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14 giugno 2015 7 14 /06 /giugno /2015 11:12

La fame planetaria di materie prime e le multinazionali che controllano mille miliardi di dollari $ in materie prime.

Marco Magrini 19 febbraio 2012

Il menager dell'anno è ancora appeso agli incerti umori degli azionisti. Ma se i termini della fusione da 90 miliardi di euro fra Glencore, la seconda trading house del mondo, e Xstrata, un colosso minerario, potranno forse essere rivisti, nessuno dubita che i rispettivi amministratori delegati – Ivan Glasenberg e Mick Davis, entrambi sudafricani – abbiano la ferma intenzione di condurre in porto il mega-affare.

Gli azionisti di Xstrata contestano il prezzo, giudicato troppo basso. «Dobbiamo agire in fretta – ha detto Davis ai grandi soci, durante una riunione alla City di Londra – perché dovremmo perdere questa opportunità?>>

L'opportunità è quella di diventare giganti in un momento in cui la fame planetaria di materie prime, dopo aver già regalato un decennio d'oro ai grandi trader, promette un'altra lunga galoppata sulle praterie della globalizzazione.

Secondo l'Agenzia internazionale dell'energia, il fabbisogno di carburanti per il trasporto aumenterà dell'80%, da qui a fine secolo. Secondo la FAO, la produzione alimentare dovrà crescere del 70%. E le incertezze che punteggiano il mondo sono sempre lì pronte ad offrire quel che agognano i grandi trader: la volatilità dei prezzi, il sale e il pepe della speculazione. Anche se nel 2011, questo va detto, i profitti di alcuni (inclusa Glencore) sono scivolati.

Questi gruppi, tutti dotati di potenti trading desk, ma anche di magazzini, flotte e stabilimenti sparsi per il mondo, sono grandi per davvero. Glencore controlla il 55% dello zinco e il 36% del rame mondiale. Nel 2010, Vitol e Trafigura – due trading house con sede in Svizzera – hanno venduto mediamente 8 milioni di barili di petrolio al giorno, più delle esportazioni dell'Arabia Saudita. E le cosiddette ABCD – ovvero le americane Adm, Bunge, Cargill e la francese Dreyfus – tengono in pugno le commodities alimentari: controllano fra il 75 e il 90% dei cereali mondiali.

Secondo i calcoli della Reuters, nel 2010 le prime dodici trading house del mondo hanno fatturato mille miliardi di dollari, dopo quasi dieci anni di crescita, spinta dai consumi di Cina, India e Brasile. «La maggior parte dei trader prende il prezzo che trova», commenta Chris Hinde, direttore della rivista Mining Journal. «Ma le grandi trading house hanno la capacità di fare il prezzo. E questo le mette in un'invidiabile posizione di forza».

Della Glencore si è saputo qualcosa dallo scorso maggio, quando la compagnia – sin lì poco incline alla trasparenza – ha aperto le porte e i libri quotandosi a Londra e regalando nottetempo 10 miliardi a Glansenberg. Ma se i nomi di questi colossi non sono noti al grande pubblico come Exxon Mobil o Nestlè, non è tanto per la lontananza dai consumatori finali. Quanto per una deliberata scelta di segretezza. «Prima di portare la mia azienda in Borsa, devono camminare sul mio cadavere», ha dichiarato più volte Charles Koch, che col fratello David controlla la quasi centenaria Koch Industries.

Le 12 trading house nel mondo

MULTINAZIONE                                                                Fatturato in miliardi di dollari Dato 2010 Nazionalità Anno fondazione

Wilmar   Materie prime alimentari                                                                                            30Singapore (1991)

Vitol Energia, metalli , zucchero                                                                                             195Svizzera (1966)

Glencore Energia, metalli, alimentari                                                                                     145Svizzera (1974)

Cargill Fertilizzanti, metalli, alimentari, energia                                                                      108Usa (1865)

Koch Industries Petrolio                                                                                                          100Usa (1920)

ADM Cereali, olii, caffè                                                                                                             81Usa (1902)

Gunvor Energia, emissioni serra                                                                                            80Svizzera (1997)                                                                                                                            Trafigura Energia, metalli                                                                                                        79 Svizzera (1993)

Mercuria Energia                                                                                                                   75Svizzera (2004)                                                                                                                   NobleNBC Petrolio, carbone, zucchero                                                                                 57Hongkong 1956                                                                                                                                                  Louis Dreyfus Materie prime alimentari                                                                                   46Francia(1851)                                                                                                                                   Bunge Materie prime alimentari                                                                                                46Usa (1818)

 

Le misteriose regine del trading che controllano mille miliardi di dollari $ in materie prime e dettano i prezzi

Marco Magrini - Cronologia articolo19 febbraio 20 12

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-02-19/misteriose-regine-trading-140231.shtml?uuid=AaiYjFuE  

 

 

 

 

 

 

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14 giugno 2015 7 14 /06 /giugno /2015 11:08

Dopo il post di Petrini sull'expo ecco alcune delucidazioni.

Federico Franchini

1 miliardo di affamati, 36 stati dipendenti dall'estero. Concentrazione e finanziarizzazione dell'alimentare peggiorano il bilancio del crack. Se il 2008 verrà ricordato per la crisi che ha messo in discussione i principali pilastri sui cui si fondava il sistema finanziario mondiale, non dobbiamo tuttavia dimenticare un’altra crisi che, oltre a quella ambientale, sta colpendo il nostro vulnerabile pianeta: la crisi alimentare. In effetti, nonostante la produzione di cereali sia progredita del 4,9% nel 2008, pochi giorni fa la Fao ha affermato che gli affamati nel mondo sono oramai un miliardo e che 36 stati dipendono totalmente dall’aiuto esterno, soprattutto a causa dell’insicurezza dei prezzi locali che restano troppo elevati. Si ha spesso la tendenza a considerare la fame come un fenomeno dovuto principalmente all’aumento della popolazione e alla diminuzione di terre coltivabili dimenticando di esaminare altri importanti fattori, come ad esempio la struttura che regge le sorti dell’agricoltura mondiale. Quest’ultima è contraddistinta da due principali caratteristiche, frutto della stessa logica neoliberale messa ora in discussione: una forte concentrazione industriale e una crescente speculazione finanziaria sulle materie prime agricole. L’obiettivo di questo articolo è quindi quello di analizzare queste due caratteristiche per considerare in maniera più ampia la problematica alimentare e di riflettere sulle conseguenze che l’attuale crisi finanziaria potrebbe  avere sulla sicurezza alimentare del pianeta.

Attualmente abbiamo una struttura industriale dell’agricoltura fortemente concentrata e sempre più ricca. Possiamo dividere la filiera agricola in due gruppi controllati ciascuno da un numero sempre minore di multinazionali

il gruppo dell’agro-chimica, che controlla il mercato dei semi e dei prodotti fitosanitari e il gruppo dell’agro-alimentare che controlla i principali mercati delle materie prime agricole. La concentrazione nell’agro-chimica è cominciata quando il settore pubblico ha abbandonato la ricerca agricola ai privati trasformando l’agricoltura in un business. In questo processo di privatizzazione e di concentrazione un ruolo chiave è giocato dalle biotecnologie e dai relativi brevetti. Analizzando la traiettoria delle imprese che dominano l’agrobusiness possiamo in effetti vedere come essa è intimamente legata allo sviluppo di queste nuove tecnologie: esse sono la causa di un cambiamento strategico effettuato in seno a imprese chimiche e farmaceutiche che ha permesso ad una società come Monsanto di trasformare il proprio business dal chimico all’agricolo (o meglio al chimico-agricolo) e a giganti farmaceutici come Novartis e Zeneca di creare Syngenta, la prima multinazionale interamente dedita all’agrobusiness. Prima del 2000 non esisteva una multinazionale di questo tipo, ma il settore agricolo era semmai parte di una multinazionale farmaceutica o chimica oppure faceva capo a ditte di sementi indipendenti e attive a livello regionale. Facendo del binomio tra seme geneticamente modificato e prodotto fitosanitario la sua principale caratteristica, le agrobiotecnologie hanno fatto si che questi due settori, una volta separati e meno concentrati, si riunissero nelle mani di pochi attori economici, pronti a spartirsi gli enormi profitti ipotizzabili. Già nel 2005 sei multinazionali (Syngenta, Bayer Crop Science, Dow Agro Sciences, DuPont CropProtection, Monsanto e BASF) controllavano il 77% di questo mercato (Dinham B.).

Il gruppo dell’agro-chimica, che controlla il mercato dei semi e dei prodotti fitosanitari e il gruppo dell’agro-alimentare che controlla i principali mercati delle materie prime agricole. La concentrazione nell’agro-chimica è cominciata quando il settore pubblico ha abbandonato la ricerca agricola ai privati trasformando l’agricoltura in un business. In questo processo di privatizzazione e di concentrazione un ruolo chiave è giocato dalle biotecnologie e dai relativi brevetti. Analizzando la traiettoria delle imprese che dominano l’agrobusiness possiamo in effetti vedere come essa è intimamente legata allo sviluppo di queste nuove tecnologie: esse sono la causa di un cambiamento strategico effettuato in seno a imprese chimiche e farmaceutiche che ha permesso ad una società come Monsanto di trasformare il proprio business dal chimico all’agricolo (o meglio al chimico-agricolo) e a giganti farmaceutici come Novartis e Zeneca di creare Syngenta, la prima multinazionale interamente dedita all’agrobusiness. Prima del 2000 non esisteva una multinazionale di questo tipo, ma il settore agricolo era semmai parte di una multinazionale farmaceutica o chimica oppure faceva capo a ditte di sementi indipendenti e attive a livello regionale. Facendo del binomio tra seme geneticamente modificato e prodotto fitosanitario la sua principale caratteristica, le agrobiotecnologie hanno fatto si che questi due settori, una volta separati e meno concentrati, si riunissero nelle mani di pochi attori economici, pronti a spartirsi gli enormi profitti ipotizzabili. Già nel 2005 sei multinazionali (Syngenta, Bayer Crop Science, Dow Agro Sciences, DuPont CropProtection, Monsanto e BASF) controllavano il 77% di questo mercato (Dinham B.).

In un contesto di mondializzazione dell’agricoltura e controllando il settore delle sementi e dei prodotti fitosanitari, queste poche imprese hanno raggiunto un potere di mercato enorme, capace d’influenzare le dinamiche agricole e alimentari a livello globale.

A discapito della crisi alimentare e di quella finanziaria ecco i risultati economici delle principali multinazionali dell’agrobusiness: i guadagni netti di Monsanto tra agosto 2007 e agosto 2008 sono aumentati del 104% passando dai 993 a 2024 milioni di $, l’esercizio 2008 di Syngenta ha visto aumentare i benefici netti del 38% mentre Pioneer Hi-Bed, il business dei semi di DuPont, comunicava a fine 2007 un aumento del 15% delle vendite. Caratterizzato da un grande numero di fusioni e acquisizioni e trasformatosi notevolmente in questi ultimi anni, il settore dell’agro-alimentare risulta anch’esso fortemente concentrato.

 Il commercio e la lavorazione dei cereali e delle oleaginose è controllato, a livello globale, da quattro ditte: ADM, Bunge, Cargill e Dreyfus. In generale possiamo affermare che quasi tutti i mercati di materie prime di prima necessità sono caratterizzati da oligopoli. Tendenza che con l’attuale crisi potrebbe addirittura rafforzarsi. Il CEO di Cargill affermava in agosto che grazie alla crisi dei mercati si potrà approfittare d’importanti possibilità d’acquisizioni (Reuters). Appare quindi ovvio chiedersi in che misura questi giganti approfittano del loro monopolio in un mercato che predicano libero ma che in realtà non lo è.

 Nel luglio scorso alcune sedi europee della Cargill e della Bunge sono state perquisite per conto della Commissione europea la quale sospettava che i due colossi stavano violando le regole di mercato approfittando della loro posizione di monopolio (Reuters).

Controllando il mercato delle granaglie in che modo questi gruppi ne determinano le riserve (reali e virtuali) disponibili e di conseguenza i prezzi? In che modo quindi sono responsabili della crisi alimentare? Prezzi dei cerali al rialzo e conseguente crisi alimentare che sembrano avere un effetto determinante sui profitti delle multinazionali agro-alimentari. Nel 2008 la Cargill ha aumentato del 69% i propri guadagni rispetto all’anno precedente. ADM oltre ad ostentare la sua potenza intitolando il rapporto annuale 2008 “le monde ne peut pas se passer de nous”, ha aumentato la propria cifra d’affari netta del 59% arrivando a 7 miliardi di $. Bunge nel 2008 ha aumentato i guadagni netti da 778 a 1064 miliardidi $.

I risultati economici delle multinazionali dell’agro-chimica e dell’agro-alimentare in un contesto di crisi alimentare mostrano i vincitori della mondializzazione dell’agricoltura.

Semi e materie prime agricole sono diventati incredibili mezzi di profitto e le imprese che li controllano sembrano non risentire affatto dei nefasti venti che soffiano sull’economia mondiale. Al contrario la crisi sembra favorire la concentrazione industriale e il monopolio di pochi grandi giganti sull’agricoltura rischiando così di aggravare la situazione dei piccoli agricoltori dei paesi poveri, principali vittime della crisi alimentare. Se da un lato abbiamo una filiera agro-alimentare sempre più concentrata dall’altro non dobbiamo dimenticare la seconda principale caratteristica dell’agricoltura di inizio millennio:

 la sua eccessiva finanziarizzazione ci sta aprendo gli occhi su una finanza speculativa che come un palloncino di elio se ne sta volando via dall’economia reale.

Vediamo cosa sta succedendo ai palloncini di materie prime che quotidianamente vengono gonfiati da traders in cerca d’affari in un mercato sempre più deregolamentato e creativo. Il Chicago board of trade (CBOT), la più grande piazza commerciale di stoccaggio dei cereali ed il mercato dei derivati più grande del mondo, è il luogo simbolo di questo rapporto sempre più stretto tra alimentazione e finanza.

 E qui che vengono stabiliti i prezzi delle materie prime agricole. Se fino a qualche decennio fa il trading su quest’ultime era di esclusiva proprietà di agricoltori e di imprenditori agricoli, oggi qualsiasi speculatore può vendere o comprare cereali sotto forma di strumenti finanziari derivati. Negli ultimi anni la borsa cerealicola di Chicago è diventata un enorme casinò dove chiunque abbia qualche risparmio da investire può fare la sua puntata. Si è infatti assistito ad un vero e proprio boom di fondi speculativi sulle materie prime agricole, che promettono grandi e sicuri guadagni ed una certa diversificazione dei portafogli d’investimento. I cereali, cosi come gli altri beni necessari alla sopravvivenza dell’uomo e al suo benessere, possono essere scambiati fisicamente oppure possono essere mezzo di operazioni speculative nel mercato delle opzioni e dei futures.

 Come lo dice la parola future tutto ruota attorno al prezzo che una determinata materia prima potrà avere in futuro. Se si ipotizza che il mais incrementerà il suo valore un traders acquisterà un contratto future e, al contrario, lo dovrà vendere se ne ipotizza un ribasso. Comprando una future sul mais si impegna ad acquistare, ad una certa data, un certo quantitativo di mais ad prezzo preciso e lo stesso se vende. Così un traders si alza la mattina, compra qualche tonnellata di mais e dopo il caffé e la sigaretta delle undici se ne disfa speculando sul prezzo che nel frattempo è salito. Insomma, un grande casinò dove puntare sui prezzi degli alimenti sperando di guadagnarci qualcosa. Se si perde, il giorno dopo si riprova.

Un casinò dove ciò che importa non sono gli scambi produttivi reali, ma i guadagni che queste carte possono creare. La maggioranza dei contratti a termine in effetti non porta a delle consegne effettive. Ciò significa che gli speculatori non hanno interesse nella merce in sé, ma nel guadagno effettuabile con essa prevedendo il suo andamento dei prezzi. E di speculatori, alla ricerca di nuovi mercati favorevoli, data la crisi dei mutui immobiliari e la crisi finanziaria generale, ce ne sono in giro molti. Sarebbe interessante sapere in che misura banche e istituti di Investimento e i gruppi finanziari (hanno a disposizione e movimentano miliardi di dollari attraverso operazioni con computers che rilevano la differenza di punti in qualsiasi momento e automaticamente mettono in moto le relativa operazioni ndr.)cercheranno di recuperare le ingenti perdite dovute alla bolla dei subprime investendo nel magico casinò delle materie prime.

Quel che si può affermare è che più o meno dal 2004 si assiste ad un sempre maggior interesse per i fondi speculativi agricoli. Tendenza che, come lo mostrano i dati disponibili sul sito internet del CBOT, è continuata nel turbolento 2008: da gennaio a novembre il volume medio giornaliero di future sui cereali e sulle oleaginose alla CBOT di Chicago era di 597 980 contratti (+ 12% rispetto al 2007). Per ciò che riguarda le opzioni medie giornaliere hanno raggiunto 151 609 contratti, il che significa un incremento del 30.92% rispetto al 2007.

Ci appare discutibile che in un contesto di crisi alimentare le materie prime vengono scambiate alla borsa di Chicago così come si scambiano altri titoli finanziari, venendo cosi banalizzate a puro mezzo di guadagno. In effetti, tra un caffé e una sigaretta, tra un milione guadagnato sul grano ed un altro perso sulla soia questi movimenti speculativi influenzano le transazioni reali di materie prime. Le imprese che controllano il commercio e la lavorazione di queste materie prime sembrano beneficiare non poco da queste fluttuazioni, al contrario di coloro che a causa di queste variazioni al cibo non possono accedere.

La crisi finanziaria potrebbe portare più speculatori verso la finanza agricola, meno rischiosa di quella immobiliare, e quindi potrebbe contribuire a creare un’instabilità sui prezzi delle derrate alimentari contribuendo così al persistere dell’insicurezza alimentare. Certo, le cause della crisi alimentare vanno ricercate anche altrove (biocarburanti?) ma è indubbio che anche la deregolamentazione che permette di speculare sulle materie prime abbia un ruolo importante. La problematica alimentare è molto complessa, ci sembrava tuttavia interessante mostrare come essa è direttamente legata al sistema finanziario che permette di considerare le materie prime come qualsiasi titolo azionario e ad una struttura industriale sempre più concentrata.  In un anno definito terribile dal punto di vista economico è interessante notare come le multinazionali dell’alimentazione e dell’agricoltura continuino ad aumentare fortemente le proprie vendite e i propri profitti. Anzi, la crisi finanziaria favorisce la concentrazione industriale e l’afflusso di speculatori verso il trading agricolo, contribuendo alla situazione di controllo delle imprese e della finanza sulle sorti dell’alimentazione delle popolazioni più svantaggiate. Questo contrasto tra chi con le sementi, col cibo e con tutte le relative speculazioni finanziarie accumula fortune rivoltanti e chi a queste sementi e a questo cibo non può accedervi ci sembra agghiacciante.

Un esempio della contraddizione su cui si basa l’economia umana dominante: il perseguire il proprio benessere non sempre crea il benessere generale. La ricchezza dei giganti (non solo quelli agricoli) è troppo influente e controlla gli uomini e le regole di un sistema economico internazionale figlio degli interessi particolari di potenze particolari e dei loro privilegi. A noi non resta che salvare un poco le nostre coscienze con comportamenti individuali e collettivi eticamente corretti. Chi tira i fili continuerà a tirarli e le buone azioni non saranno altro che pochi chicchi in un granaio mondiale già geneticamente contaminato. Documento esportato dawww.sbilanciamoci.info 3 di 4.

Riferimenti bibliografici

ADM: “Le monde ne peut pas se passere de nous“, ADM Annual Report 2008

Bunge : “Annual Report 2008” Cargill: “ 2008 Annual Report Summary“

CME Group: “A Global Trading Sumary of Grain Oilseed ND Livestock Markets“, Monthly Agricultural Update, December 2008,http://www.cbot.com/cbot/docs/87809.pdf

 Dinham B.: “Corporations and Pesticides” , in Pretty J.: “The pesticide detox: toward a more sustainable agriculture”, Earthscan 2005 DuPont:

“DuPont agricolture & nutrition on track for strong 2007” Comunicato stampa del 3 dicembre 2007

Fao: “The State of Food and Agricolture 2008.

Biofuels: prospects, risk and opportunities”: Franchini F., « Les agrobiotechnologies : une histoire des stratégies industrielles », Mémoire de licence e science politique, Université de Lausanne, 2007

Green R. e Hervé S.: “IP- Traceability and Grains Traiders: ADM, Bunge, Cargill and Dreyfus”, INRA-LORIA, 2006 Monsanto: “Annual Report 2008” Reuters: „

EU raids Cargill, Bunge in food-price proob“, Comunicato stampa del 10 luglio 2008

Reuters: « Cargill sees oportunities in struggling economy », Comunicato stampa del 20 agosto 2008 Syngenta: “Annual Review 2008”

 

 

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21 dicembre 2014 7 21 /12 /dicembre /2014 17:33

Federico Franchini

1 miliardo di affamati, 36 stati dipendenti dall'estero. Concentrazione e finanziarizzazione dell'alimentare peggiorano il bilancio del crack. Se il 2008 verrà ricordato per la crisi che ha messo in discussione i principali pilastri sui cui si fondava il sistema finanziario mondiale, non dobbiamo tuttavia dimenticare un’altra crisi che, oltre a quella ambientale, sta colpendo il nostro vulnerabile pianeta: la crisi alimentare. In effetti, nonostante la produzione di cereali sia progredita del 4,9% nel 2008, pochi giorni fa la Fao ha affermato che gli affamati nel mondo sono oramai un miliardo e che 36 stati dipendono totalmente dall’aiuto esterno, soprattutto a causa dell’insicurezza dei prezzi locali che restano troppo elevati. Si ha spesso la tendenza a considerare la fame come un fenomeno dovuto principalmente all’aumento della popolazione e alla diminuzione di terre coltivabili dimenticando di esaminare altri importanti fattori, come ad esempio la struttura che regge le sorti dell’agricoltura mondiale. Quest’ultima è contraddistinta da due principali caratteristiche, frutto della stessa logica neoliberale messa ora in discussione: una forte concentrazione industriale e una crescente speculazione finanziaria sulle materie prime agricole. L’obiettivo di questo articolo è quindi quello di analizzare queste due caratteristiche per considerare in maniera più ampia la problematica alimentare e di riflettere sulle conseguenze che l’attuale crisi finanziaria potrebbe  avere sulla sicurezza alimentare del pianeta.

Attualmente abbiamo una struttura industriale dell’agricoltura fortemente concentrata e sempre più ricca. Possiamo dividere la filiera agricola in due gruppi controllati ciascuno da un numero sempre minore di multinazionali

il gruppo dell’agro-chimica, che controlla il mercato dei semi e dei prodotti fitosanitari e il gruppo dell’agro-alimentare che controlla i principali mercati delle materie prime agricole. La concentrazione nell’agro-chimica è cominciata quando il settore pubblico ha abbandonato la ricerca agricola ai privati trasformando l’agricoltura in un business. In questo processo di privatizzazione e di concentrazione un ruolo chiave è giocato dalle biotecnologie e dai relativi brevetti. Analizzando la traiettoria delle imprese che dominano l’agrobusiness possiamo in effetti vedere come essa è intimamente legata allo sviluppo di queste nuove tecnologie: esse sono la causa di un cambiamento strategico effettuato in seno a imprese chimiche e farmaceutiche che ha permesso ad una società come Monsanto di trasformare il proprio business dal chimico all’agricolo (o meglio al chimico-agricolo) e a giganti farmaceutici come Novartis e Zeneca di creare Syngenta, la prima multinazionale interamente dedita all’agrobusiness. Prima del 2000 non esisteva una multinazionale di questo tipo, ma il settore agricolo era semmai parte di una multinazionale farmaceutica o chimica oppure faceva capo a ditte di sementi indipendenti e attive a livello regionale. Facendo del binomio tra seme geneticamente modificato e prodotto fitosanitario la sua principale caratteristica, le agrobiotecnologie hanno fatto si che questi due settori, una volta separati e meno concentrati, si riunissero nelle mani di pochi attori economici, pronti a spartirsi gli enormi profitti ipotizzabili. Già nel 2005 sei multinazionali (Syngenta, Bayer Crop Science, Dow Agro Sciences, DuPont CropProtection, Monsanto e BASF) controllavano il 77% di questo mercato (Dinham B.).

Il gruppo dell’agro-chimica, che controlla il mercato dei semi e dei prodotti fitosanitari e il gruppo dell’agro-alimentare che controlla i principali mercati delle materie prime agricole. La concentrazione nell’agro-chimica è cominciata quando il settore pubblico ha abbandonato la ricerca agricola ai privati trasformando l’agricoltura in un business. In questo processo di privatizzazione e di concentrazione un ruolo chiave è giocato dalle biotecnologie e dai relativi brevetti. Analizzando la traiettoria delle imprese che dominano l’agrobusiness possiamo in effetti vedere come essa è intimamente legata allo sviluppo di queste nuove tecnologie: esse sono la causa di un cambiamento strategico effettuato in seno a imprese chimiche e farmaceutiche che ha permesso ad una società come Monsanto di trasformare il proprio business dal chimico all’agricolo (o meglio al chimico-agricolo) e a giganti farmaceutici come Novartis e Zeneca di creare Syngenta, la prima multinazionale interamente dedita all’agrobusiness. Prima del 2000 non esisteva una multinazionale di questo tipo, ma il settore agricolo era semmai parte di una multinazionale farmaceutica o chimica oppure faceva capo a ditte di sementi indipendenti e attive a livello regionale. Facendo del binomio tra seme geneticamente modificato e prodotto fitosanitario la sua principale caratteristica, le agrobiotecnologie hanno fatto si che questi due settori, una volta separati e meno concentrati, si riunissero nelle mani di pochi attori economici, pronti a spartirsi gli enormi profitti ipotizzabili. Già nel 2005 sei multinazionali (Syngenta, Bayer Crop Science, Dow Agro Sciences, DuPont CropProtection, Monsanto e BASF) controllavano il 77% di questo mercato (Dinham B.).

In un contesto di mondializzazione dell’agricoltura e controllando il settore delle sementi e dei prodotti fitosanitari, queste poche imprese hanno raggiunto un potere di mercato enorme, capace d’influenzare le dinamiche agricole e alimentari a livello globale.

A discapito della crisi alimentare e di quella finanziaria ecco i risultati economici delle principali multinazionali dell’agrobusiness: i guadagni netti di Monsanto tra agosto 2007 e agosto 2008 sono aumentati del 104% passando dai 993 a 2024 milioni di $, l’esercizio 2008 di Syngenta ha visto aumentare i benefici netti del 38% mentre Pioneer Hi-Bed, il business dei semi di DuPont, comunicava a fine 2007 un aumento del 15% delle vendite. Caratterizzato da un grande numero di fusioni e acquisizioni e trasformatosi notevolmente in questi ultimi anni, il settore dell’agro-alimentare risulta anch’esso fortemente concentrato.

 Il commercio e la lavorazione dei cereali e delle oleaginose è controllato, a livello globale, da quattro ditte: ADM, Bunge, Cargill e Dreyfus. In generale possiamo affermare che quasi tutti i mercati di materie prime di prima necessità sono caratterizzati da oligopoli. Tendenza che con l’attuale crisi potrebbe addirittura rafforzarsi. Il CEO di Cargill affermava in agosto che grazie alla crisi dei mercati si potrà approfittare d’importanti possibilità d’acquisizioni (Reuters). Appare quindi ovvio chiedersi in che misura questi giganti approfittano del loro monopolio in un mercato che predicano libero ma che in realtà non lo è.

 Nel luglio scorso alcune sedi europee della Cargill e della Bunge sono state perquisite per conto della Commissione europea la quale sospettava che i due colossi stavano violando le regole di mercato approfittando della loro posizione di monopolio (Reuters).

Controllando il mercato delle granaglie in che modo questi gruppi ne determinano le riserve (reali e virtuali) disponibili e di conseguenza i prezzi? In che modo quindi sono responsabili della crisi alimentare? Prezzi dei cerali al rialzo e conseguente crisi alimentare che sembrano avere un effetto determinante sui profitti delle multinazionali agro-alimentari. Nel 2008 la Cargill ha aumentato del 69% i propri guadagni rispetto all’anno precedente. ADM oltre ad ostentare la sua potenza intitolando il rapporto annuale 2008 “le monde ne peut pas se passer de nous”, ha aumentato la propria cifra d’affari netta del 59% arrivando a 7 miliardi di $. Bunge nel 2008 ha aumentato i guadagni netti da 778 a 1064 miliardidi $.

I risultati economici delle multinazionali dell’agro-chimica e dell’agro-alimentare in un contesto di crisi alimentare mostrano i vincitori della mondializzazione dell’agricoltura.

Semi e materie prime agricole sono diventati incredibili mezzi di profitto e le imprese che li controllano sembrano non risentire affatto dei nefasti venti che soffiano sull’economia mondiale. Al contrario la crisi sembra favorire la concentrazione industriale e il monopolio di pochi grandi giganti sull’agricoltura rischiando così di aggravare la situazione dei piccoli agricoltori dei paesi poveri, principali vittime della crisi alimentare. Se da un lato abbiamo una filiera agro-alimentare sempre più concentrata dall’altro non dobbiamo dimenticare la seconda principale caratteristica dell’agricoltura di inizio millennio:

 la sua eccessiva finanziarizzazione ci sta aprendo gli occhi su una finanza speculativa che come un palloncino di elio se ne sta volando via dall’economia reale.

Vediamo cosa sta succedendo ai palloncini di materie prime che quotidianamente vengono gonfiati da traders in cerca d’affari in un mercato sempre più deregolamentato e creativo. Il Chicago board of trade (CBOT), la più grande piazza commerciale di stoccaggio dei cereali ed il mercato dei derivati più grande del mondo, è il luogo simbolo di questo rapporto sempre più stretto tra alimentazione e finanza.

 E qui che vengono stabiliti i prezzi delle materie prime agricole. Se fino a qualche decennio fa il trading su quest’ultime era di esclusiva proprietà di agricoltori e di imprenditori agricoli, oggi qualsiasi speculatore può vendere o comprare cereali sotto forma di strumenti finanziari derivati. Negli ultimi anni la borsa cerealicola di Chicago è diventata un enorme casinò dove chiunque abbia qualche risparmio da investire può fare la sua puntata. Si è infatti assistito ad un vero e proprio boom di fondi speculativi sulle materie prime agricole, che promettono grandi e sicuri guadagni ed una certa diversificazione dei portafogli d’investimento. I cereali, cosi come gli altri beni necessari alla sopravvivenza dell’uomo e al suo benessere, possono essere scambiati fisicamente oppure possono essere mezzo di operazioni speculative nel mercato delle opzioni e dei futures.

 Come lo dice la parola future tutto ruota attorno al prezzo che una determinata materia prima potrà avere in futuro. Se si ipotizza che il mais incrementerà il suo valore un traders acquisterà un contratto future e, al contrario, lo dovrà vendere se ne ipotizza un ribasso. Comprando una future sul mais si impegna ad acquistare, ad una certa data, un certo quantitativo di mais ad prezzo preciso e lo stesso se vende. Così un traders si alza la mattina, compra qualche tonnellata di mais e dopo il caffé e la sigaretta delle undici se ne disfa speculando sul prezzo che nel frattempo è salito. Insomma, un grande casinò dove puntare sui prezzi degli alimenti sperando di guadagnarci qualcosa. Se si perde, il giorno dopo si riprova.

Un casinò dove ciò che importa non sono gli scambi produttivi reali, ma i guadagni che queste carte possono creare. La maggioranza dei contratti a termine in effetti non porta a delle consegne effettive. Ciò significa che gli speculatori non hanno interesse nella merce in sé, ma nel guadagno effettuabile con essa prevedendo il suo andamento dei prezzi. E di speculatori, alla ricerca di nuovi mercati favorevoli, data la crisi dei mutui immobiliari e la crisi finanziaria generale, ce ne sono in giro molti. Sarebbe interessante sapere in che misura banche e istituti di Investimento e i gruppi finanziari (hanno a disposizione e movimentano miliardi di dollari attraverso operazioni con computers che rilevano la differenza di punti in qualsiasi momento e automaticamente mettono in moto le relativa operazioni ndr.)cercheranno di recuperare le ingenti perdite dovute alla bolla dei subprime investendo nel magico casinò delle materie prime.

Quel che si può affermare è che più o meno dal 2004 si assiste ad un sempre maggior interesse per i fondi speculativi agricoli. Tendenza che, come lo mostrano i dati disponibili sul sito internet del CBOT, è continuata nel turbolento 2008: da gennaio a novembre il volume medio giornaliero di future sui cereali e sulle oleaginose alla CBOT di Chicago era di 597 980 contratti (+ 12% rispetto al 2007). Per ciò che riguarda le opzioni medie giornaliere hanno raggiunto 151 609 contratti, il che significa un incremento del 30.92% rispetto al 2007.

Ci appare discutibile che in un contesto di crisi alimentare le materie prime vengono scambiate alla borsa di Chicago così come si scambiano altri titoli finanziari, venendo cosi banalizzate a puro mezzo di guadagno. In effetti, tra un caffé e una sigaretta, tra un milione guadagnato sul grano ed un altro perso sulla soia questi movimenti speculativi influenzano le transazioni reali di materie prime. Le imprese che controllano il commercio e la lavorazione di queste materie prime sembrano beneficiare non poco da queste fluttuazioni, al contrario di coloro che a causa di queste variazioni al cibo non possono accedere.

La crisi finanziaria potrebbe portare più speculatori verso la finanza agricola, meno rischiosa di quella immobiliare, e quindi potrebbe contribuire a creare un’instabilità sui prezzi delle derrate alimentari contribuendo così al persistere dell’insicurezza alimentare. Certo, le cause della crisi alimentare vanno ricercate anche altrove (biocarburanti?) ma è indubbio che anche la deregolamentazione che permette di speculare sulle materie prime abbia un ruolo importante. La problematica alimentare è molto complessa, ci sembrava tuttavia interessante mostrare come essa è direttamente legata al sistema finanziario che permette di considerare le materie prime come qualsiasi titolo azionario e ad una struttura industriale sempre più concentrata.  In un anno definito terribile dal punto di vista economico è interessante notare come le multinazionali dell’alimentazione e dell’agricoltura continuino ad aumentare fortemente le proprie vendite e i propri profitti. Anzi, la crisi finanziaria favorisce la concentrazione industriale e l’afflusso di speculatori verso il trading agricolo, contribuendo alla situazione di controllo delle imprese e della finanza sulle sorti dell’alimentazione delle popolazioni più svantaggiate. Questo contrasto tra chi con le sementi, col cibo e con tutte le relative speculazioni finanziarie accumula fortune rivoltanti e chi a queste sementi e a questo cibo non può accedervi ci sembra agghiacciante.

Un esempio della contraddizione su cui si basa l’economia umana dominante: il perseguire il proprio benessere non sempre crea il benessere generale. La ricchezza dei giganti (non solo quelli agricoli) è troppo influente e controlla gli uomini e le regole di un sistema economico internazionale figlio degli interessi particolari di potenze particolari e dei loro privilegi. A noi non resta che salvare un poco le nostre coscienze con comportamenti individuali e collettivi eticamente corretti. Chi tira i fili continuerà a tirarli e le buone azioni non saranno altro che pochi chicchi in un granaio mondiale già geneticamente contaminato. Documento esportato da www.sbilanciamoci.info 3 di 4.

Riferimenti bibliografici

ADM: “Le monde ne peut pas se passere de nous“, ADM Annual Report 2008

Bunge : “Annual Report 2008” Cargill: “ 2008 Annual Report Summary“

CME Group: “A Global Trading Sumary of Grain Oilseed ND Livestock Markets“, Monthly Agricultural Update, December 2008, http://www.cbot.com/cbot/docs/87809.pdf

 Dinham B.: “Corporations and Pesticides” , in Pretty J.: “The pesticide detox: toward a more sustainable agriculture”, Earthscan 2005 DuPont:

“DuPont agricolture & nutrition on track for strong 2007” Comunicato stampa del 3 dicembre 2007

Fao: “The State of Food and Agricolture 2008.

Biofuels: prospects, risk and opportunities”: Franchini F., « Les agrobiotechnologies : une histoire des stratégies industrielles », Mémoire de licence e science politique, Université de Lausanne, 2007

Green R. e Hervé S.: “IP- Traceability and Grains Traiders: ADM, Bunge, Cargill and Dreyfus”, INRA-LORIA, 2006 Monsanto: “Annual Report 2008” Reuters: „

EU raids Cargill, Bunge in food-price proob“, Comunicato stampa del 10 luglio 2008

Reuters: « Cargill sees oportunities in struggling economy », Comunicato stampa del 20 agosto 2008 Syngenta: “Annual Review 2008”

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21 dicembre 2014 7 21 /12 /dicembre /2014 09:59

La fame planetaria di materie prime e le multinazionali che controllano mille miliardi di dollari $ in materie prime.

Marco Magrini 19 febbraio 2012

Il menager dell'anno è ancora appeso agli incerti umori degli azionisti. Ma se i termini della fusione da 90 miliardi di euro fra Glencore, la seconda trading house del mondo, e Xstrata, un colosso minerario, potranno forse essere rivisti, nessuno dubita che i rispettivi amministratori delegati – Ivan Glasenberg e Mick Davis, entrambi sudafricani – abbiano la ferma intenzione di condurre in porto il mega-affare.

Gli azionisti di Xstrata contestano il prezzo, giudicato troppo basso. «Dobbiamo agire in fretta – ha detto Davis ai grandi soci, durante una riunione alla City di Londra – perché dovremmo perdere questa opportunità?>>

L'opportunità è quella di diventare giganti in un momento in cui la fame planetaria di materie prime, dopo aver già regalato un decennio d'oro ai grandi trader, promette un'altra lunga galoppata sulle praterie della globalizzazione.

Secondo l'Agenzia internazionale dell'energia, il fabbisogno di carburanti per il trasporto aumenterà dell'80%, da qui a fine secolo. Secondo la FAO, la produzione alimentare dovrà crescere del 70%. E le incertezze che punteggiano il mondo sono sempre lì pronte ad offrire quel che agognano i grandi trader: la volatilità dei prezzi, il sale e il pepe della speculazione. Anche se nel 2011, questo va detto, i profitti di alcuni (inclusa Glencore) sono scivolati.

Questi gruppi, tutti dotati di potenti trading desk, ma anche di magazzini, flotte e stabilimenti sparsi per il mondo, sono grandi per davvero. Glencore controlla il 55% dello zinco e il 36% del rame mondiale. Nel 2010, Vitol e Trafigura – due trading house con sede in Svizzera – hanno venduto mediamente 8 milioni di barili di petrolio al giorno, più delle esportazioni dell'Arabia Saudita. E le cosiddette ABCD – ovvero le americane Adm, Bunge, Cargill e la francese Dreyfus – tengono in pugno le commodities alimentari: controllano fra il 75 e il 90% dei cereali mondiali.

Secondo i calcoli della Reuters, nel 2010 le prime dodici trading house del mondo hanno fatturato mille miliardi di dollari, dopo quasi dieci anni di crescita, spinta dai consumi di Cina, India e Brasile. «La maggior parte dei trader prende il prezzo che trova», commenta Chris Hinde, direttore della rivista Mining Journal. «Ma le grandi trading house hanno la capacità di fare il prezzo. E questo le mette in un'invidiabile posizione di forza».

Della Glencore si è saputo qualcosa dallo scorso maggio, quando la compagnia – sin lì poco incline alla trasparenza – ha aperto le porte e i libri quotandosi a Londra e regalando nottetempo 10 miliardi a Glansenberg. Ma se i nomi di questi colossi non sono noti al grande pubblico come Exxon Mobil o Nestlè, non è tanto per la lontananza dai consumatori finali. Quanto per una deliberata scelta di segretezza. «Prima di portare la mia azienda in Borsa, devono camminare sul mio cadavere», ha dichiarato più volte Charles Koch, che col fratello David controlla la quasi centenaria Koch Industries.

Le 12 trading house nel mondo

MULTINAZIONE                                                                Fatturato in miliardi di dollari Dato 2010 Nazionalità Anno fondazione

Wilmar   Materie prime alimentari                                                                                            30 Singapore (1991)

Vitol Energia, metalli , zucchero                                                                                             195 Svizzera (1966)

Glencore Energia, metalli, alimentari                                                                                     145 Svizzera (1974)

Cargill Fertilizzanti, metalli, alimentari, energia                                                                      108 Usa (1865)

Koch Industries Petrolio                                                                                                          100 Usa (1920)

ADM Cereali, olii, caffè                                                                                                             81 Usa (1902)

Gunvor Energia, emissioni serra                                                                                            80 Svizzera (1997)                                                                                                                             Trafigura Energia, metalli                                                                                                        79 Svizzera (1993)

Mercuria Energia                                                                                                                   75 Svizzera (2004)                                                                                                                    NobleNBC Petrolio, carbone, zucchero                                                                                 57 Hongkong 1956                                                                                                                                                  Louis Dreyfus Materie prime alimentari                                                                                   46 Francia (1851)                                                                                                                                    Bunge Materie prime alimentari                                                                                                46 Usa (1818)

 

Le misteriose regine del trading che controllano mille miliardi di dollari $ in materie prime e dettano i prezzi

Marco Magrini - Cronologia articolo19 febbraio 20 12

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-02-19/misteriose-regine-trading-140231.shtml?uuid=AaiYjFuE

 

 

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21 dicembre 2014 7 21 /12 /dicembre /2014 09:34

La mappa dei padroni del cibo. Navigazione per la galleria fotografica Industria alimentare, ecco chi sono i padroni del cibo

Sono dieci i signori che controllano da soli più del 70 per cento dei piatti del pianeta. Queste multinazionali gestiscono 500 marchi che entrano nelle nostre case quotidianamente. Così pasta, biscotti e caffè diventano globali, anche in Italia. E le grandi questioni, come l’uso di oli e grassi nei prodotti, vengono decise a tavolino.

PAOLO GRISERI – La Repubblica

STANNO seduti intorno alla tavola del mondo e controllano da soli più del 70 per cento dei piatti del pianeta. Sono i 10 signori dell’industria alimentare: 450 miliardi di dollari di fatturato annuo e 7.000 miliardi di capitalizzazione, l’equivalente della somma del pil dei paesi più poveri della Terra. Non sempre sono nomi noti in Italia. Da un secolo la Coca Cola è il sinonimo della multinazionale ma solo gli addetti ai lavori conoscono la Mondelez. Un po’ più numerosi sono gli italiani che ricordano la Kraft, vecchio nome proprio della Mondelez. Quasi tutti invece hanno incontrato al supermercato marchi come Toblerone, Milka e Philadelphia. "I 500 marchi riconducibili ai dieci signori della tavola — spiega Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia — sono spesso vissuti dai consumatori come aziende a sé stanti. In realtà fanno parte di multinazionali in grado di condizionare non solo le politiche alimentari dell’Occidente ma anche le politiche sociali dei paesi più poveri".

A rendere chiaro il quadro c’è il paradosso del ricco Epulone, il protagonista della parabola evangelica. Mentre sono 900 milioni le persone che soffrono la fame (dati Onu settembre 2014 - i dati dono discutibili, cioé gli affamati sonodi più ndr.) e che vivono sotto la tavola del banchetto sperando nelle briciole, sono 1,4 miliardi gli uomini e le donne che nel mondo hanno il problema del sovrappeso. "Sono due prodotti dello stesso sistema — osserva Barbieri — perché l’80 per cento di coloro che non riescono a sfamarsi vivono nelle campagne e lavorano per produrre cibo". Oxfam è un’organizzazione che si propone di aiutare le popolazioni povere del mondo cercando di redere virtuosi, con campagne e raccolte di firme, i comportamenti delle multinazionali del cibo. Il sistema è quello di fare pressione sull’immagine dei gruppi alimentari in Occidente per spingerli a migliorare le politiche sociali nei paesi produttori. È accaduto con Nestlé, Mondelez e Mars per quel che riguarda i diritti delle donne che lavorano nelle piantagioni di cacao. Si chiede che accada con Coca Cola e Pepsi per evitare il fenomeno del land grabbing, l’esproprio forzoso delle terre dove si coltiva la canna da zucchero. "Già oggi — spiega Oxfam — sono coltivati a zucchero 31 milioni di ettari di terra, l’equivalente della superficie dell’Italia".

La tendenza alla concentrazione dei marchi è in atto da tempo e riguarda praticamente tutti i settori alimentari. Ci sono eccezioni quasi inevitabili come il latte e il vino. Stiamo naturalmente parlando di grandi multinazionali. Ma se nel settore vinicolo il blocco alla creazione di grandi gruppi è dovuto a un legame strettissimo con il territorio (ogni collina è una diversa cantina sociale), nella birra non è più così da tempo: i tre principali marchi mondiali, i belgi in In Bev (Artois, Beck’s e la brasiliana Anctartica), i sudafricani di SAB Miller e gli olandesi di Heineken controllano da soli il 60 per cento del fatturato mondiale e raccolgono l’80 per cento degli utili. Analoga concentrazione sta per avvenire nel settore del caffè. "L’esempio della birra — spiega Antonio Baravalle, ad di Lavazza — dimostra che nei settori dell’alimentare la concentrazione delle proprietà fa aumentare i profitti". Dunque c’è da immaginare che nei prossimi anni i dieci signori che governano le tavole del mondo si ridurranno ancora? "Penso che ci sia un limite. Fondersi ancora di più non sarà facile. Mi sembra più probabile che ciascuno di quei dieci gruppi assorba nel tempo altri gruppi minori".

Anche se, a ben guardare la composizione della tavolata, non tutti i signori del cibo hanno la stessa consistenza. Provando a metterli in fila per fatturato, la Nestlé è di gran lunga più grande (90,3 miliardi) della seconda classificata, la Pepsicola (66,5 miliardi). Nonostante il suo valore iconico, come si dice oggi, la Coca Cola è ben distaccata dalla storica rivale ed è ferma a 44 miliardi di fatturato, scavalcata da Unilever (60) e Mondelez (55). A fondo classifica la Kellogg’s con 13 miliardi di dollari di ricavi annui. Con queste marcate differenze tra i dieci primi in classifica c’è, in teoria, ancora spazio, per i matrimoni. "Ma può anche accadere — spiega Baravalle — che uno dei grandi gruppi decida di liberarsi di un marchio perché non lo considera abbastanza globale". È quel che è successo, ad esempio, con la scelta di Mondelez di cedere i suoi marchi del caffè. Ed è quel che è accaduto negli anni scorsi a Findus, un tempo di Nestlé e Unilever e oggi in maggioranza detenuta da un fondo di investimento. Findus continua ad essere un ottimo marchio ma il suo difetto, secondo le valutazioni delle multinazionali, è quello di essere forte solo su alcuni mercati. Un’altra tendenza è quella di rilevare un marchio alimentare locale perché faccia da veicolo alla penetrazione di un grande gruppo in un mercato. Se Unilever, per esempio, deciderà un giorno di acquistare un marchio locale in un paese asiatico, lo farà soprattutto per mettere piede in quel mercato e poterlo affiancare dopo poco tempo con uno dei suoi brand globali.

Dopo altri decenni di fusioni e concentrazioni, ci troveremo un giorno a consegnare ad un unico grande fratello le chiavi della dispensa del mondo? Quello di un pianeta in cui una sola grande multinazionale controllerà tutti i marchi alimentari è certamente uno scenario da incubo. Ma come tutti i processi di concentrazione, anche quello del cibo crea inevitabilmente i suoi anticorpi. Succede in politica, dove contemporaneamente alle unioni tra stati nascono i movimenti separatisti e territoriali; accade, in modo assai più virtuoso, nell’alimentare con il sorgere dei prodotti chilometro zero, i presidi territoriali, i sistemi di produzione artigianale. Chi decide di resistere alla tentazione di vendere l’azienda alle multinazionali è inevitabilmente portato a valorizzare il suo brand mettendo in evidenza il legame con il territorio.

L’Italia è certamente uno dei Paesi del mondo dove il rischio della concentrazione dei produttori di alimenti è meno forte. Un po’ per il particolarismo che caratterizza la nostra economia asfittica. Un paese dominato dal modello per molti aspetti negativo della piccola e media impresa, che nel settore del cibo potrebbe trasformare il difetto in virtù. Lo dimostra uno studio condotto dall’agenzia Next con un questionario rivolto alle aziende alimentari italiane. L’elenco di quelle principali dice che siamo ben al di sotto del livello dei colossi mondiali. L’unica che si avvicina per fatturato è la Ferrero, con 8,1 miliardi di euro di ricavi annui, circa 10 miliardi di dollari, poco meno dei 13 miliardi della Kellogg’s. Le altre sono molto più indietro. La Barilla fattura 3,5 miliardi di euro ed è limitata dal fatto di avere come business un prodotto molto connotato localmente come la pasta. Si contano sulle dita di una mano le altre italiane sopra il miliardo di fatturato: il gruppo Cremonini (3,5) Parmalat (1,4), Amadori (1,3) Lavazza (1), Conserve Italia (1). Immediatamente sotto il livello del miliardo ci sono Acqua San Benedetto, Galbani e Granarolo.

È evidente che gli 11 signori del cibo italiano sono molto meno potenti dei commensali della tavolata mondiale. Ci si chiede se i re dell’alimentare, in Italia e nel mondo, hanno politiche comuni, accordi segreti, si mettono d’accordo per decidere che cosa mangeremo nei prossimi trent’anni. L’idea di una Trilateral del cibo, di un supergoverno occulto delle nostre cucine, è forse fantasiosa: «Credo anch’io che messa così possa essere un esercizio di fantasia premette Baravalle — ma sarei un ingenuo ad escludere che sulle grandi questioni di politica alimentare i grandi gruppi non esercitino, com’è legittimo, le loro pressioni sui politici ». Certo, la discussione delle normative comunitarie sulla etichettatura risente ed ha inevitabilmente risentito dei desiderata dei signori del cibo. Ogni particolare in più o in meno da aggiungere sul foglio informativo per i consumatori si porta dietro miliardi di investimenti. Il caso più clamoroso è scoppiato di recente e riguarda gli oli utilizzati: finora è sufficiente scrivere che si tratta genericamente di “oli vegetali”. Ma se domani i produttori fossero costretti a specificare quali sono quegli oli, quanti avrebbero il coraggio di scrivere che utilizzano l’olio di palma, decisamente più scadente di quello di oliva? Ogni tanto sedersi intorno a un tavolo e decidere strategie comuni può essere utile. Anche per i signori del cibo

I padroni del cibo
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6 ottobre 2014 1 06 /10 /ottobre /2014 07:45

Per dare un giudizio sugli OGM é opportuno esaminare come questa innovazione si inserisce nel ciclo produttivo. I rapporti che si instaurano tra chi produce le materie prime ( le sementi) , chi le utilizza e i cittadini che poi consuma il cibo. In sé qualsiasi tecnica che migliora la produzione è benvenuta. Poi occorre vedere gli effetti che produce e quali soggetti guadagnano nel ciclo della produzione e del consumo. Il rapporto tra prodotto e ambiente, la diversità biologica. Il rapporto con il territorio e le altre produzioni agricole. Il rapporto con la popolazione e la sua salute. Non serve fermarsi all’aspetto del solo ciclo produttivo (utile e proficuo  in determinati casi, per determinati scopi e necessario per evitare sprechi) altrimenti si attuano delle procedure che non portano alcun miglioramento in nessun settore. L’esempio è la crisi economica scoppiata nel 2008. Tutti gli interventi delle istituzioni (perché orientati in un certo modo della politica economica) sul lavoro, sul credito, sulle banche e gli enti finanziari, sul fisco, sulla tassazione non hanno fatto altro che aggravare i disagi e i problemi dei cittadini in tutti gli ambiti, e aumentare le disuguaglianze tra di loro poiché non hanno modificato il modo di produrre la ricchezza e come essa viene distribuita tra i gruppi sociali (ndr.)

Vandana Shiva: "Io, spina nel fianco dell'industria Ogm. Vogliono screditarmi ma continuo a lottare"

Attacco del New Yorker alla leader del movimento mondiale contro gli organismi geneticamente modificati. E lei, a Repubblica, ribatte alle accuse una per una. Dopo un Ph. D.e un master ho proseguito con la ricerca a Bangalore, dice smentendo di non avere titoli di studio. Sostiene che i contadini indiani siano strangolati dai debiti per colpa della Monsanto. La stessa multinazionale che aggiunge “vuole conquistare l’africa e perciò deve difendere il mito di rendere gli agricoltori ricchi”. La campagna peer boicottare la sua partecipazione all’expo non la preoccupa: “Ci saranno altri a difendere la mia tesi”. Lancia infine un monito all’europa: “ il nuovo negoziato di libero scambio che state negoziando con gli Usa mette in pericolo la vostra sovranità alimentare”

"CATTIVO giornalismo, affermazioni disoneste, un tentativo sistematico di distorcere la realtà". In questa intervista passa al contrattacco Vandana Shiva, la leader indiana del vasto movimento mondiale contro gli organismi geneticamente modificati (Ogm). Da New York è esplosa "l'affaire Vandana Shiva" con una risonanza internazionale. Seeds of Doubt ( i semi del dubbio), s'intitola l'ampio reportage che le ha dedicato il giornalista scientifico Michael Specter sul magazine New Yorker.

Un attacco frontale alla reputazione della Shiva, alle sue tesi, perfino alla sua onestà. Scontro fra titani. Da una parte c'è la 62enne indiana che ha fondato nel 1987 il movimento Navdanya ("nove semi"), ha ricevuto il prestigioso Right Livelihood Award, guida una crociata globale contro la multinazionale Monsanto, si è costruita un immenso seguito, con alleati italiani come Slow Food e Terra Madre. Sul fronte opposto c'è una delle più prestigiose testate d'America, un tempio del giornalismo di qualità, diretto da David Remnick. E progressista doc. È uno scisma all'interno dell'opinione pubblica liberal? Citando un pezzo di comunità scientifica che è ormai convinto della sicurezza degli Ogm, e ancor più della loro superiorità su ogni alternativa (coltivazioni tradizionali con alto uso di pesticidi, coltivazioni "bio" esposte a tossine), il reportage è una requisitoria contro la Shiva. È descritta come una ciarlatana, priva di basi scientifiche, abile a sfruttare paure irrazionali dell'opinione pubblica. Le accuse sono pesanti, per esempio sulle "correlazioni" infondate tra Ogm e autismo.

O peggio: le campagne contro gli Ogm secondo economisti di Berkeley e Monaco sono responsabili di migliaia di morti per avere impedito l'adozione del Golden Rice, il riso arricchito con vitamina A che riduce la cecità tra i bambini dei paesi poveri. Specter cita una scienziata consulente della Commissione europea secondo cui "la paura degli Ogm non è veramente motivata dal pericolo di queste biotecnologie, ma dalla diffidenza verso le multinazionali che dominano l'agroindustria".

La comunità scientifica non è compatta, in realtà. Lo dimostrano le lettere al New Yorker. Eric Chivian, scienziato della Harvard Medical School, accusa Specter di "perdere credibilità perché omette serie preoccupazioni scientifiche" sugli insetticidi neuro-tossici usati per coltivare il mais geneticamente manipolato. I toni rasentano la guerra di religione, sul sito di Vandana Shiva appare, poi rimosso, un appello a trattare i pro-Ogm come "nazisti che vanno processati per crimini contro l'umanità". A sua volta, lei elenca intimidazioni e minacce di morte. Dalla sua casa di New Delhi mi dedica un'ora del suo tempo al telefono e risponde a tutte le domande più spinose. Cominciamo dai titoli di studio. Specter insinua il dubbio che lei si presenti come una scienziata mentre non lo è, la descrive come una che ha solo la laurea breve, anche se poi il direttore Remnick ha fatto su questo un'autocritica ("Nessuno contesta che abbia ottenuto un master in Fisica e sono dispiaciuto che non sia menzionato nell'articolo")

. Lei è o non è una scienziata? Dove ha studiato? "Specter e l'industria biotecnologica vogliono screditarmi descrivendo me e i milioni di persone contrarie agli Ogm come anti-scientifici, romantici. I miei studi sono una spina nel fianco per loro. Ho preso un Ph. D. (dottorato di ricerca) in Canada, in Filosofia della scienza con una tesi sulla Teoria quantica; e un master in Fisica. La teoria quantica mi ha insegnato alcuni principi che ispirano il mio lavoro, ma mi sono spostata da un paradigma meccanicistico a uno ecologico. Potevo continuare i miei studi quantici alla fondazione Tata o proseguire studi interdisciplinari sulle politiche della ricerca scientifica al Politecnico di Bangalore. Ho scelto la seconda strada per approfondire le relazioni tra scienza e società. Ho studiato abbastanza la fisica per impadronirmi dei suoi concetti, ma non mi sono voluta trasformare in una macchina di calcolo. E ho tanta stima degli intellettuali non-scienziati che contribuiscono a mettere in discussione il pensiero scientifico, come Noam Chomsky".

Altra accusa: la sua campagna ignora che il cotone Bt (con il Bacillus thuringiensis) abbia migliorato la condizione dei contadini indiani, ridotto l'uso di pesticidi e quindi le malattie dei coltivatori. Inoltre quell'epidemia di suicidi che lei denuncia sarebbe un falso: la percentuale tra i contadini indiani che coltivano Ogm sarebbe inferiore rispetto ad altre categorie sociali. "Specter non ha fatto una vera ricognizione sul campo, non si è spinto nella regione cotoniera del Maharashtra. Altrimenti avrebbe saputo di Shankar Raut e Tatyaji Varlu, del villaggio di Varud, suicidi dopo il disastroso raccolto di cotone Bt. E tanti casi come questi. L'argomento che i contadini si suicidano per i debiti, e non per gli Ogm, è specioso. Gli agenti della Monsanto che vendono semenze Ogm, fertilizzanti e pesticidi, sono gli stessi che fanno il credito. Il contadino prima si indebita per le semenze di cotone, poi scopre di dover comprare più fertilizzanti e pesticidi e s'indebita ancora. Il bacillo del cotone Bt perde efficacia, le dosi di pesticidi aumentano, i debiti pure. È questo ciclo di alti costi, escalation nei prodotti chimici, la trappola del debito che spinge al suicidio".

Il New Yorker contesta la sua affermazione secondo cui i brevetti della Monsanto impediscono ai contadini di conservare le sementi. Una legge sui diritti degli agricoltori, varata nel 2001, tutela il loro diritto di conservare e riutilizzare i semi. E, secondo l'articolo, i costi scendono e i raccolti sono più ricchi. "Prima che arrivasse la Monsanto le semenze locali di cotone costavano da 5 a 10 rupie il chilo. Il monopolio costruito dalla Monsanto ha fatto salire i prezzi a 3.555 rupie il chilo di cui 1.200 sono royalties.

Laddove la Monsanto ha dovuto ridurre i prezzi, per esempio nell'Andra Pradesh, è successo grazie alle nostre pressioni sull'antitrust locale. Anche la legge del 2001 non nasce per caso, io ero stata designata tra gli esperti del ministero dell'Agricoltura. Ma la lotta non finisce mai. Pensi che in questo momento la Pepsi Cola sta penetrando nel business delle mense scolastiche in India. Altro che alimentazione equilibrata, chilometro zero. Un colosso americano del junk-food vuole decidere cosa mangiano i bambini indiani. È in pericolo la nostra sovranità alimentare. Dietro le campagne ideologiche come questo articolo del New Yorker s'intravede un altro obiettivo. Monsanto vuole conquistare l'Africa. Perciò devono diffondere il mito che i loro Ogm hanno reso ricchi i contadini indiani". Ma ci sono fior di scienziati autorevoli, non al servizio delle multinazionali, che lavorano in strutture di ricerca pubbliche, e difendono gli Ogm. Chiedono di non essere demonizzati. Chiedono che la libertà di ricerca sia difesa anche se i risultati sono sgraditi. "Il principio fondamentale che ci muove è questo: l'idea che il diritto su un seme sia proprietà privata, è inaccettabile. Non si deve poter brevettare e privatizzare una pianta (o addirittura generazioni di piante) così come non si deve poterlo fare con la vita umana. L'America difende delle forme estreme di proprietà privata attraverso i brevetti. Non sono contraria alla ricerca. L'importante è che gli scienziati distinguano i ruoli. Chi fa ricerca in laboratorio non deve poi essere coinvolto nella commercializzazione di un prodotto. Uno scienziato puro non deve trasformarsi in venditore globale di sementi brevettate. La Monsanto non persegue il progresso scientifico, altrimenti non sarebbe contraria alla trasparenza. Guardi, nonostante le loro campagne perfino in America l'opinione pubblica vuol essere informata, chiede l'etichettatura degli Ogm.

E Monsanto che fa? Trascina in tribunale lo Stato del Vermont per bloccare l'obbligo delle etichette trasparenti. Anche l'Europa è minacciata, dentro il nuovo trattato di libero scambio che state negoziando con gli Usa ci sono attacchi al vostro principio di precauzione". In seguito alle accuse del New Yorker un agronomo italiano ha proposto che il governo Renzi cancelli la sua partecipazione all'Expo 2015. "Se non ci vado io, andranno altri a sostenere le mie tesi. L'importante è che l'Expo non sia una manifestazione commerciale bensì un'occasione educativa, per riflettere sul grande tema di oggi: in che modo si deve nutrire l'umanità, con quali conseguenze sulla salute, sui consumi energetici, sulla biodiversità. Dobbiamo riprenderci questi temi essenziali della vita, sottrarli alla macchina propagandistica dell'agrobusiness ".

“Vietare gli Ogm è un grave danno. Non ci sono prove che siano nocivi”

Si continuano ad ignorare 15 anni di ricerche scientifiche e non ci sono evidenze sugli effetti dannosi degli organismi geneticamente modificati Vandana Shiva? Non è una vera scienziata, le sue critiche sono vaghe e fuori luogo

di ELENA CATTANEO

È OPPORTUNO e salutare, anche in funzione delle sfide che vengono dalla grave crisi economica del Paese, che si torni a parlare in dettaglio e con pacatezza di Ogm, tema controverso e vissuto a mio giudizio troppo emotivamente. È un fatto nuovo e che mi dà speranza. Nel corso di un recente convegno organizzato a Mantova da Confagricoltura di Lombardia e Veneto si sono discusse le ragioni che impediscono di fare in Italia ciò che la Spagna fa con vantaggi per ambiente ed economia: coltivare (anche) mais migliorato con le biotecnologie.

Moltissimi prodotti del made in Italy alimentare esistono grazie alla mangimistica Ogm, che importiamo dall'estero. Evidentemente non fa male né alla salute né tantomeno al gusto. Però fa molto male alle nostre tasche, visto che la bilancia agroalimentare è in deficit fisso per almeno 4 miliardi di euro all'anno da decenni. Questi sono dati certi e dimostrati. Sono ancora in cerca di prove contro l'impiego di Ogm (mais, soia, cotone). Li sto studiando uno a uno. E' un impegno. La letteratura scientifica è difficile, ma è pubblica e accessibile a tutti. Con l'aiuto di diversi colleghi ho capito che per alcuni Ogm, come il mais, le prove di sicurezza ambientale e per la salute umana sono esaustive e certificate. Per altri, come la colza, no. In questo caso c'è un rischio di commistione con piante affini. Tra pochi mesi scadrà anche il brevetto sul mais Ogm dopo che quello sulla soia resistente a un erbicida è appena scaduto. Alcuni Paesi si stanno organizzando per avvantaggiarsene ulteriormente.

Noi no. Contro gli Ogm si ascoltano argomenti che sono gli stessi da almeno tre lustri. Mi chiedo come si possano ignorare quindici anni di prove e pubblicazioni scientifiche sulla sicurezza di piante come il mais o il cotone Bt, o la soia Ogm. Le critiche sono le solite. "Non sono sicuri". "Non sappiamo cosa possano fare nel lungo periodo". Ma questi sono giudizi vaghi. Opinioni o premonizioni. Intanto negli Stati Uniti (come in Spagna) li coltivano e, come noi, li consumano da oltre vent'anni. L'Agenzia che certifica la sicurezza ambientale e umana (Efsa di Parma), la Commissione Europea, l'Organizzazione Mondiale della Sanità, e una moltitudine di scienziati abituati al confronto internazionale hanno controllato e concluso che, ad esempio, il mais Bt è sicuro. O meglio, che è più sicuro per l'ambiente e la salute umana del mais tradizionale irrorato da insetticidi o del mais biologico che presenta talvolta preoccupanti livelli di micotossine cancerogene.

Possibile che tutti questi enti pubblici autorizzino cose pericolose? Se qualcuno ha dati diversi, e auspicabilmente non manipolati o artefatti, li deve mettere a disposizione affinché siano controllati. Il Governo e la politica economica del Paese non possono basarsi sui "sentimenti" o sulle opinioni, invece che su fatti scientificamente validati.

Nell'interesse del Paese le decisioni devono essere prese confrontando fatti, numeri e statistiche. Queste sono le regole del confronto scientifico, ma in ultima istanza anche democratico. Altrimenti è come se Galileo Galilei non fosse nemmeno nato e non avessimo ancora capito cosa ha permesso di triplicare l'aspettativa di vita, curare malattie, riscaldare le case, andare sulla Luna, etc.

Oggi si fa pagare caro il cosiddetto cibo biologico dando garanzie del fatto che sarebbe senza Ogm. Non mi pare onesto. Nessun italiano può aver certezza di aver mai mangiato, che so, un salame biologico proveniente da animali non alimentati con Ogm, né questa sicurezza ci sarà fino almeno al 2018 e forse oltre (come risulta dal Regolamento 836/2014 della CE, che rinnova l'ennesima deroga per i mangimi di polli e maiali biologici). Non mi interessa discutere se un mangime privo di Ogm sia meglio o peggio, anche se mi incuriosirebbe un esperimento per stabilire se qualcuno noterà mai una differenza nella "tipicità italiana" del salame ottenuto da animali nutriti con uno dei due mangimi. Mi preme discutere come stanno davvero le cose. Di quel che si può dimostrare. Non so che farci se sono una scienziata, ma il mio primo dovere è dire sempre e solo cosa è provato oggi, al meglio delle nostre conoscenze. Per contro chiedo altrettanto. Non opinioni.

Da vent'anni s'invoca il principio di precauzione contro gli Ogm. Da vent'anni li stiamo già sperimentando, nutrendoci indirettamente e vestendoci con cotone Ogm. E non capisco perché il principio di precauzione non dovrebbe valere per gli insetticidi, che da decenni due volte l'anno si spargono su centinaia di migliaia di ettari di mais con danni già visibili sia sulla perdita di biodiversità (farfalle, coccinelle, larve) sia per le intossicazioni umane riconosciute anche dall'Accademia Pontificia delle Scienze.

L'Italia "libera dagli Ogm" usa due volte e mezzo più pesticidi degli Stati Uniti, che coltivano sia Ogm sia prodotti biologici, senza integralismi, scegliendo caso per caso e non privandosi di nessun tipo di agricoltura. Noi scienziati non possiamo nemmeno studiarli. Non possiamo sperimentare per recuperare piante in estinzione come, ad esempio, il pomodoro San Marzano o il riso Carnaroli. Eravamo alla frontiera nelle biotecnologie vegetali. I progetti giacciono da 15 anni chiusi nei cassetti dei laboratori delle nostre università pubbliche (non di multinazionali). Singolare un Paese che uccide la propria innovazione agitando spauracchi privi di analisi approfondite dei rischi e dei benefici. Non capisco nemmeno il silenzio di un governo di sinistra, che si disinteressa di quei milioni di cittadini costretti dalla crisi a ridurre la spesa alimentare e che non possono certo ricorrere al costoso biologico (ne fa uso il 2% della popolazione) - al quale, ripeto, non sono contraria. Da ultimo, mi domando come sia possibile avere l'attivista politica Vandana Shiva come Ambassador di Expo2015. Anche dopo l'intervista pubblicata ieri su questo giornale, nella quale non confuta nessuno degli argomenti del New Yorker. Ammette di non avere un dottorato in fisica, ma solo un master e il dottorato in filosofia. Non è quindi una scienziata in ambito della fisica come aveva lasciato intendere. Non ripete più che i semi Ogm sarebbero sterili e rimane sul vago in merito ai suicidi dei contadini che lei attribuisce ai semi di cotone Ogm di Monsanto.

Prima diceva che erano 280 mila. Anche le sue critiche ai brevetti sono del tutto fuori luogo. I contadini sono proprietari anche dei semi Ogm acquistati e li possono riseminare sui loro terreni tutte le volte che desiderano. Ma siccome tutti i semi ibridi, quindi anche non Ogm, se riseminati diventano meno produttivi, da sempre i contadini i semi (Ogm e non-Ogm) li riacquistano, e se conviene economicamente acquistano anche quelli brevettati. Grazie all'uso dei semi Ogm da parte dei contadini, l'India in pochi anni è diventata il secondo produttore di cotone al mondo ed il 93% dei contadini indiani ha scelto semi di cotone Ogm.

Vogliamo dire che i contadini indiani sono passati tutti a comprare e coltivare semi Ogm perché rendevano di più? E come non essere solidali con i nostri agricoltori che chiedono un'eguale libertà d'impresa, cioè di poter coltivare (anche) mais modificato con lo stesso gene che ha reso vantaggioso il cotone indiano. Concludo, esprimendo anche inquietudine per il fatto che 40mila aziende agricole, molte delle quali vorrebbero coltivare sia biologico sia Ogm, in tutta libertà e sicurezza (perché la coesistenza è possibile), chiudono ogni anno in Italia. Mentre apprendo che Coldiretti, contraria agli Ogm, vende e usa mangimi Ogm. C'è qualcosa di profondo che non va nel nostro Paese.

La vicenda degli Ogm è paradigmatica. Come lo sono il caso Stamina, la sperimentazione animale, i vaccini, etc. È la perdita del senso di cosa è "vero in modo accertabile". La scienza cerca prove. I partiti cercano voti.

Al Paese serve una visione e una cultura politica che torni a valorizzare i fatti e le competenze, come presupposto per recuperare la fiducia degli elettori."

“Anche gli scienziati divisi sugli Ogm:

ecco perché all’Italia conviene dire no” Il fondatore di Slow Food: “Le multinazionali non sono trasparenti, è un diritto dei popoli opporsi ai semi geneticamente modificati”

Di Carlo Petrini

Da MESI seguo i copiosi interventi che si susseguono sulla stampa italiana a proposito di organismi geneticamente modificati, devo ammettere che qualcosa non mi è chiaro. La prima perplessità nasce quando chi si dichiara a favore degli Ogm destinati all'alimentazione umana sembra ritenersi, per ciò stesso, autorizzato a concedere patenti di scientificità o di emotività. La scientificità va a chi concorda con le sue opinioni, tutti gli altri sono vittime dell'emotività. Questo non riguarda solo le persone, ma anche le pubblicazioni: gli studi a supporto delle tesi pro-Ogm vengono citati come scientificamente validi; quelli che indagano su problemi - a livello ecologico, economico o giuridico - legati a quelle coltivazioni e al consumo di quei prodotti invece non esistono, non sono affidabili, oppure non sono, indovinate?, scientifici.

  Del resto tutti sanno o dovrebbero sapere, che il mondo scientifico è tutt'altro che concorde su questo argomento. Ma tant'è in questo momento chi si presenta tenendo alta la bandiera della scientificità pro-Ogm suscita più attenzione di chi con curricula altrettanto rispettabili, posizioni accademiche indiscusse e valanghe di pubblicazioni all'attivo, ritiene che quei prodotti non siano una scelta opportuna per la nostra agricoltura, per la nostra economia e - nel senso più complesso e completo - per la salute dei nostri ecosistemi.

Quello che mi diverte osservare, però, è che a fronte di tanta agitazione a mezzo stampa, le aziende produttrici non fiatano. Il New Yorker si lancia, con sacro furore, contro una persona che ha un nome e un cognome, la mia amica e compagna di tante riflessioni e battaglie, Vandana Shiva; una senatrice della nostra repubblica si schiera a supporto di quanto scritto da quella rivista; ma mentre tutti si scaldano così tanto, le voci dei protagonisti non si sentono. D'altronde questa è la principale caratteristica delle multinazionali che si occupano del nostro cibo (e spesso anche delle malattie correlate, quindi dei nostri farmaci): non si sanno i nomi dei responsabili delle scelte che fanno. Se la fondazione Navdanya prende una posizione, trovare Vandana Shiva è la cosa più semplice del mondo, si fa un numero di telefono e lei risponde di sé e di quel che ha fatto o deciso. Quando invece parliamo di Monsanto, Syngenta, Bayer sembra di parlare di società anonime, non si sa chi c'è, cosa pensa, cosa vuole e che progetti ha, perché non c'è modo di associare un nome a un'azione. Questo, se ci penso bene, non mi piace affatto.

Perché in generale un po' di trasparenza e rintracciabilità, quando si parla di cibo, farebbe piacere, a tutti i livelli, etichette comprese. Ma - per quanto possa sembrare paradossale - tutto quel silenzio ha anche un lato positivo. Le multinazionali, parrebbe, tacciono ma ascoltano.

Nel mese di agosto, la Monsanto ha comunicato al mondo che visto che in generale le popolazioni europee non sembrano propense al consumo di Ogm e che non c'è un forte appoggio politico, l'azienda, in Italia, si concentrerà sulle varietà di mais non Ogm, studiando varietà per l'agricoltura convenzionale, con particolare attenzione al risparmio idrico.

Così la situazione è abbastanza surreale: da un lato i giornali si fanno in quattro per difendere gli Ogm in Italia, gli "scienziati veri" gli danno una mano, alcuni agricoltori arrivano addirittura a seminare illegalmente mais Ogm con tutto quel che ne consegue in termini di provvedimenti e - ancora! - spazi sui giornali, e tutto questo senza prendere mai in considerazione le volontà, chiaramente espresse, dei cittadini; dall'altro l'azienda che dovrebbe beneficiare di tanto scalmanarsi in sua difesa che fa? Prende atto dell'ostilità del pubblico italiano e dice d'accordo, cambiamo strategia, in Italia lavoreremo sul mais convenzionale.

È interessante, come fenomeno. Le ragioni del no agli Ogm in agricoltura, si basano su considerazioni più complesse e articolate del ritornello "fa male/non fa male", "conviene/ non conviene": esse riguardano un modello di agricoltura, alimentazione, ecologia, solidarietà, sviluppo, cultura ed economia che abbiamo già raccontato mille volte e che viene praticato ogni giorno, sia dagli agricoltori sia dai consumatori sia dalle tantissime associazioni della task force per un'Italia libera da Ogm le quali, e tra queste c'è Coldiretti, lavorano per proteggere filiere compromesse anche da normative insensate.

Sono ragioni che riguardano da vicino un modo rispettoso, prudente e gentile non solo di fare reddito, ma anche di fare scienza. Chi porta ad esempio la Spagna dimentica la significativa quota di biodiversità che questa nazione ha perso aprendo alle coltivazioni Ogm e con essa la sua immagine nel campo agroalimentare di qualità. La Francia ha infatti detto no agli Ogm proprio per difendere le sue produzioni tipiche, fonte economica importante. Negli stessi Stati Uniti il dibattito sull'inutilità di queste coltivazione è in costante crescita. Così come cresce in ogni parte del mondo la produzione di mangimi Ogm free , e la questione del benessere animale trova sempre più consensi e buone pratiche.

Tutti questi comportamenti fanno parte di un pensiero scientifico in grande espansione. Ma la ragione principale si chiama sovranità alimentare, ed è una bellissima espressione, coniata quasi vent'anni fa da La Via Campesina, per indicare il diritto di ogni paese (e dunque dei suoi cittadini, del suo popolo) ad avere il controllo politico su quel che si coltiva e si mangia sul proprio territorio, cioè a decidere le proprie politiche agricole in base alle proprie necessità nutrizionali, economiche, culturali ed ecologiche. Questo diritto è fondamentale per il benessere di un popolo, quel benessere che non si misura con il Pil ma con strumenti ben più accurati e - lasciatemelo dire - scientifici: si misura andando a rilevare la quantità di glifosato presente nelle acque di falda, si misura monitorando le incidenze di determinati tipi di tumori, si misura rilevando le competenze alimentari diffuse tra le giovani generazioni, si misura in termini di identità, quella stessa identità che rende così economicamente rilevante il nostro made in Italy, il quale - e parlo da gastronomo - non si valuta all'atto della vendita o della degustazione, non inizia quando ci si siede a tavola davanti a un piatto. Il made in Italy inizia quando un agricoltore decide cosa seminare e sceglie un seme che a sua volta ha una storia, un'identità e un legame con un luogo.

Cari nemici degli Ogm vi prego ripensateci. Quei semi migliorano la vita dell'uomo

Umberto Veronesi

"Veronesi assassino", così dicevano i cartelli con cui mi accolse un drappello di manifestanti, uno dei primi giorni in cui, come Ministro della Sanità, arrivavo in Piazzale dell'Industria a Roma. Di fronte al mio stupore, i miei collaboratori mi spiegarono che l'accusa era dovuta alle posizioni che avevo preso il giorno prima a favore dell'impiego della genetica in agricoltura.

Ho riflettuto molto su quel cartello e mi sono reso conto che il problema non poteva essere che culturale. Era il 2000 e la grande rivoluzione della genetica della metà del secolo scorso ancora non era stata compresa, accettata e fatta propria dalla gente. E ancora non lo è, come dimostra il dibattito a cui sono intervenuti Elena Cattaneo e Carlo Petrini, a seguito dell'intervista di Vandana Shiva. In effetti la decodifica del Dna ha messo in discussione la nostra concezione dell'uomo e del pianeta, attraverso tre grandi sorprese.

La prima è che la struttura della vita è estremamente semplice: ci sono quattro basi azotate - Adenina, citosina, guanina e timina - che si uniscono in gruppi di tre, per comporre le 64 triplette che, legandosi fra loro, formano quei circa 20 aminoacidi alla base della struttura di ogni organismo vivente. È come se esistesse un alfabeto di sole 4 lettere che, combinate prima in parole e poi in frasi, scrivono l'intero libro della vita. La seconda sorpresa è che questa semplice struttura è comune a ogni forma vivente, dal filo d'erba all'elefante: tutto è composto dalle stesse 4 basi azotate e la differenza fra un uomo e un insetto o un virus è di pochi geni. La terza sorpresa è più che altro una conseguenza delle prime due.

Se tutti i Dna sono sostanzialmente uguali, è facile trasferire un gene da uno all'altro. Così nacque negli anni '80 l'idea di effettuare un trasferimento genico per far fronte al bisogno di aumentare la disponibilità di insulina per la cura del diabete, una malattia in aumento nel mondo occidentale. Così è stato isolato il gene che produce insulina nell'uomo ed è stato trasferito in un batterio, l'Escherichia Coli, un organismo che si moltiplica molto velocemente, producendo a bassissimi costi e in grandi quantità l'insulina transgenica che ha risolto il problema di migliaia di malati.

Dopo questa esperienza, è stato spontaneo per la scienza pensare di applicare il principio del trasferimento genico al miglioramento delle piante per aumentare la qualità dell'alimentazione umana. Un'esperienza molto significativa in questo senso è quella realizzata da Ingo Potrikus, ricercatore dell'università svizzera e inventore del Golden Rice. Potrikus ha studiato il fenomeno della cecità molto diffusa nei bambini orientali, ed ha capito che era dovuta ad una carenza di vitamina A. Ha quindi inserito il gene che produce questa vitamina nel Dna del riso, ottenendo un prodotto transgenico, il Golden Rice, che ha risolto quasi integralmente il gravissimo problema della cecità infantile in quei Paesi. In seguito la ricerca su come utilizzare la genetica per nutrire la popolazione mondiale è diventata via via sempre più urgente.

Basta pensare che gli esseri umani da sfamare sulla Terra sono già 7 miliardi e saranno 9 miliardi fra poche decine di anni, a cui vanno aggiunti 4 miliardi di animali da allevamento. Il mondo vegetale non si può moltiplicare agli stessi ritmi, e dunque dobbiamo trovare come assicurare la sopravvivenza della vita sul pianeta. La scienza si sta impegnando con tutte le sue forze. Anche in Italia. Per esempio Chiara Tonelli, genetista dell'università di Milano ha messo a punto, tramite trasferimento genico, una pianta che può crescere anche in climi desertici, sfidando la siccità.

Nella mia attività di oncologo ho toccato con mano il potere buono della genetica applicata all'agricoltura. Ho studiato a lungo l'azione cancerogena dell'aspergillus flavus, un fungo che si sviluppa nei climi caldi (in Africa si trova nelle arachidi) e che produce le aflatossine, potenti agenti all'origine di molti tumori, in particolare quello del fegato. Quando in Italia, intorno al 2003, furono ritirate diverse derrate di latte perché contenevano tracce di aflatossine ho ripreso questa linea di studio e ho scoperto la causa di questa tossicità. Il nostro mais, quando cresce in un clima molto caldo, viene attaccato dalla piralide, un parassita che scava caverne all'interno del fusto in cui si insedia facilmente l'aspergillus, producendo le temibili tossine. Il mais diventa o cibo per l'uomo (la polenta per esempio) oppure mangime per le mucche che, infettate, producono latte contaminato. Negli Stati Uniti hanno trovato il modo di inserire un gene nel mais che lo rende resistente alla piralide, senza dover utilizzare gran quantità di pesticidi, che possono essere comunque tossici per l'uomo. Un intervento ottimo per l'economia e la salute, che però nel nostro Paese non ha potuto essere realizzato. Perché? È una questione di cultura, appunto, che deve sempre accompagnare il progresso della scienza perché i suoi risultati non appaiano lontani dal fine ultimo della ricerca scientifica, che è il miglioramento della qualità di vita dell'uomo. Se questo fine è ben chiaro, appare assurdo opporsi per principio all'applicazione della genetica in agricoltura e sembra invece ragionevole studiare, per ogni prodotto cosiddetto Ogm, il rapporto rischio-beneficio. Spero che il dibattito aperto su queste pagine dia un contributo significativo in questa direzione.

Serra Michele sugli Ogm

L‘affermazione “la scienza ha sempre ragione” non è scientifica. È ideologica. Lo è tanto quanto il pregiudizio reazionario per il quale ogni mutamento del modo di produrre, consumare, nutrirsi, avviene nel nome di interessi inconfessabili, e a scapito della salute della collettività umana. L’acceso dibattito sugli ogm, fatica a mondarsi di queste opposte rigidità. E fa specie che nel campo “pro”, che annovera valenti ricercatori e scienziati, pesi ancora come un macigno l’idea che il fronte degli oppositori sia un’accolita di mestatori che, in odio al progresso umano e alla libertà di ricerca, alimentano dicerie malevole e speculano sulla paura e l’emotività dell’opinione pubblica. Una volta esposte le ottime ragioni della ricerca scientifica e della sua necessaria libertà d’azione, perché evocare, tra i soggetti “antiscientifici” in qualche modo assimilabili agli oppositori degli ogm, anche i fattucchieri di Stamina?

Allo stesso identico modo le frange più eccitabili del fronte anti-ogm possono immaginare che la ricerca genetica sulle piante sia nelle mani di squilibrati megalomani (alla dottor Frankenstein) o di avidi mercenari. Le forzature polemiche fanno parte del gioco, ma non aiutano a mettere meglio a fuoco gli argomenti. La più autorevole istituzione mondiale in tema di agricoltura e alimentazione, la Fao (www.fao.org), mette a disposizione di competenti e incompetenti (come me) una sintesi esauriente e comprensibile delle potenziali ricadute positive e negative delle coltivazioni ogm, con una breve analisi della loro verificabilità.

Lo spazio di un articolo non permette di elencare tutti i punti (rimando i lettori al sito della Fao). Mi limito a dire che i “capi di accusa” sono divisi in tre gruppi: ricadute sull’ambiente agricolo e l’ecosistema; ricadute sulla salute umana; ricadute sull’assetto economico e sociale. Mi sembra interessante e molto rilevante che la Fao, sulla quasi totalità di questi punti critici, non esprima certezze. Non dice, cioè: questa critica è campata in aria oppure questa critica è corretta. Esprime dubbio. In larga parte dovuto alla tempistica medio-lunga che una verifica attendibile (scientifica!) richiederebbe. Il principio di cautela — che non vuol dire condanna né assoluzione: vuol dire umiltà di giudizio — dovrebbe e potrebbe dunque essere uno dei punti di partenza di una corretta discussione comune, ammesso che mai ci si arrivi.

Certo confligge, questo principio di cautela, con la comprensibile fretta con la quale i finanziatori della ricerca, in grande parte nutrita con fondi privati, vorrebbero mettere a profitto le loro scoperte e i loro prodotti. È esattamente per questo che Vandana Shiva mette in guardia contro la coincidenza di ruolo tra ricerca e commercializzazione. Sono campi di interesse entrambi utili e legittimi: ma la loro ibridazione — per dirla con una battuta transgenica — può generare mostri. Una volta detto che la questione è molto complicata, coinvolge competenze scientifiche le più varie e non è archiviabile con un “sì” né con un “no”, colpisce assai che di questi “rischi” il più sottaciuto sia quello che, al contrario, è il più nevralgico e coinvolgente: la ricaduta socioeconomica. È anche questo, in fondo, un portato della crisi della politica: la rinuncia ormai quasi pregiudiziale a mettere in discussione, o anche solo a cogliere, le scelte strutturali, quelle che determinano gli assetti futuri.

Quasi inutilmente, in tutti questi anni, Carlo Petrini e il vasto movimento mondiale che si rifà a Slow Food e a Terra Madre hanno rivendicato la natura squisitamente politica del loro lavoro e della loro battaglia. Chi oggi rivendica la “sovranità alimentare” delle comunità produttive (e dei consumatori) compie la stessa operazione politico-culturale dei nostri avi socialisti quando dicevano “la terra a chi la lavora”. Si rivendica, né più né meno, l’autodeterminazione dei produttori, affidando ad essa la difesa delle biodiversità, della varietà delle colture, delle culture, delle identità locali. Ovviamente è del tutto lecito sostenere che l’agroindustria, con la sua potentissima opera di selezione delle specie (tutte brevettate) e di inevitabile omologazione della produzione agricola mondiale, è perfettamente compatibile con la biodiversità e con le piccole coltivazioni; o addirittura che è giusto e utile rimpiazzare del tutto le produzioni tradizionali con la produzione agroindustriale.

Ma non è lecito fare finta che non sia questo (il modo di produzione, la struttura stessa delle società future) il punto nodale. Non sono in ballo solo il potenziale allergenico di un pomodoro, o il chilo di pesticida per ettaro in più o in meno. L’ordine del giorno non è solo “gli ogm fanno bene, gli ogm fanno male”. È in discussione la vita stessa delle società rurali nel mondo (più della metà dei viventi), la ripartizione del potere, del reddito, delle conoscenze tra una rete infinita di piccole comunità e pochi, immensi e quasi sempre anonimi centri decisionali.

Sono in discussione gli 87 milioni di ettari di suolo africano acquistati dal 2007 a oggi dalle multinazionali americane e cinesi e da fondi di investimento opachi e onnipotenti: è una superficie grande quasi come Italia e Francia messe insieme, e a nessuno può sfuggire che coltivare pezzi così ingenti di pianeta a soia ogm per produrre biocarburante oppure incrementare le produzioni locali (più della metà dell’agricoltura africana è vocata all’autosostentamento) è una scelta tanto importante, tanto strutturale quanto lo è, nel bene e nel male, ogni grande rivoluzione tecnologico- scientifica, industriale, sociale.

E se l’Africa vi sembra lontana e comunque fuori portata, come può chi vive in Francia o in Italia non percepire che la straordinaria varietà delle colture, il legame strettissimo tra i luoghi e ciò che si coltiva, si mangia e si beve, insomma l’agricoltura plurale, “calda” e identitaria per la quale si battono i Petrini e si battevano i Veronelli, i Mario Soldati e i Gianni Brera, non è una frontiera del passato, è un caposaldo della nostra trama sociale, economica, culturale? Dunque è futuro allo stato puro? O dobbiamo dire “Italian style” solo parlando di borsette? La libertà della ricerca scientifica è preziosa e va difesa: specie in campo medico, le biotecnologie possono dare frutti vitali, e Cattaneo e Veronesi fanno benissimo a tenere fermo il punto.

Ma non è solo di questo che si parla, quando si parla di ogm. E i critici degli ogm possono ben dire di avere sbagliato qualcosa di sostanziale, in termini di comunicazione, se ancora oggi ci si scanna sul ravanello transgenico (faccio per dire) e non si capisce che non è di lui, è di quasi quattro miliardi di contadini che si sta parlando, del loro e del nostro futuro, e della loro libertà di scelta che è degna e importante quanto quella dei benemeriti ricercatori scientifici. Non è vero che “quando c’è la salute c’è tutto”. Conta la libertà. Conta la dignità. Conta che il potere sia in pochissime mani o nelle mani di molti.

Tre dubbi sugli Ogm

Caro direttore, l’ingegneria genetica è alla base della nostra vita. Sono convinta che le biotecnologie siano uno dei settori più importanti per lo sviluppo della società e dell’economia della conoscenza, in Italia e in Europa.

Tuttavia nutro alcuni dubbi relativi alla coltivazione in pieno campo delle piante Gm.

Il primo dubbio riguarda la resistenza agli erbicidi. Circa l’83% delle colture Gm nel mondo è rappresentato da piante modificate con un gene che le rende capaci di tollerare alcuni erbicidi. L’uso di questi erbicidi è aumentato anche perché le compagnie biotecnologiche che hanno brevettato la modificazione genetica sono spesso multinazionali in grado di produrre e vendere non solo i semi transgenici, ma anche i relativi erbicidi per colture Gm resistenti agli stessi. Le superinfestanti. L’insorgenza di piante infestanti resistenti a uno degli erbicidi più usati, il glifosato, è causata dall’intensa pressione selettiva a cui sono sottoposte le piante infestanti. È evidente che le infestanti diventate resistenti agli erbicidi, ormai “superinfestanti”, causano danni economici non solo agli agricoltori che coltivano Ogm, ma a tutti gli agricoltori.

Il secondo dubbio riguarda l’insorgenza della resistenza alla tossina Bt da parte degli insetti nocivi. Il gene Bt è stato clonato e trasferito in alcune piante come mais e cotone, diventate capaci di produrre la tossina insetticida: in questo modo quando le larve parassite provano a cibarsi delle piante Bt, muoiono. Poiché però la tossina Bt è presente in tutti i tessuti della pianta Gm, foglie, radici, fusto, le grandi quantità che raggiungono il suolo esercitano una forte pressione selettiva sugli insetti nocivi, che si è tradotta nell’insorgenza di resistenza alla tossina stessa da parte dei parassiti. La strategia messa a punto dalle compagnie produttrici di piante Gm per ritardare nel tempo tale fenomeno è l’adozione di zone rifugio, coltivate con varietà di mais o cotone non transgenici, che devono rappresentare almeno il 20% del totale coltivato a piante Bt. Uno studio recente, pubblicato su Nature Biotechnology, ha riportato che, nonostante le prescrizioni di zone rifugio, la resistenza si è evoluta in campo e da una sola specie resistente nel 2005 abbiamo oggi ben cinque specie di insetti resistenti alle tossine Bt. Così le colture transgeniche Bt diventano uno strumento di selezione di insetti nocivi resistenti alle tossine Bt che avrebbero dovuto sterminarli. I danni economici ricadono anche sugli agricoltori che non usano Ogm o addirittura che praticano agricoltura biologica. Serve spazio per le distanze di sicurezza.

Una delle cause della rapida diffusione della resistenza alla tossina Bt da parte degli insetti nocivi è probabilmente la difficoltà di adozione delle distanze di sicurezza e delle zone rifugio, che sarebbe estrema nel nostro Paese, data la ridotta dimensione delle aziende agricole italiane. Nel caso in cui si dovesse ammettere la possibilità di coltivazione del mais Bt in Italia il problema non sarebbe solo quello di un’adeguata regolamentazione da parte delle regioni e dello stato, ma soprattutto quello del rispetto delle regole.

Il terzo dubbio riguarda la possibilità che le piante Gm attuali possano rappresentare il futuro dell’agricoltura italiana. Questo tipo di colture non costituisce un vero cambiamento rispetto all’agricoltura ad alto input energetico che si è sviluppata dal dopoguerra agli anni ’90. Per quanto riguarda la fame nel mondo, il cibo che produciamo sarebbe sufficiente a sfamare la totalità degli abitanti della terra, se solo tutti avessero le risorse economiche per acquistarlo.

In ogni caso, le attuali piante Gm mais, cotone, soia e colza sono colture industriali e non sono state create per chi soffre la fame. Cotone e colza non sono piante alimentari, mentre soia e mais sono utilizzate principalmente per produrre mangimi animali e quindi carne, latte e formaggio, non destinati ai mercati dei Paesi poveri.

In futuro forse potranno essere sviluppate piante transgeniche altamente produttive, resistenti alle malattie, a siccità, salinità e alte temperature, ma per adesso queste colture non esistono. E comunque, se fossero sviluppate, perché le popolazioni povere ne potessero trarre giovamento, i loro semi non dovrebbero essere sottoposti a brevetto e non dovrebbero comportare l’uso massiccio di fertilizzanti chimici ed erbicidi, i cui costi sono proibitivi per l’agricoltura africana. Manuela Giovannetti, Ordinario di microbiologia agraria, Università di Pisa Da La Repubblica

 

 

 

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19 maggio 2014 1 19 /05 /maggio /2014 18:48

Carlo Petrini - La repubblica

All'orizzonte delle nostre campagne si preannuncia un nuovo feudalesimo.

Lo chiamano proprio così i giovani agricoltori che con sconcerto stanno constatando come la nuova Politica agricola comunitaria (Pac) possa, ancora una volta, trasformarsi in uno straordinario strumento di disuguaglianza e speculazione, invece di essere ciò che i padri fondatori dell'Europa vollero che fosse: un mezzo per limitare la distanza tra le opportunità di chi vive e lavora in città e di chi fatica sulla Terra Madre per produrre il cibo.

Il programma di aiuti europei che sono destinati al settore primario è appena stato varato e varrà dal 2014 al 2020. Ne abbiamo già parlato altre volte, sforzandoci di avere una visione più equilibrata di chi, da un lato voleva che la Pac rimanesse uguale a ciò che era stata in passato, quando aveva prodotto eccedenze e distorsioni importanti del mercato, e chi sosteneva che dovesse essere abolita, per dare sfogo al libero mercato, considerato la panacea di tutti i mali.

L'agricoltura europea è la più controllata del mondo, retta da istituzioni che finora si sono mosse con prudenza (e anche lentezza); è custode del 90% della superficie del vecchio vontinente, con un patrimonio di cultura e tradizioni unico per varietà e ricchezza. Aiutare i nostri contadini a rimanere tali, e i giovani che lo desiderano a ritornare alla terra, è un obiettivo meritorio e diventa un uso intelligente delle risorse (ingenti: oltre un terzo del bilancio europeo) che l'Unione europea mette a disposizione del settore: zone rurali curate e popolose sono, a tacer d'altro, la migliore garanzia contro i disastri idrogeologici. Ma queste risorse devono andare a chi davvero coltiva la terra e alleva professionalmente: non a speculatori che vivono a centinaia di chilometri dalla terra che conducono solo sulla carta o si danno un pedigree zootecnico liberando qualche decina di asini su latifondi. Una Pac che finanzia questi fenomeni replica gli errori del passato, rinverdisce il mito della Regina d'Inghilterra, un tempo prima beneficiaria della Pac ma non certo contadina, e ripropone logiche che ci paiono degne del Gattopardo, non del XXI secolo!

al mercato, ma solo ai fini di ottenere il contributo pubblico. Era certamente una distorsione inaccettabile: la terra coltivata per produrre cibo che nessuno avrebbe consumato, di cattiva qualità, destinato magari a essere esportato sotto costo nel terzo mondo (producendo altri gravissimi guasti). Una vergogna cui si è posto rimedio separando l'aiuto agli agricoltori da quanto essi producessero: in gergo, si chiama disaccoppiamento. Tuttavia, poiché il vecchio sistema era una cuccia comoda e aveva fondato delle economie in cui prosperavano non solo certi agricoltori di grossa taglia, ma anche consulenti e organizzazioni, il disaccoppiamento non è stato totale: si è preso un certo anno di riferimento della produzione aziendale e si è stabilito di collegare a quelle quantità e varietà prodotte un titolo (come le azioni di una società, per capirci, che maturano delle cedole) su cui basare per il futuro l'erogazione del connati tributo. Insomma, si è detto: d'ora in avanti non guarderemo più quanto hai prodotto per decidere quanto pagarti, ma ci baseremo sull'anno X. Un metodo discutibile, a cui si aggiunge un ulteriore dettaglio: questi titoli, proprio come le azioni, si possono comprare e vendere. Inoltre i titoli danno diritto a contributi diversi, a seconda del tipo di coltura censito nell'anno X.

Un esempio vi chiarirà il tutto. Un imprenditore agricolo lombardo acquista titoli Pac relativi alla produzione del tabacco in Toscana (che valgono un contributo molto alto per ettaro) per 100 ettari. Dopodiché affitta i terreni di un Comune montano in provincia di Cuneo, che da secoli servono per portarci al pascolo gli animali nei tre mesi estivi in cui c'è l'erba invece della neve. Così, l'imprenditore riceverà il contributo dell'Unione europea come se su quei pascoli coltivasse il tabacco (ma non importa che non lo faccia: l'aiuto è disaccoppiato...). Ovvio che non sarà un problema pagare un profumatissmo canone di affitto al Comune proprietario dei pascoli, che prima, dagli allevatori che davvero li usavano per il loro scopo naturale, incassava molto meno, e di soprammercato potrà subaffittare i pascoli all'allevatore rimasto senza erba, che sarà ben lieto di portare le proprie bestie a pascolare nei luoghi di sempre. Così ecco all'opera il nuovo feudalesimo: l'Unione europea fornisce le risorse che rendono arbitro della vicenda un soggetto che si accaparra la terra, senza che sia un vero agricoltore, asservendogli, pur di continuare a lavorare e sopravvivere, coloro che sono davvero contadini e dovrebbero essere davvero sostenuti da Bruxelles.

È questo che vogliamo? È questa concorrenza sleale e inaccettabile tra agricoltori e allevatori veri, che conducono davvero la terra, e questi imprenditori delle carte e delle domande Pac, arricchiti con i soldi di tutti i cittadini europei?

Lo chiedo in modo ultimativo ai nostri politici, al ministro Martina, che è competente e quindi perfettamente capace di capire quanto scrivo; lo chiedo a tutti i parlamentari e i consiglieri regionali che si riempiono la bocca della rappresentanza dell'agricoltura, in ogni occasione pubblica; lo chiedo ai sindaci, che in queste settimane chiudono i bandi (che i Comuni approvano) per i pascoli: chiarite se state con l'agricoltura vera oppure con l'agricoltura degli squali speculatori. E se dite di stare con la prima, fate qualcosa di chiaro. Subito.

Perché scendiamo in campo per un'agricoltura più equa

~~CARO direttore, le scrivo per ringraziare Carlo Petrini per aver portato all'attenzione di tutti un tema decisivo ma poco conosciuto come la Politica agricola comune. Petrini ci chiede da che parte stiamo: non ho dubbi, la risposta è che stiamo lavorando per sostenere un modello agricolo che valorizzi al massimo chi fa realmente agricoltura. Non con promesse, ma con scelte precise. Innanzitutto non daremo più contributi europei della Pac a banche, assicurazioni e società finanziarie, solo perché possiedono terreni.

Perché lo facciamo? Per una più equa distribuzione delle risorse, consapevoli di quanto l'agricoltura sia irrinunciabile non solo per la nostra alimentazione, ma per la sostenibilità ambientale e territoriale, la biodi- versità, la sicurezza degli alimenti stessi. Il nostro settore primario è il motore di un sistema agroalimentare che vale il 17% del Pil, lo dobbiamo sostenere e promuovere.

La nuova Pac deve essere diversa dal passato, anche se la riforma non è quella che avremmo voluto. Vogliamo superare le distorsioni delle vecchie scelte fatte in Europa, per avere maggiore equità, senza perdere di vista l'obiettivo di sostenere il reddito di chi fa veramente agricoltura. È ora di cambiare passo. Usiamo la convergenza interna per superare le sperequazioni. Applicheremo una decurtazione dei pagamenti diretti per la parte d'importo eccedente i 150 mila euro rispetto al pagamento base. Siamo pronti a intervenire anche a favore delle zone svantaggiate e di quelle di montagna, dove l'agricoltura è davvero un bene pubblico. Per contrastare fenomeni speculativi pensiamo all'introduzione di limiti chilometrici tra le sedi delle aziende e i terreni interessati dai contributi, salvaguardando però le pratiche agricole tradizionali come la transumanza. Le aziende saranno chiamate a contribuire ancora di più alla salvaguardia dell'ambiente, con le misure sul greening alle quali è vincolato il 30% dei pagamenti diretti. Un ultimo punto mi sta particolarmente a cuore: le azioni da mettere in campo per i giovani che da questa riforma devono poter ottenere molto di più di quanto è accaduto in passato.

Appena il 3,4% degli agricoltori italiani ha oggi meno di 40 anni. Dobbiamo invertire la tendenza e farlo subito. Con la nuova programmazione le aziende condotte da under 40 avranno per i primi 5 anni di attività una maggiorazione del 25% dell'importo dei pagamenti diretti. Abbiamo bisogno di nuove forze, di un ricambio generazionale che non si può più rimandare. Faremo di questo un tema centrale anche del semestre italiano di presidenza dell'Unione europea. Ci sono tanti giovani in Italia che scelgono oggi percorsi formativi legati al mondo agricolo e alimentare. È un buon segnale. È nostro dovere far sì che possano trovare lavoro, aprire un'impresa qui in Italia. Anche per questo motivo a breve vareremo uno storico provvedimento che libererà ettari di suolo pubblico per l'attività agricola, in particolare quella giovanile. Vogliamo che i ragazzi abbiano i piedi nella terra e la testa nel mondo. Abbiamo dedicato ai giovani molte delle azioni di "Campolibero", il decreto che presto porteremo in Consiglio dei Ministri, per il rilancio del settore. Ci saranno mutui a tasso zero per gli under 40 che acquisteranno un terreno, incentivi per chi lo affitterà e per quelle aziende che punteranno sul lavoro giovanile. L'agricoltura che abbiamo in mente è sostenibile, giovane, di qualità e soprattutto libera da burocrazia inutile. Su questo stiamo lavorando con tutte le forze, perché da questo mestiere dipenderà non solo il futuro dell'agricoltura, ma un pezzo assai rilevante del futuro modello di sviluppo del nostro Paese. Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali

Il modello della nuova Pac deve essere diverso dal passato Anche se la riforma europea non è quella che avremmo voluto "

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