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11 luglio 2015 6 11 /07 /luglio /2015 17:02

L’auto robot italiana comprata dagli USA per trenta milioni

Ha preceduto Google, ora Vislab va alla Silicon Valley. "Snobbati in patria, ma il laboratorio resterà in Emilia"

RICCARDO LUNA – La Repubblica

Dove sono gli imprenditori e capitalisti italiani? Non sono capaci di assumersi rischi di nessun tipo;  non hanno idea di innovazione e nuova tecnologia; sanno solo lamentarsi e rivendicare l’abbassamento delle tasse e del costo del lavoro. Non pensano che se non c’è più l’industria italiana forse un po’di responsabilità ce l’hanno anche loro che dovrebbero essere una classe dirigente? (ndr.)

ROMA. Il 20 luglio del 2010 la prima auto senza pilota del mondo partì da Parma in direzione Shanghai, dove era in corso l'Expo. Arrivò a destinazione cento giorni dopo, avendo percorso 15926 chilometri e attraversato 9 stati. In realtà quel viaggio incredibile e per certi versi leggendario è finito davvero solo ieri mattina, quando il professor Alberto Broggi, 48 anni, due figli e una vulcanica passione per l'informatica, è entrato nell'aula magna del Centro Sant'Elisabetta dell'università di Parma scortato dal rettore in un clima surreale per un ateneo italiano. Non capita tutti i giorni che uno spin-off universitario venga ceduto per una cifra milionaria. E quindi la scelta della sede per la fine del viaggio del professor Broggi non è casuale: nel campus parmense tutto questo è nato e cresciuto, e qui si è svolta la conferenza stampa che annunciava formalmente la cessione della società di Broggi per 30 milioni di dollari. Il compratore è Ambarella, una società americana relativamente giovane, fondata nel 2004 a Santa Clara, in California, specializzata in compressione di immagini video, quotata a Wall Street.
 

"Ci siamo fatti sfuggire un altro talento", hanno commentato a caldo in molti. Ma il professor Broggi non è d'accordo e sostiene che questa è una straordinaria occasione per l'Italia: "Primo, perché restiamo a Parma. Io e tutto il team continueremo a lavorare da qui. Avremo più soldi, potremo attirare più studenti, fare ricerche più efficaci e inventare dispositivi che oggi non potete neanche immaginare". Intanto già una trentina di ricercatori sono stati assunti a tempo indeterminato.
 

Alberto Broggi è il primo uomo al mondo ad avere realizzato l'auto che si guida da sola. Molto prima della Google Car di cui tanto si parla. "Quando ho iniziato il progetto, Google neanche esisteva". Nel 1994 Broggi, appena laureato al Politecnico di Torino, assieme a un paio di colleghi realizza Paprika, un elaboratore con 256 processori che installa in una Fiat Ducato. Paprika acquisiva dati dall'esterno e li trasmetteva al guidatore. Nel 1998 è la volta di Argo e una Lancia Thema senza pilota: grazie a un sistema di telecamere che riconosce le linee stradali, percorre duemila chiometri in Italia. Funziona piuttosto bene: solo nel 6 per cento del percorso il pilota è dovuto intervenire perché il software confondeva le linee delle corsie con quelle di vecchi cantieri stradali. Di Argo oggi resta un cerchione, con la lapide ironica "Riposa in pace". Con i fondi del Cnr a Parma nasce poi il Laboratorio per la Visione artificiale e i Sistemi intelligenti, il Vislab. Nel 2010 il viaggio a Shanghai fa entrare Broggi e il suo team nella storia, ma il vero test è una mattina di luglio del 2013 a Parma quando un'auto di Vislab, una Braive, attraversa la città in pieno centro in condizioni di traffico reale: 13 chilometri in 18 minuti, test superato.


Ma intanto le cose si complicano. Mentre l'auto che si guida da sola diventa un progetto di Google e a seguire di tutte le più grandi case automobilistiche, il VisLab arranca: la legislazione in Italia rende difficili queste sperimentazioni e quando la spending review vieta agli enti pubblici l'acquisto di automobili, all'università di Parma si devono ingegnare e così comprano un laboratorio, cioé un'auto modificata. Insomma, Broggi capisce che se non accelera vent'anni di ricerche rischiano di finire in fumo. Mentre Fiat e Finmeccanica nicchiano su eventuali partnership, il professore trova una sponda in Silicon Valley, che gli presenta una serie di potenziali acquirenti. "Partner industriali", li chiama Broggi e non ha torto come vedremo. Intanto i venture capitalist nostrani finalmente si accorgono che a Parma c'è un tesoro di brevetti e talenti, e ragionano su una cordata. Ma il tempo ormai era scaduto: "Se non avessimo venduto adesso, fra qualche mese avremmo rischiato di vederci sorpassati da qualche rivale".

La scelta di Ambarella ha un significato preciso: "Noi facciamo il software, loro fanno hardware, insieme siamo perfetti, possiamo continuare a crescere, applicare questa tecnologia in ambiti che nemmeno immaginiamo". La valutazione della società è in linea con quella fatta dai mancati investitori italiani: 30 milioni di euro, praticamente un milione per ogni ingegnere di Vislab: "Per il prezzo è stata determinante la nostra storia, l'esperienza di vent'anni, l'incredibile messe di dati che abbiamo raccolto".

Con 30 milioni di euro per sé e per i suoi soci (tutti ex studenti che lo accompagnano da anni) uno potrebbe immaginare Broggi su un panfilo a godersi un po' di riposo: "No, il meglio deve ancora venire, potremo andare finalmente alla velocità della Silicon Valley senza muoverci da Parma".

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15 maggio 2015 5 15 /05 /maggio /2015 17:30

LA TROIKA E I DIRITTI UMANI

LA gestione delle crisi nell'Unione Europea ha condotto a massicce violazioni di diritti umani. Inoltre il modo in cui le crisi sono state gestite ha esposto una serie di buchi neri quando si tratta di individuare le responsabilità per la violazione di diritti umani». Lo ha scritto di recente una giurista del Centro per lo Studio dei Diritti umani della London School of Economics, Margot E. Salomon. Il suo saggio è uno dei più approfonditi finora apparsi sul tema, dopo quello del 2014 di Andreas Fischer-Lescano, docente a Brema ("Diritti umani ai tempi delle politiche di austerità"). I tagli a sanità, pensioni, stipendi, diritti del lavoro, istruzione, servizi pubblici imposti da Commissione Europea, Fmi e Bce a Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia e altri paesi hanno inflitto gravi privazioni a milioni di persone. È sempre più evidente che le istituzioni Ue e il Fmi non avevano il diritto di compiere azioni del genere. Non soltanto: si può sostenere che compiendole hanno violato dozzine di articoli di patti, trattati, carte e convenzioni sottoscritti da esse medesime, a cominciare dal Trattato fondativo dell'Unione.

Vediamo qualche caso. Tra i diritti legalmente sanciti dalla Carta Sociale Europea (versione riveduta del 1996) figurano i seguenti: «Tutti i lavoratori hanno diritto a un'equa retribuzione che assicuri a loro e alle loro famiglie un livello di vita soddisfacente» (art. 4); «I bambini e gli adolescenti hanno diritto a una speciale tutela contro i pericoli fisici e morali cui sono esposti» (art. 7); «Ogni persona ha diritto di usufruire di tutte le misure che le consentano di godere del migliore stato di salute ottenibile» (art. 11); «Tutti i lavoratori e i loro aventi diritto hanno diritto alla sicurezza sociale» (art. 12); «Ogni persona sprovvista di risorse sufficienti ha diritto all'assistenza sociale e medica» (art. 13); «Ogni persona anziana ha diritto ad una protezione sociale» (art. 23); «Tutti i lavoratori hanno diritto ad una tutela in caso di licenziamento » (art, 24); «Ogni persona ha diritto alla protezione dalla povertà e dall'emarginazione sociale» (art. 30).

Si potrebbe continuare citando articoli analoghi del Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali (New York 1966); della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea; di una mezza dozzina almeno di Convenzioni dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro, dal 1948 in avanti. Per finire magari con l'articolo 7 dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, intitolato "Crimini contro l'umanità", che al comma "k" recita: «Altri atti inumani di carattere simile che causano intenzionalmente grande sofferenza, o seria menomazione al corpo o alla salute mentale o fisica».

Allo scopo di portare la Commissione, la Bce e il Fmi davanti alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea, o alla Corte penale internazionale, e perché no qualche governo europeo, affinché rispondano delle violazioni dei diritti umani delineate sopra, vi sarebbero diversi punti critici da affrontare. I rapporti menzionati all'inizio scartano subito l'argomento principe dei fautori dell'austerità: le ristrettezze inflitte alle popolazioni Ue sarebbero state necessarie a causa della crisi finanziaria, l'urgenza di migliorare lo stato dei bilanci pubblici, il dovere degli stati debitori di ripagare i creditori. Le violazioni dei diritti umani, anche se comprovate, sarebbero quindi giustificate dalla situazione di emergenza, ovvero dallo "stato di eccezione" in cui versa o versava l'intera Ue. Tuttavia, se si accetta questo punto di vista, ha scritto un altro giurista (Paul Kirchhof), l'Europa intera, quale comunità fondata sul primato della legge, sarebbe privata della sua ragion d'essere. L'effetto sarebbe che nessun capo di Stato o ministro o membro del parlamento potrebbe intraprendere azioni vincolanti che riguardassero i cittadini, poiché il loro mandato ha una base legale: però la legge non esisterebbe più. Per cui il sistema legale europeo non può cedere il passo dinanzi a un presunto stato di emergenza, conclude il rapporto di Brema, ovvero non può che un sistema di competenze legali sia soppiantato da pratiche considerazioni politiche.

Un secondo punto critico riguarda l'individuazione dei soggetti responsabili delle violazioni dei diritti umani. Il principale strumento utilizzato nella Ue per imporre a un paese dure politiche di austerità ha preso in genere forma di un "Memorandum di intesa" (sigla inglese MoU), un documento che elenca in modo ossessivamente dettagliato le decurtazioni che un paese deve effettuare alla propria spesa pubblica per potere ottenere determinate concessioni dalla Troika. Su un piano affine ai MoU si collocano le lettere-diktat inviate da istituzioni europee a stati membri. Sia nella formulazione che nell'esecuzione, i MoU e affini sono opera di diversi soggetti, le cui rispettive responsabilità sarebbero da accertare. Tra di essi non rientra la Troika, poiché non ha personalità giuridica. Vi rientrano invece gli stati membri con i loro governi, il Fmi, la Bce, la Commissione Europea.

Si aggiunga che la responsabilità di tali soggetti nell'infliggere sofferenze a milioni di cittadini, violando i diritti umani riconosciuti dalla stessa Ue, è aggravata dal fatto che le politiche di austerità che hanno veicolato le violazioni si sono rivelate un fallimento totale. Dopo cinque anni, nei paesi destinatari dei MoU e delle lettere stile militare della Bce la disoccupazione è cresciuta a dismisura, la povertà assoluta e relativa anche, il Pil è diminuito di decine di punti, la struttura industriale è stata compromessa — vedi il caso Italia — e ad una intera generazione di giovani è stato rubato in gran parte il futuro. Per cui le suddette politiche non possono venire invocate come circostanze attenuanti.

Se le istituzioni della Ue e i loro dirigenti fossero riconosciuti responsabili dall'una o dall'altra Corte europea di violazione dei diritti umani e delle estese sofferenze che hanno provocato, non correrebbero certo il rischio di serie penalità. Ma sarebbe quanto meno un riconoscimento ufficiale di un fatto inaudito: milioni di vittime della crisi apertasi nel 2008 sono state chiamate, tramite le politiche di austerità, a pagare i danni della crisi da quelli stessi che l'hanno provocata, a cominciare dai loro governanti nazionali e internazionali.

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18 ottobre 2014 6 18 /10 /ottobre /2014 17:26

 

Tra i piccoli schiavi del cotone

Le loro mani sono un tesoro per gli sfruttatori: servono a impollinare le piante del cotone. In India sono centinaia di migliaia di ragazzini, 12 anni o poco più: trascinati via dai villaggi per lavorare nei campi del Gujarat. Nel fango, tra bastonate e umiliazioni.

RAIMONDO BULTRINI - la Repubblica  

LAVORO FORZATO: il fenomeno del lavoro forzato dei bambini nei campidicotone è stato scoperto dalla ong. Prayas  durante una ricerca sui flussi migratori tra Rajastan a Gujarat

RACCOLTA “TRANSGENICA”: l’arrivo del cotone transgenico ha favorito il ricorso al lavoro dei minori. L’impollinazione richiede l’intervento umano, i bambini infilano le dita nel fiore a prelevare il seme dal pistillo

I “FUORICASTA”:  sarebbero oltre 400.000 i bambini coinvolti, provenienti quasi tutti da tribù animiste o “fuoricasta”. Il lavoro inizia dalle 4 del mattino e finisce dopo due pause alle  8  di sera.

I CASI

FUOCHI D’ARTIFICIO: in Guatemala  i bambini iniziano a lavorare  già a quattro anni nelle fabbriche artigianali di petardi, spesso ustionandosi.

LAVORI DOMESTICI: nel Burundi lavora un minore su cinque ,nella capitale Bujumbura  i camerieri dei ricchi sono quasi sempre bambini.

CIOCCOLATA: nell’Africa occidentale i bambini schiavi venduti dai genitori e deportati  per raccogliere i semi di cacao sono più di 100.000

PALLONI: di cuoio cuciti a mano, per il calcio o per il rugby, i palloni sono  fabbricati dai bambini pakistani nelle fabbriche dell’area di Stallcot

L’Europa e il mondo sviluppato  non sanno o non vogliono vedere. Deve diventare un tabù il lavoro dei bambini. Il premio nobel per la pace  2014 a Malala e Satyarthi  è stata una giusta scelta.(ndr)

IL TRAGICO DESTINO DI MILIONI DI BAMBINE:  bastano i numeri, ufficialmente tremendi, per rendere ogni commento superfluo. Si calcola siano 68.000.000 e 200mila, nel mondo, le bambine tra i 5 e17 anni costrette a lavorare: niente scuola, niente gioco. E la cifra è sottostimata, perché chi da una mano alla fragile economia  domestica (nei campi, in casa) o chi viene venduto per pagare i debiti dei genitori appartiene spesso al sommerso. Certo i minori maschi sono in assoluto i più sfruttati . Ma tra i 5  e gli 11 anni le bambine svettano  al 58% del totale: e tra i 12 e 14 al 56%.

   Ancora 515 milioni di ragazzine vivono in condizioni di povertà.

Per poter combattere questo scempio Terres des Hommes chiede fondi, attraverso un sms solidale da 1 euro  al numero 45596 (o da 3 q 5 euro da rete fissa Telecom  o Fastweb).fino al 31 ottobre- ma chiede anche di sostenere a distanza le bambine del Tamil Nadu impollinatrici e non (info: www.terredeshommes.it )

BAGORA (RAJASTHAN DEL SUD). IN queste terre seccate dal sole e lontane dalle maggiori strade di scorrimento, nessuno chiede più di tanto a un destino segnato dall’origine di casta e dalle condizioni ambientali. I piccoli schiavi del cotone nascono sotto la cattiva stella dell’etnia Bhil che popola da secoli i villaggi di povertà atavica del Rajasthan meridionale, al confine col ricco Gujarat che da anni è la loro terra promessa e la loro dannazione, il luogo dal quale è sorto due mesi fa l’astro del nuovo premier dell’India Narendra Modi.
Non è facile vederli all’opera con le mani agili sui fiori o tra gli ingranaggi delle macchine che estraggono le fibre, perché i loro padroni sanno che sulla carta esistono leggi severe contro il lavoro minorile. Ma è possibile ascoltare le loro storie, raccontate con un filo di voce sotto gli alberi del banyan, o nel patio delle abitazioni che durante gran parte del giorno e della notte sono forni resi roventi dal clima di questo deserto. Tra le piantagioni e le fabbriche sono impiegati almeno 400 mila piccoli di tribù per lo più animiste e “fuoricasta” sotto i 14 anni, secondo cifre di poco migliorate dall’ultima statistica del 2007. È un fenomeno in parte ancora nascosto, ma diffuso dal Rajashan al Gujarat, dal Maharastra all’Andra Pradesh, al Karnataka. Nel villaggio di Neinbhara, poche ore a sud dei laghi di Udaipur, incontriamo tre quindicenni che hanno già conosciuto la vita del lavoro forzato.

Dormiamo tutti nella stessa stanza, la sveglia è alle 4 poi fino a sera nella piantagione.
L’ombra dell’unico albero frondoso nel raggio di parecchi chilometri rende ancora più scuro il viso del quindicenne Vinod Sambu, che si reca nei campi del Gujarat da quando ne aveva 11. Poco più in là giace la carcassa di una capra uccisa dal caldo, ma nessuno sembra farci caso. Vinod dice di venire dal villaggio di Lalji, dove la sua famiglia di quattro fratelli e sorelle conta soprattutto su di lui per mangiare. Ha frequentato quattro classi delle elementari con lunghe assenze per lavoro. Anche la sua casa è fatta di terra pressata e ha una veranda aperta affacciata sulle zolle aride che diventano poltiglia durante i monsoni, spesso senza luce, né acqua corrente o bagni. La sopravvivenza della sua gente, spiega il rappresentante di una Ong locale che ci accompagna, dipende dai contadini proprietari terrieri, i Jat in Rajasthan, o i Patel nel Gujarat, i Reddy in Andra, gente intraprendente che si è arricchita sfruttando le caste inferiori e offrendo servigi a quelle superiori.
Sudhir Katiyak si occupa da più i 15 anni del lavoro forzato minorile in diverse regioni dell’India per conto della Ong “Prayas”, e fu lui a scoprire per primo, appena all’inizio degli anni 2000, il fenomeno dei piccoli schiavi del cotone durante una ricerca sui flussi migratori tra Rajasthan e Gujarat. La vera manna dal cielo per i produttori di queste regioni — spiega — è stato l’arrivo del cotone transgenico, o B.T., prodotto dalla multinazionale Usa Monsanto e resistente ai parassiti, oltre che capace di riprodursi in maggiori quantità, ma con effetti collaterali in gran parte ancora sconosciuti. È un fenomeno degli ultimi dieci anni che ha paradossalmente richiesto ancora di più l’uso dei minori. L’impollinazione di queste piante ormai non avviene infatti secondo processi naturali, ma ha bisogno del lavoro dell’uomo, specialmente di piccole mani come quelle dei bambini, che possono infilare le punte delle dita nel fiore a prelevare il seme dal pistillo per sfregarlo contro la pianta femmina. La stagione degli innesti, tra agosto e settembre, è ormai prossima e si ripeterà la stessa storia in decine di migliaia di case, coi mediatori come il signor Vacharam disposti ad anticipare i soldi dell’ingaggio e già in cerca di nuovi bambini disponibili.
L’ultima volta che Vacharam lo ha assoldato per andare in un campo di cotone del Gujarat, Vinod si è ritrovato con altri 20 ragazzini e ragazzine tra i 10 e i 14 anni pressato a bordo di una jeep diretta oltre confine. «In poche ore abbiamo raggiunto il villaggio della piantagione. Ci hanno portato in una fattoria di Akoli, siamo stati messi tutti in una stessa stanza, e dal giorno dopo è cominciata la routine dei campi. Ci svegliavano prima delle quattro perché la pianta del maschio si apre al buio e quando arriva la luce non possiamo più prendere il seme per impollinare. Poi si lavorava fino alle 6, quasi sempre nel fango perché agosto è tempo di monsoni. Se lasciavamo indietro qualche fiore, ci menavano con le mani o con i bastoni di ferro ».
«Ma non tutti i padroni volevano che i caporali fossero crudeli con noi — spiega Vinod — e chi si comportava bene poteva alloggiare nella stanza con la televisione. Finito il lavoro dell’alba ci davano un tè, e poi alle 8 si ritornava nei campi fino a mezzogiorno. A quell’ora mangiavamo sempre lo stesso roti (un pane di frumento, ndr) con lo stesso sapore insipido e senza nient’altro, se non qualche volta pasta di curry e burro cagliato. Così anche la sera alle 8, dopo la fine del lavoro».
La prima volta che furono portati a impollinare, sia Vinod che Moahan e tutti gli altri erano eccitati del viaggio verso luoghi e genti sconosciute, quasi un processo iniziatico all’adolescenza, con altri coetanei del loro stesso villaggio, a dormire insieme lontano dalle famiglie, maschi e femmine senza distinzione, come si fa nelle tribù dei bhil e dei dalit, gli intoccabili, privi dei tabù dei loro coetanei di religione induista.
Ma col tempo e le stagioni, umiliati dai padroni che li pagavano 100 rupie, meno di due dollari al giorno, e sottraevano i soldi degli extra e delle medicine, hanno smesso di divertirsi: ora vanno solo per dovere, perché le famiglie hanno contratto un debito con i proprietari delle terre. Proibito rivendicare un’intera infanzia persa: «Anche se sai leggere e scrivere — ci dice Vinod — le alternative sono solo tra lavorare il cotone del campo o nella fabbrica».
Tra quanti hanno scelto la seconda opzione c’è un altro adolescente, Anil, una celebrità da quando la sua storia ha impietosito il cuore più sensibile di Madre India. Lo incontriamo in un villaggio ancora più vicino al confine del Gujarat e ancora più isolato, chiamato Bagora. Ci si arriva solo a piedi tra dune di sabbia color della ruggine, arbusti secchi e rare case di terra pressata. Racconta Anil che tre anni fa era andato a lavorare in fabbrica perché era stanco di svegliarsi prima dell’alba nei campi, delle punture degli insetti, di respirare il veleno dei pesticidi, con la paura dei morsi dei serpenti e la
stanchezza delle lunghe ore di sonno perduto. Ma non aveva nessuna idea dei pericoli non meno temibili di un’industria: sua madre era rimasta vedova, e si faceva la fame anche se due fratelli erano andati a fare i muratori ad Ahmedabad, la capitale del nuovo eldorado indiano.
Viso scuro e affilato, gli orecchini ai lobi come usa tra i bhil, una manica della camicia azzurra di scuola che penzola vuota, Anil non parla volentieri della sua disgrazia, anche se ha posto fine alla sua carriera di schiavo al prezzo della perdita di un braccio. Glielo ha tranciato il cilindro rotante della macchina che divide i grossi semi del cotone usato per l’olio dalla fibra bianca, destinata a diventare camicie e pantaloni, magari per un coetaneo occidentale del tutto ignaro del suo sacrificio. Negli ultimi mesi, solo in questo tratto di deserto attorno a Bagora, Nein Bhara e Lalji, ci sono stati quattro incidenti simili a quello di Anil.
Il suo è stato però un caso speciale, perché non è finito nel silenzio come gli altri. È successo che un infermiere dell’ospedale del Gujarat dove il padrone l’ha fatto ricoverare senza nemmeno informare la famiglia, mosso a compassione ha parlato del piccolo paziente tutto solo e senza un braccio agli attivisti sociali della Ong Prayas. Da quel giorno Sudhir ne ha preso a cuore le sorti e ha trovato per lui un collegio dove ora studia a una giornata di pullman dal suo villaggio.

Tutti sanno del traffico dei baby-lavoratori, ma le autorità tacciono a favore dei padroni.
«Tutti sanno benissimo del traffico di piccole braccia», ci spiega Sudhir mentre spulcia tra i quaderni scritti da Anil con la sinistra sotto al patio ombroso della sua casa. «Le autorità tenute a far rispettare le leggi lasciano correre per il beneficio delle famiglie e dei padroni. All’inizio neanche noi eravamo sicuri di fare bene a chiedere la fine di questo sfruttamento, perché i nostri ideali dei diritti umani da soli non aiutano a far sopravvivere interi clan nelle più avverse condizioni ambientali. Ma l’universo di abusi nel quale ci siamo pian piano addentrati era troppo esteso e doloroso per tacere».
Così, da un giorno all’altro, tutti i giornali e le tv si sono occupati di Anil, e sembrò che il Continente scoprisse d’un tratto l’esistenza dello sfruttamento dei minori nelle piantagioni e nelle fabbriche. Da allora il bambino, che ha oggi 15 anni, torna a casa dalla scuola solo di tanto in tanto e durante le vacanze. Ma ora il suo caso è stato già dimenticato e altri coetanei continuano a restare mutilati, compresi i più grandi e perfino gli anziani, che non godono di pensione e devono lavorare in fabbrica tra le 8 e le 12 ore al giorno.
Se da bambini si è incauti, da vecchi si è lenti, come racconta impietosamente la storia di Phulli, che incontriamo davanti a una casa lungo la provinciale che taglia in due il villaggio di Magra. Phulli ha solo 60 anni ma ne dimostra 80. Una vita spesa fin da bambina nei campi del cotone, a raccogliere fascine e farsi picchiare dal marito spesso ubriaco di liquore estratto dal mahua. Immobile su una branda, è depressa da quando una macchina le ha fratturato entrambe le gambe. Una ventata ha alzato il velo del suo saree che si è incastrato tra gli ingranaggi trascinandola contro le ruote dentate, e ora non potrà camminare per il resto dei suoi giorni.
L’unico aspetto positivo nell’inferno che la aspetta è che riceverà dei soldi dall’assicurazione della fabbrica di cotone del Gujarat dove lavorava da appena un giorno, chiamata Paradiso. Phulli, che non ha figli, vuole darli alla famiglia di una nipote di 12 anni alla quale è affezionata così da farla studiare. Il duro prezzo del riscatto per il destino altrimenti segnato di una nuova, piccola schiava del cotone.

 

Lo sfruttamento del lavoro minorile in Bolivia

 

In Bolivia lo sfruttamento del lavoro minorile resta un fenomeno di grave entità, con il 10% della popolazione economicamente attiva che ha età inferiore ai 18 anni: lo studio ‘Il lavoro minorile in Bolivia, caratteristiche e condizioni’, rivela che oltre 313.000 bambini sono impegnati in varie forme di lavoro minorile, tra cui 115.000 bambini tra 7 e 13 anni e 198.000 adolescenti tra 14 e 17.

Tra le peggiori forme di sfruttamento del lavoro minorile, l’impiego nelle piantagioni di canna da zucchero e nella raccolta delle noci brasiliane implica la migrazione stagionale di popolazioni che, per 6-8 mesi, si trasferiscono dagli altopiani occidentali del Paese nei bassopiani orientali, in contesti socioculturali e climatici profondamente diversi da quelli di origine. Costretti a svolgere mansioni usuranti e a vivere in condizioni estremamente dure, in campi improvvisati e abitazioni di fortuna, bambini e famiglie versano in condizioni di miseria, esposti a malattie endemiche e ad altri rischi.

Per la loro natura mobile, i campi sono spesso privi d’accesso all’acqua potabile e aiservizi igienici, all’assistenza medica e all’istruzione primaria, mentre la vita nella boscaglia comporta altri pericoli per la salute, per la presenza di serpenti e insetti e per l’esposizione a malattie endemiche come la dengue, le malattie diarroiche e respiratorie. Ai rischi derivanti dalle misere condizioni di vita, si aggiungono quelli propri di un lavoro che implica l’uso di strumenti pericolosi, come ad esempio i machete, e condizioni lavorative particolarmente dure, soprattutto per i bambini.

 

Schiave a 6 anni costrette a lavorare a Lima

http://www.soniabergamasco.it/italiano/terredeshommes/ilvenerdi.pdf

 

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8 maggio 2014 4 08 /05 /maggio /2014 18:21

Thomas Piketty con il suo studio sulle disuguaglianze sta conquistando l’America, compresi Krugman e Stiglitz con cui si è confrontato. di Federico Rampini, da Repubblica

NEW YORK - Era dai tempi dell’inglese John Maynard Keynes, oltre 80 anni fa, che l’America non si lasciava conquistare da un economista europeo. La nazione più ricca e più avanzata del mondo riteneva di non aver nulla da imparare dalla vecchia Europa, almeno nella scienza economica. Oggi si ricrede. È merito di un quarantenne francese, Thomas Piketty, autore del Capitale nel XXI secolo, un monumentale studio su due secoli di diseguaglianze, la loro storia e le loro cause. L’editore americano ha dovuto anticiparne la traduzione dal francese, perché sommerso di prenotazioni online (e le prime edizioni sono già esaurite).

Il think tank democratico più vicino a Barack Obama, il Center for America Progress, lo ha invitato lunedì a Washington e il presidente ha mandato diversi consiglieri ad ascoltarlo. Harvard lo aspetta per stasera. In mezzo, la sua tappa di 48 ore a New York è stata un fuoco d’artificio.

Piketty: il rendimentodel capitale supera la crescita economica: toniamo all'800

All’università Cuny, il francese è riuscito a fare un piccolo miracolo: riunire i due premi Nobel dell’economia Paul Krugman e Joseph Stglitz, due superstar inclini al protagonismo e noti per la loro rivalità accademica. Per Stiglitz lo studio di Piketty «è un contributo fondamentale», Krugman si dice «affascinato». In cerca di un nuovo «pensiero forte» dopo la grande crisi del 2008, l’America sembra averlo trovato in questo francese che l’ha ripudiata anni fa. Appena ventenne, Piketty insegnò qui al prestigioso Massachusetts Institute of Technology. Poi preferì tornare in Francia, perché diffidente verso la «deriva matematica» dei suoi colleghi americani. Verso i quali non lesina le critiche, accusando molti di loro di essere prigionieri di conflitti d’interessi, al servizio di un’ideologia che perpetua i privilegi delle oligarchie. L’originalità di Piketty da una parte sta nell’aver ricostruito (guidando una squadra mondiale di oltre trenta economisti) l’andamento secolare delle diseguaglianze, sia nei redditi sia nei patrimoni. Dopo la descrizione, l’interpretazione. Una causa delle diseguaglianze odierne sta nel fatto che un’élite – prevalentemente di top manager – ha «fatto secessione » dal resto della società, si è conquistata il potere di fissare i propri stipendi in modo autonomo, senza alcun collegamento con la propria produttività. Il secondo fattore è perfino più importante: quando la crescita economica e demografica ristagna, prende il sopravvento la rendita finanziaria, automaticamente chi ha patrimoni accumulati diventa sempre più ricco e distanzia il resto. Ecco i passaggi più significativi del dibattito al Cuny.

Thomas Piketty: «Questo studio collettivo è cominciato 15 anni fa ed è composto di due parti. Da un lato abbiamo raccolto dati sui redditi, in quei paesi dov’è esistita da tempo un’imposta personale sui redditi. Cioè tutti i paesi occidentali ed anche Cina, India, molte nazioni dell’America latina. Dall’altro lato abbiamo raccolto i dati sui patrimoni, usando anche le statistiche sulle tasse di successione. Europa e Giappone sono due esempi illuminanti per capire come si crea una società “patrimoniale”, dove contano le ricchezze ereditarie: bassa natalità e bassa crescita economica rendono prevalenti le ricchezze già accumulate. Questa sta diventando la regola nel mondo intero. La chiave di tutto sta nel rapporto tra due variabili: da una parte il rendimento netto del capitale, dall’altra la crescita economica (a sua volta legata anche a quella demografica). Se il rendimento del capitale supera la crescita economica, come sta accadendo, ecco che il XXI secolo assomiglia sempre di più all’Ottocento: si va verso delle società oligarchiche. L’eccezione, l’anomalia più importante, l’abbiamo avuta per un lungo periodo del Novecento, dopo le due guerre mondiali, e in particolare nel “trentennio dorato” che va dalla ricostruzione post-bellica agli anni Settanta. Le diseguaglianze diminuirono sia per la forte crescita economica e demografica, sia per gli aumenti nella tassazione dei ricchi. Ci furono prelievi fiscali straordinari sui patrimoni, spesso legati allo sforzo bellico. E ci fu un forte aumento della tassazione progressiva sui redditi. A partire dagli Stati Uniti. Oggi può stupire, ma fu l’America a inventare una patrimoniale progressiva, con questa giustificazione: non voleva diventare una società ineguale come quella europea. E gli americani dopo la seconda guerra mondiale esportarono la loro elevata tassazione nelle due potenze sconfitte, Germania e Giappone, come un segno distintivo di civiltà».

Joseph Stiglitz: «Molti di noi studiarono all’università proprio nel trentennio magico, l’Età dell’Oro della crescita, e abbiamo finito per credere che quello fosse lo stato naturale. È importante l’attenzione che Piketty rivolge all’eredità come fonte di diseguaglianze. La successione ereditaria riguarda il capitale finanziario, immobiliare, e anche il capitale umano, visto l’accesso sempre più ineguale all’istruzione di alto livello. Noi qui in America crediamo di vivere in una società meritocratica per eccellenza, invece stiamo diventando una società di tipo ereditario, con una mobilità sociale perfino inferiore ad alcune nazioni europee. Le diseguaglianze, come dimostra Piketty, non sono il risultato di forze economiche ineluttabili, ma sono il prodotto delle politiche. La politica a sua volta è plasmata dalle diseguaglianze, viviamo in un sistema dove il potere politico è concentrato verso l’alto, e assistiamo a uno svuotamento del ceto medio. Oltre al rapporto tra rendimento del capitale e crescita, illustrato da Piketty, gli altri fattori che pesano sulle diseguaglianze sono la distribuzione del capitale stesso, le norme sulla successione ereditaria, la “segregazione economica” che deriva dagli accessi selettivi alle università o dai matrimoni “endogamici”, infine la tassazione del capitale. È importante capire che creando una società più equa, andremmo anche verso un’economia più efficiente e dinamica».

Krugman: le élite sono riuscite a un'imporre un'ideologia che giustifica i loro privilegi

Paul Krugman: «Il lavoro di Piketty apre una nuova frontiera intellettuale. Se stasera siete venuti così numerosi ad ascoltarlo qui, se il suo libro ci colpisce con tanta forza, è perché ne sentivamo il bisogno. Le élite hanno avuto la capacità di imporre un’ideologia che giustifica i loro privilegi. Per esempio hanno descritto le diseguaglianze come l’ineluttabile conseguenza di livelli d’istruzione diversi: non è affatto decisiva questa spiegazione, tant’è che un prof di liceo e un top manager hanno una preparazione culturale comparabile. Le performance individuali non hanno più un nesso con i guadagni dei top manager, che costituiscono gran parte dello 0,1% degli straricchi. Qui non siamo più nel mondo di Gordon Gekko, il personaggio di Oliver Stone nel film Wall Street di 27 anni fa, qui siamo in un capitalismo patrimoniale dove i protagonisti sono i figli di Gordon Gekko che hanno ereditato la sua fortuna. Mi colpisce l’analogia ideologica con la Terza Repubblica francese che descrive Piketty. I privilegiati della Belle Époque usavano questo argomento: c’è stata la Rivoluzione francese, come possiamo definirci una società diseguale se abbiamo tutti gli stessi diritti? È lo stesso discorso che fanno i privilegiati nell’America del XXI secolo. Mi piace questa espressione di Piketty: il passato divora il futuro. Cattura l’essenza di ciò che è una società patrimoniale».

Stiglitz: «Nei grafici di Piketty si vede che l’imposta marginale Usa scese negli anni Venti del secolo scorso, proprio quando le diseguaglianze erano già estreme e si sarebbe dovuto fare l’esatto contrario per ovviarvi. Questo conferma la forza dell’ideologia. Oggi viviamo in America sotto un’ideologia sintetizzata da una sentenza della Corte suprema secondo cui “le imprese sono come persone”, hanno gli stessi diritti meritevoli di tutela».

Piketty: «Non siamo giunti alla fine di questo processo di divaricazione. Le diseguaglianze cresceranno ancora, rendendoci simili alla Francia pre-rivoluzionaria, dove i nobili rappresentavano l’1% della popolazione. È decisiva l’importanza dell’apparato di persuasione, con cui i privilegiati possono rendere la diseguaglianza accettabile, o inevitabile. Il XX secolo per invertire la tendenza alle diseguaglianze e imporre un cambiamento di direzione, ebbe bisogno di due guerre mondiali». Il secolo delle diseguaglianze di Anna Maria Merlo, da il manifesto L’ex galeotto Vautrin, rivelando cinicamente allo studente spiantato Eugène de Rastignac i meccanismi sociali, gli aveva spiegato che era molto più conveniente sposare un’ereditiera che studiare e lavorare. Balzac scrive Le Père Goriot nel 1835. Per tutto il XIX secolo e l’inizio del XX, fino alla Belle Epoque, questo suggerimento resta valido. Ai tempi di Proust, a Parigi viveva un ventesimo della popolazione francese, ma la capitale concentrava un quarto dei patrimoni del paese. La “prima mondializzazione” (1870-1914) ha accresciuto le diseguaglianze sociali. Poi le due guerre mondiali, le distruzioni materiali, l’inflazione e anche alcune scelte politiche hanno ridotto il peso dei patrimoni. Ma oggi, nell’epoca di un’altra mondializzazione, il XXI secolo rischia di tornare al passato e di assomigliare al XIX. È la tesi di un poderoso volume dal titolo ambizioso, Le capital au XXIe siècle, che l’economista Thomas Piketty pubblica da Seuil (969 pag., 25€). “All’inizio del XXI secolo l’eredità non è lontana dal ritrovare l’importanza che aveva all’epoca del Père Goriot” afferma Piketty. La spiegazione economica di questa minaccia è la seguente: “poiché il tasso di rendimento del capitale oltrepassa durevolmente il tasso di crescita della produzione e del reddito, situazione che è durata fino alla fine del XIX secolo e che rischia fortemente di tornare ad essere la norma nel XXI secolo, il capitalismo produce meccanicamente delle ineguaglianze insostenibili, arbitrarie, rimettendo radicalmente in causa i valori meritocratici sui quali si fondano le società democratiche”. Piketty, basandosi su una considerevole massa di dati statistici (soprattutto di Francia, Gran Bretagna, Usa, ma anche dei paesi emergenti grazie alla World Top Incomes Database), analizza la questione della ripartizione delle ricchezze e, quindi, dell’ineguaglianza. Tra Marx, che aveva analizzato l’accumulazione del capitale che avrebbe condotto a una concentrazione in mano di pochi e Kuznets, che ottimisticamente credeva nelle forze equilibratrici della crescita, della concorrenza e del progresso tecnico, che avrebbe dovuto portare spontaneamente alla riduzione delle ineguaglianze. Gli spari dei poliziotti contro i minatori, a Marikana vicino a Johannesburg il 16 agosto 2012, che hanno fatto 34 morti tra i lavoratori che chiedevano un aumento di stipendio che la compagnia mineraria con sede a Londra non voleva concedere per poter versare maggiori dividendi agli azionisti, ci ricorda l’attualità dello scontro tra redditi da lavoro e redditi da capitale. A Heymarket Square, a Chicago, il 1° maggio 1886 c’erano state violenze analoghe. “Lo scontro tra capitale e lavoro appartiene al passato oppure sarà una delle chiavi del XXI secolo?” si chiede Piketty. La questione della ripartizione delle ricchezze è già al centro delle analisi dell’economia politica classica. Malthus, a fine ‘700, vede la minaccia nella sovrappopolazione. Ricardo si inquieta del prezzo della terra, bene raro, e dell’evoluzione della rendita fondiaria. Cinquant’anni dopo Ricardo, Marx analizza la dinamica del capitalismo in piena crescita. I dati statistici dicono che “una crescita debole permette di equilibrare solo debolmente il principio marxista di accumulazione permanente”. Storicamente, nei paesi europei industrializzati i salari cominciano a crescere, molto debolmente, solo nell’ultimo terzo del XIX secolo: ma “dal momento in cui il tasso di crescita della popolazione e della produttività è relativamente debole, i patrimoni accumulati nel passato assumono naturalmente un’importanza considerevole, potenzialmente smisurata e destabilizzatrice per le società”. L’happy-end prevista dalla curva a U di Simon Kuznets a metà del secolo scorso – le ineguaglianze di reddito destinate a diminuire nella fase avanzata dello sviluppo capitalistico – non ha luogo all’inizio del XXI secolo. Certo, c’è stata una forte riduzione delle ineguaglianze di reddito tra la prima guerra mondiale e la fine della seconda: negli Usa, per esempio, il 10% degli americani più ricchi concentrava ogni anno il 45-50% del reddito nazionale negli anni ’10. Alla fine degli anni ’40, questa percentuale è caduta al 30-35% (oltre alle guerre e all’inflazione, un ruolo l’ha avuto anche l’imposta progressiva sul reddito, introdotta nel 1913 negli Usa, nel 1909 in Gran Bretagna, nel 1914 in Francia, nel 1922 in India, nel 1932 in Argentina). Ma dagli anni ’70-’80, la tendenza si è invertita. Dal secondo dopoguerra c’è stato il tempo per ricostruire i patrimoni e la svolta di Reagan, con l’abbassamento delle tasse, ha fatto il resto. Le ineguaglianze crescono: negli Usa, dimostra Piketty, “la concentrazione dei redditi ha ritrovato negli anni 2000-2010, o addirittura leggermente oltrepassato, il livello record degli anni 1910-1920”. Negli anni 2000-2010 nei paesi ricchi è stato ritrovato il livello di capitalizzazione di Borsa (in proporzione alla produzione interna o al reddito nazionale) esistente a Parigi o a Londra negli anni 1900-1910. Oggi, il valore del capitale finanziario, immobiliare – cioè del capitale non umano – nei paesi ricchi è equivalente a sei anni di produzione e di reddito nazionale, un rapporto simile a quello che esisteva nel XIX secolo.

Piketty si chiede: “il mondo del 2050 o 2100 sarà posseduto dai traders, dai super dirigenti e da chi controlla patrimoni importanti, oppure dai paesi petroliferi, o ancora dalla Banca di Cina, a meno che non siano i paradisi fiscali, che ospitano, in un modo o nell’altro, l’insieme di questi attori?”. Per evitare questa deriva – sempre più accentuata dallo squilibrio tra tassi di crescita che non vanno più al di là dell’1-2% nel mondo ricco, di fronte a una rendita del capitale, finanziario e immobiliare, intorno al 4-5% - Pikeyy invoca scelte politiche, poiché “non esiste nessun processo naturale e spontaneo che permetta di evitare che le tendenze destabilizzatrici e che portano all’ineguaglianza l’abbiano vinta durevolmente”. La principale fonte di convergenza dei redditi è la diffusione delle conoscenze e l’investimento nella scuola per tutti, sia all’interno di ogni paese che tra paesi. A questo Pikeyy suggerisce di aggiungere un’imposta mondiale progressiva sui redditi da capitale, perché l’eguaglianza formale dei diritti di fronte alla forza del mercato non è sufficiente per garantire una società più giusta. Ma la vicenda della Tassa sulle transazioni finanziarie, che avrebbe dovuto essere introdotta in nove paesi della Ue, ma che progressivamente è svuotata di ogni contenuto e di fatto abbandonata, ci dice che la battaglia sarà lunga e difficile, senza nessuna certezza di vincerla.

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28 marzo 2014 5 28 /03 /marzo /2014 17:33

 di Michele Bocci e Fabio Tonacci La Repubblica

Per saperne di più : www.novartis.it   ; www.agcm.it   http://www.agenziafarmaco.gov.it/it/content/bando-di-assegnazione-di-finanziamento-la-ricerca-indipendente-sui-farmaci     ;    http://www.airc.it/ricerca-oncologica/sperimentazione/farmaci-intelligenti/  ;   Photos/Multimedia Gallery Available: http://www.businesswire.com/multimedia/home/20131207005047/it/   

Pressione su medici e Asl, decreti affossati. Ecco come lemultinazionali farmaceutiche condizionanoil mercato. E la nostra slute.

«Egregio onorevole… ». Comincia così la lettera che deputati e senatori italiani si sono ritrovati nella posta elettronica 24 ore dopo la batosta della maxi multa da 180 milioni di euro inflitta dall’Antitrust a Novartis e Roche per lo scandalo Avastin. «Tengo a condividere con Lei, nell’attesa di poterlo fare di persona, che ci troviamo in forte disaccordo con i presupposti di quell’inchiesta… ». Big Pharma aveva bisogno di parlare, di spiegare, di convincere. E il Parlamento è solo uno dei luoghi dove “premere”. Forse il più importante, ma non l’unico. Corsie degli ospedali, ambulatori, convegni, aule di università: ogni luogo è utile quando si deve promuovere un nuovo flacone, una molecola innovativa, una lozione. Basta individuare le persone o gli enti la cui voce ha un certo peso al momento degli acquisti. Prima di tutto i medici. Dalla borsa di studio pagata per dare uno stipendio al professore associato all’appuntamento scientifico in estate in località turistica. «I dottori vengono tutti studiati e schedati — racconta a Repubblica, con la garanzia dell’anonimato, un dirigente di una delle più grandi aziende del settore — per individuare quelli su cui fare pressione. Ci sono gli “autorevoli”, che hanno capacità di persuasione sugli altri, “gli inutili”, i “sensibili alle novità”, che basta presentargli le stesse gocce con un nome diverso e li hai già convinti ». Poco male se, come nella vicenda Avastin-Lucentis ,ci sono studi che ne hanno dimostrato l’eguale efficacia. «Egregio onorevole…», scrive Novartis. Due cartelle firmate dall’amministratore delegato Georg Schroeckenfuchs per dire che «il nostro operato è sempre stato corretto» e che è «a disposizione per dare tutte le risposte necessarie ». Arrivando addirittura al mite consiglio di evitare ogni riforma della prassi dell’off label «fatta su basi emotive». Proprio così, su basi emotive. Insomma, una vistosa excusatio non petita. Diretta ai parlamentari, acquista un sottotesto che suona più o meno così: avete affossato quel comma 3 del decreto Balduzzi che modificava il regime dell’uso “fuori etichetta” dei medicinali, eccone le conseguenze. La lobby del farmaco lo sa. Chi votò quegli emendamenti, pure. L’Avastin, per esempio. Prodotto dalla Roche per alcune forme di cancro del colon. Dal 2005 gli oculisti di tutta Europa cominciarono a utilizzarlo off label, cioè fuori dall’indicazione dell’etichetta, perché funzionava anche per le maculopatie. La legge lo permetteva. Oltretutto costava poco, 80 euro a dose. Poi però arrivò sul mercato il più costoso Lucentis della Novartis, 1.000 euro a fiala, specifico per quella patologia. Il Parlamento si accorse che qualcosa non andava già nel 2007, quando cioè — come riporta il quotidiano La Notizia— una senatrice dell’Udc, Sandra Monacelli, presentò una dettagliata interrogazione all’allora ministro della Salute Livia Turco per chiedere di autorizzare ufficialmente l’uso di Avastin per gli occhi. Si discusse, si fecero prospetti, si snocciolarono dati. Sembrava fatta, ma l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, il 18 ottobre del 2012 decise di escludere il prodotto della Roche dall’elenco di quelli rimborsabili dal sistema sanitario. Paradossalmente su spinta proprio della Roche che, come testimoniano le decine di email interne recuperate dall’Antitrust e alla base della sua sanzione, aggiornava costantemente Novartis sullo stato della pratica. Ma di maculopatie, in quello stesso periodo, si parlava anche nella commissione Affari Sociali della Camera, dove era in discussione il decreto Balduzzi. Il comma 3 dell’articolo 11, infatti, permetteva l’uso off label «qualora il farmaco sia in possesso del medesimo profilo di sicurezza di quello autorizzato e ci sia una convenienza economica». Un passaggio disegnato apposta per l’Avastin che avrebbe permesso al ministero di risparmiare qualche centinaio di milioni di euro, con buona pace degli interessi di mercato — legittimi, naturalmente — della Novartis, che del costoso Lucentis detiene il brevetto. Ma un emendamento proposto da Laura Ravetto e Giancarlo Abelli, allora entrambi nel Pdl, e passato con i voti di Pdl, Lega e Udc, lo cancella del tutto. «Il trionfo delle lobby», commentò un’infuriata Livia Turco, che di quel testo era relatrice. Qualcuno resiste, nonostante tutto. E fa di testa propria. Alfredo Pazzaglia, oculista della oftalmologia del Sant’Orsola di Bologna, racconta: «Avremo fatto 9-10 mila iniezioni di Avastin e non abbiamo mai visto complicanze nei pazienti. Così per chi è già in trattamento firmo un foglio di assunzione di responsabilità e continuo ad usarlo». Altra leva per convincere i medici, da sempre, sono i convegni. Silvio Zuccarini, oculista fiorentino della clinica privata Villa Donatello è un professionista che ha usato l’Avastin «migliaia di volte». E racconta: «Ai congressi trovavo luminari dei trattamenti della retinopatia che attaccavano violentemente chi continuava ad usarlo, sostenendo che era illegale. Sono sicuro che hanno le spalle coperte da gruppi potenti». Big Pharma, del resto, sa come farsi amici quelli che contano. Non è un caso che l’unica donna imprenditrice accanto al presidente del consiglio Matteo Renzi durante l’ultimo vertice bilaterale italo-tedesco di Berlino fosse Lucia Aleotti, capo di Menarini, colosso da 3,27 miliardi di fatturato all’anno, che con il premier condivide le origini toscane. Una delle donne più potenti dell’economia italiana, però, è anche un’imputata. Nel giugno scorso è stata rinviata a giudizio insieme al fratello Giovanni e al padre Alberto Aleotti, che di Menarini è il patron storico. Per 20 anni l’azienda — sostengono i pm fiorentini — avrebbe sistematicamente gonfiato il prezzo dei suoi farmaci, causando un danno di 860 milioni di euro allo Stato. In questa faccenda, Lucia Aleotti deve rispondere di evasione fiscale, riciclaggio e corruzione (quest’ultimo reato insieme al padre). Al processo si sono costituite parte civile tutte le Asl d’Italia. «Il sistema pubblico deve emanciparsi dall’industria, avviando ricerche autonome». Lo pensa e lo dice Pier Giuseppe Pelicci, il condirettore dell’Istituto oncologico europeo di Veronesi. Oncologo e farmacologo, ha un’idea ben definita sui rapporti perversi che possono nascere tra le multinazionali e il sistema pubblico. «Il caso Avastin — spiega — insegna che le leggi le devono rispettare tutti, indipendentemente dal loro potere. Ma la domanda fondamentale che dobbiamo porci è un’altra: come è possibile che i farmaci costino così tanto?». Esatto, come è possibile? «Ci fanno pagare anche i fallimenti delle ricerche. Possiamo uscirne solo in un modo, facendo anche noi ricerca sui medicinali. Non siamo innocenti, abbiamo delegato gli studi in questo campo a Big Pharma e non si può pensare che loro lavorino senza orientarsi al profitto. Contemporaneamente però il pubblico investe poco in ricerca e finiamo in una situazione di sudditanza». La strada, secondo Pelicci, è segnata. «Ci costa di più comprare i farmaci o investire per produrli? Secondo me acquistarlo, per questo lo Stato deve aumentare gli investimenti nella ricerca: in prospettiva risparmierà per l’acquisto dei farmaci, perché se li farà da solo». Una maggiore autonomia scientifica potrà portare anche a emancipare la politica dall’attività di lobby e dagli interessi delle case farmaceutiche.

L'ACCUSA A MENARINI: 2013Lucia Aleotti presidente della Menarini viene rinviata a giudizio per corruzione

GLI ONOREVOLI FARMACISTI: atualmente ci sono 2 deputati e 2 senatori v

che provengono dal mondo delle farmazie.

LA MISSIVA AI PARLAMENTARI: dopo la maxi multa da 180 milioni, Movartis spedisce una lettera ai parlamentari

I NUNERI DI BIG PHARMA:

- 180 milioni di €l'ammontre della multa antitrast a Roche e Novartis

- 33% La quota di capitale di Roche partecipata di Novartis

- 900 €il prezzo di Lucentis che darebbe stato favorito

- 15 - 80 € il prezzo dell'Avastin che funzionerebbe ugualmente contro la maculopatia

-  600 milioni La cifra che ci rimetterebbe il SSN ricorrendo al Lucentis

- 2007 L'anno in cui si é iniziato ad usare L'Avastin. 3 anni dopo é entrato in commercio il Lucentis

- 2012 a ottobre Aifa decide di togliere Avastin dalla lista dei farmaci utilizzabili "off label"

I farmaci in Italia :

- 25,5 miliardi di euro La spesa farmaceutica totale nel 2012

- 76% la percentuale di spesa sostenuta dal SSN

- 430 € la spesa media annua  per i farmaci di ogni cittadino

- 1,8 miliardi di confezioni acquistate in un anno

- 30 le confezioni acquistate  in media da ogni italiano in un anno

Almeno una prescrizione all'anno

- 50% dei bambini

- 90% degli anziani (over 75)

- 985 dosi al giorno ogni 1000 abitanti

 

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2 marzo 2014 7 02 /03 /marzo /2014 15:57

Se Renzi dimentica l’economia criminale                                  DI ROBERTO SAVIANO La Repubblica

Personalmente avrei voluto che nel suo discorso inaugurale Matteo Renzi avesse concesso più spazio non al generico tema delle mafie, ma ai capitali criminali, a quell’enorme flusso di danaro che a oggi continua a essere l’economia principale italiana. Quello che mi piacerebbe accadesse è che questo possa smettere di essere un tema morale, etico, legato unicamente alla legalità in senso astratto. Mi farebbe piacere sapere che il tema del contrasto alla criminalità organizzata diventasse una questione fondamentale, una questione economica. Non si può in poco tempo affrontare tutto. Ma spero ci sia un momento in cui per questo governo il tema dei capitali criminali sia non “una” delle tematiche, ma “la” tematica da affrontare. La principale, la più vitale. L’urgenza è imperativa. Com’è imperativo capire che i 170 miliardi fatturati ogni anno dalle organizzazioni criminali sono il vero tesoro che dobbiamo riprenderci. Un tesoro che secondo la Guardia di Finanza ha superato il 10% del Pil. Le migliaia di negozi che possiedono, le centinaia di centri commerciali, la presenza nelle banche, il monopolio dei subappalti, la capacità di vincere ogni concorrenza. La lotta alla mafia va affrontata con le decisioni politiche. Non si può delegare a giudici, polizie o personaggi-simbolo. Non si tratta di ostentare un pedigree anti-mafioso partecipando a iniziative, finanziando associazioni. Qui si tratta di ridare centralità al contrasto all’economia criminale, non di aprire nuove carceri o stringere ai polsi più manette. Commissioni antimafia e procure ci sono. Lavorano spesso a diversa intensità, ma ci sono. A mancare è una volontà nuova, una visione che vada oltre la repressione. Una rivoluzione liberale che sappia partire dal contrasto ai capitali criminali. E nel semestre europeo a noi toccherà soprattutto questo: mostrare il nostro sangue e dolore al resto d’Europa — non nasconderlo — per dimostrare che in Europa mancano leggi antimafia, mancano controlli sul riciclaggio. I capitali dei narcotrafficanti, dell’evasione, sono sempre meno nei paradisi offshore e sempre più nelle banche europee. L’Italia ha la tradizione antimafia più importante al mondo. Il report della subcommissione permanente del Senato statunitense ha accusato Credit Suisse di aver agevolato l’evasione delle tasse di oltre 10 mila cittadini americani, e ha calcolato che il valore dell’evasione scoperta è di circa 13,5 miliardi di dollari. L’evasione italiana che canali ha avuto, se non i medesimi di quella americana? I flussi di riciclaggio delle organizzazioni criminali che paesi europei usano? Lo stesso metodo usato dal senatore Levin in Usa dovrebbe immediatamente essere usato dal nostro governo. Aprire inchieste politiche che mostrino i canali di evasione e riciclaggio, che mostrino la collaborazione delle banche italiane. L’ombra del riciclaggio e della collaborazione con i cartelli criminali investe troppi istituti di credito italiani. C’è tutto questo dietro i morti innocenti che continuano a cadere in Italia. Ad Arzano, l’altro ieri, altri due morti. Ciro Casone di 57 anni e Vincenzo Ferrante di 30 anni. A quanto emerge dalle prime indagini Vincenzo non c’entrava nulla, non era un camorrista, l’obiettivo era Casone. Uccisi in un centro abbronzante di proprietà della nipote di Casone che aveva appena finito di farsi una lampada mentre Vincenzo (come sembra da alcune ricostruzioni) si stava “facendo le sopracciglia”. È proprio così, i centri abbronzanti sono diventati spesso il luogo sostitutivo del barbiere, del circolo sportivo. Luoghi della vita quotidiana dove prima o poi passi, e dove i killer ti vengono a cercare. Fu per questo che quando scrivemmo la sceneggiatura di Gomorra pensammo di iniziare proprio da un centro abbronzante, la prima strage avviene lì. Fisicamente per noi significava sostituire l’immaginario tipico della piazza o del bar con una dimensione più reale. E ora la realtà conferma quell’intuizione drammatica. Quando mi presento ai tribunali durante i processi spesso dalle gabbie i camorristi mi insultano, mi dileggiano: mimano di strapparsi un ciuffo tra le loro sopracciglia proprio sopra il naso. E mi dicono “Savià e’ fattell sti sopracciglia”, perché per molti di loro è inconcepibile avere sopracciglia folte e troppo unite. Loro che le hanno ad ali di gabbiano, loro che tengono all’estetica più di quanto si possa immaginare. L’estetica in questi territori è un’ossessione. Ovunque, dal Sudamerica al Marocco, ma in questi territori assume una caratteristica ostentata e vitale come in Messico, in Colombia e in Brasile. Non dimenticherò mai le mani curate dei boss che vedo duranti i processi, passano le ore a limarsi unghie (anzi a farsele limare) con gli smalti rinforzanti e trasparenti, i peli delle mani accorciati, le pellicine inesistenti, i polpastrelli morbidi. Ossessionati dalla depilazione, che cercano di fare anche in carcere. Riporto questi dettagli per mostrare che non è un mondo a parte da suburra, i volti dei camorristi sono volti comuni, non hanno lombrosianamente sembianze mostruose che consolano il lettore, che può dirsi distante da tutto quanto ho appena descritto. Quando appaiono truci è spesso perché fotografati dopo insonni nottate di latitanza dopo interrogatori fiume in smorfie prese alla cattura. In ogni processo, più guardo camorristi, più vedo i visi perfetti cui ci hanno abituato i corteggiati e i corteggiatori di uomini e donne. Vestono in ugual modo, hanno la stessa carnagione abbronzata, si depilano allo stesso modo. Non è quindi un mondo a parte: è il nostro mondo, ci siamo in mezzo, ci appartengono e noi apparteniamo a loro. Vincenzo Ferrante non ha precedenti di camorra, ancora non è chiaro se sia stato ucciso perché testimone o per altri motivi. A oggi è innocente. Un’altra persona innocente uccisa per decisione dei clan e che viene indicata come “errore”. Sono morti collaterali, uccisi non per errore, uccisi perché parte di una guerra. Questi sono morti che la camorra mette in conto smentendo l’adagio solito “tanto si ammazzano tra di loro”. Idiozia omertosa. Si ammazzano tra di noi, si ammazzano con noi. E ora verranno a dirci di nuovo che stiamo diffamando l’Italia? Che stiamo esagerando? Che queste cose si sanno, che le scrivono e le dicono tutti? Ma come ne scrivono e come le dicono? La cronaca quotidiana locale dei morti e del potere camorrista anestetizza, stempera, spettacolarizza. Nei morti di questi giorni c’è molto di più che solo sangue e catrame. Ditemi in quale paese europeo si muore così, innocenti uccisi dai proiettili di una guerra criminale perenne. Potrei fare una lista lunghissima, ma mi limito a partire dalla cronaca di ieri. Solo ieri è stato condannato in appello come mandante dell’omicidio di Attilio Romanò, Marco Di Lauro (ancora latitante). Romanò fu ucciso 24 gennaio 2005 ucciso solo perché lavorava in un negozio di telefonia a Napoli. Potrei citare Dario Scherillo ucciso il 6 dicembre 2004, solo perché si trovava nel posto sbagliato, come Annalisa Durante uccisa il 27 marzo 2004. E poi gli ultimi: Andrea Nollino, ucciso fuori dal suo bar il 26 giugno 2012 e Lino Romano ucciso il 15 ottobre 2012. Potrei farne ancora molti, moltissimi di nomi innocenti, uccisi dai clan. Bisogna intervenire subito. Immediatamente. Perché è già tardi. È già tardissimo.

Matteo Renzi a Roberto Saviano: "I miei cinque punti per fermare Mafia Spa"                                                                                              Il premier risponde all'appello dello scrittore su "Repubblica": così aggredirò i patrimoni criminali, porterò l'emergenza al semestre Ue di MATTEO RENZI        

Caro Roberto, venerdì mattina, mentre leggevo nelle pagine di Repubblica il tuo articolo appassionato, ho pensato subito alle ragazze e ai ragazzi  che ho conosciuto nel mio viaggio della terra dei fuochi. o nei campi sottratti alla criminalità che ho visitato da amministratore, da Canicattì a Corleone, e -insieme a loro- alle tante persone per be che hanno scelto, " nelle terre di mafia " di fare comunque la propria parte. Questo meraviglioso esercito di piccoli grandi eroi civili, che abbiamo imparato a conoscere anche grazie ai tuoi racconti, lavora nelle associazioni e nei movimenti contro le mafie; sono gli imprenditori e i negozianti che hanno denunciato le estorsioni rinunciando per sempre a una vita normale; gli scrittori; i giornalisti-giornalisti, per citare la nota scena di    FORTAPASC, la bellissima pellicola che racconta della storia di Giancarlo Siani; gli studenti che coltivano le terre confiscate ai mafiosi, ai familiari delle vittime innocenti: le forze di polizia che combattono quotidianamente una battaglia di tutto il paese.

Ognuno di loro sa perfettamente che non basterà il proprio impegno per vincere la battaglia contro le mafie, eppure ci provano lo stesso. Lo fanno per non rassegnarsi, proprio come fanno associazioni come Libera, a chi dice che tanto mai nulla potrà cambiare. So che tu, insieme a tutte queste persone, vi aspettate che la lotta alla criminalità organizzata diventi per davvero la priorità del governo e delle Istituzioni. Questo impegno io lo assumo.     

Tutti coloro che hanno indagato sulle mafie, che le hanno osservate, studiate e raccontate al mondo, tutti i magistrati, i giornalisti e quei politici, che hanno anche perso la vita per combatterle, ci hanno spiegato che il cuore delle organizzazioni criminali è negli affari che conducono, nelle ricchezze che accumulano e ostentano e anche in quel confine sottile, sottilissimo, che esiste tra lecito e illecito con l'appoggio, con il consenso, con la collusione e qualche volta semplicemente con il silenzio di chi riveste ruoli di responsabilità nella politica, nelle amministrazioni e nell'economia. Sono questi i legami che dobbiamo smascherare e recidere. Faremo un lavoro serio e puntiglioso, insieme alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia, non solo per capire che cosa sia avvenuto in questi anni nel contesto della crisi economica che ha investito il Paese ma soprattutto per adottare le misure necessarie sul piano legislativo e amministrativo. Con una proposta organica sulla base del lavoro fatto dalla commissione presieduta da Garofoli istituita a Palazzo Chigi, con Cantone e Gratteri, per elaborare strumenti e contributi per rendere più incisiva la lotta alla criminalità organizzata. Quello che va aggredito, hai ragione, è la "Mafia SpA", presente in ogni comparto economico e finanziario del Paese, al Sud come al Centro-Nord, quell'economia criminale che colpisce imprese e società al collasso, come conferma l'analisi della Direzione Nazionale Antimafia. E questo fenomeno è favorito anche dalla consapevolezza, da parte degli appartenenti alle organizzazioni criminali, di non rischiare molto sul piano penale, anche perché nel nostro codice penale manca il reato di autoriciclaggio. Il paradosso di un estorsore o uno spacciatore di droga che non viene punito se da solo ricicla o reimpiega il provento dei suoi delitti sarà superato con assoluta urgenza attraverso l'introduzione del delitto di auto riciclaggio. In questo senso, aggredire i patrimoni mafiosi può essere una delle grandi risposte che il governo è in grado di dare, dal punto di vista economico, per fronteggiare la crisi. Una giustizia più veloce, più efficace da questo punto di vista, è uno degli strumenti che possiamo mettere in campo come Paese per uscire dalla situazione economica in cui ci troviamo.

Così come occorre ripensare lo strumento della certificazione antimafia, che troppo spesso e con troppa facilità si riesce ad aggirare; è necessario, in questo senso, introdurre sistemi di controllo che consentano di individuare la provenienza dei capitali illeciti, anche per debellare il fenomeno dei "prestanome", ma sburocratizzando il più possibile quest'attività per evitare che diventi un inutile aggravio per gli imprenditori onesti. E' urgente porre il tema della riforma dell'Agenzia Nazionale Beni Confiscati che oggi è senza capacità di agire con immediatezza ed efficacia: una specie di "carrozzino" pubblico senza mordente, senza strumenti efficaci. Solo nell'ultimo anno i sequestri ammontano a oltre 4 miliardi e le confische a 1 miliardo e mezzo. Bisogna restituire ai cittadini quanto i clan hanno loro sottratto, impiegando quelle risorse, con una logica che deve essere quella di una moderna politica dell'antimafia, e cioè per produrre occupazione e sviluppo. E, per far questo è necessario anche assicurare alle aziende confiscate agevolazioni fiscali e creditizie; un'impresa sottratta alle mafie che fallisce è una sconfitta che lo Stato non dovrà più permettersi.

Le mafie s'infiltrano negli enti locali e ne condizionano l'andamento, a danno dei cittadini, al Sud come al Nord, solitamente lasciando paurosi dissesti. Per questo nei prossimi mesi interverremo anche sul tema dello scioglimento dei consigli comunali: la modifica del 2009 ha affrontato solo alcuni degli aspetti problematici della disciplina: bisognerebbe, invece, agire su più fronti ancora. In particolare, è necessaria l'individuazione e la scelta dei commissari fra soggetti anche esperti di management e di gestione aziendale, prevedendo che questi debbano svolgere il loro incarico a tempo pieno e che possano operare anche in deroga alle regole del patto di stabilità per rilanciare l'attività di governo degli enti sciolti e soprattutto bonificare, dove necessario, le strutture burocratiche inquinate; andrà prevista la possibilità di sciogliere le società private ad integrale partecipazione degli enti locali o quelle miste e un obbligo protratto per un certo periodo di utilizzare la stazione unica appaltante dopo l'uscita dal commissariamento. Anche per le regioni andrà studiata una normativa che eviti i rischi di infiltrazione mafiosa, ovviamente nel rispetto delle loro prerogative di autonomia riconosciute dalla Costituzione. Un'altra emergenza, strettamente connessa a quelle delle mafie, pure da affrontare - come ci ha di recente ricordato l'Unione europea -   è la corruzione il cui costo ammonta a 60 miliardi di euro ogni anno, pari al 4% del Pil italiano, circa metà dei danni provocati in tutta Europa. Una cifra enorme. Per questo è fondamentale dare piena attuazione alle legge 190 del 2012 e a tutte quelle norme in tema di prevenzione e trasparenza in essa previste; su questo fronte di impegno a nominare immediatamente, a partire già dai prossimi giorni, il Commissario anticorruzione, come previsto dalla stessa legge.

In una logica di contrasto intelligente alle illegalità, dovremo anche saper guardare alle vittime per organizzare l'intervento dello Stato a loro sostegno: familiari di vittime innocenti, testimoni. Mai più la sensazione di essere stati lasciati soli dallo Stato dopo aver denunciato! In questa stessa prospettiva dobbiamo assicurare, col massimo rigore, protezione a chi offre un contributo di giustizia per offrire all'autorità inquirente i migliori strumenti legislativi per sfruttare questo contributo. Così come dovremmo assicurare vicinanza, sostegno, a chi come te, ha fatto della parola uno strumento di libertà e di cambiamento: penso ai tanti giornalisti minacciati, spesso precari, troppo spesso lasciati completamente soli. In definitiva, dovrà essere chiaro che per il nostro Paese le mafie sono violenza, sopraffazione e povertà. Un punto solidissimo, chiaro, come quello che questa battaglia si combatte a partire dalla scuola, dal lavoro fatto dai nostri insegnanti negli istituti come antidoto alla criminalità organizzata, a una cultura, anzi ad una incultura delle mafie. Porterò questi temi anche sui tavoli del semestre europeo che si apre tra qualche mese, perché la mafia non è più solo un problema italiano. C'è tanto lavoro da fare. Un lavoro fondamentale, hai ragione Roberto. E io lo farò facendo mio il grido rivoluzionario di un parroco di provincia anche a te molto caro, Don Peppe Diana:"per amore del mio popolo, non tacerò". Accorciare le distanze tra quel che di buono è stato fatto e il tanto che ci resta ancora da fare sarà il modo migliore per ricordare con don Peppe, con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, tutte le vittime innocenti delle mafie, ma anche quelle ragazze e quei ragazzi che non hanno scelto dove nascere, ma che hanno scelto di restare, di cambiare la loro terra e di renderla migliore

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27 agosto 2013 2 27 /08 /agosto /2013 20:35

INVENTARIARE tutti i prodotti "tipici tradizionali" italiani è impresa non da poco. Soprattutto per la quantità e la variabilità di questo patrimonio. Non bisogna poi confondere tra tipico e tradizionale: tipico è quando un prodotto è legato al suo territorio d' origine e ivi replicato in modo importante e diffuso; tradizionale è se il prodotto si fa in quella zona da un certo numero di anni (25 dice la legge italiana) senza soluzione di continuità. Dire "tipico tradizionale" restringe il campo, ma il risultato è comunque mastodontico, evidenzia una ricchezza che va tutelata e promossa, esaltando le differenze e dando aiuti concreti ai produttori. Perché questa è una garanzia per uscire dalla crisi. In u n a p a r o l a questa è la diversità, umana e biologica, chei nostri territori rappresentano: la nostra migliore assicurazione sulla vita. Il suo valore è incalcolabile e quindi non si spiega come spesso sia sottostimato da chi muove la macchina istituzionale. Questa è vera economia, ma mentre tutti si riempiono la bocca di quanto siano buoni e belli i nostri prodotti regionali pochi sono quelli disposti ad approfondire le loro situazioni. Tanto che spesso si rischia una superficialità deleteria per il patrimonio gastronomico italiano. Ci vogliono storia (vera documentazione, non invenzioni improbabili e un po' kitsch) e geografia (intanto la eliminiamo dai programmi scolastici), competenze agronomiche e alimentari; si deve capire il valore sociale ed economico dei prodotti. Mentre li inventariamo, alcuni rischiano di sparire sotto i colpi di un' agricoltura industriale che non rispetta la diversità, per logiche commerciali e di mercato che non premiano più chi è differente, anche se fa qualità indiscutibile. Altri tesori neanche emergono e sfuggono alla catalogazione, perché sono realizzati da pochi resistenti in territori difficili. Non tutelarli è un suicidio economico e politico. Da parte nostra, quella di Slow Food, da quindici anni abbiamo il progetto dell' Arca del Gusto e dei Presìdi, per salvare dal diluvio dell' omologazione chi è a rischio d' estinzione. Perché sì, anche questi gioielli della civiltà italiana possono sparire nel nulla. Segnalateci i vostri prodotti da caricare sull' Arca del Gusto al sito www.fondazioneslowfood.it: più (bio)diversità salviamo più avremo futuro.

CARLO PETRINI - La Repubblica

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