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14 luglio 2015 2 14 /07 /luglio /2015 17:01

SE L’EUROPA DIVENTA UN CLUB PER FORTI

Nadia Urbinati – La Repubblica

COME una cartina di tornasole la Grecia mette in luce un sostrato di vecchie ruggini dentro il cuore dell’Europa. Divisioni che sotto un linguaggio economico all’apparenza neutro mostrano un grumo di radicati pregiudizi. Che si manifestano non solo come primato dell’interesse nazionale (dei forti) ma anche come superiorità culturale di un’area dell’Europa su un’altra. In questo inquietante ritorno all’antico si materializza la debolezza della sinistra europea, che non sa fare argine a questi pregiudizi ma, come nel caso della socialdemocrazia tedesca, li cavalca. Due sinistre, divise come l’Europa: una incerta e una vociante.

La prima, che non riesce aprendere al volo il caso greco per rilanciare il progetto politico europeo ( un’occasione di leadership che la Francia e l’Italia hanno sciupato) e la sinistra austro- tedesca, molto arrogante e determinata a sostenere alleanze preferenziali con i Paesi vicini alla Germania, quelli del Nord e dell’Est. Una vecchia storia recitata da nuovi attori.

La divisione delle sinistre corrisponde alla faglia che divide l’Europa in due, con la parte dominante che ha il suo rappresentante nel ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schäuble, presentato come un figlio politico di Helmut Kohl e sincero europeista, e che ha tuttavia una visione decisamente centro-europea dell’Europa. Nel suo lobbismo per la Grexit ha messo in chiaro che egli non crede ad una integrazione europea, ma a un’Europa a diverse velocità e in sostanza gerachicamente strutturata in relazione alla vicinanza di interesse e di cultura con la Germania. È per questa ragione che egli ha sponsorizzato e messo in circolo una visione che sembrava fino a ieri un tabù: che l’appartenenza all’Europa è reversibile. Il che significa che l’Europa è a tutti gli effetti un club, anziché un’unione, nel quale per entrare e starci è necessario accettare alcune regole stabilite dalla Kerneuropa e non egualmente costruite da tutti i partner europei.

L’Europa come club, ecco la visione tedesca di Kerneuropa : il nucleo europeo rispetto al quale gli altri popoli sono periferici. Parte del “cuore” europeo non sono necessariamente i Paesi fondatori (vi è di che dubitare che vi figuri l’Italia) ma i Paesi vicini per cultura e interesse al centro propulsore del continente, la Germania. Non è un caso se in questa drammatica vicenda greca, la Germania abbia goduto del sostegno dei suoi tradizionali Paesi di riferimento, satelliti o alleati: dalla Filandia, le repubbliche baltiche e la Slovenia all’Olanda e all’Austra.

Qui il Kerneuropa prende la configurazione geo-politica degli imperi centrali (non a caso il settimanale Bild ha recentemente definito Angela Merkel la “cancelliera di ferro”, il nuovo Bismark).

Come hanno messo in evidenza diversi organi di informazione, da Foreing Affairs al Guardian , il pregiudizio anti- meridionale che l’ affair e greco ha scatenato si è già tradotto nei fatti.

Il Land austriaco della Carinzia con un indebitamento da “caso Greco” ha chiesto e ottenuto dal governo federale austriaco lo stato di emergenza, condizione per l’accesso al finanziamento federale per ottenere prestiti a tasso agevolato, di fatto una ristrutturazione del debito. La Germania ha concesso questa condizione alla Carinzia. E ora l’Austria è l’alleato di ferro della soluzione Grexit. Perché questa differenza di trattamento?

La ragione l’ha fatta intuire Schäuble avanzando l’ipotesi di un Grexit per cinque anni: non c’è “fiducia” nella Grecia. La fiducia non è lo stesso di garanzia ( una condizione accertabile e quantificabile) e diventa molto importante quando le garanzie sono labili. La fiducia è un’attitudine psicologica, sorretta da un sostrato di valori morali e etici condivisi: presume la messa in conto che gli stessi valori guidino i comportamenti dei partner. Dire che manca la fiducia verso la Grecia equivale a riconoscere che il partner ellenico non è un partner perché non condivide la stessa kultur . È nella stessa condizione dello straniero a tutti gli effetti: e incute diffidenza più che fiducia. Quali che siano le garanzie offerte dal governo di Atene, dunque, i tedeschi non si fidano nello stesso modo in cui si sono fidati della Carinzia. Qui siamo già fuori dell’Unione europea.

 

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14 luglio 2015 2 14 /07 /luglio /2015 16:44

Solo lo spirito del Dopoguerra potrà salvarci dalla crisi eterna

L'emergenza ellenica riguarda tutta l'economia, dai dati "macro" alle singole imprese. Ma l'ipocrisia tedesca e il rigore "copia e incolla" non servono: bisogna agire come la Germania post-1945. L'austerità non aiuta, come sapeva bene Keynes, però ai greci si chiedono tagli su tagli

MARIANA MAZZUCATO – La Repubblica

 Gli economisti si dividono in macroeconomisti e microeconomisti. I primi focalizzano la loro attenzione sugli aggregati, come l'inflazione, l'occupazione e la crescita del Pil. I secondi si occupano delle decisioni a livello individuale, che si tratti di un consumatore, di un lavoratore o di un'impresa. La crisi della Grecia pone al tempo stesso un problema macroeconomico e un problema microeconomico, ma le soluzioni di rigore "copia-incolla" proposte dai creditori non hanno affrontato l'enormità di nessuno di questi due problemi.

Alla fine degli anni Novanta la Germania aveva un problema di domanda aggregata (un concetto macroeconomico). Dopo un decennio di moderazione salariale, che aveva fatto calare il costo unitario del lavoro, ma anche il tenore di vita, non c'era più abbastanza domanda in Germania per i beni prodotti dalla Germania stessa, che quindi dovette andare a cercare domanda all'esterno. La liquidità in eccedenza nelle banche tedesche fu prestata all'estero, a banche straniere come quelle greche. Le banche greche prendevano i prestiti dalla Germania e prestavano a loro volta alle imprese greche per consentire loro di acquistare beni tedeschi, incrementando in tal modo le esportazioni teutoniche. Tutto questo ha fatto crescere tanto l'indebitamento del settore privato ellenico. Non a caso sono le banche tedesche a detenere una grossa fetta del debito greco (21 miliardi di euro).

Il fattore cruciale è che il maggiore indebitamento non è stato accompagnato da un incremento della competitività (un concetto microeconomico). Le imprese greche non investivano in quelle aree che fanno aumentare la produttività (formazione del capitale umano, ricerca e sviluppo, nuove tecnologie e cambiamenti strategici nella struttura delle organizzazioni). Oltre a questo, lo Stato non funzionava, per via della mancanza di riforme serie del settore pubblico. Pertanto, quando è arrivata la crisi finanziaria, il settore privato greco si è ritrovato altamente indebitato, senza la capacità di reagire.

Come altrove, questa massa di debito privato si è tradotta in un secondo momento in un debito pubblico di vaste proporzioni. Se è vero che il sistema greco era gravato di varie tipologie di inefficienze, è semplicemente falso che i problemi siano dovuti esclusivamente all'inefficienza del settore pubblico e a "rigidità" di vario genere. La causa principale è stata l'inefficienza del settore privato, capace di tirare avanti solo indebitandosi e sfruttando i "fondi strutturali" dell'Unione Europea per compensare la propria carenza di investimenti. Quando la crisi finanziaria ha messo a nudo il problema, il governo ha finito per dover soccorrere le banche e si è ritrovato a fare i conti con un tracollo del gettito fiscale, a causa del calo dei redditi e dell'occupazione. I livelli del debito in rapporto al Pil in Grecia, come in quasi tutti i Paesi, sono cresciuti in modo esponenziale dopo la crisi, per le ragioni che abbiamo detto.

La reazione della Trojka è stata di imporre misure di rigore, che come adesso ben sappiamo hanno provocato una contrazione del Pil greco del 25 per cento e una disoccupazione a livelli record, distruggendo in modo permanente le opportunità per generazioni di giovani greci. Syriza ha ereditato questo disastro e si è focalizzata sulla necessità di accrescere la liquidità incrementando le entrate fiscali attraverso la lotta contro l'evasione, la corruzione e le pratiche monopolistiche, nonché il contrabbando di carburante e tabacco. Ha accettato di riformare la normativa del lavoro, di tagliare la spesa e di alzare l'età pensionabile. Errori sono stati commessi dal giovane governo, ma certo non si può dire che non stesse facendo progressi, perché molte riforme avevano già preso il via. Anzi, nei primi quattro mesi di governo Tsipras il Tesoro ellenico aveva ridotto drasticamente il disavanzo e aveva un avanzo primario (cioè senza calcolare il pagamento degli interessi sul debito) di 2,16 miliardi di euro, molto al di sopra degli obbiettivi iniziali di un disavanzo di 287 milioni di euro.

L'austerità ha aiutato? No. Come sottolineava John Maynard Keynes, nei periodi di recessione, quando i consumatori e il settore privato tagliano le spese, non ha senso che lo Stato faccia altrettanto: è così che una recessione si trasforma in depressione. Invece la Trojka ha chiesto sempre più tagli e sempre più in fretta, lasciando ai greci poco spazio di manovra per continuare con le riforme intraprese e al tempo stesso cercare di accrescere la competitività attraverso una strategia di investimenti.

La crisi economica ha prodotto una crisi umanitaria a tutti gli effetti, con la gente incapace di acquistare cibo e medicine. Secondo uno studio, per ogni punto percentuale in meno di spesa pubblica si è avuto un aumento dello 0,43 per cento dei suicidi fra gli uomini: escludendo altri fattori che possono indurre al suicidio, tra il 2009 e il 2010 si sono uccisi «unicamente per il rigore di bilancio» 551 uomini. Syriza ha reagito promettendo cure mediche gratuite per disoccupati e non assicurati, garanzie per l'alloggio ed elettricità gratuita per 60 milioni di euro. Si è anche impegnata a stanziare 765 milioni di euro per fornire sussidi alimentari.

La priorità data da Syriza alla crisi umanitaria e il rifiuto di imporre altre misure di austerità sono stati accolti con grande preoccupazione e una totale mancanza di riconoscimento per le riforme già avviate. I media hanno alimentato questo processo e il resto è storia: quello che è successo poi, ovviamente, è stato abbondantemente raccontato dai giornali.

L'indisponibilità a condonare almeno in parte il debito greco è ovviamente un atto di ipocrisia, se si considera che al termine della guerra la Germania ottenne il condono del 60 per cento del suo debito. Una seconda forma di ipocrisia, spesso trascurata dai mezzi di informazione, è il fatto che tante banche sono state salvate e condonate senza che la cosa abbia suscitato grande scandalo fra i ministri dell'Economia. Oggi il salvataggio di cui avrebbe bisogno la Grecia ammonta a circa 370 miliardi di euro, ma non è nulla in confronto ai salvataggi internazionali messi in piedi per banche come la Citigroup (2.513 miliardi di dollari), la Morgan Stanley (2.041 miliardi), la Barclays (868 miliardi), la Goldman Sachs (814 miliardi), la JP Morgan (391 miliardi), la Bnp Paribas (175 miliardi) e la Dresdner Bank (135 miliardi). Probabilmente l'impazienza di Obama nei confronti della Merkel nasce dal fatto che lui conosce queste cifre! Sa perfettamente che quando il debito è troppo grosso, ed è impossibile che venga restituito alle condizioni correnti, dev'essere ristrutturato.

Il terzo tipo di ipocrisia è il fatto che mentre la Germania imponeva ai greci (e agli altri vicini del Sud) politiche di austerità, per quanto la riguardava incrementava la spesa per ricerca e sviluppo, collegamenti fra scienza e industria, prestiti strategici alle sue medie imprese (attraverso una banca di investimenti pubblica molto dinamica come la KfW) e così via. Tutte queste politiche ovviamente hanno migliorato la competitività tedesca a scapito di quella altrui. La Siemens non si è aggiudicata appalti all'estero perché paga poco i suoi lavoratori, ma perché è una delle aziende più innovative al mondo, anche grazie a questi investimenti pubblici. Un concetto microeconomico. Che rimanda a un altro macroeconomico: una vera unione monetaria è impossibile tra paesi così divergenti nella competitività.

Riassumendo, la rigorosa disciplina di bilancio usata oggi dall'Eurogruppo per mettere "in riga" la Grecia non porterà crescita al Paese ellenico. La mancanza di domanda aggregata (problema macroeconomico) e la mancanza di investimenti in aree capaci di accrescere la produttività e l'innovazione (problema microeconomico) serviranno solo a rendere la Grecia più debole e pericolosa per gli stessi prestatori. Sì, servono riforme di vasta portata, ma riforme che aiutino a migliorare questi due aspetti. Non soltanto tagli. Allo stesso modo, è necessario che la Germania si impegni di più a livello nazionale per accrescere la domanda interna, e che consenta in altri Paesi europei quel genere di politiche che le hanno permesso di raggiungere una competitività reale. Il fatto che l'Eurogruppo non comprenda tutto questo è dimostrazione di incapacità di pensare a lungo termine e ignoranza economica (chi comprerà le merci tedesche se l'austerità soffoca la domanda negli altri paesi?).

Speriamo questa settimana di vedere meno mediocrità e più capacità di pensare in grande, come successe dopo la guerra e come abbiamo bisogno che succeda adesso, dopo una delle peggiori crisi finanziarie della storia.

Traduzione di Fabio Galimberti

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10 luglio 2015 5 10 /07 /luglio /2015 17:34

NADIA URBINATI- La Repubblica

IL REFERENDUM greco ha accesso i riflettori sulla scena più contradditoria e convulsa che si trova a vivere l'Europa da quando ha intrapreso la strada dell'integrazione.

Il destino di questo progetto di pace per mezzo della cooperazione è più che mai sospeso tra volontà e intenzioni contrapposte.

Alla lucidità dei suoi visionari e fondatori fa seguito oggi una grande opacità, e soprattutto la rinascita prepotente degli interessi nazionali, pronti a usare l'Europa come arma per offendere e umiliare oppure come alibi dietro il quale nascondere la mancanza di volontà decisionale.

 La visione di un'Unione europea è nata tra le due guerre per sconfiggere i nazionalismi e i nazionalisti. Le direttrici originarie di questa utopia pragmatica furono in sostanza due: quella che faceva perno sulla volontà politica costituente e quella che faceva perno sulla formazione dell'abitudine alla cooperazione mediante regole e accordi economici.

La prima era impersonata da Altiero Spinelli e faceva diretto ed esplicito appello alla volontà degli Stati di darsi un ordine politico federale, un progetto da prepararsi con il lavoro politico e delle idee (come fece il movimento federalista europeo).

 La seconda era rappresentata da Jean Monnet. Quest'ultima divenne il paradigma ispiratore dell'Unione europea, il cui primo nucleo fu nel 1950 la creazione di un'alta autorità sulla produzione franco-tedesca dell'acciaio e del carbone. Quel trattato sarebbe stato il primo di una serie numerosa di trattati sottoscritti dai governi in tutti i settori di interesse comune. La federazione europea sarebbe cresciuta quindi per accumulazione, senza un fiat fondatore, ma come politica di auto-imbrigliamento degli Stati che avrebbe col tempo costituzionalizzato le pratiche sovrannazionali.

Le radici di questa via non-politica all'integrazione europea stanno nel Settecento, nella filosofia della mano invisibile e della funzione civilizzatrice del commercio. L'assunto kantiano era che gli individui tendono a muoversi, a interagire e a comunicare per ragioni loro proprie con la conseguenza di mettere in moto un processo indiretto di relazioni pubbliche e di diritti che col tempo avrebbero consolidato la convivenza pacifica per generale convenienza. In prospettiva, l'integrazione avrebbe potuto mettere capo a una più perfetta unione, senza che nessuno l'avesse esplicitamente voluta. Questa fu la filosofia che ha sostenuto il progetto europeo mediante decisioni di secondo ordine, indotte dalla convenienza a cooperare.

Questo paradigma è stato una strategia di successo nella fase espansiva della ricostruzione post- bellica, proprio per la sua capacità di contenere le potenzialità conflittualistiche della politica e dare spazio alla pratica degli accordi e dei trattati. Ma in questo tempo di crisi economica, tale metodo ha perso mordente.

La sfida di fronte alla quale si trova oggi l'Europa richiederebbe una determinazione politica nello spirito di Spinelli. Come ha sostenuto il costituzionalista Dieter Grimm, la rete di diritti e costruzioni giuridiche ha bisogno di ancorarsi a una «espressione di autodeterminazione del popolo sovrano europeo » per riuscire a far valere appieno la sua autorità su tutti e in tutti gli Stati.

Affidarsi alle pratiche generate dall'uso di regole condivise, all'abitudine di vivere da europei come se le cose vadano avanti per forza propria: tutto questo regge e funziona fino a quando le cose procedono facilmente e non è necessario scomodare un supplemento di volontà per prendere decisioni ostiche, benché necessarie. Il paradigma dell'eterogenesi dei fini su cui si è modellata l'Unione europea è figlio dell'utopia settecentesca del doux commerce , della forza civilizzatrice del commercio a condizone che sia la mano invisibile del mercato a muovere le decisioni, non la volontà politica. Il problema è che, mentre questa strategia ha avuto il merito di stabilizzare relazioni pacifiche essa non è in grado ora di guidare l'Unione europea verso una integrazione politica democratica, della quale invece vi sarebbe bisogno. La routine riproduce pratiche ma non sa creare scenari nuovi. Ecco perché oggi la lotta che si combatte in Europa è tra il partito della mano invisibile e il partito della volontà politica federale.

Non si giungerà mai ad una più perfetta unione se il demos europeo non sarà interpellato, se la volontà politica non acquisterà la sua autorità fondatrice, condizione senza la quale altri, dopo la Grecia, potrebbero pensare di usare lo strumento dell'appello al popolo nazionale per reagire contro decisioni che non sono prese nel nome di un popolo europeo. Il "no" referendario alle condizioni sul debito imposte alla Grecia ha messo in luce che solo all'interno di un'Unione politica compiuta il caso greco potrebbe non essere solo e soltanto una questione di rapporto privato fra debitori e creditori.

Solo in un'Unione politica la questione greca potrebbe essere a tutti gli effetti una questione europea, e la sua soluzione una straordinaria opportunità di crescita continentale. Per comprendere questo, la logica della mano invisibile non serve, e anzi è di ostacolo perché mentre rifiuta di dare la scena alla politica rafforza la pratica delle trattative intergovernamentali e quindi rafforza sempre di più gli interessi nazionali. Crea le condizioni per il declino dell'Unione europea.

 

In Come ho tentato di diventare saggio , raccontando come prese corpo l'idea federalista ed europeista, Altiero Spinelli così dipinse l'Europa degli anni '30: «Tutti questi Stati d'Europa obbedivano sopra ogni altra cosa alla legge della conservazione e dell'affermazione della propria sovranità. Fossero essi democratici o totalitari, erano sempre più nazionalisti... La federazione europea non ci si presentava come una ideologia, non si proponeva di colorare in questo o in quel modo un potere esistente... Era la negazione del nazionalismo che tornava a imperversare ».

Alla lucidità delle origini fanno seguito oggi opacità e rinascita dei nazionalismi

 

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19 novembre 2014 3 19 /11 /novembre /2014 16:00

Derivati: il conto pagato dal contribuente e non dalle banche

Umberto Cherubini - LA VOCE INFO (www.lavoceinfo.it)

Un articolo della Legge di stabilità prevede novità nelle attività in contratti derivati tra le banche e il ministero dell’Economia. Quali saranno le possibili conseguenze? Il rischio di credito in derivati con l’Italia sparisce dai bilanci delle banche e ricompare nei bilanci dei contribuenti.

NOVITÀ SUI DERIVATI In questi giorni è comparsa sui mezzi di informazione la notizia di un intervento nella Legge di stabilità, all’articolo 33, a proposito dell’attività in contratti derivati tra le banche e il ministero dell’Economia. L’articolo prevede la possibilità di attivare contratti nei quali le due parti, e quindi anche il ministero, forniscono garanzie reali depositando titoli liquidi (in gergo “collateral”) a fronte della posizione debitoria in un contratto. Nella mancanza di trasparenza che caratterizza da sempre la gestione dei contratti derivati da parte del ministero, non è facile avanzare un giudizio sulla novità regolamentare. Quello che possiamo fare è descrivere in cosa consiste e valutarne l’impatto sulla gestione del debito con un esempio ancorato a numeri che riteniamo plausibili.

Quello che oggi sappiamo dei contratti derivati del ministero dell’Economia è che si tratta di circa 160 miliardi di valore nozionale (cioè il valore di riferimento dei contratti) e non ne conosciamo il valore attuale (il cosiddetto mark-to-market). Sappiamo che 100 miliardi sono swap su tassi (contratti per il cambiamento dei flussi da fisso a variabile o viceversa), 35 swap su valute (scambio di flussi di pagamento in valute diverse) e il resto contratti di tipo più strutturato ed esotico. Sappiamo da un’analisi comparsa sulla stampa per un campione di contratti rinegoziati che il loro valore attuale era negativo per il ministero per circa il 25 per cento del valore nozionale. Erano 8 miliardi di passivo su 31,5 di nozionale: in pratica significa che se i contratti venissero chiusi oggi, il ministero dovrebbe pagare 8 miliardi per compensare la differenza di valore attuale tra i flussi futuri da ricevere e quelli da pagare. La percentuale di passivo sul nozionale è alta e probabilmente legata a un campione particolare, e il fatto che siano stati rinegoziati non autorizza a ritenere che questa percentuale possa essere uno stimatore corretto del valore del passivo complessivo.

UN ESEMPIO NUMERICO Con i dati di cui disponiamo, possiamo solo proporre un esercizio per far capire cosa potrebbe cambiare con la nuova regola. Consideriamo solo i 100 miliardi di derivati su tassi di interesse e assumiamo che siano tutti raccolti in un unico contratto a dieci anni, in passivo per il 10 per cento. Il tutto è calcolato con i valori di mercato del 30 settembre. Sulla base di queste ipotesi, le banche sarebbero esposte a una perdita di 10 miliardi nel caso che la Repubblica italiana andasse in default immediatamente. Sulla base delle nostre ipotesi semplificate, possiamo calcolare quanto sarà l’esposizione attesa tra un anno, che scenderà a 8,35 miliardi. Possiamo calcolare l’esposizione al default nel primo anno come la media dei due valori. Poi moltiplichiamo il tutto per lo spread a un anno (probabilità di default, 0,665 per una perdita del 50 per cento in caso di default) per ottenere una perdita attesa nel primo anno di circa 35,550 milioni. Possiamo poi ripetere l’analisi per il secondo, il terzo anno, fino alla maturità. Alla fine, sommando tutte quelle attese avremo la perdita attesa complessiva, che sarà intorno ai 440 milioni.

È la somma che le banche detraggono dal valore di questi derivati e iscrivono a bilancio per tenere conto del rischio Italia: è quello che in gergo si chiama Cva (Credit Valuation Adjustment). Cosa succederà con la nuova regola? Finirà l’epoca dell’esposizione delle banche: il ministero e gli istituti bancari sottoscriveranno quello che in gergo si chiama Csa (Credit Support Annex), per il quale a cadenza periodica la parte in passivo depositerà una somma corrispondente, in cash o titoli privi di rischio, presso l’altra parte, a garanzia del contratto. Quale sarà la differenza? Possiamo dire che, nell’esempio precedente, il ministero depositerà 10 miliardi di garanzia (collateral), e con gli stessi calcoli di prima possiamo stimare che a fine anno la garanzia richiesta sarà scesa a 8,35 miliardi. Come prima possiamo calcolare che nell’anno verserà una media tra i 10 miliardi iniziali e gli 8,35 miliardi finali. Quale sarà il costo di questi versamenti? Sarà ancora lo spread, che sarà anche qui di circa 35,550 milioni. Possiamo poi ripetere l’analisi per il secondo, il terzo anno, e così via, e alla fine ritroveremo, sotto forma di costi per interessi, i 440 milioni.

LA DIFFERENZA SOSTANZIALE Sembra quindi un quesito enigmistico del tipo: le due immagini differiscono per due particolari, scovateli. La prima differenza è una lettera: si passa dal Cva al Csa. La seconda differenza è sostanziale: il rischio di credito in derivati con la Repubblica italiana sparisce dai bilanci delle banche e ricompare, sotto forma di costi di finanziamento (funding cost), nei bilanci dei contribuenti italiani. L’aumento di spesa per interessi, infatti, alla fine dovrà essere finanziato con tagli di spese o aumenti di tasse. È vero che l’esempio è di carta, ma la specificazione richiederebbe dettagli tecnici che non abbiamo, e che sono difficili da spiegare in maniera esaustiva. Ad esempio, il rischio di controparte targato Italia è tipicamente contabilizzato nelle banche con lo spread dei Cds (credit default swap), mentre rispunterebbe nei bilanci degli italiani come spread del Btp rispetto al tasso swap: i due spread sono molto vicini, ma non sono esattamente la stessa cosa. Non sappiamo se questa possibilità di depositare collaterali sarà associata ad altre innovazioni che invece potrebbero fare la differenza: ad esempio, la possibilità di depositare garanzie sulle esposizioni nette invece che su ognuna di esse. Comunque sia, il segno dell’effetto dell’operazione resta immutato: si trasforma rischio di credito che ora giace nelle banche in spesa futura per interessi a carico del bilancio dello Stato. Forse i 440 milioni del nostro esempio sono pochi? Ricordiamo che ci siamo riferiti a una perdita di 10 miliardi su 100, e sappiamo dai giornali che ce ne sono almeno altri 8. È molto facile, sulla base di ipotesi meno favorevoli delle nostre, arrivare a varcare il miliardo di euro.

Una questione essenziale, poi, è se le nuove norme si applicheranno solo ai nuovi contratti, o anche ai vecchi. Se si applicano ai vecchi, è molto probabile che parte dei 440 milioni di perdita attesa dell’esempio siano (sono ndr) già stati caricati sul bilancio pubblico sotto forma di quelle che vengono chiamate “commissioni occulte”. Pare di poter concludere che i contribuenti italiani non meritino di accollarsi questo aumento di spesa. Il ministero ha replicato che si tratta di un’opportunità nelle loro mani e non di un obbligo. - Si legalizza una cosa a carico dei cittadini italiani sensa dirlo esplicitamente, alla faccia della trasparenza dei conti pubblici (ndr,) - Riportiamo nel grafico qui sotto l’andamento comparato della spesa per interessi di un gruppo di paesi europei, inclusa l’Italia. La spesa è in percentuale dell’ammontare del debito e al netto del tasso di mercato (che abbiamo preso a cinque anni). Siamo già di gran lunga al comando, come il paese che spende di più, particolarmente ora che, dopo un lungo testa a testa, la Grecia si è dovuta fermare ai box per ristrutturare il debito. Dipende dal “rischio Italia”? Alcuni degli altri paesi stanno come noi, o peggio, eppure hanno una spesa percentuale per interessi minore. Dipenderà dalla dimensione, in termini monetari, del nostro debito? La Germania ci batte su questo fronte, ma la nostra spesa per interessi è più alta anche se consideriamo la differenza di merito di credito. Forse sono tutti e due gli elementi insieme. O, forse, dipende dalle tecniche di gestione del debito, incluso l’utilizzo dei derivati. Sotto questo profilo, quindi, siamo già in testa, non c’è bisogno di altri interventi per aumentare la fonte di spesa.

Eccoil video sui derivati del tesoro:

http://jedasupport.altervista.org/blog/politica/derivati-segreti-debito-creato-draghi/?doing_wp_cron=1416414126.3571949005126953125000

 

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