistica ». Un'opera può essere tradizionale o sperimentale, apertamente politica o appassionatamente privata, e contenere un vasto assortimento di riferimenti che possono includere Melvin Van Peebles, Jorge Luis Borges, David Bowie. Buona parte della poesia ha un'immediatezza che può risultare quasi cinematografica. Ecco un esempio, tratto da Wind in a Box, (Vento in scatola) di Terrance Hayes: « Questo inchiostro. Questo nome. Questo sangue. Questo strafalcione. / Questo sangue. Questa perdita. Questo vento malinconico. Questo canyon ».

Ma c'è anche uno sforzo preciso, quello di rivendicare e ricontestualizzare episodi storici, famosi o dimenticati. Native Guard di Trethewey include l'angosciante saga di alcuni ex schiavi che combatterono nel reggimento nero Union durante la Guerra civile. The Big Smoke di Matejka illustra la vita del pugile peso massimo Jack Johnson. «Si tratta di personaggi che furono spazzati via dalla narrativa dominante o immessi su un binario morto» ha detto Matejka in un'intervista. Young, professore all'Emory University, ha pubblicato varie antologie di poesia (tra cui raccolte sul cibo e il blues) e ha scritto libri in versi sulla rivolta della nave negriera Amistad ( Ardency), sul pittore Jean-Michel Basquiat ( To Repel Ghosts ), sulla lussuria, la violenza e il linguaggio dei film noir ( Black Maria). Agli occhi di un poeta e mentore più anziano come Eady, questo senso di assenza totale dei limiti può essere fatto risalire proprio al Dark Room Collective — come pure quel senso di fraternità dei laboratori di Cave Canem. (il mito Dark Room è cresciuto al punto che i suoi membri nel 2012 e nel 2013 si sono messi in viaggio per una rimpatriata.) «È bello vedere che servì da mezzo per far sbocciare le persone » dice Strange, anche se l'idea originaria era semplicemente quella di frequentarsi e stare un po' insieme, dando vita a una comunità di scrittori che la pensavano nello stesso modo. «L'ambizione era quella di essere creativi. Non ci fu mai il proposito grandioso di partire alla conquista della letteratura americana ». Traduzione di Anna Bissanti

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4 giugno 2014 3 04 /06 /giugno /2014 19:46

Su rai storia la strage di Brescia (dopo la pubblicità) Un esempio che fa vedere lo stato italiano come era gestito. Bisogna sapere e conoscere la realtà per cambiarla. Una interessante trasmissione, bella la conclusione.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-097d7fa2-a709-4459-8029-fd806a674a71.html  

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23 maggio 2014 5 23 /05 /maggio /2014 19:58

A "il tempo e la storia" la vita di Falcone . Una vita a combattere la mafia.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-3ad33c4d-e03f-4f19-85c4-c0fc518e22b4.html  

 

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14 maggio 2014 3 14 /05 /maggio /2014 17:26

Politica in declino, populismi in crescita, attivisti che "emigrano" con le Ong. Ma la sfida della democrazia va affrontata a casa nostra 

Che cosa accade quando le nazioni diventano eterogenee? Che cosa accade quando la migrazione su vasta scala di profughi disperati e di uomini e donne alla ricerca di una vita migliore, immigrati legali e illegali — che cosa accade quando queste persone danno vita a popolazioni multi-culturali?

Una risposta alla migrazione e alla diversità è un nuovo fermento a favore dell'inclusione e dei diritti umani, diritti che non dipendono da un'appartenenza politica di lunga data e da ricordi condivisi — il trionfo, potremmo dire, dei "diritti dell'uomo" della Rivoluzione francese sui "diritti del cittadino". Vediamo il trionfo quanto mai chiaramente nell'estensione di molti diritti del cittadino ai residenti stranieri e altri non-cittadini, inclusi gli immigrati illegali. Questa è opera della sinistra liberale (che io appoggio), ma è strana, perché quanti più diritti si estendono ai non-cittadini tanto più la parola "cittadinanza" perde significato. Stiamo vivendo il processo di svalutazione della cittadinanza per il bene dell'umanità. Questa potrebbe anche essere la cosa giusta da fare, ma lascia la sinistra priva del modello di cittadino virtuoso, attivista, che decide per sé. E diventa sempre più difficile sostenere una cultura civica comune.

I paesi rivestiranno un significato minore per i loro abitanti, perché molti di loro non vi risiederanno da lungo tempo; le tombe dei loro antenati saranno altrove; il terreno sul quale vivranno non sarà per loro suolo sacro, e i loro visti non evocheranno ricordi storici e personali. In queste condizioni di eterogeneità, pluralismo culturale e individualismo radicale, che cosa accadrà, che cosa è accaduto alla solidarietà che sta sotto e che sostiene il welfare state? Se non ci sentiamo intimamente connessi agli altri abitanti del nostro paese, se non abbiamo in comune storia, religione e così via, se pensiamo a noi stessi come a una "serie" sartriana di individui scollegati tra loro — se tutto ciò è vero, chi mai sosterrà politicamente il welfare state o sarà disposto a pagare le tasse di cui esso necessita? Chi investirà tempo ed energie in discussioni politiche o in un'azione politica?

Al contempo, intrinsecamente collegato con ciò che ho appena descritto, c'è un nuovo globalismo; non è proprio la stessa cosa dell'internazionalismo della vecchia sinistra, ma dovremmo considerarlo la versione del XXI secolo dell'internazionalismo, evidente in organizzazioni come Medici senza Frontiere, Human Rights Watch, e Amnesty International. Gli aiuti umanitari per le persone in difficoltà in tutto il piane- ta sono molto popolari oggi. Se ci sono meno cittadini impegnati nel nostro paese, abbiamo però molti più cittadini impegnati nel mondo; attivisti all'estero. Questi impegni globali non sembrano poter rendere possibile una vibrante politica liberale/di sinistra in patria, e non penso che questa sia una mera coincidenza. Di fatto, è più facile, tenuto conto delle condizioni che ho descritto, difendere i diritti umani nei paesi di altri popoli che unirsi alla lotta contro l'ineguaglianza negli Stati Uniti (o l'Italia, o la Germania, o il Regno Unito).

Anzi, la nuova battaglia per i diritti umani è stata accompagnata da una smobilitazione politica in patria. Ogni società umana produce gerarchie di ricchezze e potere e oggi questa produzione si attua non all'interno delle società, ma in modo trasversale a esse, nella società globale, dove le banche internazionali e le multinazionali operano con modalità tali da assicurare grandi ricchezze a pochi e determinare periodiche crisi per molti. Ai vecchi tempi, nello stato di cittadini attivi o potenzialmente attivi, questa tendenza persistente verso un ordinamento gerarchico era talvolta interrotta dalle ribellioni delle classi subordinate — agitazioni di cittadini precedentemente passivi che confluivano in movimenti sociali potenti e che davano vita a regimi socialdemocratici, welfare state, e disordini o perturbazioni nelle vecchie gerarchie.

L'idea dell'uno per cento e del novantanove per cento, lo slogan del movimento Occupy, non è un esempio di analisi di classe. È un appello populista, e potrebbe essere politicamente utile. Ma dovremmo usare prudenza nei confronti del populismo (proprio come dovremmo essere cauti nei confronti dell'anarchismo), perché non è una politica sostenibile, non cambia il mondo, ed è accessibile tanto alla destra quanto alla sinistra. Il lavoro di creazione di un movimento deve essere molto più concentrato. Deve essere opera di persone che sono per lo più in difficoltà, e deve derivare dal riconoscimento da parte loro delle proprie esigenze. Se deve esserci un movimento di classe di persone colpite o minacciate dal capitalismo neo-liberale, deve essere un movimento con obiettivi concreti e un programma specifico. Non so come dar vita a un movimento concentrato di questo tipo, ma è possibile prepararsi per la sua comparsa a livello intellettuale e di organizzazione.

Dobbiamo anche essere pronti a far fronte al pericolo che si nasconde lungo il nostro cammino, il pericolo che nelle nostre società diverse ed eterogenee il movimento che auspichiamo sia preceduto da una politica nazionalista e xenofoba nei confronti delle minoranze, degli immigrati, dei rifugiati. Questo è un altro motivo per il quale la gente di sinistra non dovrebbe mai prendere alla leggera il populismo. Ci occorre una democrazia sociale rinvigorita e militante, che parli la lingua di classe, i cui leader siano preparati, quando verrà il momento della ribellione, a unirsi, a organizzare, a esercitare pressioni sui ribelli verso una politica di solidarietà, di aiuto reciproco e di cooperazione transfrontaliera.

Jürgen Habermas ha scritto in modo ispirato dell'«abietto spettacolo della società capitalistica mondiale frammentata lungo le linee nazionali». Ma è nei nostri stessi frammenti, nei nostri stessi stati-nazione, che dobbiamo iniziare. Questo, a ogni modo, è ciò che credo: che se recupereremo la cittadinanza a casa nostra, scopriremo che il mondo non è tanto distante. ( Traduzione di Anna Bissanti) 

Il testo di cui pubblichiamo un estratto è al centro di uno dei tre incontri che Michael Walzer (foto) terrà tra Roma e Milano dal 6 all'8 maggio, promossi da Reset (rivista diretta da Giancarlo Bosetti), Luiss, Fondazione Feltrinelli e Centro Studi Americani

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9 maggio 2014 5 09 /05 /maggio /2014 20:43

Gerry Adams, il leader del Sinn Fein arrestato perché sospettato di essere il mandante dell'omicidio di Jean Mc Conville, vedova e madre di dieci figli, uccisa nel 1972 dall'Ira, l'esercito clandestino repubblicano, perché considerata erroneamente un'informatrice della polizia, è stato rilasciato. Per ora, la pubblica accusa ha ritenuto non vi fossero prove sufficienti per trattenerlo. La vicenda ha scoperchiato un vaso di Pandora: molti temono che un'eventuale incriminazione di Adams incrini la stabilità della pacificazione avviata con gli accordi del Good Friday del 1998 e conclusa nel 2010, di cui è stato protagonista attivo. Si ripropone un dilemma tragico che varca i confini dell'Irlanda del Nord: «Quando è applicata rigorosamente la giustizia, non c'è pace, e dove c'è la pace la giustizia non è applicata rigorosamente », dice il Talmud. Lo spirito di pace, chiosa il filosofo israeliano Avishai Margalit, coincide con quello del compromesso, che non è sempre compatibile con l'esercizio della legge.

Ma dove si colloca il punto di equilibrio tra le due istanze, in presenza di conflitti etnici o politici laceranti che hanno lasciato sul terreno centinaia di morti da ambo le parti? Una prima considerazione: la "civilizzazione del conflitto", ossia il processo che fa subentrare la politica e il confronto civile alla violenza (si tratti di guerra, guerriglia, atti di terrorismo, assassini), per quanto efficace (quello avvenuto tra Regno Unito e Irlanda del Nord è un modello per la gestione del conflitto basco), non comporta una civilizzazione dei toni del confronto politico. Offre piuttosto nuove e più terribili armi alle polemiche.

Adams ha lamentato la strumentalità dell'arresto nell'imminenza delle elezioni: brandire il passato come un maglio da abbattere sull'avversario politico è una (pessima) abitudine molto diffusa, in effetti. Nel 1996, in Spagna, lo "scandalo Gal", ossia il sospetto che alcuni leader socialisti fossero stati collusi con i "Gruppi di liberazione antiterroristica" che conducevano la "guerra sporca" dello Stato contro l'Eta, contribuì alla loro sconfitta alle elezioni. Venendo alle piccole faccende di casa nostra, nel 2011 il sindaco di Milano uscente Letizia Moratti cercò di screditare il competitor Giuliano Pisapia rinfacciandogli il coinvolgimento in un'inchiesta penale risalente agli anni Settanta, mentre la stampa di destra bollava taluni suoi sostenitori come "amici dei terroristi".

La pacificazione materiale è il primo passo, fondamentale, ma non risana le ferite della società quando, come in Ulster, migliaia di sopravvissuti attendono ancora verità e giustizia su troppi delitti. Nel settembre 2013, un rapporto di Amnesty International ha esaminato le attività degli organismi impegnati a indagare su violenze e violazioni dei diritti umani commesse da attori statali e da gruppi armati in Irlanda del Nord durante tre decenni, concludendo che i meccanismi esistenti erano intrinsecamente carenti e troppo spesso non erano riusciti a ristabilire la verità e la giustizia per le vittime e per le loro famiglie, da ambo le parti.

E pochi giorni fa l'ex segretario di Stato per l'Irlanda del Nord Shaun Woodward ha rilanciato sul Guardian: «Abbiamo un'opportunità unica di definire nei dettagli un meccanismo per affrontare le questioni ancora irrisolte», che veda il coinvolgimento delle comunità delle vittime, evocando il Sudafrica della "Commissione verità e riconciliazione". Bisogna dunque mettere da parte la giustizia penale? La via dell'amnistia sui delitti del franchismo con cui la Spagna uscì da quarant'anni di dittatura è difficilmente esportabile, come pure il luminoso esempio sudafricano, laddove non ci sia stata una "transizione" effettiva, cioè un vero e proprio mutamento del regime di governo. In questi casi, sospendere la giustizia ordinaria non è raccomandabile.

Esemplare, in questo senso, la condotta di Adams, che si è comunque messo a disposizione degli inquirenti e non ha messo in discussione l'autorità delle forze di polizia. Anziché limitarsi a enfatizzare il meccanismo "verità in cambio di impunità", però, dal modello sudafricano si può trarre ispirazione per impostare percorsi di "giustizia riparativa", che coinvolgono la società intera e non escludono, ma integrano la via dell'accertamento giudiziario.

Prevedono forme di ascolto e assistenza per le vittime, momenti di incontro e di confronto, pubblico riconoscimento di colpe e responsabilità politiche. Dato l'elevato tasso emotivo della materia, esempi e gesti simbolici di riconciliazione (in Israele alcune madri di vittime sui fronti opposti sono arrivate a praticare trasfusioni di sangue tra loro) hanno un potenziale straordinario nel catalizzare l'evoluzione del sentire. Nemmeno la via delle commissioni d'inchiesta va abbandonata: a seguito del rapporto Saville sul "Bloody Sunday" a Derry, il 30 gennaio 1972 (14 manifestanti disarmati uccisi dai parà britannici), il premier Cameron ha chiesto formalmente scusa a nome del governo britannico.

Un gesto dirompente: in Italia nessuno ha mai pensato di scusarsi per la morte di Pinelli o i depistaggi sulle stragi. Certo, i gesti simbolici, le commissioni e le inchieste per accertare la verità dei fatti non possono sostituire il "processo di civilizzazione" di un'intera società, lavoro di anni o più spesso decenni. Ma creare luoghi che favoriscano l'elaborazione di nuove narrazioni collettive è premessa necessaria per un rasserenamento della tensione sociale. In questo senso, la cultura può svolgere un ruolo fondamentale. La Spagna insegna: se la ben riuscita transizione dalla dittatura franchista alla democrazia si è basata su un prudente (e assai contestato) pacto del olvido, negli ultimi anni si è riacceso un dibattito molto vivace grazie alla letteratura. «Ora, a un quarto di secolo dalla Costituzione, si deve parlare», ha detto lo scrittore Javier Cercas. I suoi bellissimi romanzi non fiction Soldati di Salamina (sull'eredità della guerra civile) e Anatomia di un istante ( sul tentato golpe Tejero dell'81) hanno venduto centinaia di migliaia di copie scatenando discussioni vivacissime: segni di salute, curiosità, vitalità. Non si tratta di conciliare memorie inconciliabili: non sarebbe sano né auspicabile . Ricette precostituite per i "compromessi decenti", come li chiama Margalit, non ce ne sono.

E nemmeno equilibri permanenti. Piuttosto, le società ferite devono fabbricare un tavolo (fatto di leggi, principi di convivenza, regole, valori, condivisione di una base di fatti accertati, riconoscimento reciproco) abbastanza ampio da consentire a tutti quanti di sedersi, senza tentare né desiderare di farlo saltare. Un tavolo dove i commensali parlano magari ad alta voce, ma senza insultarsi, anche quando siedono su lati opposti.

Benedetta Tobagi –La Repubblica

Michael Walzer "Non bisogna mai rinunciare alla verità"

«QUANDO fare giustizia rischia di compromettere la pace, una via resta comunque aperta: quella della verità». Il filosofo politico Michael Walzer guarda in prospettiva al delicato caso di Gerry Adams, lo storico leader del partito nord-irlandese Sinn Féin, tenuto in carcere quattro giorni con l'accusa di omicidio per un fatto che risale a 42 anni fa. Walzer, professore emerito a Princeton, è in Italia per partecipare agli incontri organizzati da Giancarlo Bosetti per il ciclo Reset-Dialogues on Civilizations ( oggi pomeriggio alla Luiss di Roma, domani alla Fondazione Feltrinelli di Milano), ma sceglie di non sottrarsi alla controversia che sta animando il dibattito pubblico anglosassone, e non solo

. Professore, anche lei ritiene inquietante l'arresto e il rapido rilascio di Gerry Adams? Teme che sia la miccia di nuove vendette e violenze nell'Irlanda del Nord? «È difficile dirlo. Nutro un forte scetticismo rispetto agli sforzi dei giudici nel dimostrare la colpevolezza di Adams. E poi di quale tipo di complicità si sarebbe macchiato? Avrebbe autorizzato l'omicidio o, pur conoscendoli, avrebbe omesso di denunciare i suoi veri autori? Ma, al di là dell'aspetto giudiziario, non si può negare la rilevanza della questione, visto che alla fine degli anni Ottanta Adams ha svolto un ruolo da protagonista nel negoziato che mise fine al conflitto civile in Irlanda».

Crede che, in questi casi, l'amnistia sia l'unico strumento per preservare la pace? «L'amnistia è un prezzo molto difficile da pagare perché implica la rinuncia alla giustizia. Eppure sono parecchi i casi di transizione da un conflitto civile o da un regime autoritario verso uno Stato pacifico e democratico in cui si è fatto ricorso a tale strumento. Spesso sono gli esponenti del vecchio regime o coloro che hanno combattuto e perso a chiedere l'amnistia, ma non sempre è così. Pensi al caso di Pinochet in Cile, quando nel 1978 varò la legge d'amnistia per i crimini perpetrati a partire dal colpo di Stato del ‘73. Il primo governo cileno eletto democraticamente dopo la dittatura tentò di abolire l'amnistia, ma per conseguire una transizione pacifica quella legge rimase. In seguito, è stata impugnata da molti tribunali internazionali, perché per alcuni crimini contro l'umanità non può esserci oblio».

Qual è allora l'alternativa tra processo e amnistia nelle fasi di transizione? «In questi casi è coerente investigare sui crimini commessi e assicurare alla popolazione la conoscenza della verità, senza per questo dover ricorrere a processi di massa. In qualche misura, il modello è la Commissione sudafricana per la Verità e la Conciliazione. Un giudice che ha preso parte a quella commissione mi ha rivelato che di verità non ce n'è stata abbastanza e che nemmeno la riconciliazione è riuscita del tutto. Eppure quello è stato un tentativo onesto compiuto nella direzione giusta. E infine c'è una quarta strategia»

. Quale? «Nella Cecoslovacchia post-comunista, per esempio, chi aveva ricoperto incarichi pubblici durante il regime sovietico fu bandito dall'attività politica. Nessuna incarcerazione, ma la "semplice" espulsione dalla vita politica. Ecco un altro modo di affrontare il problema della transizione».

E come risponderebbe a chi, in questi passaggi, evoca il segreto di Stato? «Non penso che i crimini commessi da un governo possano essere protetti da leggi sul segreto di Stato. Dovrebbero essere denunciati piuttosto, tanto dalla stampa quanto dalla classe politica».

Vuole dire che la risoluzione delle transizioni esige una condanna politica prima che giudiziaria? «Esatto. Non bisogna tirarsi indietro rispetto alla ricerca della verità. Di fronte a questa, però, ci vuole un atto di condanna politica. Sul piano giudiziario serve un compromesso, ma sul piano politico no». Giulio Azzolini - La repubblica

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29 aprile 2014 2 29 /04 /aprile /2014 12:54

Quegli anni "a cuore duro" nell'Italia ostaggio delle Br

di Benedetta Tobagi - La Repubblica

Milano, 1981. Giacomo Colnaghi inventa barzellette e ridacchia da solo, nei lunghi tragitti in tram. Ama confondersi tra gli avventori che frequentano il vecchio bar della periferia dove ha scelto di vivere, il Casoretto (il quartiere popolare teatro delle imprese della "ligera" e della banda Bellini), immaginandone le vite. Ha trentasette anni, il viso segnato su un corpo magro da adolescente; soffre nel profondo la violenza e le contraddizioni del suo tempo, ma sa ritrovare la pace interiore alzando gli occhi sulla bellezza di un paesaggio, o inginocchiandosi a pregare. Gode dei panini («stupendi», insiste sull'aggettivo) del chiosco fuori dall'ufficio, delle discussioni infinite con l'amico di gioventù Mario, libraio e romantico senza fortuna, delle cene in osteria; eppure, ha un tratto ascetico che gli fa godere altrettanto, con un'intensità che la moglie Mirella stenta a capire, della solitudine del nudo bilocale in affitto (il troppo lavoro non gli lascia più il tempo di fare il pendolare dalla casa di famiglia nell'hinterland), così uguale ai covi dei suoi avversari.

Un mix tra fatti dicronaca e invenzioni letterarie  dallo stile nitido e a tratti anche umoristico.

Perché Colnaghi è un magistrato, e ha per le mani una grossa inchiesta di terrorismo rosso. Ha costituito un piccolo pool con due colleghi improbabili e riuscirà ad arrestare Meraviglia, il capo della cellula terrorista scissionista che ha ucciso un politico della Dc locale. Per questo, i brigatisti lo condannano a morte. Morte di un uomo felice ( Sellerio, pag. 263, euro 14) forma un dittico ideale col romanzo precedente di Giorgio Fontana,

Per legge superiore , di cui rincontriamo, in queste pagine, il protagonista Roberto Doni, nell'81 pretore alle prime armi, «inutilmente serio» e del tutto diverso dallo scherzoso Colnaghi, nonostante li leghi una schietta amicizia. Tornano, meditati a lungo, temi cari all'autore: la difficile giustizia degli uomini, la solitudine delle scelte radicali. Ma soprattutto, attraverso lo sguardo limpido di Colnaghi, Fontana narra in modo vivido la vita quotidiana nell'Italia ormai esausta per i colpi di coda del terrorismo brigatista. La scrittura è spoglia, nitida, elegante, con scarti inattesi di lirismo e lampi di humor. Il contesto storico è tratteggiato in modo essenziale, ma accurato, mescolando fatti di cronaca, come l'omicidio del giudice Galli, all'invenzione letteraria, con cui ci cala nei dilemmi e nella verità umana di quel tempo: lo sgomento davanti al dolore sordo di una vedova, lo sdegno per la violenza nel carcere, la rabbia e la frustrazione delle assemblee concitate a palazzo di giustizia, il malessere fisico al sentirsi bersaglio dell'odio di una ragazza che ha preso le armi, la paura.

Senza indulgenze né manicheismi, Fontana cerca, con Colnaghi, la comprensione prima del giudizio, facendo crescere, come nell'animo del suo protagonista, «l'edera del disagio » sulla pietra delle certezze. Senza trascurare la grazia del racconto, affronta di petto una pagina di storia lacerante, scegliendo la prospettiva (praticamente inedita nei romanzi italiani, come nota Gabriele Vitello nel saggio L'album di famiglia: gli anni di piombo nella narrativa italiana ) di una vittima del terrorismo. Ne restituisce il mondo interiore senza un filo di retorica: i rapporti complessi con la famiglia, un matrimonio che «ruotava attorno a un nucleo di silenzio cristallino», i sensi di colpa per l'impazienza verso un figlio troppo sensibile, la scelta di affrontare il rischio di essere ucciso in nome del semplice bisogno, quasi fisico, davanti a tanto male, di «contribuire anche minimamente a creare un ordine giusto». Con scelta coraggiosa, Fontana intreccia alla storia del terrorismo quella della Resistenza, recuperando la memoria dei grandi scioperi di fabbrica e le vicende poco note della lotta partigiana nel saronnese.

La storia smonta l'illusione della lotta armata che si autoproclama erede dela resistenza

Nel romanzo si alternano infatti — in un montaggio accurato, dal ritmo sostenuto — due piani: l'ultima estate del sostituto procuratore Giacomo e l'ultimo autunno di suo padre Ernesto, partigiano ucciso dai fascisti, un giovane operaio comunista, affamato di giustizia, innamoratissimo della moglie e del bambino appena nato. La sua esistenza è raccontata attraverso l'immaginazione del figlio che non l'ha potuto conoscere e da sempre va in cerca del suo sguardo, per costruire l'immagine dell'uomo che vuole essere. Attraverso il filo teso tra le loro vite parallele, Fontana lava con cura una ferita ancora dolente nel corpo d'Italia: i brigatisti si autoproclamavano veri eredi dei partigiani, ma il farmaco della letteratura semplicemente mostra e fa sentire l'abisso tra il giovane Ernesto e il 22enne brigatista Meraviglia, punto.

Nel gioco di rimandi tra padre e figlio, il titolo del romanzo, con quell'aggettivo spiazzante, «felice», sprigiona sempre nuovi significati e riflessioni, come vino lasciato a decantare. Cosa rende gli uomini quel che sono? Come si sfugge alla rabbia, alla tentazione della vendetta? Il segreto che preserva Giacomo dal diventare come gli «uomini dell'ira» sta forse nel bigliettino consunto che porta sempre con sé, il cui messaggio, struggente, è rivelato solo alla fine. Giorgio Fontana è nato nel 1981, l'anno in cui il suo protagonista è assassinato. «Non potrai giudicare di questi anni vissuti a cuore duro, mi dico », scriveva Mario Luzi nella poesia Presso il Bisenzio , «potranno altri in un tempo diverso. / Prega che la loro anima sia spoglia/ e la loro pietà sia più perfetta». Parole adatte a sugellare questo romanzo che prima mancava e ora c'è. 

Un mix tra fatti di cronaca e invenzioni letterarie dallo stile nitido e a tratti anche umoristico La storia smonta l'illusione della lotta armata che si autoproclamava erede della Resistenza * IL LIBRO Morte di un uomo felice di Giorgio Fontana ( Sellerio pagg. 280 euro 14) 

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14 aprile 2014 1 14 /04 /aprile /2014 16:58

 Dai cento giorni di sangue dell’immensa carneficina degli Hutu e dei Tutsi sono passati vent’anni. Il Ruanda, che si appresta a ricordare con dolore, è cambiato: Kigali è oggi una delle capitali più linde e ben organizzate d’Africa, l’economia è un piccolo miracolo. Il merito? Soprattutto delle donne,

IL GENOCIDIO: al 6 aprile a metà luglio del 1994 per circa 100 giorni, furono massacrati tra 800.000 e 1.000.000 di Tursi e Hutu mederati.

IL RUOLO DELL'ONU: L'ONU fu accusata di disinteressse nei confronti della tragedia Ugandese: il Consiglio di Sicurezza  a lungo ignorò le molte richieste di intervento.

PIETRO VERONESE, la Repubblica •

KIGALI – «LA prossima settimana sarà di nuovo un periodo difficile», dice Valérie Mukabayire. Sarà la penombra, la luce soffusa, la quiete della stanza dove stiamo parlando da un’ora, ma ho l’impressione che la compostezza di Valérie per un momento si incrini, le parole rallentino e i suoi occhi scuri si facciano lucidi. È solo un momento però. «Dobbiamo lavorare, andare avanti», aggiunge subito dopo una pausa. La prossima settimana, a partire da lunedì 7 e per tutti i giorni successivi, sarà lutto nazionale in Ruanda. Il paese rivivrà i giorni del genocidio del 1994, quando 800mila, fors’anche un milione di Tutsi ruandesi e di Hutu che si opponevano alla carneficina vennero giustiziati all’arma bianca, a colpi di mazze e di machete, trasformando il paese in un gigantesco carnaio. Nella sostanziale indifferenza del mondo, durò cento giorni, fino ai primi di luglio, quando il Fronte patriottico ruandese entrò a Kigali e pose fine alle stragi.

È stato il più grande massacro dalla fine della Seconda guerra mondiale, una delle pagine più atroci della storia dell’umanità: per l’efferatezza degli assassini, e per il mancato soccorso internazionale. «Il genocidio è un lutto che non si elabora», scrive qui accanto Scholastique Mukasonga, ed è quello che credo di intravedere negli occhi di Valérie. Dei fatti del ‘94 siamo venuti a parlare esplicitamente solo alla fine, ma in Ruanda sono il riferimento implicito in tutto quello che si dice, così come a Murambi, Nyamata, Bisesero, Nyarabuye e altrove il verde smeraldo di uno dei Paesi più belli dell’Africa nasconde sotto un sottile velo di terra (e talvolta neppure quello) le pile di morti.

Valerie Mukabayure perse marito, genitori e tutti i fratelli. Oggi dirige la casa della pace.

Valérie Mukabayire dirige la Casa della Pace, un centro che assiste le donne più povere di Kigali dando loro una formazione, un mestiere per aiutarle a farcela da sole. È un progetto molto bello, un piccolo successo che dura da dieci anni, interamente sostenuto da una piccola ong italiana che si chiama Progetto Ruanda. All’inizio, ricorda Valérie, tutte le donne assistite avevano le vite segnate dalla grande strage del ‘94: perché erano rimaste vedove, perché i mariti erano in prigione accusati di genocidio, perché erano giovani orfane che dovevano badare ai fratelli minori, perché erano ragazze-madri vittime di violenze sessuali. Le mogli delle vittime e dei sospetti aguzzini, insieme. «C’erano molti problemi, poi abbiamo scoperto che lavorando le une accanto alle altre la riconciliazione si faceva da sé». Con gli anni le tensioni si sono stemperate e le donne hanno continuato a venire alla Casa della Pace spinte dalla perdurante povertà, più che dalle ferite aperte del genocidio. La vita è andata avanti. Il passato si è allontanato.

È stato a questo punto del racconto che ho commesso l’errore di chiedere a Valérie dove era lei nell’aprile del 1994. È stato allora che la sua voce si è quasi spezzata. Senza spiegare né il dove né il come, mi ha detto che nel genocidio ha perso il marito, entrambi i genitori, tutti i fratelli. Si sono salvati insieme a lei i tre figli, all’epoca piccolissimi, nascosti a rischio della vita da alcuni amici. Sono passati vent’anni e il Ruanda si è piano piano ricostruito, psicologicamente, e talora letteralmente, sopra un grande cimitero. Kigali è diventata una delle capitali più linde, accoglienti, ordinate dell’Africa, rimessa progressivamente a nuovo, modernizzata.

L’economia nazionale, pur restando sostanzialmente agricola, ha continuato a crescere, facendo di questo Paese una delle storie positive più volentieri raccontate dagli economisti dello sviluppo. È piccolo, lontano dal mare, ma ben amministrato, onesto, laborioso, un ambiente attraente per gli investitori tentati dall’Africa ma spaventati da un contesto troppo spesso inaffidabile. Certo, basta spingersi pochi chilometri fuori dalla capitale e ai parcheggi pieni di Suv dei centri commerciali si sostituiscono le schiene curve sul lavoro dei campi, le capanne, le donne chine a maneggiare la zappa. Con le sue mille colline, i terrazzamenti agricoli che evocano in questi tropici africani un paesaggio cinese, il Ruanda rimane un Paese di undici milioni di montanari contadini. Ma si è rimesso meravigliosamente in piedi e va avanti spedito. A Immaculée Ingabire sono venuto a chiedere le ragioni di un’altra peculiarità del nuovo Ruanda: il potere delle sue donne.

Il parlamento é n gran parte femminile: 50 seggi su 80. "Ricordare, unire, rinovare é lo slogan.

A differenza dal resto dell’Africa e di quasi tutto il mondo, il Parlamento, rieletto in settembre, è donna: 50 seggi su 80; molti portafogli ministeriali importanti sono affidati a donne e l’avanzata continua nelle amministrazioni locali, nel business, nelle professioni. Immaculée è una donna formidabile, alta, elegante, piena di autorità, una specie di zar anticorruzione nel ruolo di presidente della sezione ruandese di Transparency International. «Se è una conseguenza del genocidio? Sì e no. Sì, perché all’indomani dei massacri c’era un bisogno estremo di tutte le energie rimaste e gli uomini erano o morti, o in fuga all’estero, o in prigione. Le donne sono state chiamate a riempire quel vuoto e hanno dimostrato di essere all’altezza. Ma anche no, perché l’uguaglianza di genere è sempre stata una bandiera del Fronte patriottico. Dunque, quando il Fronte ha preso il potere, si è aperta una possibilità e le donne ne hanno subito approfittato. All’inizio non è stato facile: c’erano sì e no cento laureate in tutto il Ruanda, anche se molte sono tornate dall’esilio ».

Kigali si prepara lentamente alla commemorazione di lunedì. Ai maggiori incroci della capitale compaiono grandi cartelli che annunciano il ventesimo anniversario e proclamano lo slogan delle celebrazioni: «Ricordare, unire, rinnovare». Forse il secondo punto è quello meno realizzato, anche se il parere di Valérie (e il credo ufficiale) è che la riconciliazione nazionale è avvenuta e i ruandesi non sono più né Hutu né Tutsi, ma tutti cittadini allo stesso titolo e senza distinzioni. Davanti a una birra, più di uno straniero residente è pronto a giurare che se solo il potere abbassasse un poco la guardia l’odio tornerebbe a prendere il sopravvento. Un buon motivo per non abbassarla, dunque, e anche se i commentatori internazionali sottolineano in questi giorni l’isolamento internazionale del Ruanda, accusato di destabilizzare la vicina Repubblica democratica del Congo e soprattutto di compiere assassinii politici mirati di esuli all’estero, la politica estera ruandese sembra ispirata a questo semplice principio: meglio soli che morti. Sarà un caso, ma il mio taccuino ruandese continua a riempirsi di nomi di donne.

Ritrovo Yolande Mukagasana, la prima e la più nota testimone del genocidio. Il suo primo libro, La morte non mi ha voluta, del 1997,fu tradotto in tutto il mondo. In quelle pagine Yolande ha raccontato come nei primi giorni dell’aprile 1994 le uccisero i tre figli, il marito, fratelli, sorelle, cognati. Lei si salvò nascosta sotto l’acquaio nella cucina di una vicina. Per il decimo anniversario Yolande commemorò il genocidio con un articolo pubblicato sulla prima pagina di Repubblica. Dal 2011, dopo molti anni passati in Belgio, è tornata a vivere a Kigali. Nella sua vecchia casa, quella, mi dice, «dove accadde tutto». Il passato non passa, il lutto del genocidio non si elabora. Eppure Yolande si è fatta con gli anni più luminosa, più serena. Un po’ come il Ruanda.

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17 gennaio 2014 5 17 /01 /gennaio /2014 15:15

 

 

Occorre che qualcuno ricordi , in mezzo a tutte le celebrazioni dell'uomo di pace,  che all'inizio drammatico della sua carriera Mandela é un uomo che ha preso le armi per difendere la dignità e la libertà del suo popolo.

 

IL GIGANTE NATO IN CELLA

NON riesco a crederci, eppure è così. Madiba, che ha dato così tanto a noi e al mondo, non c' è più. Sembrava che sarebbe stato sempre con noi. Diventò un gigante per il mondo solo dopo il 1994, quando divenne presidente del Sudafrica. MA LA sua figura aveva cominciato a ingigantirsi quando era a Robben Island. Già allora veniva descritto in termini che lo facevano sembrare più grande dei comuni mortali. Si vociferava che qualcuno nell' Anc temesse che si sarebbe scoperto che il colosso aveva i piedi d' argilla e quindi volesse "eliminarlo" prima che il mondo rimanesse deluso. Non aveva ragione di aver paura. Mandela superò le aspettative. Incontrai Madiba una volta, di sfuggita, all' inizio degli Anni ' 50. Studiavo per diventare insegnante al Bantu Normal College, vicino Pretoria,e lui era giudice nella gara di dibattito tra la nostra scuola e la Jan Hofmeyr. Era alto, distinto, affascinante. Incredibilmente, non lo avrei più rivisto fino a quarant' anni dopo, il febbraio del 1990, quando lui e Winnie trascorsero la loro prima notte di libertà in casa nostra, a Bishopscourt, un sobborgo di Città del Capo. In quei 40 anni erano successi eventi memorabili: la campagna per la resistenza passiva, l' adozione del Freedom Charter e il massacro di Sharpeville del 21 marzo 1960. Quella strage ci disse che anche se protestavamo pacificamente ci avrebbero sterminati come insetti e che la vita di un nero contava poco. Il Sudafrica era un Paese dove c' erano cartelli che annunciavano senza vergogna «Vietato l' ingresso agli indigeni e ai cani». Le nostre organizzazioni politiche erano proibite; molti membri erano in clandestinità, carcere o esilio. Abbandonarono la non violenza: non avevano altra scelta che passare alla lotta armata. Fu così che l' Anc creò l' Umkhonto we Sizwe, con Nelson a capo. Mandela aveva capito che la libertà per gli oppressi non sarebbe arrivata come una manna dal cielo e che gli oppressori non avrebbero rinunciato spontaneamente ai loro privilegi.

IL SIMBOLO DI PERDONO. Qualcuno temeva che il colosso avesse i piedi di argilla e che la gente ne rimanesse delusa. Non c’era ragione di aver paura. Diventò un simbolo indiscusso di perdono.

Essere associati a quelle organizzazioni fuorilegge diventò un reato di sedizione: e questo ci porta al capitolo successivo, il processo di Rivonia. Temevano che Mandela e gli altri imputati sarebbero stati condannati a morte, come chiedeva la pubblica accusa. All' epoca studiavo a Londra: organizzammo veglie di preghiera a Saint Paul per scongiurarlo. I difensori cercarono di convincere Mandela a moderare i toni della sua dichiarazione dal banco degli imputati, temendo che il giudice potesse prenderla come una provocazione. Ma lui insistette che voleva parlare degli ideali per cui aveva lottato, per cui aveva vissuto e per cui, se necessario, era pronto a morire. Tirammo tutti un enorme sospiro di sollievo quando fu condannato ai lavori forzati, anche se significava un lavoro massacrante nella cava di Robben Island. Qualcuno ha detto che i 27 anni che Mandela ha trascorso in prigione sono stati uno spreco, che se fosse stato rilasciato prima avrebbe avuto più tempo per tessere il suo incantesimo di perdono e riconciliazione. Mi permetto di dissentire. Quando Mandela entrò in carcere era un giovane uomo arrabbiato, esasperato da quella parodia di giustizia che era stato il processo di Rivonia. Non era un pacificatore. Dopo tutto era stato comandante dell' Umkhonto we Sizwe e il suo intento era rovesciare l' apartheid con la forza. Quei 27 anni furono cruciali per il suo sviluppo spirituale. La sofferenza fu il crogiolo che rimosse una gran quantità di scorie, regalandogli empatia verso i suoi avversari. Contribuì a nobilitarlo, permeandolo di una magnanimità che difficilmente avrebbe ottenuto in altro modo. Gli diede un' autorità e una credibilità che altrimenti avrebbe faticato a conquistare.

GLI ANNI DI CARCERE Quei 27 anni in carcere furono cruciali. Quando entrò era un giovane arrabbiato. Il dolore gli regalò empatia verso gli avversari, gli diede la forza di chi patisce in nome di altri Nessuno poteva contestare le sue credenziali.

Quello che aveva passato aveva dimostrato la sua dedizione e la sua abnegazione. Aveva l' autorità e la forza d' attrazione di chi soffre in nome di altri: come Gandhi, Madre Teresa e il Dalai Lama. Eravamo tutti incantati l' 11 febbraio 1990, quando il mondo si fermò per vederlo emergere dalla prigione. Che meraviglia è stato essere vivi, poter provare quel momento! Ci sentivamo orgogliosi di essere umani grazie a quell' uomo straordinario. Per un attimo tutti abbiamo creduto che essere buoni è possibile. Abbiamo pensato chei nemici potevano diventare amicie abbiamo seguito Madiba lungo il percorso di perdono e riconciliazione, esemplificato dalla Commissione per la verità, da un inno nazionale poliglotta e da un governo di unità nazionale in cui l' ultimo presidente dell' apartheid poteva essere il vicepresidente e un "terrorista" il capo dello Stato. Madiba ha vissuto quello che ha predicato. Non ha forse invitato il suo ex carceriere bianco come ospite d' onore alla cerimonia d' inaugurazione della sua presidenza? Non è forse andato a pranzo con il procuratore del processo di Rivonia? Non è forse volato a Orania, l' ultimo avamposto afrikaner, per prendere un tè con Betsy Verwoerd, la vedova del sommo sacerdote dell' ideologia dell' apartheid? Era straordinario. Chi può dimenticare quando si spese per conservare l' emblema degli Springboks per la nazionale di rugby, odiatissima dai neri? E quando, nel 1995, scese sul campo di gioco all' Ellis Park con una maglia degli Springboks per consegnare nelle mani del capitano Pienaar la coppa del mondo di rugby con la folla, composta soprattutto da bianchi afrikaner, che scandiva «Nelson, Nelson»? Madiba è stato un dono straordinario per noi e per il mondo. Credeva ferventemente che un leader è lì per guidare, non per esaltare se stesso. In tutto il mondo era un simbolo indiscusso di perdono e riconciliazione, e tutti volevano un po' di lui. Noi sudafricani ci crogiolavamo nella sua gloria riflessa. Ha pagato un prezzo pesante per tutto questo. Dopoi suoi 27 anni di prigioniaè arrivata la perdita di Winnie. Quanto adorava sua moglie! Per tutto il tempo che sono stati in casa nostra, seguiva ogni suo movimento come un cucciolo adorante. Il loro divorzio fu per lui un colpo durissimo. Graça Machel è stata un dono del cielo. Madiba si preoccupava davvero per le persone. Un giorno ero a pranzo con lui nella sua casa di Houghton. Quando finimmo di mangiare, mi accompagnò alla porta e chiamò l' autista. Gli dissi che ero venuto da Soweto con la mia auto. Pochi giorni dopo mi telefonò: «Mpilo, ero preoccupato per il fatto che guidie ho chiesto ai miei amici imprenditori. Uno di loro si è offerto di spedirti 5.000 rand al mese per assumere un autista!». Spesso sapeva essere spiritoso. Quando lo criticai per le sue camice pacchiane mi rispose: «E lo dice uno che gira con la sottana!». Mostrò grande umiltà quando lo criticai pubblicamente perché viveva con Graça senza essere sposato. Alcuni capi di Stato mi avrebbero attaccato, lui mi invitò al suo matrimonio. Il nostro mondo è un posto migliore per aver avuto una persona come Nelson Mandela e noi in Sudafrica siamo un po' migliori. Come sarebbe bello se i suoi successori lo emulassero e se noi dessimo il suo giusto valore al grande dono della libertà che ha conquistato per noi a prezzo di tanta sofferenza. Ringraziamo Dio per te, Madiba. Che tu possa riposare in pace e crescere in gloria. (Copyright Mail and Guardian Traduzione di Fabio Galimberti) Desmon Tuto – La Repubblica

Non seguiva la tolleranza ma il mutuo riconoscimento, vedeva le persone solo come esseri umani

Fra gli orfani di Mandela.Costruiremo il Sudafrica che aveva sognato per noi. Non c’è più dolore del lutto, non più lacrime. Ora la gente vuole essere unita nel suo nome, dimostrare che il sogno può continuare e non saranno le divisioni a vincere

  Il monumento: In definitiva, quello che voleva era che il vero monumento fossimo noi, la gente del suo paese, Ora spetta a noi provarci.                                                                      IL futuro: certo soffriamo ancora. Ma la nostra vita oggi è migliore grazie lui. E i miei nipoti, che sono qui con me, hanno davanti un futuro. Tutto grazie a lui

Inimitabile: nessuno sapeva guardare lontano come lui, è questo che ne ha fatto un leader inimitabile: averlo è stato un privilegio. Grazie Madiba I biscotti: era il mio vicino: una volta attraversò la strada, suonò alla porta e si mise parlare con mia moglie di ricette e del modo migliore di infornare i biscotti.

PIETRO VERONESE JOHANNESBURG - La Repubblica. Sono il Sudafrica che aveva sognato, queste migliaia di persone assiepate sulla Quarta avenue di Houghton, davanti al muro di cinta della sua casa: nerie indiani, bianchi, ricchi suoi vicini di quartiere e anziane nonne contadine venute apposta dalla campagna coni nipotini. Un miscuglio di colori, religioni, culture, origini vicinissime e lontane - europee, asiatiche, mediorientali - che fanno del Sudafrica l' immagine di quello che sta diventando il mondo intero e inducono a sperare che, se continuerà a funzionare qui, potrà davvero funzionare ovunque altrove. Un altro muro sta sorgendo davanti a quello in muratura, un muro di fiori, biglietti, messaggi di commiato, candeline, ritratti di "Tata Mandela", papà Mandela, disegnati da artisti, scolaresche, incerte mani di bambini. «Grazie Madiba», «Riposa in pace», « Hamba Kahle. Addio, compagno», «Per sempre nei nostri cuori». Il silenzio dell' agonia è finito e adesso anche qui, davanti all' edificio che racchiuderà ancora per qualche ora il corpo senza vita di Nelson Mandela, c' è brusio, canti, un clima quasi di gioia di ritrovarsi insieme. Non c' è infatti atmosfera di lutto, non più le lacrime che si erano viste nelle prime ore dopo che il presidente Zuma aveva dato la notizia della morte, e ancora il giorno dopo. In stridente contrasto con i toni che s' impongono all' ufficialità governativa, nella strada i volti rivelano piuttosto la contentezza di essere qui, vicini a Madiba, uniti nel suo nome, a «rendere omaggio» come dice una biondissima mamma stringendosi i figli in età prescolare. Qualcuno lecca un gelato, tutti sfoderano il cellulare per fare un foto, un gruppo intona Shosholoza, il canto dei minatori migranti reso universalmente noto dal film Invictus. Le persone si assiepano, si stringono, si abbracciano, si tengono per mano. È come se fossero venuti a dirgli che il suo Sudafrica vive e gli sopravviverà, che la sua eredità spirituale verrà raccolta dalle generazioni e il seme della tolleranza, della convivenza, della riconciliazione continuerà a fruttificare. E anche a rassicurare se stessi che così sarà e loro non si lasceranno avvincere dai seminatori di zizzania né travolgere dalle divisioni intestine. Ancora una volta è stato Desmond Tutu, l' anziano arcivescovo grandissimo amico del leader scomparso, con una di quelle frasi meravigliose di cui egli solo ha il segreto, a riassumere lo spirito del momento: «In definitiva, voleva che il monumento alla sua memoria fossimo noi sudafricani». Gli uomini e le donne stipati all' angolo tra la Quarta strada e la Dodicesima avenue ci stanno già provando. «Soffriamo», dice l' anziana contadina venuta dall' Orange Free State, «ma la nostra vita oggi è migliore grazie a lui e i miei nipoti, qui, hanno davanti un futuro». «Nessuno sapeva guardare lontano come lui, è questo che ne ha fatto un leader inimitabile», afferma un distinto signore indiano. Oltre l' incrocio, fermo sul cancello della sua lussuosa residenza, il dottor Mohamed, medico al vicino ospedale, racconta volentieri di quando Mandela, allora presidente, attraversò la strada e suonò il campanello, chiedendo di entrare a fargli visita «e si mise a parlare con mia moglie di ricette e del modo migliore di infornare i biscotti». «Averlo potuto incontrare per me è stata una benedizione», conclude il dottore. Ai bordi della via venditrici ambulanti hanno sistemato sull' erba una mercanzia studiata per la circostanza, ritratti, spille da fissare sul bavero della giacca, stoffe stampate con l' effigie di Madiba, il tutto nei colori nero verde e oro dell' African National Congress, il partito che fu di Mandela e governa il Paese da vent' anni. Gli affari vanno molto bene, dice una di loro. L' Anc rivendica legittimamente l' appartenenza di Madiba ai suoi ranghi ed è, insieme al governo e alla famiglia, uno dei tre grandi organizzatori delle cerimonie funebri. Al tempo stesso tuttavia traspare l' intento di usare politicamente il mito di Mandela per dare lustro a un' organizzazione che l' esercizio del potere ha pesantemente compromesso. E mentre le reti della tv di Stato trasmettono quasi in permanenza biopics sulla vita del "Padre della nazione", dibattiti sul suo lascito politico e spezzoni di suoi discorsi, il governo prepara la settimana di celebrazioni e lutto nazionale che si concluderà domenica 15 con la sepoltura di Mandela a Qunu, il villaggio della sua infanzia. L' impressione che ha dato ieri il ministro alla Presidenza Collins Chabane parlando con i giornalisti è che le cose stiano ancora molto indietro. Martedì ci sarà la commemorazione ufficiale allo FNB Stadium di Soweto, alla presenza dei capi di Stato e di governo venuti da tutto il mondo, tra i quali il presidente del consiglio italiano Enrico Letta. Poi tre giorni di camera ardente agli Union Buildings di Pretoria, fino a venerdì. Sabato il trasferimento aereo della salma nell' Eastern Cape e l' indomani i funerali. Questo il programma: ma sui dettagli ci sono ben poche informazioni. Non si conoscono ancora gli orari, le modalità previste per contenere una folla che si preannuncia oceanica, le dimensioni dell' apparato di sicurezza che dovrà gestire l' affluenza di dignitari e notabili dai quattro punti cardinali, a cominciare dal presidente americano Barack Obama. Si sa tuttavia che le Forze armate sono tutte mobilitate, sospese vacanze, licenze, turni di riposo, compreso il richiamo di molti riservisti. Ed è trapelato che al corpo diplomatico, la ministra degli Esteri ha vivamente sconsigliato la presenza dei capi di Stato ai funerali. Impedire di partecipare a delle esequie è una cosa inconcepibile, avrebbe detto, ma a Qunu saremo in grado di garantire ben poco, per cui sarà molto meglio che i vostri leader presenzino alla commemorazione di martedì, rendano omaggio alla salma l' indomani e poi partano. E in effetti la gestione della presenza di migliaia di invitati e giornalisti in un borgo rurale del profondo Sudafrica si presenta come un incubo per la logistica e la sicurezza. Il Paese si appresta comunque a dare un grande spettacolo della propria partecipazione e unità. Nei tre giorni della camera ardente la salma verrà trasportata ogni mattina in corteo da una base militare presso Pretoria al palazzo della Presidenza e riportata indietro alla sera. La popolazione è invitata ad assieparsi ai lati della strada e così sicuramente accadrà. L' affluenza al grande stadio di Soweto martedì fa seriamente temere il rischio di un sovraffollamento assai difficile da gestire. Le autorità si vantano delle passate esperienze, manifestazioni colossali, vertici internazionali, eventi come i Mondiali di calcio, tutti andati a buon fine. Ma quello che sta per accadere non ha precedenti. Sarà, in tutti i sensi, una settimana di passione. Domani intanto giornata di raccoglimento e di preghiera in tutte le chiese del Sudafrica.

Bono: La povertà è colpa dell' uomo lui mi ha insegnato a combatterla

Superare la povertà non è un compito della beneficienza ma un atto di giustizia, Come l’apartheid, come la schiavitù, la povertà non è naturale, è creata dall’uomo e può essere superata dall’azione di esseri umani Silvia Bizio - La Repubblica NEW YORK - La coincidenza è quasi irreale: la morte di Nelson Mandela avviene proprio durante il lancio del film Mandela di Justin Chadwick.

Bono e U2 hanno scritto la colonna sonora del film, Ordinary Love canzone ispirata, ci racconta Bono a New York, alla storia d' amore fra Mandela e sua moglie Winnie. «Voglio dire subito la cosa più ovvia - esordisce - e cioè che siamo a disagio nel parlare di una canzone e di un film quando la ragione per cui sono nate quella canzone e quel film ci ha appena abbandonato». Accanto a lui, gli altri membri degli U2: «Però dobbiamo parlarne: vogliamo che un' altra generazione capisca chi è stato Nelson Mandela», conclude.      Come è iniziato il vostro rapporto?                                                                            «Eravamo adolescenti quando abbiamo fatto il nostro primo concerto anti-Apartheid a Dublino. C' è un ovvio legame fra noi e Mandela: noi irlandesi siamo particolarmente sensibili all' oppressione, la lotta rivoluzionaria fa parte del nostro Dna».                        Come avete pensato alla canzone per il film?                                                                    «Le prime idee che avevamo avuto erano di tipo politico: ma in realtà quello che ci ha colpito è stata la storia d' amore fra Nelson e Winnie. Il rapporto fra Mandela e la sua famiglia è stato centrale nelle decisioni che ha preso nella lotta contro l' Apartheid: così abbiamo voluto fare una canzone umana».                                                                       Avete avuto modo di parlare con Mandela del film?                                                          «No. L' ultima volta che l' ho visto è stato 18 mesi fa, siamo andati a trovarlo con i miei due figli e abbiamo passato dei momenti meravigliosi insieme. La profondità della sua mente e le sue idee erano nascoste dietro il suo senso dell' umorismo, ti prendeva sempre alla sprovvista. Tutto il mondo voleva vederlo e lui diceva: perchè venite a incontrare un vecchio rivoluzionario come me?».                                                                                                 Quale lezioni ha imparato da lui sul lavoro umanitario?                                                    «Non amo la parola beneficenza ma è importante usarla in questo caso. Una delle lezioni che ho imparato viene da un discorso nel 2005: disse che superare la povertà non è un compito della beneficenza ma un atto di giustizia. Come l' Apartheid, come la schiavitù, la povertà non è naturale, è creata dall' uomo e può essere superata dalle azioni di esseri umani».                                                                                                                           Ricorda la sua prima apparizione pubblica con Mandela?                                                    «È stato a un concerto a Barcellona: eravamo in uno stadio enorme, c' era posto per 20mila persone e l' evento aveva il ridicolo titolo Frock and rock, una combinazione di moda e musica per una raccolta fondi in favore della Fondazione Mandela. Alla fine però non si capiva se Mandela sarebbe venuto o meno, così tutte le altre band si erano ritirate: eravamo rimasti solo noia suonare. Il risultato è stato che non c' era nemmeno molto pubblico, forse 3000 persone: quando abbiamo capito che sarebbe venuto davvero eravamo terrorizzati che ci rimanesse male. Allora abbiamo aspettato un' ora, ma poi dovevamo davvero cominciare: qualcuno ha avuto l' idea di spegnere tutte le luci nello stadio per non far vedere che era mezzo vuoto, e io e Naomi siamo saliti sul palco con lui, sperando che non si accorgesse del vuoto. Lui ha guardato fisso davanti a sé e ha detto: "La cosa peggiore è avere aspettative alte, perchè sarai sempre deluso". Ero imbarazzatissimo, ma lui ha proseguito: "Sono venuto qui con alte aspettative e avete superato ogni mia aspettativa! Siete venuti in 3000 a vedermi, non merito tanta attenzione!". L' ho guardato e ho capito che non stava scherzando, era serio. È stata una lezione su come vedere il mondo».                                                                                                          La generazione dei nati liberi                              Basta parlare di Apartheid non abbiamo più paura dei bianchi I ragazzi che non hanno vissuto sotto l’apartheid sono oggi circa il 40% della popolazione del Sud Africa JOHANNESBURG - Seduta nel salotto della sua casa, alla periferia est di Johannesburg, a 45 minuti dalla città, Nokuthula Magubane, 18 anni, parla con affetto dell' afrikaans. Un atteggiamento che alle generazioni di sudafricani che l' hanno preceduta appare quasi inconcepibile. «L' afrikaans è una lingua bellissima e pacata», afferma. Durante l' apartheid l' adozione ufficiale dell' afrikaans nelle scuole fu una delle scintille che innestarono le rivolte studentesche di Soweto del 1976.: centinaia di ragazzi, molti più giovani di Magubane, furono uccisi. Moltissimi altri preferirono abbandonare gli studi anziché essere istruiti in quella che consideravano la lingua dell' oppressore. «In fin dei conti però- afferma oggi Magubane - è solo una lingua».

Chi è arrivato dopo la fine della segregazione non riesce nemmeno a capire fino in fondo.

Sentimenti analoghi sono comuni tra i membri della generazione di Magubane, noti come "nati liberi" perché venuti al mondo dopo la fine dell' Apartheid o subito prima, e troppo giovani per ricordarlo. Naturalmente questi ragazzi conoscono Nelson Mandela ma per loro è quasi impossibile immaginare come ci si potesse sentire nel vederlo emergere dalla prigionia nel 1990 e diventare presidente quattro anni più tardi. I nati liberi sono una percentuale enorme della popolazione: il 40%, stando ai dati ufficiali. I loro numerosi detrattori, più anziani di loro, li considerano apatici, apolitici e inconsapevoli della lotta che ha garantito loro un' esistenza migliore. Dal canto loro, questi ragazzi, detti anche "generazione Mandela", insistono nel dire che la loro determinazione a guardare al futuro e non al passato è il più grande tributo che si possa offrire all' ex presidente. «È vero: siamo stati oppressi dai bianchi. È vero: - dice Magubane - permetteteci però di perdonarci gli uni gli altri, andare oltre e contribuire pienamente al Sudafrica che vogliamo realizzare». Secondo Akhumzi Jezile, un produttore televisivo di 24 anni, i "nati liberi" sono considerati apatici perché non reagiscono con la stessa emozione, né partecipano con la stessa assiduità della generazione di Soweto alle marce della Giornata della gioventù e a ricorrenze analoghe. «Non si tratta di non capire l' Apartheid: il fatto è che noi ci troviamo di fronte delle sfide diverse», spiega. «Credo che la sensazione che i "nati liberi" siano ignoranti sia dovuta al fatto che le persone delle generazioni precedenti vedono che non reagiscono come loro. È normale: non c' eravamo. Ma lottiamo per ciò che ci sta a cuore». Come esempio, Jezile cita le campagne di sensibilizzazione volute dai giovani per combattere le piaghe della tossicodipendenza, della criminalità e dell' Hiv. «Le generazioni che ci hanno preceduto lottavano per obiettivi diversi», afferma. «Non possiamo parlare sempre e solo di Apartheid». Molti degli atteggiamenti dei "nati liberi" differiscono radicalmente da quelli degli anziani perché le loro esperienze sono drasticamente diverse. Stando al Barometro della Riconciliazione, che sonda ogni anno l' opinione pubblica, i giovani socializzano più facilmente con persone di altre razze, tendono a non avere molta fiducia nei leader politici e a non attribuire all' Apartheid la colpa della diseguaglianza economica e sociale del Sudafrica.

“Ci considerano apatici, invece siamo pronti a lottare per ciò che ci sta a cuore”

A dispetto dei moniti di Zwelinzima Vavi, segretario generale della potente Confederazione dei sindacati sudafricani, il quale sostiene che i giovani sono «una bomba pronta ad esplodere» - a causa dei tassi di disoccupazione e di povertà - i "nati liberi" rimangono, secondo il Barometro e altri sondaggi, decisamente ottimisti. Persino i giovani delle township più povere dimostrano un grande entusiasmo, anche se per molti di loro, da un punto di vista materiale, la vita non è molto cambiata dalla fine dell' Apartheid, mentre la disoccupazione è addirittura peggiorata. Così, mentre i più anziani lamentano il fatto che i "nati liberi" non tengono conto del passato, alcuni giovani accusano i loro genitori di volerli "imprigionare". «Quelli che presero parte alle lotte ci ricordano costantemente ciò che è accaduto. Ci fanno il lavaggio del cervello e instillano continuamente in noi la paura per quello che l' uomo bianco ha fatto, per tutto il dolore che è stato causato, per tutta la sofferenza che è stata inflitta alla loro generazione», ha scritto AkoLee, un blogger che 1994, quando Mandela fu eletto presidente, aveva sei anni. E così le incomprensioni fra generazioni rimangono. HHP, un noto cantante di hip-hop, le ha riassunte bene in una canzone intitolata Harambe: «Non sono un tipo politico, non so neanche immaginarmi come possa essere avere dieci poliziotti e i cani alla porta. Non conosco l' odore del gas, non posso neanche immaginare la sensazione di un proiettile di gomma nella schiera. Ma lo so che è grazie a voi che non parlo afrikaans oggi, che ho una possibilità: che mi sono emancipato» ( la Repubblica New York Times Traduzione di Marzia Porta)

I BAMBINI E LA SUA MAGIA

QUESTO è uno dei momenti più tristi della mia vita, come se giovedì scorso avessi saputo della morte di mio padre. Per tanti anni, e in tanti luoghi diversi, Madiba è stato un «compagnon de route» al quale potevo rivolgermi per farmi illuminare ad ogni svolta del mio cammino. Ogni volta che avevo un momento di crisi personaleo di angoscia, potevo ritirarmi per un attimo in me stesso, chiudere gli occhi e provare a pensare: Che cosa avrebbe detto, o pensato, o fatto Madiba adesso? E questo mi portava a vedere le cose in un modo nuovo, a sentire di essere in contatto con un profondo pozzo di saggezza e di capacità di capire, e mi metteva di nuovo in grado di andare avanti e di affrontare il mondo e le sue complessità. Per questo ricordarlo è, soprattutto, ricordare la sua capacità, profonda e sempre sorridente, di capire il mondo e gli esseri umani, con un senso di perdono e di compassione. Per questo i bambini sono rimasti sempre centrali nella sua visione del mondo: una sensibilità che è cresciuta nei tanti anni di prigione in cui rimase totalmente isolato dalla gioia, dalla magia e dalla saggezza dei bambini piccoli. Sapeva che una risata forniva la chiave ai più complessi rompicapi e problemi del mondo. C' è una storia sulla sua comprensione rispetto al nostro posto nella vita, un episodio di quando andò per il suo ultimo viaggio d' addio nei paesi del Nord, alcuni anni fa. Le sue giornate erano lunghe, cominciavano alle 4 o alle 5 del mattino e proseguivano finché non si faceva notte. C' erano non meno di tre o quattro segretarie che viaggiavano con lui, per star dietro al suo ritmo e alla sua incredibile gamma di interessi e di curiosità. Qualcuno che gli fu vicino in quel viaggio mi raccontò che, alla fine di una giornata, convocò le sue segretarie, e chiese loro: «E ora ditemi, per favore: che errori ho fatto durante la giornata? Dove ho sbagliato?». Dopo di che, ascoltava con interesse qualsiasi cosa avessero da dirgli. Dire che le trattava come delle bambine sarebbe un grande complimento: perché ogni volta che, durante i suoi viaggi, gli presentavano un bambino, lui si sedeva per terra e gli prendeva la manina in una delle sue mani grandi e generose e diceva a quel piccolo: «Per me è stato un grande onore conoscerti». E non era una frase falsa o un complimento, ma esprimeva esattamente ciò che quell' incontro aveva significato per lui. Ora la sua voce e la sua dolce risata tacciono. Ma chiunque le abbia sentite le ricorderà fin nelle più piccole inflessioni per tutti i giorni della sua vita. Perché Nelson Rolihlahla Mandela ci ha toccati tutti con la magia della sua presenza umana e il calore del fuoco e della fede che bruciavano in lui come una candela che non può essere spenta dal tempo o dalla distanza né dal gelido vento dei poli. (traduzione di Luis E. Moriones) Andrè Brink – La Repubblica

Obama al Memorial per Mandela:

"Ci ha insegnato il potere delle azioni, ma anche delle idee" Il testo integrale del discorso tenuto dal presidente Usa alla cerimonia commemorativa per l'eroe antiapartheid sudafricano(lapresse)

A Graça Machel e alla famiglia Mandela; al presidente Zuma e ai membri del governo; ai capi di Stato e di governo, passati e presenti; agli illustri ospiti voglio dire che è un grandissimo onore trovarmi qui con voi oggi a onorare una vita diversa da qualsiasi altra. Al popolo sudafricano - di ogni razza ed estrazione sociale - il mondo intero dice grazie per aver condiviso Nelson Mandela con noi tutti. La sua lotta è stata la vostra lotta. Il suo trionfo è stato il vostro trionfo. La vostra dignità e la vostra speranza si sono espresse al meglio nella sua vita, e la vostra libertà e la vostra democrazia sono l'apprezzata eredità che egli ha lasciato. È difficile fare l'elogio di qualsiasi uomo, racchiudere nelle parole non soltanto i fatti e le date che ne hanno segnato la vita, ma la verità fondamentale e intima di quella persona, le sue gioie profonde e i suoi dolori; i momenti di pace e le qualità che ne hanno illuminato l'anima. Quanto maggiormente è difficile farlo nel caso di un gigante della storia, che ha messo una nazione intera in marcia verso la giustizia e così facendo ha messo in marcia miliardi di persone in tutto il mondo! Nato durante la Prima guerra mondiale, molto lontano dai corridoi del potere, dopo un'infanzia trascorsa a fare il pastore di bestiame e a imparare dagli anziani della sua tribù Thembu, Madiba sarebbe emerso come l'ultimo grande liberatore del XX secolo. Come Gandhi, egli avrebbe guidato un movimento di resistenza, un movimento che agli esordi aveva ben poche prospettive di successo. Come King, egli avrebbe dato voce forte e potente alle richieste degli oppressi e alla necessità morale di giustizia razziale. Avrebbe affrontato una prigionia disumana, iniziata all'epoca di Kennedy e Krusciov e conclusasi nel periodo finale della Guerra Fredda. Uscendo dalla prigione, senza la forza delle armi, al pari di Lincoln avrebbe unificato il paese proprio mentre esso rischiava di lacerarsi. Come i padri fondatori dell'America, egli avrebbe dato vita a un ordine costituzionale per difendere la libertà a vantaggio delle generazioni successive, assumendosi un impegno nei confronti della democrazia e della legalità ratificato in seguito non soltanto dalla sua elezione, ma dalla sua volontà di abbandonare il suo mandato. Tenuto conto della sua incredibile vita e dell'adorazione che si è guadagnato così meritatamente, si sarebbe tentati di ricordare Nelson Mandela come un'icona, sorridente e serena, distaccata dalle occupazioni ordinarie di uomini comuni. Ma Madiba stesso si è sempre opposto strenuamente a questo ritratto senza vita. Al contrario, egli ha sempre insistito per condividere con noi i suoi dubbi e i suoi timori; i suoi errori di valutazione insieme alle sue vittorie. "Non sono un santo" diceva, "a meno che non si pensi che un santo è un peccatore che continua a mettersi alla prova". È proprio perché egli riusciva ad ammettere di non essere perfetto - e perché sapeva essere così pieno di buon'umore, addirittura di furbizia, malgrado il pesante fardello che trasportava - che noi lo abbiamo amato. Non era un busto di marmo. Era un uomo fatto di carne e di sangue, un figlio e un marito, un padre e un amico. Ecco perché abbiamo appreso così tante cose da lui. Ecco perché possiamo apprenderne ancora molte altre da lui. Perché niente di ciò che egli è riuscito a raggiungere era scontato. Nell'arco della sua vita abbiamo visto un uomo guadagnarsi un posto nella storia lottando, con avvedutezza, persistenza e fede. Egli ci dice che cosa è possibile non soltanto nelle pagine di polverosi libri di storia, ma anche nelle nostre stesse vite. Mandela ci ha dimostrato tutto il potere dell'azione, dell'assumersi dei rischi nell'interesse degli ideali. Forse Madiba aveva ragione quando diceva di aver ereditato da suo padre un fiero spirito di ribellione e un tenace senso di giustizia. Di sicuro, egli ha condiviso con milioni di neri e di sudafricani di colore tutta la rabbia scaturita da migliaia di offese, migliaia di umiliazioni, migliaia di momenti da non ricordare, e il desiderio di lottare contro il sistema che imprigionava il mio popolo. Ma al pari di altri giganti facenti parte da subito dell'Anc - Sisulu e Tambo - Madiba ha saputo tenere a freno e domare la sua rabbia. Ha incanalato il suo desiderio di combattere in un'organizzazione, in piattaforme e strategie operative, così che gli uomini e le donne potessero prendere le difese della loro stessa dignità. Oltre a ciò egli ha accettato le conseguenze delle proprie azioni, sapendo che tenere testa agli interessi dei potenti e alle ingiustizie comporta un prezzo da pagare. "Io ho combattuto contro il dominio dei bianchi e ho combattuto contro il dominio dei neri", disse durante il suo processo del 1964. "Ho accarezzato e nutrito l'ideale di una società libera e democratica, nella quale tutti possano vivere in armonia e con pari opportunità. È un ideale per il quale spero di vivere e che spero di raggiungere. Ma se ce ne sarà bisogno, questo è un ideale per il quale sono disposto a dare la mia vita". Mandela ci ha insegnato il potere dell'azione, ma anche delle idee; l'importanza della ragione e delle giuste argomentazioni; la necessità di studiare non soltanto coloro con i quali vai d'accordo, ma anche coloro con i quali non vai d'accordo. Mandela ha capito che le idee non possono essere imprigionate tra le mura di un carcere, né messe a tacere dalla pallottola di un cecchino. Egli ha trasformato il suo processo nella denuncia dell'apartheid grazie alla sua eloquenza e alla sua passione, ma anche grazie ai suoi studi e alla sua formazione di avvocato. Ha trascorso i decenni passati in prigione a rendere più affilati i suoi ragionamenti, ma anche a diffondere la sua sete di sapere agli altri del movimento. E ha appreso la lingua e le usanze dei suoi oppressori, così da poter riuscire meglio un giorno a comunicare loro in che modo la loro libertà dipendesse dalla sua. Mandela ha dimostrato che l'azione e le idee non bastano. A prescindere da quanto siano giuste, devono essere incise all'interno di leggi e istituzioni. Era un uomo pratico, che metteva alla prova i suoi principi rispetto alla dura apparenza delle circostanze e della storia. Era intransigente per ciò che concerne i principi di fondo, ed è per questo che ha potuto respingere seccamente le offerte di libertà condizionata, ricordando al regime dell'apartheid che i prigionieri non possono stipulare contratti. Ma come ha dimostrato in scrupolosi negoziati per trasferire il potere e redigere nuove leggi, non aveva paura di scendere a compromessi per il bene di un obiettivo superiore. E poiché non è stato soltanto un leader di un movimento, ma un abile politico, questa democrazia multirazziale si meritava la Costituzione che è stata messa a punto; fedele alla sua visione delle leggi che proteggono i diritti delle minoranze come pure quelli della maggioranza, e la preziosa libertà di ogni sudafricano. Infine, Mandela ha compreso lo spirito umano e come esso sia legato a quello di tutti. C'è una parola in Sudafrica, Ubuntu, che descrive e condensa questo suo immenso dono: egli ha saputo vedere che siamo tutti legati gli uni agli altri in modi invisibili e che sfuggono allo sguardo; che esiste unione nel genere umano; che possiamo conseguire il nostro pieno successo condividendolo con gli altri e prendendoci cura di chi abbiamo attorno. Non possiamo sapere quanto di ciò fosse già innato in lui, o quanto si sia plasmato e forgiato nella sua buia cella solitaria. Ma ne ricordiamo i gesti, piccoli e grandi, come presentare i suoi carcerieri come ospiti d'onore alla sua cerimonia di insediamento come presidente; scendere in campo indossando l'uniforme degli Springbok; aver trasformato una tragedia della sua famiglia nell'invito a lottare contro l'Hiv/Aids. Questi suoi gesti piccoli e grandi hanno svelato tutta la sua profonda empatia e comprensione. Egli non soltanto ha incarnato l'Ubuntu, il senso di umanità. Ha insegnato a milioni di persone a trovare dentro di sé quella stessa verità. C'è stato bisogno di un uomo come Madiba per liberare non soltanto il carcerato, ma anche il carceriere; per dimostrare che ci si deve fidare degli altri così che gli altri si fidino di te; per insegnare che riconciliarsi non significa ignorare un passato crudele, ma che riconciliarsi è un mezzo per opporre a quel crudele passato l'inclusione, la generosità e la verità. Ha cambiato le leggi, ma anche i cuori. Per il popolo sudafricano, per coloro che egli ha ispirato in tutto il pianeta, il trapasso di Madiba è giustamente motivo di lutto, e occasione per celebrarne la vita eroica, ma io credo che la sua morte debba anche invogliare ciascuno di noi a un'autoriflessione. Con onestà, e indipendentemente dalla nostra posizione o dalle circostanze della nostra vita, dobbiamo chiederci: quanto bene ho applicato queste lezioni nella mia stessa vita? Questa è una domanda che io rivolgo a me stesso, come uomo e come presidente. Sappiamo che come il Sudafrica anche gli Stati Uniti hanno dovuto superare secoli di oppressione razziale. Come è stato vero qui, ci sono voluti i sacrifici di un numero incalcolabile di persone, note e ignote, per vedere l'alba di un giorno nuovo. Michelle e io abbiamo beneficiato di quella lotta. Ma in America e in Sudafrica, e in molti paesi di tutto il pianeta, non possiamo permettere che il progresso oscuri il fatto che il nostro compito non può dirsi concluso. Le lotte che puntano alla vittoria dell'eguaglianza e al suffragio universale possono non essere caratterizzate da quella stessa drammaticità e limpidezza morale di quelle combattute in precedenza, ma non per questo sono meno importanti. Perché ancora oggi in tutto il mondo vediamo bambini patire la fame e soffrire per le malattie, vediamo scuole fatiscenti e scarse prospettive per il futuro. Ancora oggi in tutto il mondo uomini e donne sono messi in prigione per le loro idee politiche e sono perseguitati per il loro aspetto fisico, per la loro pratica devozionale, per la persona che amano. Anche noi dobbiamo agire per il bene della giustizia. Anche noi dobbiamo agire perché la pace prevalga. Troppi di noi sono pronti ad abbracciare con gioia l'eredità di Madiba della riconciliazione razziale ma oppongono una strenua resistenza a riforme anche modeste che potrebbero porre fine alla povertà cronica e alle crescenti ineguaglianze. Ci sono troppi leader che si dichiarano solidali con la lotta di Madiba per la libertà, ma che non tollerano il dissenso dei loro stessi popoli. E ci sono troppi di noi che ancora restano in disparte, comodamente compiacenti o cinici quando dovrebbero far ascoltare la loro voce. Non esistono facili soluzioni per i problemi con i quali siamo alle prese oggi: come promuovere l'eguaglianza e la giustizia, come affermare la libertà e i diritti umani; come porre fine ai conflitti e alle guerre settarie. Ma neppure per quel bambino di Qunu c'erano facili risposte. Nelson Mandela ci rammenta che ogni cosa può sembrare impossibile finché non la si realizza. Il Sudafrica ci dimostra che questa è la verità. Il Sudafrica ci mostra che possiamo cambiare. Noi possiamo scegliere di vivere in un mondo non definito dalle nostre differenze, ma dalle nostre comuni speranze. Possiamo scegliere un mondo definito non dal conflitto, ma dalla pace, dalla giustizia, dalle pari opportunità. Non vedremo mai altri Nelson Mandela. Ma permettetemi di dire ai giovani africani e ai giovani di tutto il mondo che voi potete fare vostre le lotte e le conquiste della sua vita. Oltre trenta anni fa, quando ero ancora uno studente, appresi chi era Madiba e quali fossero i conflitti della sua terra. Conoscerlo scosse qualcosa dentro di me, nel profondo. Mi risvegliò e mi mise in grado di far fronte alle mie responsabilità nei confronti degli altri e di me stesso, e mi avviò lungo la strada che mi avrebbe portato dove mi trovo oggi. Se da un lato so che non riuscirò a eguagliare l'esempio di Madiba, dall'altro so che egli vuole che io voglia migliorare. Egli fa appello a ciò che di meglio c'è dentro di noi. Quando questo grande liberatore sarà sepolto per riposare in pace; quando saremo ritornati nelle nostre città e nei nostri villaggi e avremo ripreso le nostre routine quotidiane, proviamo a cercare dentro di noi, nel profondo di noi stessi, la sua grande forza, la sua grandezza d'animo. E quando la notte si farà scura, quando l'ingiustizia renderà pesante i nostri cuori, o quando i nostri piani ben delineati ci sembreranno irraggiungibili, pensiamo a Madiba, pensiamo alle parole che nelle quattro mura della sua cella gli arrecarono tanto conforto: "Non importa quanto stretto sia il passaggio, quanto piena di castighi la vita: io sono il padrone del mio destino; io sono il capitano della mia anima". Che grande anima è stata. Ci mancherà moltissimo. Che Dio benedica Nelson Mandela e il popolo sudafricano. (Traduzione di Anna Bissanti)

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