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8 dicembre 2016 4 08 /12 /dicembre /2016 20:38
 
Le élite imparino l'umiltà o il populismo sarà trionfante

Stephen Hawking con Papa Francesco (ansa)

 

Oggi la diseguaglianza economica rischia di sgretolare la società

Le élite di ogni comparto sociale (economico, politico, scientifico, dell'amministrazione statale, medico ecc. ndr.)

STEPHEN HAWKING – La Repubblica

ESSENDO un fisico teorico che vive a Cambridge, ho vissuto la mia vita in una bolla di eccezionale privilegio. Cambridge è una città insolita, tutta incentrata su una delle grandi università del pianeta. All’interno di questa città, la comunità scientifica di cui sono entrato a far parte quando avevo vent’anni è ancora più esclusiva. E all’interno di questa comunità scientifica, il gruppo ristretto di fisici teorici internazionali con cui ho trascorso la mia vita lavorativa potrebbe a volte essere tentato di vedersi come un apogeo. In aggiunta a tutto questo, con la celebrità che mi hanno procurato i miei libri e l’isolamento imposto dalla malattia, ho la netta impressione che la mia torre d’avorio diventi sempre più alta.
Pertanto, faccio parte senza dubbio di quelle élite che recentemente, in America e in Gran Bretagna, sono oggetto di un inequivocabile rigetto. L’elettorato britannico ha deciso di uscire dall’Unione Europea, i cittadini americani hanno scelto Donald Trump come prossimo presidente.
Qualunque cosa possiamo pensare di queste decisioni, non c’è alcun dubbio, nella mente dei commentatori, che siamo di fronte a un grido di rabbia da parte di persone che si sono sentite abbandonate dai loro leader.
Tutti sembrano d’accordo nel dire che è stato il momento in cui i dimenticati hanno parlato, trovando la voce per rigettare il consiglio e la guida degli esperti e delle élite di ogni latitudine.
Io non faccio eccezione a questa regola. Prima del voto sulla Brexit ho lanciato l’allarme sugli effetti negativi che avrebbe avuto per la ricerca scientifica in Gran Bretagna, ho detto che uscire dall’Unione Europea sarebbe stato un passo indietro: e l’elettorato — o almeno una parte sufficientemente ampia di esso — non si è curato del mio parere così come non si è curato del parere di tutti gli altri leader politici, sindacalisti, artisti, scienziati, imprenditori e personaggi famosi che hanno dato lo stesso consiglio inascoltato al resto del Paese.
Quello che conta adesso, molto più delle vittorie della Brexit e di Trump, è come reagiranno le élite. Dovremmo, a nostra volta, rigettare questi risultati elettorali liquidandoli come sfoghi di un populismo grossolano che non tiene in considerazione i fatti, e cercare di aggirare o circoscrivere le scelte che rappresentano? A mio parere sarebbe un terribile errore.
Le inquietudini che sono alla base di questi risultati elettorali e che concernono le conseguenze economiche della globalizzazione e dell’accelerazione del progresso tecnologico sono assolutamente comprensibili. L’automatizzazione delle fabbriche ha già decimato l’occupazione nell’industria tradizionale e l’ascesa dell’intelligenza artificiale probabilmente allargherà questa distruzione di posti di lavoro anche alle classi medie, lasciando in vita solo i lavori di assistenza personale, i ruoli più creativi o le mansioni di supervisione.
Tutto questo a sua volta accelererà la disuguaglianza economica, che già si sta allargando in tutto il mondo. Internet, e le piattaforme che rende possibili, consentono a gruppi molto ristretti di persone di ricavare profitti enormi con un numero di dipendenti ridottissimo. È inevitabile, è il progresso: ma è anche socialmente distruttivo.
Tutto questo va affiancato al crac finanziario, che ha rivelato a tutti che un numero ristrettissimo di individui che lavorano nel settore finanziario possono accumulare compensi smisurati, mentre tutti gli altri fanno da garanti e si accollano i costi quando la loro avidità ci conduce alla deriva. Complessivamente, quindi, viviamo in un mondo in cui la disuguaglianza finanziaria si sta allargando invece di ridursi, e in cui molte persone rischiano di veder scomparire non soltanto il loro tenore di vita, ma la possibilità stessa di guadagnarsi da vivere. Non c’è da stupirsi che cerchino un nuovo sistema, e Trump e la Brexit possono dare l’impressione di offrirlo.

C’è da dire anche che un’altra conseguenza indesiderata della diffusione globale di Internet e dei social media è che la natura nuda e cruda di queste disuguaglianze è molto più evidente che in passato. Per me la possibilità di usare la tecnologia per comunicare è stata un’esperienza liberatoria e positiva. Senza di essa, già da molti anni non sarei più stato in grado di lavorare.
Ma significa anche che le vite delle persone più ricche nelle parti più prospere del pianeta sono dolorosamente visibili a chiunque, per quanto povero, abbia accesso a un telefono. E visto che ormai nell’Africa subsahariana sono più numerose le persone con un telefono che quelle che hanno accesso ad acqua pulita, fra non molto significherà che quasi nessuno, nel nostro pianeta sempre più affollato, potrà sfuggire alla disuguaglianza.
Le conseguenze di ciò sono sotto gli occhi di tutti: i poveri delle aree rurali affluiscono nelle città spinti dalla speranza, ammassandosi nelle baraccopoli. E poi spesso, quando scoprono che il nirvana promesso da Instagram non è disponibile là, lo cercano in altri Paesi, andando a ingrossare le fila sempre più nutrite dei migranti economici in cerca di una vita migliore. Questi migranti a loro volta mettono sotto pressione le infrastrutture e le economie dei Paesi in cui arrivano, minando la tolleranza e alimentando ancora di più il populismo politico.

Per me, l’aspetto veramente preoccupante di tutto questo è che mai come adesso, nella storia, è stato maggiore il bisogno che la nostra specie lavori insieme. Dobbiamo affrontare sfide ambientali spaventose: i cambiamenti climatici, la produzione alimentare, il sovrappopolamento, la decimazione di altre specie, le epidemie, l’acidificazione degli oceani.

Insieme, tutti questi problemi ci ricordano che ci troviamo nel momento più pericoloso nella storia dello sviluppo dell’umanità. Possediamo la tecnologia per distruggere il pianeta su cui viviamo, ma non abbiamo ancora sviluppato la capacità di fuggire da questo pianeta. Forse fra qualche secolo avremo creato colonie umane fra le stelle, ma in questo momento abbiamo un solo pianeta, e dobbiamo lavorare insieme per proteggerlo.
Per farlo è necessario abbattere le barriere interne ed esterne alle nazioni, non costruirle. Se vogliamo avere una possibilità di riuscirci, è indispensabile che i leader mondiali riconoscano che hanno fallito e che stanno tradendo le aspettative della maggior parte delle persone. Con le risorse sempre più concentrate nelle mani di pochi, dovremo imparare a condividere molto più di quanto facciamo adesso.

Non stanno scomparendo solo posti di lavoro, ma interi settori, e dobbiamo aiutare le persone a riqualificarsi per un nuovo mondo, e sostenerle finanziariamente mentre lo fanno. Se le comunità e le economie non riescono a sopportare gli attuali livelli di immigrazione, dobbiamo fare di più per incoraggiare lo sviluppo globale, perché è l’unico modo per convincere milioni di migranti a cercare un futuro nel loro Paese.
Possiamo riuscirci, io sono di un ottimismo sfrenato sulle sorti della mia specie: ma sarà necessario che le élite, da Londra a Harvard, da Cambridge a Hollywood,imparino le lezioni di quest’ultimo anno. Che imparino, soprattutto, una certa umiltà.
Stephen Hawking, fisico teorico e scrittore, all’inizio dell’anno ha lanciato il sito www.unlimited.world ( Traduzione di Fabio Galimberti)

 

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7 luglio 2016 4 07 /07 /luglio /2016 15:41

Attilio Bolzoni - La Repubblica 
Ultimi degli ultimi gli schiavi dei campi dimenticati da tutti
Restano ostaggio dei “boss dei giardini” per meno di un euro a cassetta. L’Italia deve aiutare chi viene dal mare: e loro non interessano più
Sono più schiavi di prima.
Più schiavi di quando c’erano i caporali bianchi, i ruffiani dei padroncini degli aranceti che erano tutti del posto, contemporanea versione del campiere. Più schiavi di quando si erano ribellati sei anni fa ai boss dei giardini. Più schiavi di quando li avevano ammassati lì dentro perché la vecchia fabbrica abbandonata era diventata una porcilaia immonda. Era un oleificio finanziato nel 1981 con soldi pubblici e dove non hanno mai spremuto un solo litro di olio, luogo ideale anche per il macero di umanità, per infliggere pene indicibili, per rinchiudere ai confini del mondo i più dimenticati.
Tende nel fango, tanfo, veleni, faide e vendette per un pezzo di capra squartata e contesa. Schiavi fra gennaio e i primi di marzo, quando la pianura stordisce con il profumo di zagara e loro si spaccano la schiena per meno di un euro a cassetta. Schiavi quando non ci sono più arance e mandarini, ma solo terra arsa e non c’è più neanche quell’euro. Schiavi come non lo erano stati mai nemmeno a casa loro. In Senegal, in Ghana, nel Mali, in Niger, in Burkina Faso. Schiavi e fantasmi. Perché se non ci arrivi a San Ferdinando, se non ti spingi fino al campo avvolto dai fumi, non li vedi mai questi neri che popolano la Calabria nel Nord della provincia di Reggio che è poi Calabria del Sud, l’autostrada che corre da una parte verso le gallerie che bucano le pendici dell’Aspromonte e il mare dall’altra con in fondo Villa e i suoi traghetti che vanno e vengono dalla Sicilia. Solo ogni tanto vagano nelle campagne, a gruppi di due o a gruppi di tre, a piedi sempre, qualche volta su arrugginite e pesanti biciclette, tutti allucinati nel vuoto delle loro vite. Si erano illusi nel 2010 quando avevano tentato la rivolta contro i “proprietari” che succhiavano il sangue al popolo nero, barricate, speranze, poi la caccia «ai figli di puttana con la pelle scura », le fucilate «a quelli che devono tornarsene nella giungla », l’odio, l’odio generato dalla paura di tutto e di niente.
Molti di loro non sono neanche più nomadi. Solo i più fortunati si spostano, quelli che hanno un aggancio in Puglia per le olive, quegli altri che hanno amici negli orti della Campania. Ma i fantasmi restano sempre qui, nell’accampamento prigione, nel bivacco “temporaneo” che è oramai per sempre la loro casa, di plastica o di corda, di cartone, o con il cellophane che quando tira vento si gonfia come una vela.
Qualcuno si fa vedere sulla Gioia Tauro Road. Così la chiamano loro, la vecchia statale numero 18 che una volta era la sola strada a scendere da Napoli fino a Reggio Calabria. Ma solo i più intrepidi si avventurano lungo su quel percorso dove all’orizzonte si stagliano le gigantesche gru del porto e i mezzi meccanici che sembrano “pupi”, sempre in movimento, tirati da fili invisibili.
È vero che ci sono più controlli nei campi, che i “mediatori” calabresi non si espongono più e al loro posto hanno ingaggiato gente dell’Est e pure qualche nero, fratelli contro fratelli. Ma sanzioni amministrative e qualche centinaia di euro di multe, non fermano i padroni dei giardini che con il popolo nero raccattano milioni di euro a stagione. È vero che promettono da anni di risanare la tendopoli di San Ferdinando, di abbatterla e di ricostruirla «più bella». Ma la tendopoli è sempre lì, in tutta la sua oscenità e in tutta la sua immoralità.
L’Italia ha le sue emergenze nel fronte Sud, la costa africana della Sicilia, l’isola di Lampedusa, gli sbarchi, i naufragi, le tragedie con tutti quei cadaveri in fondo al Mediterraneo. L’Italia deve soccorrere gli ultimi che vengono dal mare. Gli ultimi che hanno toccato terra non interessano più. Se sono vivi o se sono morti-vivi, non importa. Tanto nessuno se ne accorge. Nessuno li conosce. Nessuno sa che esistono. Nemmeno a Rosarno, a Gioia Tauro, a Taurianova, nemmeno a San Ferdinando che è lì a un passo.
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17 novembre 2015 2 17 /11 /novembre /2015 21:53

Ttip: la scarsa trasparenza genera sospetti

Alessandro Zona Mattioli – La Voce Info

Il trattato di libero scambio tra UE e Stati Uniti incontra una radicata opposizione, fondata su timori di standard igienico-sanitari meno stringenti, riduzione delle tutele per i lavoratori e indebolimento del processi democratici. L’unica soluzione è un dibattito più approfondito e trasparente.

Il trattato di libero scambio Usa-UE

Lo scorso 23 ottobre si è concluso a Miami l’undicesimo round di negoziazioni tra Stati Uniti e Unione Europea sul Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip). L’obbiettivo del trattato di libero scambio non è solo quello di abbattere le barriere tariffarie presenti tra i due mercati, quanto quello di uniformare gran parte della normativa e degli standard che caratterizzano il funzionamento delle due economie, in modo da abbassare le barriere non tariffarie che costituiscono il maggiore ostacolo al commercio Usa-UE. Si tratta di un obbiettivo ambizioso che per sua natura ha già sollevato diverse controversie. Sin dall’apertura delle trattative, nel 2013, ha destato sospetto e insofferenza la segretezza dei contenuti della negoziazione, tant’è vero che dall’ottobre 2014, per iniziativa del governo italiano, le trattative sono state rese parzialmente pubbliche. E tuttavia ancora oggi tuttavia il Ttip è avversato da una vasta platea che comprende vari economisti, tra cui anche il premio Nobel Paul Krugman, fino a una rete di organizzazioni non governative radunate in “Stop Ttip”.
Il punto focale dell’opposizione al trattato è sostanzialmente il timore che l’abbattimento di quelle che vengono generalmente definite barriere non tariffarie si traduca in un irrimediabile abbassamento degli standard qualitativi e sanitari dei prodotti sul mercato europeo, che sono generalmente più stringenti di quelli del mercato americano. Allo stesso modo, si temono misure che portino a una minore protezione del lavoro e dell’ambiente e, più in generale, un indebolimento dello stesso processo decisionale democratico.

Le questioni ancora aperte

Sebbene il trattato non sia privo di opportunità, come ad esempio l’apertura del mercato degli appalti pubblici americani per ora generalmente chiusi agli stranieri e fermi al “buy-american”, rimangono dunque aperte numerose questioni. In primis, le cosiddette questioni sanitarie e fitosanitarie, in particolare rispetto al comparto farmaceutico e alimentare. Ad esempio, se in Europa prevale il principio di precauzione, che vieta la commercializzazione di un prodotto se vi è danno potenziale per la salute umana, negli Usa i controlli avvengono eventualmente dopo il lancio sul mercato del prodotto, che può quindi essere ritirato solo se se ne prova scientificamente il danno. Anche le norme europee per l’etichettatura delle carni avicole, ovine e suine sono più stringenti di quelle americane nell’indicare la provenienza della carne, il che offre maggiori garanzie per il consumatore. Un discorso simile vale per i prodotti Dop e Igp, che a noi italiani stanno particolarmente a cuore perché tutelano il mercato UE dal falso made in Italy, che riscuote invece più successo negli Usa.
Per quanto riguarda le tutele del lavoratore, l’Unione Europea ha adottato tutte le otto norme fondamentali dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), mentre gli Usa ne hanno ratificate solo due.
Sulle potenziali minacce al processo legislativo democratico e alla sovranità giudiziaria nazionale, le criticità sorgono dall’assai discusso istituto degli Investor-to-State Dispute Settlement (Isds) proposto da parte americana e dall’Annually Regulatory Cooperation Program. Riguardo agli Isds pesa in particolare l’opinione contraria della Germania e la negoziazione su questo tema ha incontrato difficoltà anche nell’ultimo round di negoziazioni.
L’assenza di informazioni da parte della Commissione, la discordanza degli studi che tentano di misurare gli effetti dell’introduzione del Ttip e la mancanza di un serio dibattito sul tema (anche nel Parlamento Europeo) non fanno che aumentare il sospetto circa la bontà del trattato. Nel frattempo, i negoziati rallentano: dopo questo round le parti si sono riproposte di concludere le trattative entro il 2017, mentre fino al mese scorso si riteneva di dover chiudere per la fine del 2015.
La Commissione si è poi formalmente impegnata a non abbassare gli standard di protezione per i consumatori già in vigore in ambito europeo né ad arrecare danno alcuno al “processo regolatore democratico europeo”. Appare chiaro però che si tratta di prese di posizione piuttosto superficiali, che non vanno oltre il carattere dell’annuncio. Occorre dunque che il dibattito sul “più ampio trattato commerciale della storia” venga approfondito a tutti i livelli. In primis, nel Parlamento Europeo, dove la discussione è stata compromessa dallo stesso presidente Martin Schultz, che lo scorso giugno ha rimandato il dibattito a data da definirsi, per non rischiare scomode bocciature ad aspetti chiave del Ttip. Media nazionali e accademici dovrebbero informare meglio i cittadini, non solo sui rischi, ma anche sulle opportunità che un buon accordo commerciale con gli Usa potrebbe comportare. Anche la Commissione dovrebbe fare la sua parte e rafforzare l’iniziativa di trasparenza, rendendo pubblici sempre più documenti ufficiali relativi a proposte e risultati del negoziato e nello stesso tempo facendo sì che per i cittadini sia più facile suggerire pareri in merito al trattato.

 

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24 ottobre 2015 6 24 /10 /ottobre /2015 09:20

Una riflessione su pane quotidiano che offre parecchi spunti sul capire la realtà attuale, come comportarsi e come agire

Saskia Sassen 

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-c6425022-9d90-40cf-b223-796c6e92156c.html#p=0   (dopo la pubblicità)

Libro - Saskia Sassen :"Espulzioni":il Mulino ed.

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8 giugno 2015 1 08 /06 /giugno /2015 16:29

 

Intervista a Carlo Petrini di Slowfood. «Il nostro padiglione è sistemato in una zona che prevedeva un flusso di visitatori del 30% e invece siamo attorno allo 0,5%. Dobbiamo essere cittadini responsabili e non solo consumatori

Luca Fazio - il manifesto

Carlo Petrini, un mese di Expo è suf­fi­ciente per un primo bilan­cio. Come va al padi­glione Slow Food?
Il nostro padi­glione è siste­mato in una zona che pre­ve­deva un flusso di visi­ta­tori del 30% e invece siamo attorno allo 0,5%. Siamo in fondo all’Expo dove non arri­vano gli auto­bus e nem­meno i taxi, per que­sto abbiamo sof­ferto un primo mese di scarsa affluenza. E’ un pro­blema logi­stico che non pena­lizza solo noi. Da una set­ti­mana però hanno messo un tram per decon­ge­stio­nare l’ingresso prin­ci­pale, e sta andando un po’ meglio. Per il resto, lo vedi anche tu come sta andando.

E come sta andando?

Ci sono stato una volta, l’aspetto è quello di una grande fiera dove le nazioni e i grandi poten­tati ali­men­tari si con­fron­tano. Poi ci sono anche Col­di­retti e il Vati­cano, e ci siamo noi. Insomma l’esposizione è il trionfo del capi­ta­li­smo e forse non poteva essere altri­menti, le con­trad­di­zioni ci sono e sono evi­denti, io l’avrei pen­sata diver­sa­mente da una grande ker­messe. Ma alla fine ci tro­viamo tutti lì, la sedia vuota non paga.

Se l’Expo è una gigan­te­sca fiera dove si ven­dono cibo e poche idee per nutrire il pia­neta, la Carta di Milano pas­serà per la sin­tesi vir­tuosa di que­sti sei mesi di espo­si­zione uni­ver­sale. Slow Food la sottoscriverà?

Così com’è merita ancora di essere discussa. Ci sto riflet­tendo, la pros­sima set­ti­mana pre­sen­terò un docu­mento per sot­to­li­neare alcune carenze della Carta di Milano. Non si dice nulla sulla pro­prietà delle sementi, e que­sto è un pro­blema nodale per le agri­col­ture del mondo. Vor­rei più enfasi sull’economia di pic­cola scala, per valo­riz­zarla. Poco si dice anche sulle logi­che del libero scam­bio (il TTIP) men­tre su quell’altare si sta sacri­fi­cando tutto: lo dice anche il Papa, que­sta eco­no­mia uccide.

Se il libero scam­bio ha ragione d’essere così com’è, senza cor­re­zioni, in campo agri­colo e per le der­rate ali­men­tari diventa ele­mento di sof­fe­renza per milioni di pic­cole entità agri­cole e fami­liari. Le pic­cole realtà oggi sono sotto lo schiaffo delle spe­cu­la­zioni finan­zia­rie sulle der­rate ali­men­tari. La Carta di Milano su que­sti temi dovrebbe mostrare più corag­gio, il mini­stro Mar­tina dice che è un docu­mento ancora aperto, sta­remo a vedere.

Come è cam­biata la vostra asso­cia­zione dopo tutti que­sti anni? Adesso siete molto popo­lari, è una buona noti­zia, ma forse tra il vostro pub­blico oggi viene a man­care quella carica ideale e mili­tante di un tempo. Insomma, qual è lo scotto da pagare per aver avuto tanto successo?

La popo­la­rità fa pia­cere. Siamo stati i primi ad inter­cet­tare e dif­fon­dere tema­ti­che che oggi ven­gono discusse e con­di­vise su scala pla­ne­ta­ria. Noi rap­pre­sen­tiamo cit­ta­dini respon­sa­bili e non solo con­su­ma­tori, ma ci sono asso­cia­zioni che con­di­vi­dono il nostro lavoro, come Via Cam­pe­sina, che rap­pre­sen­tano le comu­nità agri­cole del mondo.

Il suc­cesso è sem­pre croce e deli­zia: è posi­tivo che si discuta di edu­ca­zione ali­men­tare, ma biso­gna stare attenti a non bana­liz­zare il mes­sag­gio agri­colo e gastro­no­mico tra­sfor­man­dolo in uno show commerciale.

Un tempo c’era da un lato il sin­da­ca­li­smo con­ta­dino e dall’altro l’elitarismo dei gour­met, noi abbiamo avvi­ci­nato que­sti due mondi. Di cibo si è sem­pre par­lato, non credo che sia un feno­meno così nuovo, l’importante è che si com­prenda tutta la filiera e non solo l’aspetto ludico della fac­cenda, l’agricoltura, la tra­sfor­ma­zione delle mate­rie prime, il lavoro che spesso signi­fica sfrut­ta­mento e bassi salari. Non basta limi­tarsi a par­lare di ricette.

L’appuntamento più impor­tante di que­sto 2015 par­ti­co­lare l’avete inti­to­lato Terra Madre Gio­vani. Cosa suc­ce­derà dal 3 al 6 ottobre?

La rete di Terra Madre esi­ste dal 2004. Undici anni fa era­vamo pre­senti in ses­santa paesi e col tempo siamo cre­sciuti. Oggi que­sta comu­nità di con­ta­dini, pesca­tori, pic­coli alle­va­tori, ma anche di cuo­chi ed esperti dell’alimentazione è pre­sente in cen­to­set­tanta paesi. In via ecce­zio­nale quest’anno abbiamo deciso di orga­niz­zare un evento di por­tata mon­diale pro­prio a Milano por­tando più di 7 mila per­sone a discu­tere di cibo come avrei voluto che se ne discu­tesse all’Expo. Abbiamo deciso di pun­tare sui gio­vani sotto ai quarant’anni, sono loro i pro­ta­go­ni­sti del futuro.

Discu­tere di cosa in particolare?

Per esem­pio del trat­tato inter­na­zio­nale sul com­mer­cio (TTIP) che così come è con­ce­pito non fun­ziona pro­prio, anzi, rischia di met­tere in ginoc­chio la pro­du­zione agri­cola e soprat­tutto i con­ta­dini euro­pei che dovranno fare i conti con i pro­dotti degli Stati Uniti che non sono sot­to­po­sti ai nostri divieti (pesti­cidi, anti­bio­tici, Ogm). Que­sta logica per cui le der­rate devono viag­giare libe­ra­mente senza troppe regole pena­lizza le realtà che sono vin­co­late a deter­mi­nate regole pro­dut­tive. Discu­te­remo anche di bio­di­ver­sità e cam­bia­menti cli­ma­tici, di acqua, di fer­ti­lità dei suoli.

Il nostro vuole essere un mes­sag­gio forte pro­prio all’Expo: non si può con­ti­nuare a par­lare di nutrire il pia­neta senza coin­vol­gere i con­ta­dini e i pesca­tori. Que­sta espo­si­zione uni­ver­sale è rivolta ai con­su­ma­tori, ci sono padi­glioni che mostrano un’opulenza incre­di­bile e appar­ten­gono pro­prio a quei paesi dove vivono comu­nità agri­cole in forte sofferenza.

Terra Madre Gio­vani sarà all’Expo?

No, sto par­lando di un incon­tro con die­ci­mila per­sone che arri­ve­ranno da tutto il mondo. La ceri­mo­nia inau­gu­rale si terrà il 3 otto­bre al Forum di Assago, poi work­shop e assem­blee si ter­ranno in una ven­tina di tea­tri mila­nesi. Il 6 otto­bre andremo a fare visita all’Expo, così i con­ta­dini potranno valu­tare come i rispet­tivi paesi hanno trat­tato il tema dell’alimentazione. Sarà un evento molto impor­tante e vogliamo che la città di Milano sia coin­volta, per que­sto vor­rei lan­ciare un appello.

Prego, dica pure.

Nei pros­simi giorni lan­ce­remo una cam­pa­gna per chie­dere che que­sti gio­vani con­ta­dini ven­gano ospi­tati nelle case dei mila­nesi. Non pos­siamo per­met­terci di allog­giarli in un albergo. Sarebbe bel­lis­simo se Milano adot­tasse que­ste per­sone per qual­che giorno. Dario Fo ne ospi­terà tre, Adriano Celen­tano quat­tro, e ho già par­lato con il car­di­nale di Milano per chie­der­gli di aiu­tarci ad orga­niz­zare l’accoglienza. E non è tutto, abbiamo biso­gno di un altro tipo di aiuto. Soldi. Un con­ta­dino afri­cano che gua­da­gna 50 euro al mese, se li gua­da­gna, per venire a Milano non deve man­giare per un anno, ecco allora che dob­biamo tro­vare le risorse per per­met­tere a que­ste per­sone di venire nella città dell’Expo, dob­biamo garan­tire loro il diritto al viaggio.

Ecco per­ché abbiamo lan­ciato una rac­colta fondi online, la piat­ta­forma è già attiva sul sito www​.wefeed​the​pla​net​.com. Que­sti gio­vani con­ta­dini vogliono orga­niz­zare una grande tavola con i senza tetto di Milano, per­ché anche in que­sta città ci sono per­sone che hanno pro­blemi con l’alimentazione. Que­sto è il loro mes­sag­gio, altro che osten­ta­zione con­su­mi­stica. Vogliono fra­ter­niz­zare e fare gruppo, non è solo cri­tica all’Expo è un altro modo di essere e di stare nel mondo.

 

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5 febbraio 2015 4 05 /02 /febbraio /2015 09:39

La coscienza oltre la legge

Dal 13 dicembre 2014 è entrata in vigore la nuova legislazione europea che con il Regolamento n° 1169/2011 rende non obbligatorio per i "prodotti a marchio" della grande distribuzione, indicare sull’etichetta il luogo di produzione e il nome dell’azienda produttrice. Ci rifiutiamo di prendere una scorciatoia forse utile per qualcuno ma che reputiamo eticamente impraticabile. Rispondiamo alla nostra coscienza fornendo ai clienti più garanzie di quanto la nuova legge ci obblighi a fornirne. Fino ad oggi infatti per i nostri clienti è stato naturale prendere dallo scaffale un prodotto a Marca Conad, verificarne la scadenza, il luogo di produzione e il nome del produttore. Vogliamo che tutto ciò continui anche domani perché non siamo disposti a indebolire un rapporto fiduciario consolidato negli anni. Crediamo che in generale la trasparenza sia un valore, ma che lo sia ancor di più per i cosiddetti "prodotti a Marca del distributore", cioè i prodotti a Marca Conad, una categoria sempre più ampia e apprezzata su cui "ci mettiamo la faccia" e tutte le nostre attenzioni. La nostra responsabilità su ciò che vendiamo col nostro nome non può dunque essere mutilata. Oltretutto questa nuova disposizione di legge, sottacendo l’origine e il nome del produttore, indebolisce il presidio del prodotto made in Italy e la qualità che il mondo ci invidia. "Dura lex sed lex" si è sempre detto, ma per noi questa legge non è abbastanza dura. E’ per questa ragione che alle persone che quotidianamente scelgono di fare la spesa da noi continueremo a dire, attraverso l’etichetta dei prodotti a Marca Conad, da dove arriva la merce che acquistano e qual è l’azienda produttrice. Per noi, invocare maggiore tutela e trasparenza per "le cose" marchiate Conad significa prenderci cura delle persone che ogni giorno ci rinnovano la loro fiducia.

                      
IL PREZZO DEL  LATTE

 IL SOSTEGNO DEL GRUPPO CONAD. L’obiettivo è quello di far conoscere da vicino il difficile lavoro degli allevatori e gli effetti positivi per l’intera collettività ma anche i pericoli dell’abbandono come dimostra il Dossier “L’attacco alle stalle italiane” che sarà presentato nell’occasione. “Una prima risposta è già arrivata dal Gruppo Conad, che in una nota pubblicata sulla stampa nazionale ha precisato che il latte si fa mungendo le mucche, non spremendo gli allevatori. “Conad – commenta Carlo Crocetti, presidente Coldiretti di Latina – ha ritoccato il prezzo del latte alla stalla su base nazionale. 0,38 centesimi non è ancora sufficientemente remunerativo per la nostra realtà provinciale, ma almeno registriamo una prima inversione di tendenza”.

 

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27 dicembre 2014 6 27 /12 /dicembre /2014 17:03

IL SUCCESSO DEL SITO DI “RIDE SHARING” CHE AIUTA A TROVARE UN PASSAGGIO O QUALCUNO CON CUI DIVIDERE LE SPESE, DICE IL FONDATORE, “È DOVUTO A QUESTIONI DI COSTO MA ANCHE AL BISOGNO DI SCAMBIARE QUALCHE PAROLA IN VIAGGIO”

Anais Ginori – La Repubblica

Parigi Qualche mese fa ha ricevuto una telefonata da François Hollande. «Non voleva chiedermi un passaggio», scherza Frédéric Mazzella, seduto nella lounge della fiera LeWeb, uno degli eventi dedicati al digitale più influenti d'Europa che ha riunito per tre giorni oltre 3.500 imprenditori, esperti, investitori. Il capo dello Stato voleva invece congratularsi per la crescita della società di Mazzella, fondatore e Ceo di Blablacar, leader nel ride sharing, la condivisione di viaggi in automobile. Non capita tutti i giorni alla Francia depressa e in crisi di potersi inorgoglire per una start-up che in pochi anni si è sviluppata in tredici paesi, Italia compresa, con una comunità di oltre 10 milioni di utenti. Il bisnonno di Mazzella era di Ischia. «Purtroppo non ci sono mai andato. Però ho guardato l'isola con Google Maps».

L'imprenditore francese, 38 anni, si sente un po' italiano perché è un chiacchierone – da cui il nome della società – e ama la pasta. Ha passato tre anni nella Silicon Valley, lavorando alla Nasa e prendendo il master di informatica a Stanford. Poi ha deciso di tornare in Francia «per ragioni personali ». Ma non è pentito. Il cosiddetto french bashing, “dagli al francese”, in voga nei paesi anglosassoni, è un semplice difetto di comunicazione. «In alcuni settori la Francia non riesce a valorizzare le proprie potenzialità».

Sulla creazione d'impresa, ad esempio, resiste il cliché che sia un paese ostile, burocratico, senza speranza. Mazzella è la prova del contrario. «Ci sono molti incentivi e sostegni poco noti all'estero che danno un vero impulso a chi vuole creare una nuova azienda». Un altro cliché è l'overdose di tasse e balzelli. Recentemente Xavier Niel, patron di Free, ha smentito il luogo comune, definendo addirittura la Francia un “paradiso fiscale”. «Anche se paghiamo un po' più tasse che altrove – spiega Mazzella – abbiamo un paese con infrastrutture e trasporti che funzionano, un livello di educazione molto alto. Un contesto che favorisce l'impresa ». Per l'economia digitale, dice il presidente di Blablacar, l'Europa ha addirittura dei vantaggi rispetto alla Silicon Valley. «A parità di competenze, il reclutamento di risorse umane è più semplice e a buon mercato». Per un’azienda con tassi di crescita del 200% di anno in anno, la disponibilità di talenti sul mercato è un punto a favore. Poi, spiega l'imprenditore, le società europee sono predisposte alla sharing economy anche per via di un potere d'acquisto debole in alcuni settori.

«Prendiamo i costi automobilistici: tra benzina e pedaggi, 1 chilometro negli Usa costa tre volte meno che 1 chilometro in Europa». Un tempo era l'autostop, ora si chiama “ride sharing”. Non serve alzare il pollice, basta un clic. Perché solo ora tanti automobilisti si sono convertiti? «Perché ci sono i mezzi tecnologici per farlo». Non lasciare mezza vuota la propria auto è una scelta di buon senso, che sta al passo di un mondo connesso, tra smartphone e Gps. «Se nel 1908 insieme alla prima macchina Ford fosse nato anche Internet – osserva Mazzella - sono sicuro che già allora ci sarebbe stato il ride sharing». I prezzi di un viaggio sulle tratte più lunghe, come Roma-Milano, costano intorno ai 30 euro, e sono inferiori fino al 75% rispetto a treno e aereo, soprattutto in periodi di punta.

 E' proprio durante le feste di Natale, dieci anni fa, che Mazzella ha avuto l'ispirazione. Doveva andare a trovare i parenti in Vandea ma i treni da Parigi erano pieni o carissimi. Alla fine, la sorella che stava a Rouen è passata dalla capitale per prenderlo e continuare il viaggio insieme. In autostrada, Mazzella ha visto centinaia di automobilisti che guidavano da soli, senza altri passeggeri. Il segreto, ha pensato, sarebbe rendere disponibili tutti questi posti liberi. All'inizio era un semplice sito, Covoiturage.fr, lanciato nel 2004. Cinque anni dopo il sito raccoglie 100mila euro per allargarsi. Nel 2010 ottiene 1,2 milioni da un fondo d'investimento francese. Cambia nome, diventa a pagamento. Nel 2012 incassa altri 7,5 milioni da Accel Partners, il fondo che ha lanciato Groupon e Spotify, per internazionalizzare la piattaforma. Blablacar apre in Spagna, Italia (ricomprando anche postoinauto.it), Germania, Regno Unito, Polonia.

Ed ecco che quest'estate è stato chiuso un fund raising pari a 100 milioni di dollari con un obiettivo: far diventare la società ancora più globale. L'autostop 2.0 è diventato di moda e non fa più paura. Ogni mese 2 milioni di persone viaggiano in Europa attraverso Blablacar che preleva una commissione del 10% su ogni passaggio. Una concorrenza ai mezzi di trasporto più tradizionali, tanto che le Ferrovie francesi sono dovute correre ai ripari, lanciando un servizio simile. «Uno degli elementi più importanti per noi – spiega Mazzella – è aver saputo costruire un rapporto di fiducia». Blablacar verifica i dati (numeri di telefono, documenti, conto in banca) e attraverso i pareri degli altri utenti sorveglia la reputazione di ogni iscritto. Nella scheda è anche specificato il grado di loquacità di passeggero e guidatore, da un minimo di “Bla” a un massimo di “Blablabla”. Si può scegliere il tipo di automobile, includere o escludere passeggeri fumatori, viaggiare tra sole donne. L'aspetto “social” è una delle molle, insieme al vantaggio economico e alla riduzione dell'impatto ecologico: quattro persone che viaggiano insieme tra Milano e Roma hanno un bilancio ambientale di 173 kg di Co2 rispetto ai 692 kg di un guidatore solo. E' paradossale che molte nuove start-up francesi di successo – da Vente Privée a Drivy - arrivino proprio nel periodo di maggior crisi economica. «E' il momento in cui la gente è disposta a pensare diversamente. L'innovazione rallenta nei periodi di benessere ».

Mazzella è convinto che andiamo verso un nuovo modello economico. Forse il capitalismo non è morto come sostiene Jeremy Rifkin ma la sharing economy ha davanti a sé un radioso futuro. Blablacar non ha problemi di nuova regolamentazione come Uber perché mette in contatto privati per dividere dei costi e non c'è alcuna vendita di prestazione. «L'innovazione è spesso in anticipo sulla legge», commenta Mazzella, che spiega come anche a livello finanziario le regole vadano ripensate. «All'inizio era difficile spiegare a eventuali investitori il pricing del nostro servizio». Nel caso della piattaforma Blablacar, come di altri attori della sharing economy, il costo marginale si avvicina allo zero. Con l'aumento dei volumi, ci sono piccoli costi, dall'invio di sms alle transazioni bancarie, ma niente a che vedere con gli schemi economici di attività del passato. «In realtà, il grosso dei nostri costi è sulla ricerca e sviluppo». Ora Mazzella punta al Brasile e all'India, convinto che non ci siano frontiere per il suo autostop 2.0. Lui d'altra parte è l'utente tipo: non possiede un’automobile, si muove solo su mezzi degli altri

E sul futuro della società non vuole fare previsioni. Dalla quotazione in Borsa alla vendita a un operatore del turismo: tutto è possibile. «Davvero non lo so. Intanto mi concentro sulla gestione della crescita internazionale del nostro servizio». Il presidente di Blablacar è anche considerato una sorta di guru della “mobilità sostenibile”, interrogato per capire come si muoveranno le persone tra venti o quarant'anni. Ma lui non pensa a diversificare le sue attività. «E' come chiedere a Rafael Nadal di giocare a badmington ».

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27 dicembre 2014 6 27 /12 /dicembre /2014 16:49

Federico Fubini – La Repubblica

Scrisse Friedrich von Hayek nel 1945 che esiste una logica nel fatto che in certi ordinamenti i peggiori arrivano a posizioni prominenti. Non è mai solo colpa della sfortuna. Quando un sistema è malato, chi al suo interno si assume delle responsabilità è destinato prima o poi a trovarsi di fronte a un bivio: comportarsi in modi ripugnanti per la morale comune o accettare il proprio fallimento. Per questo chi è privo di scrupoli o inibizioni finisce, negli ambienti patologici, per avere successo. Hayek non ha fatto in tempo a sfogliare le 1.200 pagine dell’inchiesta su Mafia Capitale, la montagna di malversazioni che - nota il New York Times lascia di stucco «persino gli italiani». Vi avrebbe letto molte conferme della sua visione di quella che chiamava «la via verso la schiavitù».

L’avrebbe ritrovata nella descrizione di direttori di cooperative, amministratori di municipalizzate, funzionari di enti: tutti pronti a corrompere o lasciarsi comprare in accordi che sarebbero andati ad aumentare il debito pubblico senza benefici per la collettività. I manager delle aziende partecipate dai comuni non sono tutti uguali. Gli onesti che lavorano duro si trovano ovunque. Ma se c’è un aspetto che in questo scandalo non ha attratto l’attenzione dovuta, non riguarda i casi giudiziari o la politica. Riguarda il tipo di economia in cui situazioni del genere allignano e l’economia che esse generano. Il terreno su cui Mafia Capitale fiorisce è noto: società controllate dal Comune che ricevono continue ricapitalizzazioni per compensare le perdite mentre aumentano i dipendenti in modo clientelare. Ama, l’azienda dei rifiuti, è stata ricapitalizzata nel 2008 e poi ancora nel 2011, ma nel frattempo il costo del personale è salito da 244 a 327 milioni. E la città è sempre più sporca con seri danni per il turismo. Quanto all’Atac, l’azienda del trasporto locale (per ora non coinvolta nel “Mondo di mezzo”) presenta 10 bilanci in perdita negli ultimi 11 anni. È arrivata a segnare un rosso pari a un terzo dei ricavi di un solo esercizio. Fossero aziende private, sarebbero in liquidazione e i manager sotto azione di responsabilità.

Nella sfera pubblica casi del genere non si impediscono aumentando le pene per corruzione, scelta utile ma insufficiente. Vanno prevenuti prosciugando lo stagno. La Legge di stabilità dovrebbe sancire che le aziende municipali in perdita non possono essere ripianate a ciclo continuo dall’azionista, ma vanno cedute e ristrutturate. Le imprese pubbliche incapaci di pulire le strade della città devono poter perdere i loro appalti. Un concorrente pubblico o privato non può garantire la pulizia di un quadrante di Roma, Napoli o Milano, in concorrenza con l’azienda municipale del posto? Si vedrà poi a fine anno chi ha operato meglio. L’alternativa non possiamo dire di non conoscerla: l’economia dei peggiori, per i peggiori, a spese di tutti gli altri.

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5 dicembre 2014 5 05 /12 /dicembre /2014 20:38
Una sorpresa dagli immigrati
Una sorpresa dagli immigrati
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20 novembre 2014 4 20 /11 /novembre /2014 19:09

 

Thomas Piketty - La Repubblica

Secondo i dizionari, il termine plutocrazia (dal greco plutos: “ricchezza”, e kratos: “potere”) indica un sistema di governo in cui la base del potere è costituita dal denaro.

Per analizzare il sistema che il Partito comunista cinese (Pcc) sta tentando di istituire a Hong Kong potremmo inventare un nuovo termine: il “plutocomunismo”. Un sistema che formalmente autorizza libere elezioni, ma con solo due o tre candidati previamente approvati, a maggioranza, da un apposito comitato costituito da Pechino, egemonizzato dagli ambienti affaristici di Hong Kong e da altri oligarchi filocinesi.

Si tratta di uno stupefacente mix tra la logica comunista del partito unico (nella Rdt i cittadini erano chiamati a votare, ma solo per candidati dichiaratamente ligi al potere) e quella delle tradizioni europee incentrate sull’aristocrazia e sul censo (fino al 1997 il governatore di Hong Kong era nominato dalla regina d’Inghilterra, in un sistema di democrazia indiretta fondata su comitati dominati dalle élite economiche). Nel Regno Unito come in Francia, tra il 1815 e il 1848 il diritto di voto era riservato a una piccola percentuale della popolazione, in base al censo e alle tasse pagate: un po’ come se oggi in Francia votasse solo chi è soggetto all’Isf (l’Imposta di solidarietà sui patrimoni). Senza arrivare a tanto, la Cina sembra tentata di seguire un modello di questo tipo, per di più guidato da un partito unico e onnipotente.

Come giustificare un sistema del genere? E come pensare che abbia un futuro? Il meno che si possa dire è che gli stessi comunisti cinesi non sono troppo convinti del modello occidentale di democrazia e pluripartitismo, fondato sulla concorrenza a tutti i livelli: tra partiti, tra candidati, ma anche — cosa forse ancora più importante — tra territori. L’essenziale per Pechino è l’unità politica del vasto territorio cinese, condizione di un armonico sviluppo economico e sociale sotto la guida del partito comunista cinese, garante dell’interesse generale e del lungo termine. Di fatto, a confronto con altri Paesi emergenti — in particolare con l’India — il successo della Cina si spiega in parte con l’accentramento politico e la capacità dei pubblici poteri di finanziare le infrastrutture collettive, le imprese di proprietà mista e gli investimenti nell’istruzione e nella sanità, indispensabili allo sviluppo.

Nonostante le privatizzazioni, il pubblico rappresenta ancora il 30-40% del capitale nazionale cinese, contro il 25% circa nell’Europa dei “trenta gloriosi” (gli anni dal 1945 al ‘75). Oggi nella maggior parte dei Paesi ric- chi l’incidenza del capitale pubblico è praticamente pari a zero (gli attivi pubblici sono appena superiori ai debiti) se non addirittura negativa in certi casi, come in Italia, per l’impatto preponderante del debito pubblico. Mentre il capitale privato — espresso in anni di Pil — è tornato alle vette del periodo precedente la Prima guerra mondiale.

Visto da Pechino, sembrerebbe che il modello cinese fosse più idoneo a regolare il capitalismo e ad evitare la pauperizzazione dei poteri pubblici: un’idea confortata anche dai condizionamenti che bloccano la politica americana, e dall’impressione che l’Unione europea stia attraversando un marasma irrimediabile, col suo territorio spezzettato in 28 piccoli Stati-nazione in accanita concorrenza tra loro, invischiati ciascuno nel suo debito pubblico, con istituzioni comuni inefficienti, incapaci di modernizzare il proprio modello sociale e di proiettarsi nel futuro.

E tuttavia, in seno allo stesso Pcc si avverte la sensazione che il modello cinese attuale, fondato sulla chiusura politica e sulla lotta anti- corruzione per limitare le disuguaglianze, non potrà reggere in eterno. La crescente influenza dei patrimoni privati sull’Assemblea nazionale popolare cinese è obiettivamente inquietante. A Pechino si temono soprattutto sviluppi di tipo russo, con fughe di capitali sempre più massicce e il saccheggio del Paese dall’esterno, da parte degli oligarchi comodamente insediati all’estero.

Si discute sempre più dell’introduzione di imposte di successione progressive e di una tassazione delle proprietà. Di fatto, in termini assoluti, il governo cinese avrebbe basi abbastanza solide per istituire i sistemi di trasmissione automatica delle informazioni bancarie, i registri dei titoli finanziari e i controlli sui capitali necessari per attuare una politica di questo tipo. Il problema è che in buona parte le élite politiche cinesi non hanno granché da guadagnare dalla trasparenza sui patrimoni, da un sistema di imposte progressive e dallo Stato di diritto. E anche tra chi sarebbe disponibile a rinunciare ai propri privilegi in nome del bene comune sembra prevalere il timore che l’unità del Paese sia irrimediabilmente minacciata dall’affermarsi della democrazia politica, che pure dovrebbe procedere di pari passo con l’avvento di quella economica, e con la trasparenza fiscale e finanziaria.

Una sola cosa è certa: da queste contraddizioni finirà per emergere una via unica, decisiva sia per la Cina che per il resto del mondo. E in questo processo, una tappa determinante è costituita dalle lotte in atto a Hong Kong.

Traduzione di Elisabetta Horvat

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