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26 novembre 2014 3 26 /11 /novembre /2014 09:04

Luis Sepúlveda: "Vivendo a passo lento ho scoperto come superare i miei limiti"

Lo scrittore: "In otto ore scrivo al massimo due pagine buone. Ma mi piace molto lavorare piano, è una scelta di vita importante"

GUIDO ANDRUETTO – La Repubblica

Luis Sepúlveda "In Italia avete un bellissimo proverbio che dice "chi va piano va sano e va lontano". Niente di più giusto. La lentezza è un'ancora di salvezza che può aiutarci a vivere meglio, più serenamente e più a lungo. Nella quotidianità bastano piccoli gesti per riuscirci".

Luis Sepúlveda scandisce piano le parole per renderle più chiare e dirette. Lo fa sempre, con tutti, in qualunque tipo di conversazione. Anche stavolta mentre si racconta svelando il battito segreto che dà il ritmo alla sua vita. È seduto al tavolo di un bar nel Giardino delle Meraviglie che Renzo Piano ha creato all'interno del Lingotto di Torino, dove lo scrittore cileno ha ricevuto l'abbraccio dei suoi lettori all'ultimo Salone del Libro.

 Ordina una bottiglietta d'acqua naturale. Fa caldo e un vento leggero accarezza le rigogliose camelie che lo circondano. "Mi ricordano il mio giardino di casa a Gijón, nelle Asturie - dice Sepúlveda levandosi gli occhiali - è il posto dove ogni giorno scopro la bellezza e la forza della lentezza. La trovo nella natura, dietro una siepe, in mezzo all'erba sul prato. Il mio libro Storia di una lumaca che scoprì l'importanza della lentezza è nato lì".

"UN giorno uno dei miei nipoti, Daniel, mi è venuto vicino con una lumaca in mano e mi ha chiesto il motivo per cui è così lenta. Una domanda difficilissima, perché a un bambino di sette anni non potevo certamente spiegare le caratteristiche muscolari o il sistema motorio di una lumaca. Allora gli ho detto di lasciarmi un po' di tempo per rispondergli".

La lentezza le ha portato consiglio? "Mi sono documentato, ho fatto molte ricerche e alla fine ho scoperto che nelle diverse culture del mondo questo piccolo animale invertebrato è anche un simbolo di equilibrio. In fondo la lentezza non consiste solo nell'andare piano ma anche nel recuperare un ritmo personale di movimento, di sviluppo".

L'autore di una delle fiabe più lette nel mondo, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare , ha affinato l'arte della lentezza in un modo apparentemente molto banale. Preparando la carne alla griglia per gli amici. "L'asado fa parte della cultura della gente di tutto il cono sud dell'America Latina. Ogni cileno, argentino o uruguaiano ha il suo sistema di fare il fuoco. Io ad esempio ho i miei segreti e mi guardo bene dal rivelarli. Ma non è questo il punto. La verità è che mentre tu fai il fuoco, gli amici o le persone della tua famiglia si avvicinano e si comincia a chiacchierare. La carne cuoce lentamente e le parole scorrono. Ricordo una conversazione intensissima che ebbi intorno alla griglia con Bruno Arpaia (romanziere degli ideogrammi con la punta di un bambù. Milioni di microscopici granelli di sabbia diventavano così parola, vita, lentamente. C'è una bellezza in tutto questo. E c'è la soddisfazione personale che deriva dal fare qualcosa di bello e dal farlo bene".

Anche uno scrittore affermato come lui, prima di diventare uno dei nomi più rappresentativi della nuova narrativa sudamericana, è stato uno scolaro. Che cosa gli è rimasto di quella esperienza? "Il seme della lentezza è stato piantato proprio in quel periodo della mia vita. In Cile frequentavo una scuola normale, una scuola pubblica, laica, gratuita. Dove i maestri avevano ben chiaro in testa che per avanzare nello studio di una materia era necessario che tutti gli alunni avessero capito. Nessuno doveva restare indietro. A costo di perderci del tempo. Ai miei sei figli ho sempre detto che è fantastico se un loro compagno diventa il numero uno della classe, ma non è quello che conta. L'obiettivo della conoscenza non è arrivare primi ma capire le cose, capirle bene. Proprio qualche giorno fa, a Gijón, un ragazzino di dodici anni mi raccontava che dopo le medie farà le superiori e che dopo le superiori andrà all'università. Gli ho detto calma, e traduttore di letteratura spagnola e latinoamericana, ndr), mentre era ospite nella mia casa in Spagna. Ne venne fuori un libro, Raccontare, resistere , che abbiamo poi scritto insieme. Parlammo di tantissime cose, ma non è stato un tempo perso, non lo è mai se non apparentemente. Ascoltare una persona è sempre una fonte di arricchimento".

Sepúlveda si apre in un bel sorriso, generoso, mentre pronuncia la parola amicizia. "Bisogna saperla coltivare piano piano. Nessuno diventa subito amico, è ovvio. Non è un rapporto che si sviluppa in modo veloce. Da parte mia mi sono sempre dedicato molto a costruire questa architettura complessa che chiamiamo amicizia. Ma per farlo servono tempo e pazienza".

Come ce ne vogliono per fare bene il proprio lavoro, e nel suo caso per scrivere un buon libro? "Non si scrive mai velocemente. Quando so che ho lavorato per otto o dieci ore, il risultato finale se la giornata è stata propizia sarà una o al massimo due pagine buone che ho scritto. Ma è una cosa che mi piace enormemente questo ritmo lento di lavoro, mi sembra una scelta di vita importante. Lo diceva anche Enrico Berlinguer, andiamo piano e arriviamo lontano. È così. Non importa il punto al quale si arriva, quello che conta è il tuo movimento, il ritmo che scegli di seguire. Mio nonno mi ripeteva sempre che esiste una sola maniera di fare le cose: farle bene. E se corri non vai da nessuna parte".

 Le lumache fanno così? "La lumaca mi è molto simpatica, non solo perché è il simbolo di Slow Food. Guardare il mondo dal suo punto di vista è interessante, vede passare tante cose velocemente ma in pochi vedono lei. Incarna l'idea che alla consapevolezza e alla soluzione dei problemi non si arriva di colpo ma passo dopo passo".

Un concetto che vale anche per il viaggio come esperienza di vita. "Io sono un giramondo, mi è sempre piaciuto viaggiare, ma mai con la fissazione per la meta. La destinazione finale non mi interessa, il bello è spostarsi con il proprio ritmo. Mi ricordo di un viaggio incredibile in Patagonia con il mio amico fotografo Daniel Mordzinski. Dovevamo percorrere duemila chilometri in due mesi. All'inizio l'ho lasciato sognare. Stava tutto il giorno attaccato al mappamondo, aveva un programma impeccabile. Alla fine riuscimmo a fare solamente centoventi chilometri. Lungo la strada avevamo incontrato centinaia di persone, tantissime storie, che hanno rallentato tutto. Ma è stato quello il vero viaggio".

 

 

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5 giugno 2014 4 05 /06 /giugno /2014 09:04

La vita non é aspettare che passi la tempesta ma imparare a ballare sotto la pioggia.

"Appello alle donne che amano un prete Chiedetegli di fare una scelta chiara" "Lasciare l'abito talare ti toglie potere, oltre che un alloggio e uno stipendio, ma per fortuna resto al servizio dei poveri" L’impegno Sacerdote fino all'anno 2000, Fiorenzo De Molli oggi è prete in congedo, sposato e padre di due ragazzi. Dirige una delle grandi realtà assistenziali cittadine legate alla Chiesa. Si occupa di rom, profughi, anziani, disabili.

Papa Francesco poche ore fa, tornando da Israele ha ribadito che <<il celibato dei preti non è un dogma>>. E Fiorenzo De Molli, prete in congedo e operatore di una grande realtà di Milano, ancora una volta ha ripensato alla sua storia.<< io sono stato sacerdote per 17 anni, dai 24 ai 41, dal 1982 al 1999. E mi è sempre piaciuto fare il prete, l’ho sentito come il senso più profondo della mia vita: ho cercato di vivere con radicalità questa scelta>>. Oggi però Fiorenzo de Molli è padre di famiglia. A 4° anni, quando ormai giochi della sua esistenza sembravano fatti, ha incontrato una donna, si è innamorato e tutto ha cambiato colore. <<L’incontro con Ileana mi ha mandato in crisi. Mi sono accorto che la mia vita affettiva non era in sintonia con la mia vita di sacerdote, che pure mi appassionava. Probabilmente nel mio cammino di crescita umana e cristiana, fin dal seminario, non ero riuscito – e non ero stato aiutato – a far crescere e a capire quella parte di me>>. De Molli lo dice chiaro: A un certo punto, la vita mi ha presentato il conto. Il “ problema affettivo” mi è scoppiato tra le mani. È RICORDANDO all'incontro che gli ha cambiato la vita, mentre esce dal lavoro e va a recuperare i figli all'uscita da scuola, che Fiorenzo De Molli pensa anche agli altri che vivono la sua situazione. Ai sacerdoti innamorati e alle donne che attendono da loro un sì o un no. «Io ho fatto la mia scelta quando mi sono imbattuto in questa donna forte e determinata, che oggi è mia moglie e madre dei due miei figli. È stata lei a dirmi di essersi innamorata. E subito dopo mi ha chiesto "E tu che fai?"». Lui era prete, ha rispettato il voto di castità fino a quando la scelta non è stata matura. «Sono stato malissimo, sono andato in depressione, è stato un dolore enorme. Ma ho avuto la fortuna di avere come vescovo il cardinale Carlo Maria Martini, le cui aperture sono note. Don Franco Brovelli era responsabile dei giovani preti, un'altra persona eccezionale. Ho chiesto un confronto, loro mi hanno ascoltato, guidato, sostenuto». Senza giudicare e colpevolizzare. Fiorenzo oggi è un uomo risolto, una persona di grande umanità e profondità. «Martini e Brovelli mi hanno accolto e sostenuto in quella mia grave crisi, di fronte a quella situazione per me del tutto nuova e inattesa. Ho chiesto un anno di sospensione e dopo questo anno, la dispensa. Poi sono andato a convivere, dopo un anno la mia donna aspettata nostro figlio, ci siamo sposati. In chiesa». Determinante è stato l'incontro con quella donna particolare. «Da giovane avevo avuto altre esperienze sentimentali. Ma lei ha saputo mettermi davanti alla necessità di una scelta matura. Farei un appello alle donne che amano preti, quelle che hanno scritto al Papa: date loro lo spazio e tutto il tempo necessario, ma chiedete loro di arrivare a una scelta. La più chiara e la più lim- pida possibile. E poi rispettate quella scelta. Siamo chiamati a vivere alla luce del sole: è un diritto dei preti, ma soprattutto è un diritto vostro.». Sono scelte impegnative, questo de Molli lo dice chiaro: «Sarete sicuramente felici. Ma le grandi scelte devono essere pagate e pagate a caro prezzo». Abbandonare l'abito talare significa anche perdere qualche privilegio. «Oggi so che devo guadagnare uno stipendio per mantenere i miei figli, so che devo risparmiare, pagare il mutuo. Non sono più don Fiorenzo e questo ti toglie un sacco di potere, uno stipendio sicuro, un alloggio, l'autonomia decisionale». Rimpianti? «No. Mi manca il celebrare la messa, la facoltà di confessare e di dire Dio ti perdona. La vita che faccio oggi, è il proseguimento di quel che facevo prima, al servizio del poveri. Da prete andavo in galera e avevo i rom in parrocchia, così come oggi mi occupo di profughi e di emarginati». In più, oggi c'è l'amore per una donna e per i figli. Lo dice senza ironia: non è che essere sposato sia più facile che fare il sacerdote. «Sono un padre e un marito felice, ma riconosco che il matrimonio è un fatto impegnativo. Per fortuna ci sono arrivato dopo i 40 anni e dopo esser stato prete, perché prima non sarei stato forse maturo». Dalla sua posizione, Fiorenzo non ha ricette facili in tasca. «Il celibato è un tema complicatissimo, che andrebbe affrontato alla radice, a partire dalla cura nella formazione dei preti. Mi piacerebbe che ci fosse anche l'opzione per chi lo desidera di sposarsi. In questo i protestanti sono molto meglio di noi. Ma questo Papa è molto avanti, indicherà la strada».

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2 giugno 2014 1 02 /06 /giugno /2014 20:58

Mario Brunello: tra le note vado in cerca di silenzio

di Brunella Schisa, Il Venerdì di Repubblica

 Il celebre violoncellista racconta in un libro la sua antica ossessione per il rumore e il suo modo dI perdersi sulle montagne e nei deserti. Solo? no, sempre accompagnato dal suo strumento. Castelfranco Veneto. Il silenzio per Mario Brunello è un'ossessione. Lo insegue da anni col suo violoncello, sui palchi dei teatri del mondo intero, sulle vette alpine, in mezzo al deserto africano, tra i capannoni industriali. Lo cerca tra le note e dietro le note, negli spazi del pentagramma, lo cerca nel momento in cui avvicina l'archetto al suo strumento mentre il pubblico tace e quando lo stacca alla fine dell'esecuzione. In un'epoca assordante come la nostra, che un musicista votato a riempire gli spazi silenziosi scriva un libro sul silenzio è certamente una stranezza, ma Brunello è un uomo di passioni estreme e il silenzio è il suo compagno di strada come lo è il suo prezioso strumento, un Maggini dell'inizio del Seicento. E tanta passione ha messo in queste pagine, apparentemente un flusso di pensieri, in realtà riflessioni che vengono da molto lontano. «Prendevo appunti da diversi anni, all'inizio sotto forma di note, e quando mi sono messo a scrivere ho creduto di suonare. Più penso al silenzio più mi sembra di sentire la musica».

Siamo nella casa di Castelfranco Veneto affacciata sul giardino in fiore affidato alle cure esperte della moglie Arianna, mentre dell'orto si occupa personalmente il maestro. A guardia di casa Brunello due oche più una gallina faraona, che un giorno si è presentata al cancello e, da allora, si sente in dovere di starnazzare davanti agli intrusi cercando comicamente di imitare il verso minaccioso delle sue ospiti pennute. Molto più ospitali, per fortuna, sono i padroni di casa. Arianna Brunello ha riempito la lunga tavola da pranzo con una dozzina di portate per una rapida colazione. Troppo facile immaginare cosa siano le cene conviviali in casa Brunello. E quale vino si beva. Si dice che le ammiratrici del maestro si presentino in camerino con bottiglie di pregiato Brunello. Nomina sunt...

Lei cita un verso di Wislawa Szymborska: «Quando pronuncio la parola Silenzio, lo distruggo» eppure lei ha voluto descriverlo il silenzio. Non è stato un azzardo? «Forse, ma prima di descriverlo l'ho cercato a lungo e credo che non smetterò mai di rincorrerlo. Io l'ho incontrato, l'ho conosciuto anche se ancora non ho capito da che parte sta. Se dalla parte degli umani, oppure in una sfera dove noi non abbiamo diritto d'accesso. Secondo John Cage, il musicista che ha dedicato la vita alla ricerca della definizione del silenzio come materia sonora, il silenzio non esiste. La mia è stata dunque una partenza in salita».

E la sua ricerca l'ha portata alla fine a confermare la scoperta di Cage. «Dove c'è vita non ci può essere silenzio, ma alle affermazione di Cage ho affiancato una serie di domande per chiarire a me stesso dove può nascondersi».

E dove si nasconde? «Dietro al suono, dietro al tempo, dietro al pensiero che occupa gli spazi del silenzio. Mi affascina cercarlo nella mente del compositore, nel momento in cui si affaccia un'idea e si compie la magia della creazione. Quello spazio, essendo un esecutore, io posso soltanto supporlo. Immagino Bach circondato dal frastuono casalingo di venticinque figli e tanti allievi che trova uno spazio silenzioso nella sua mente e scrive. Che cosa è accaduto in quel silenzio che ha generato quelle note?».

Lei invece dove ha incontrato il silenzio? «In diversi momenti e in diversi luoghi. Per esempio quando avvicino l'archetto al violoncello e le persone tacciono, quello in sala non è un silenzio assoluto perché ci sono mille respiri, mille cuori che battono, è piuttosto un'eco del silenzio. Delle volte sono riuscito a coglierlo in cima a una montagna. Anche quello però non è un silenzio assoluto ma c'è uno spazio enorme dove cercarlo. Il silenzio è verticale, va su. Altrimenti perché gli uomini scalano le montagne?»

Perché da quando sono passati alla posizione eretta non hanno più smesso di guardare verso l'alto? «Il silenzio in montagna ti spinge a chiederti cosa c'è sopra, a desiderare la solitudine. Nel deserto invece ho avvertito un silenzio orizzontale, più pesante e non solitario perché dà sempre la speranza di un incontro».

La sua interpretazione cambia se lei suona in un capannone industriale, su una montagna o in una sala da concerto. «Sì, assolutamente. Adoro suonare in montagna perché mi dà la possibilità di scavare dentro il suono. Un suono crudo, non lavorato, che non torna indietro come avviene nelle sale da concerto dalla buona acustica, per questo deve essere personale, intenso deve riempire lo spazio e avere gambe per viaggiare per conto suo».

Il suo amico e straordinario musicista Ezio Bosso sostiene che la musica è basata sul silenzio. «Io sono musicista non perché faccio musica ma perché riempio uno spazio silenzioso che, altrimenti, rimarrebbe vuoto. Quella che per Schubert era l'ottava nota».

Schubert ha scoperto il silenzio piuttosto tardi. Forse l'ottava nota si apprezza con la maturità. «Credo proprio di sì! Agli inizi il silenzio è insopportabile, si ha fretta di ricominciare. Col tempo però si allunga. I grandi esecutori riescono a tenere con i gesti il silenzio di mille, duemila persone. Le ultime direzioni di Claudio Abbado erano impressionanti. Alla fine di un'esecuzione riusciva a stare tre, anche quattro minuti senza fare volare una mosca. Nei finali delle sinfonie di Mahler teneva i musicisti senza respirare. Invece nei primi anni, dopo l'ultima nota, si girava verso il pubblico con i capelli al vento per accogliere gli applausi. Un po' alla volta il momento del distacco è diventato sempre più lungo. Il silenzio è un ambiente che un po' alla volta diventa familiare».

Si può dire che la pausa tra una nota e l'altra è un vuoto? Un silenzio? «Certo, è uno spazio come tra un pianeta e l'altro, è una distanza».

L'interprete è libero di allungarla o accorciarla? «Totalmente libero, prendendosi le sue responsabilità. Nel libro mi sono fatto aiutare dall'architettura. Un tempio alterna pieni e vuoti, ai grandi architetti greci serviva un'alternanza, come lo sono il giorno e la notte, la vita e la morte, lo yin e lo yan. Spazio e pieno. Fare durare troppo il silenzio significa costruire un Partenone con dei vuoti eccessivi tra le colonne. Per essere liberi non bisogna guardare al passato, né alla musica del futuro. Rispetto ma non sostengo gli interpreti legati al passato perché ai tempi di Beethoven si faceva così. Io vivo in questo momento, le mie orecchie non dormono, ricevono migliaia di messaggi che non posso cancellare o non mettere in relazione con quanto faccio. Perciò se il mio viaggio in treno è stato ansioso a causa di un ritardo, la mia esecuzione rispecchierà il mio stato d'animo.La scelta del tempo è personale, e implica anche quella del silenzio».

Lei come reagisce al rumore del pubblico? «Dipende. Se il programma di sala cade dal grembo di una signora, che si è addormentata durante un passaggio a cui ho lavorato mesi per portare il pubblico ad assaporare il silenzio, lo considero una distruzione totale e devo reagire, inventarmi una soluzione B a cui non ho mai pensato, eppure necessaria per ridare una forma a quello che ho descritto nell'aria. Noi interpreti non disegniamo né scriviamo, la nostra narrazione svanisce nell'aria».

Quindi bisogna essere sempre pronti a improvvisare. «Bisogna avere le spalle solide per reagire, ma capita anche allo sciatore che trova una buca in gara».

Lei ha preso un capannone dismesso, l'ha ridipinto, chiamato Antiruggine e lì condivide la le sue esperienze senza palco, né poltrone. Un modo per rendere fruibile la musica a tutti. «Suono molto nelle sale da concerto e mi dispiace che il lavoro delle prove vada perduto. È come buttare via quintali di stoffa per fare un vestito. Cosa ne facciamo di quel materiale? Bisogna condividerlo e quindi è bene portarlo in altri luoghi. Antiruggine è votato a questa reimmissione in circolo di materiale che altrimenti andrebbe perso. Lì cerchiamo di condividere le decisioni dell'artista non le esecuzioni, per quelle ci sono i teatri e i luoghi deputati».

Ad Antiruggine non ci sono nemmeno i camerini. Invece nei camerini dei luoghi deputati le signore le portano delle bottiglie di Brunello. «È vero, infatti ho una cantina molto fornita, grazie soprattutto a una signora straordinaria che vive con due asini all'isola d'Elba e per mia fortuna è appassionata di entrambi i Brunello. Ad Antiruggine, invece, il vino lo offriamo noi dopo i concerti».

Dica la verità, lei ha scritto il libro perché ritiene che la musica vada ascoltata in silenzio. «Sì, detesto la musica di sottofondo. Colpa di mia madre che metteva un quartetto di Beethoven e poi andava a lavare i piatti. E io, che mi dannavo a studiare il violoncello, impazzivo all'idea che tutta la mia fatica sarebbe stata un giorno sopraffatta da un rito così prosaico». 

Mario Brunello a il pane quotidiano.  (dopo la pubblicità)  Notevole il brano musicale  armeno suonato dall'artista:

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-dfcf83b2-c819-41a0-8722-ad2b23237398.html

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