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18 giugno 2017 7 18 /06 /giugno /2017 20:11

Grazie alla mail di Chiara

Concita De Gregorio - La Repubblica

La storia di Chiara, 30 anni, è comune a centinaia di donne che lavorano e hanno figli. Si situa in una terra di nessuno tra due leggi dello Stato, un luogo che si può calcolare con precisione: il compimento del primo anno del figlio. C’è una legge a tutela della maternità che non ammette le dimissioni dal lavoro di una donna nel primo anno di vita del figlio, nella sacrosanta tutela di situazioni opache in cui le dimissioni non siano esattamente ‘spontanee’.

Naturalmente ci si può licenziare, se davvero lo si vuole, ma bisogna passare da un ufficio pubblico del lavoro, sostenere un colloquio: insomma deve essere chiaro che non siano dimissioni indotte. C’è un’altra legge, il Jobs act, che in una delle sua articolazioni consente al datore di lavoro di licenziare la dipendente al compimento del primo anno del figlio, dietro il pagamento di quattro mensilità. La voragine in cui precipitano le donne lavoratrici è dunque lì: il primo giorno dopo il primo compleanno del bambino. Ecco la storia di Chiara, che scrive da un paese del Piemonte e ha un figlio di 11 mesi.

“Ho poco più di 30 anni e una laurea, parlo tre lingue e ho dieci anni di esperienza aziendale. Ho scelto con il mio compagno di fare un figlio, nato nel 2016. Essendo Export Manager, ho chiesto temporaneamente un rientro dalla maternità con tempi di trasferta ridotti: il mio contratto prevedeva che fossi in viaggio almeno tre settimane al mese, con un neonato è impossibile. L’azienda mi ha allora proposto un declassamento in una funzione e con uno stipendio da stagista, assai meno della metà del mio compenso abituale: poche centinaia di euro".

"Mi sono rivolta a un avvocato. Risultato: conciliazione e dimissioni nel periodo tutelato di maternità per impossibilità di ricollocarmi in altra funzione (se non a stipendio inferiore ai costi da sostenere per nido e baby sitter, viaggio sino al luogo di lavoro e acquisto di un'auto dopo avere perso quella aziendale - e declassamento ad ultimo livello). Ho dovuto accettare per forza, nella certezza che l’azienda mi avrebbe licenziata sei mesi dopo, al compimento del primo anno di mio figlio. Accordo tombale, quattro mensilità. Amarezza. Poiché le dimissioni in quel periodo non sono legali (non ti puoi dimettere nel primo anno del figlio ma l’azienda ti può licenziare a un anno e un giorno…) sono dovuta andare all’ufficio del lavoro: qui la funzionaria, dopo avermi ascoltata, ha scritto credo per un errore “risoluzione consensuale” anziché “dimissioni”".

"Questo non mi permette neppure di accedere d’ora in poi al sussidio di disoccupazione. Ho deciso di fare ricorso almeno per essere riammessa alla Naspi. Alla fine: un contratto a tempo indeterminato tenacemente sudato èeandato in fumo. L'assenza di tutela da parte dello Stato, a cui verso regolarmente quanto dovuto da 10 anni. La difficoltà a ricollocarmi in un'altra azienda perché un figlio piccolo è un ostacolo alla produttività. Nessun sussidio di disoccupazione. Voglio salvare il nostro bambino da questo senso di frustrazione e impotenza, di abbandono da parte della comunità, di rabbia per tutti i diritti negati - alla felicità, alla famiglia, al futuro. Mi chiedo cosa potrà comunicargli una madre arrabbiata. Mi chiedo come fare. Cosa fare. Sai cosa? Sarò ancora madre. Plasmerò di nuovo la mia vita, dopo averla donata”.

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18 giugno 2017 7 18 /06 /giugno /2017 20:05

 

ALL’ESTERO Per la famiglia: Gloria Trevisan  di Camposampiero (PD) 27 Anni. Lei e il fidanzato sono morti nell’incendio di Londra. Gloria era arrivata a Londra con il fidanzato- Dopo la laura in architettura con voto 110 aveva trovato subito lavoro.

DOPO VENEZIA l’Inghilterra. Marco Gottardi  27 annidi San Stino di Livenza (Venezia) anche lui architetto. Aveva trovato anche lui lavoro e insieme vivevano al 23 piano  della Genfill Tower  della Capitale.

Le TESTIMONIANZE: parlano Emanuela e Loris Trevisan genitori della ragazza uccisa: “La sua voce era rotta dal pianto”

Enrico Ferro – La Repubblica

Ora che la conta dei morti sale a 100 e forse più, anche le speranze di ritrovare vivi Gloria e Marco sono ormai svanite. «Non c'è motivo per sperare che siano sopravvissuti », dicono i genitori di lei, svegliati nel sonno alle 3 di notte e condannati alla morte in diretta telefonica. «Grazie mamma per tutto quello che hai fatto per me», è stata l'ultima frase della ragazza ventisettenne di Camposampiero (Padova), prima di arrendersi al fumo e al fuoco che stavano invadendo il miniappartamento al ventitreesimo piano della Grenfell Tower, prima di affondare il viso per l'ultima volta sul petto di Marco Gottardi, fidanzato coetaneo di San Stino di Livenza (Venezia). Novecento euro al mese per pochi metri quadrati in subaffitto. Più di mezzo stipendio per una camera con bagno e soggiorno, in un palazzo al medioevo della sicurezza, incastonato tra Notting Hill e Holland Park. «Gloria voleva aiutare noi, per questo se n'è andata dall'Italia ». Eccolo dunque il sogno che aveva in testa questa giovane ragazza, fresca di laurea da 110 in Architettura a Venezia. «Aveva cercato lavoro anche qua, ma al massimo le proponevano contratti da 3-400 euro al mese. Una miseria », raccontano tra le lacrime i genitori che da martedì notte non hanno mai perso di vista il telefono sperando in un contatto, un messaggio, un semplice squillo.

Invece no. Dallo smartphone continua a uscire sempre e solo la registrazione audio fatta alle 4.07 ora italiana. Il disperato addio di una figlia che saluta per l'ultima volta mamma e papà. La condanna feroce di due genitori obbligati ad assistere alla fine della loro secondogenita. «Mi dispiace tanto, non potrò più riabbracciarvi. Avevo tutta la vita davanti, non è giusto, non voglio morire. Io volevo aiutarvi, vi ringrazio per tutto quello che avete fatto per me».

Loris Trevisan e Emanuela Disarò sono nel mezzo di una complessa vicenda giudiziaria culminata nella vendita all'asta della loro casa. Gloria aveva pensato che dopo tanti anni a chiedere, era arrivato il momento di dare qualcosa. Mano nella mano con il fidanzato Marco, stessa laurea in architettura, aveva deciso di andare a vivere e lavorare nella metropoli. «In tre mesi ha imparato bene l'inglese e si è trovata un lavoro da 1.800 sterline al mese. Ditemi, in Italia, dove è possibile trovare uno stipendio del genere per un neolaureato», ragionano marito e moglie. «Che paese è quello che allontana i suoi ragazzi e dopo anni di studio offre solo elemosina? Gloria non doveva essere costretta ad andarsene per trovare un lavoro pagato dignitosamente ». Nella notte maledetta del rogo di Londra la prime telefonate sono giunte in Italia intorno alle 3. «Nostra figlia ci ha svegliato per dirci che c'era un incendio al terzo piano ma ci assicurava che non era nulla di grave», racconta la mamma. «Per sicurezza mi sono fatta passare Marco, ma anche lui non era più di tanto spaventato. Ci siamo quindi salutati ma a quel punto era impossibile riprendere sonno ».

Tra canali tematici all news e siti aggiornati 24 ore su 24 è facile ormai scoprire quello che succede da una parte all'altra del mondo. «Quando ho visto le prime immagini ho richiamato mia figlia perchè la situazione mi sembrava grave».

Le paure sono diventate certezze quando la voce di Gloria è stata rotta dal pianto. «Abbiamo messo il telefono in vivavoce e registrato le sue ultime parole». La famiglia si è affidata all'avvocato Maria Cristina Sandrin, che ha già incaricato alcuni periti competenti di diritto internazionale.

Tecnicamente Gloria Trevisan e Marco Gottardi non esistevano nei contratti "ufficiali" della Grenfell Tower, palazzo di 24 piani strappato all'edilizia popolare in nome del business degli affitti. Per questo inizialmente erano stati riscontrati dei problemi con la loro individuazione nella torre. E questo è un tema centrale nell'indagine promossa dal legale, che già oggi dovrebbe giungere a Londra: «La nostra speranza è quella di portare a casa almeno le spoglie di Gloria e Marco. Questi genitori hanno il diritto di dargli almeno un addio dignitoso».

GLORIA " Non è giusto non voglio morire mi dispiace tanto perché non potrò più abbracciarvi”

"

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1 giugno 2017 4 01 /06 /giugno /2017 15:02

 

Michele Smargiassi - La Repubblica

Giana Andreatta narra in un memoir la vita col marito scomparso Dai baci di gioventù agli ultimi sette anni trascorsi accanto a lui in coma

Di cosa è fatto quell'attimo che separa il prima e il dopo, quanto è grande quell'istante che inghiotte e ribalta una vita intera? Dura il tempo di uno squillo di telefono e di una voce che non sa come dare la terribile notizia. A quanti è capitato? Alle undici e mezzo di sera del 15 dicembre del 1999 toccò a Giana Petronio ricevere quella telefonata da Roma: «Nino si è sentito male. Molto male». Il marito Beniamino Andreatta, il senatore già pluriministro Andreatta, si era accasciato nell'emiciclo del Senato, nel pieno della discussione sulla Finanziaria. Il prima diventa orribilmente dopo, e nulla torna più indietro. Resterà in coma per più di sette anni. Non si risveglierà mai. Morirà il 26 marzo 2007, dieci anni fa.

Prima e dopo, ma non è la caduta in un buco nero. Invece È stata tutta luce, scrive oggi Giana prendendo in prestito parole di Ada Gobetti al suo Piero e facendone il titolo di un libro (Bompiani) che è una memoria dolce, struggente, custodita per anni nei cassetti, liberata con esitazione e pudore solo dopo i consigli di molti amici. Non una biografia "segreta", non il ritratto privato di un uomo pubblico, non l'uomo politico sbirciato in vestaglia: dopo tutto «è una storia d'amore», un amore borghese, del Novecento, fra la promettente studentessa di scienze politiche e il giovane, un po' goffo e disordinato professore di economia «con gli occhi giotteschi» e le tasche della giacca bruciacchiate dalla pipa, storia iniziata fra corteggiamenti lunghi e baci casti appoggiati sul cofano dell'auto e continuata negli anni dei successi accademici e politici di lui, delle gratificazioni professionali di lei (psicanalista), tra viaggi, traslochi, quattro figli... E la storia d'Italia sullo sfondo, forse fin troppo per un lettore che si attendesse rivelazioni e retroscena: il rapimento di Moro è una pagina di sbigottimento, gli anni di piombo si riassumono nella minaccia inconsistente di un ragazzo per strada, Tangentopoli è un'ombra di amarezza.

È il libro stesso a dirci come leggerlo, nel suo montaggio alternato di capitoli che raccontano il prima e il dopo quella telefonata. Il dopo: gli anni del dolore di fianco al marito vivo ma muto, «ingabbiato dall'invidia degli dei in una gabbia atroce», di cui però, confidò allora Giana a Repubblica, lei sempre si rifiutò dolcemente, tenacemente di sentirsi vedova; gli anni del parla- con-lui, delle diagnosi spietate, delle speranze affidate a qualsiasi movimento di ciglia e magari alle promesse non mantenute di una guaritrice, dei giornali letti ad alta voce nella camera dell'ospedale, della tenacia sorridente ma anche delle grida «da bestia ferita» lanciate per strada quando non sentiva nessuno; dei visitatori illustri, imbarazzati o commossi, dei cordogli anticipati non sempre graditi (un Cossiga che parla solo di sé, un Andreotti generoso di buone parole tanto quanto era stato, di Andreatta, avversario punitivo e implacabile).

Ma soprattutto il prima. Che il dopo rilegge e trasforma, come un filtro proustiano, in qualcosa di diverso da un nostalgico album di famiglia. Quegli anni di dialogo a una sola voce ricombinano i ricordi, ne cambiano il valore. Rivalutano le

trash memories, che la professionista Giana Petronio sa non essere memorie- spazzatura, ma «memorie minute che scorrono a margine dei fatti storici». Così succede che il diario minimo degli spettacoli visti insieme, dei libri letti, dei luoghi visti, delle persone più o meno famose conosciute e frequentate, cominci a fluire per il lettore come un controcanto della Storia maggiore.

Fino a quando questa si prende la rivincita con quel malore nel luogo più pubblico della Repubblica, sotto le telecamere ufficiali, un filmato che Giana non ha mai visto più di una volta. Fino a quando, in un qui-ed-ora eterno, «le più viete e retoriche immagini del dolore acquistano verità», e una morsa ti serra la gola, e il cuore ti si strappa dal petto, e una lama di ghiaccio lo trapassa.

IL LIBRO

È stata tutta luce di Giana M. Petronio Andreatta ( Bompiani, pagg. 272, euro 17). Il libro viene presentato il 12 giugno alle 17,30 a Bologna, Biblioteca dell'Archiginnasio Sotto, i coniugi Andreatta

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1 giugno 2017 4 01 /06 /giugno /2017 14:54

  • Ezio Bosso racconta alla repubblica il potere degli spartiti. E la magia delle note che ci fa tutti più belli.
  • Perchè la musica è la sola cura universale.

«Dentro una nota c'è tutto il teatro di cui hai bisogno», ho detto una volta a una giovane attrice-cantante. Lei lamentava una difficoltà espressiva, ma in realtà era semplicemente soffocata dai mille gesti che la distraevano dall'unica esigenza che aveva: il suono. E grazie a quell'episodio anch'io ho imparato qualcosa di importante: il valore più profondo delle note. Quella frase detta in maniera spontanea mi ha fatto riflettere, scavalcando quella parte di me che procede quasi in automatico dopo tanti anni di "onorato servizio" e che mi fa andare avanti sicuro della mia conoscenza. E che però mi fa dimenticare un pezzo fondamentale della mia esistenza di musicista, dando per scontato il bello a cui tendiamo. Un po' co–

me quando scrivi un messaggino: è vero che un cuore emoticon e un cuore in parole hanno lo stesso significato in fondo, ma io continuo a leggere nel secondo caso "grazie di cuore" e nel primo "grazie di disegnino di un cuore". Quel giorno mi sono reso conto, o meglio ho ricordato, che dentro una singola nota non solo c'è tutto il teatro del mondo, ma c'è tutta la vita. Tutta la vita di una persona, perché troppo spesso dimentichiamo che chi ha scritto quella musica non era un mezzobusto di marmo o un ritratto dall'espressione un po' trombonesca, ma era una persona. E dentro quella nota c'è tutta la sua vita, il suo tempo, la storia che lo accompagna, la sua ricerca, i suoi sentimenti, ciò in cui crede e anche le sue fragilità e insicurezze. Certo, da tempo il mio approccio interpretativo si basa fortemente sull'approfondimento storico, estetico, filologico: cosa facile, in fondo convivo con uno scrittore di musica da 45 anni e non sono mai riuscito a cacciarlo. Eppure questo era un tassello che avevo forse un po' trascurato.

In una nota c'è tutto questo e nelle migliaia di note e punti e trattini e cunei che compongono una partitura c'è tutto il percorso. E quando suoniamo, lo liberiamo a noi stessi e a chi ascolta con noi, aggiungen-do lo stesso ammontare di vita che ci ha messo chi lo ha scritto. Per questo abbiamo la responsabilità non solo di rispettare le note suonando impeccabilmente, ma anche di approfondire, studiando ogni aspetto possibile nascosto nelle note che compongono quella mappa meravigliosa che è una partitura. Una mappa da seguire ma anche da cui alzare gli occhi per godersi il paesaggio, senza rischiare di non andare a sbattere contro un muro; da imparare a memoria e ripercorrere in ogni istante che ne sentiamo l'esigenza. La musica ha anche questo potere: fa viaggiare nel tempo e nello spazio, fa vedere senza bisogno di guardare, fa conoscere i luoghi evitando le noiosissime serate di visione di diapositive di un tempo o dell'imbarazzante "guarda qui" in telefoni sempre troppo piccoli per mostrare abbastanza.

Era ciò che già diceva "il mio babbo" Beethoven che definiva la sua settima sinfonia proprio la mappa per l'utopia. O che troviamo in Mendelssohn nella quarta sinfonia e che si intitola "italiana" perché nasconde in ogni nota luci romane, colori veneziani, funerali napoletani e riti di tarantolati come fossero appunti di viaggio. O, meglio, come fosse una mappa aborigena che indica luoghi in cui "nutrirci" come nelle vie dei canti. Gli aborigeni la sanno molto più lunga di noi.

La musica non è (solo) un momento di intrattenimento o di emozione fugace. La musica è una esigenza, è una magia che noi esseri umani ci siamo andati a cercare sostenendo, presun- tuosi come siamo, di averla inventata. E ogni nota che ci hanno lasciato e che lasciamo scrivendo contiene tutta quella magia. Nella musica io credo fermamente e sono convinto che oggi più che mai tutti dovremmo crederci di più, per credere anche in noi stessi, per ricordarci tra le altre cose che siamo belli, solo un po' buffi, anche se tendiamo a dimenticarlo.

Tanti fraintendono la mia idea di "musica libera" e pensano che significhi "fai un po' quello che ti va, esprimiti come vuoi". Non è così. Io chiamo la musica detta – impropriamente – classica, "libera" perché è scevra dagli ego, dai pregiudizi, dalle manipolazioni e per osmosi libera tutti coloro che partecipano, perché ogni nota, pur contenendo tutto ciò che dicevo prima, non appartiene più a chi l'ha scritta, ma a tutti e diventa Ezio o Maria o Claudio quando la interpretano Ezio, Maria o Claudio, ma anche quando la ascoltiamo, quando tutti diventiamo quella musica, vibriamo nella stessa nota. E le note in qualche modo si legano a tutte le altre note del passato. La musica libera è una catena infinita di vita che attraversa secoli e confini ed è una delle ragioni per cui dopo centinaia di anni continuiamo ad avere bisogno di ascoltare Monteverdi, Bach, Beethoven, Mozart o Brahms. Non perché la musica sia solo bella ma perché le apparteniamo.

Quel vibrare all'unisono in due o in migliaia provoca fenomeni fisici e benefici neurologici. Ha poteri curativi. I nostri neuroni ritrovano un equilibrio e le cellule funzionano nei migliore dei modi. La musica ci rende belli, rende bellino persino me. Ci rende tutti belli nel momento in cui tocchiamo uno strumento o impugniamo la bacchetta – non posso confermare quando prendiamo la matita per scriverla perché non ho elementi, ma se tanto mi dà tanto… Leviga i difetti, ci illumina. Fa sparire persino le ruote della sedia su cui mi muovo. Fateci caso, osservate le foto dei musicisti mentre suonano. O guardatevi quando cantate a casa. La musica libera è basata sul trascendere, noi non esistiamo ed esistiamo. Le apparteniamo quanto ci appartiene.

Ed è per questo che fare musica è una responsabilità che va oltre il dovere di restituire a chi ascolta il tempo che ci regala. È una responsabilità che passa in ogni nota, in quell'eredità eterna che dobbiamo trasmettere e anche per questo credo che tutto il sapere che ci lega ad essa debba essere condiviso. Non per fare i fighetti, ma per condividere l'aiuto che ci ha dato nel comprenderla. Raccontare la musica a chi non la conosce rende liberi perché insegna ad ascoltare anziché a subire.

E che sia negli asili, nei conservatori o nelle scuole, negli ospedali o nelle carceri, nelle sale da concerto, in tv o con le cuffie, bisogna divulgarla, cioè renderla di tutti con ogni mezzo possibile. In ogni momento in cui viene suonata e ascoltata c'è il segreto della sua libertà, e della sua capacità di starci vicino da centinaia e centinaia di anni: perché alla fine una musica per essere davvero libera entra nella pancia, passa per il cuore e fa muovere la testa. E quando queste tre cose si muovono insieme diventiamo davvero liberi. Scrivere musica è un atto d'amore. Chi scrive la musica lo fa per lasciarla a qualcun altro. Un atto di generosità, quello di dedicarsi all'altro ma che come in ogni amore vero non ci annienta. E l'amore è l'unico gesto di coraggio che esista.

 

L'AUTORE E GLI APPUNTAMENTI Ezio Bosso, nato a Torino nel 1971, direttore d'orchestra, compositore, è Direttore principale ospite del Teatro Comunale di Bologna. Il suo nuovo disco, registrato dal vivo al Teatro La Fenice di Venezia, si intitola The Venice Concert. L' 1 e il 2 giugno sarà a Mantova per il festival Trame Sonore dove dirigerà l'Orchestra da camera di Mantova; il 5 all'Opening Act del G7 in Piazza Maggiore alla testa di un ensemble cameristico; dal 20 al 22 sarà a Palazzo Barolo a Torino per Studio Aperto; il 26 a Berlino, al Radialsystem. Il 12 luglio alla Cavea dell'Auditorium Parco della Musica di Roma sarà sul podio dell'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, mentre il 18 alla Reggia di Caserta dirigerà l'Orchestra del Teatro San Carlo di Napoli

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1 giugno 2017 4 01 /06 /giugno /2017 14:12

 

Il pianista torinese sul podio dopo sette anni in occasione dell'uscita del suo nuovo album 'The Venice Concert': "Temevo che il mio fisico non avrebbe retto"

Quello della Fenice di Venezia è oggettivamente il concerto nel quale sono tornato a dirigere. Cosa che sinceramente non pensavo perché non sapevo se avrei retto fisicamente non solo il concerto, ma anche il percorso". Dopo lo stop di sette anni causato dalla sua malattia (è affetto da una patologia neurologica degenerativa), Ezio Bosso torna alla direzione d'orchestra. In occasione dell'uscita del suo nuovo album, The Venice Concert, prevista per il 26 maggio.

Pianista, compositore e direttore d'orchestra di fama internazionale, Bosso è stato uno dei protagonisti più acclamati dell'edizione 2016 del festival di Sanremo. Sul palco dell'Ariston eseguì il brano Following a Bird, accolto dalla platea con una lunga standing ovation.

Torinese, 45 anni, Bosso ha cominciato lo studio della musica a quattro anni con una prozia pianista. Si è formato poi a Vienna, sotto la guida di Streicher e Österreicher e Schölckner. Sia come solista, che come direttore o in formazioni da camera si è esibito nelle più importanti stagioni concertistiche internazionali. Ha vinto importanti riconoscimenti, come il Green Room Award in Australia (unico non australiano a vincerlo) o il Syracuse NY Award in America, la sua musica viene richiesta nella danza dai più importanti coreografi come Christopher Wheeldon, Edwaard Lliang o Rafael Bonchela, nel teatro da registi come James Thierrèe e nel cinema ha collaborato con registi di fama internazionale tra cui Gabriele Salvatores. Per il regista premio Oscar ha composto la colonna sonora per quartetto d'archi del film
Io non ho paura e ha lavorato sulle musiche di altri suoi film tra cui Quo vadis, baby? e Il ragazzo invisibile.

Nel 2011 ha scoperto di essere affetto da una grave patologia, il che tuttavia non gli ha impedito di proseguire con l'attività artistica. Ora torna a dirigere l'orchestra spiegando la propria filosofia rispetto a una partitura molto complessa: "In ogni forma, il vero virtuosismo è quello di seguire l'altro e non quello di suonare più note o più alto degli altri".

Bosso sarà l'1 e 2 Giugno a Mantova Trame Sonore, con l'Orchestra da Camera di Mantova, di cui fece parte dal '90 al '96 non ancora 18enne. Poi dirigerà l'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia il 12 luglio nella Cavea dell'Auditorium parco della Musica di Roma, l'Orchestra del Teatro San Carlo alla Reggia di Caserta il 18 luglio; infine sarà al Teatro Massimo di Palermo ad agosto con l'Orchestra Regionale Siciliana.

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6 maggio 2017 6 06 /05 /maggio /2017 19:52

Pescara, Muntari: ''Trattato come un criminale, ma abbiamo sconfitto il razzismo''

Il centrocampista ghanese racconta la sua turbolenta settimana, dai cori razzisti a Cagliari alla squalifica di un turno, poi revocata: ''Sono stati giorni duri, mi sentivo isolato, ma spero che questa vicenda contribuisca a mostrare al mondo quanto sia importante difendere i propri diritti''. Zeman: ''Ha prevalso il buon senso'


PESCARA - "E' una vittoria importante, il messaggio è che non c'è posto per il razzismo nel calcio e nella società in generale". Sulley Muntari ritrova il sorriso dopo una settimana a dir poco agitata dopo l'episodio di domenica scorsa in Cagliari-Pescara, quando ha abbandonato il campo per i cori razzisti arrivati dagli spalti del Sant'Elia.


"TRATTATO COME UN CRIMINALE" - La vicenda ha fatto il giro del mondo, soprattutto dopo la squalifica di un turno, poi revocata dalla Corte sportiva d'Appello della Figc: "Finalmente sono stato ascoltato. Gli ultimi giorni sono stati molto duri per me, ero arrabbiato e mi sono sentito isolato. Sono stato trattato come un criminale, punito nonostante fossi vittima del razzismo - aggiunge il centrocampista del Pescara -. Spero che questa vicenda contribuisca a evitare che altri calciatori possano soffrire casi del genere e che segni un punto di svolta in Italia, oltre che mostrare al mondo quanto sia importante difendere i propri diritti".

ZEMAN: "PREVALSO IL BUON SENSO" - Una buona notizia anche per Zdenek Zeman, che avrà a disposizione il ghanese per la gara interna di domenica contro il Crotone: "Ha prevalso il buon senso - ha detto il tecnico boemo - con questa sentenza si crea un precedente che potrebbe cambiare gli scenari futuri. Mi sono sembrate strane le due decisioni, prima quella dell'arbitro, poi quella della corte sportiva di accogliere il ricorso. Penso che sia stata una scelta politica, dal momento che la vicenda ha avuto una vasta eco".

OUT GILARDINO - Il gesto di lasciare il campo durante Cagliari-Pescara non avrà così conseguenze: "Muntari ha chiesto scusa ai compagni quando ha lasciato la squadra in dieci. Ovviamente era una cosa dovuta. Comunque, per la gara di domenica è convocato"

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5 maggio 2017 5 05 /05 /maggio /2017 07:40

 

Per la procura di Milano "il diritto alla dignità vale quanto la vita"

DIRITTO alla vita o alla dignità della vita? Per la procura di Milano, i due diritti non sono in contrasto tra di loro. Anzi. Dovrebbero sempre poter essere bilanciati. E quando ci si trova immobilizzati "in una notte senza fine", come disse un giorno dj Fabo parlando della propria esistenza, non può che essere il diritto alla dignità della vita a prevalere sull'esistenza.

Sono queste le ragioni che hanno spinto due pm milanesi, Tiziana Siciliano e Sara Arduino, a chiedere l'archiviazione per Marco Cappato, recentemente indagato per aiuto al suicidio in relazione proprio alla morte di dj Fabo. Citando la Corte europea dei diritti dell'uomo, la Consulta e la Corte di Cassazione, la Procura ha ricordato non solo l'importanza fondamentale del diritto all'autodeterminazione di ogni persona, ma anche il fatto che, quando ci si trova in presenza di «sofferenze insopportabili e prognosi riservata», nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di imporre la vita a chi, quelle sofferenze, le sta vivendo sulla propria pelle. Perché ostinarsi a difendere la vita anche quando l'esistenza senza aver perso ogni dignità, ci si strascina malamente e si vorrebbe solo che tutto finisse? Eppure è questa l'idea che, in Italia, continua a prevalere almeno in Parlamento, costringendo ancora una volta la magistratura a farsi interprete dei desideri più profondi di ognuno di noi e a trasformarsi in paladina dell'etica della cura. Che cura ci può essere d'altronde quando ci si incaponisce a invocare il principio di "sacralità della vita" anche quando quella vita, per chi la sta attraversando, non è più vita?

Quando non si vuole prendere sul serio la volontà di chi soffre e ci si appella a principi astratti e disincarnati, si finisce col dimenticarsi che la dignità di ognuno di noi deve potersi esprimere sempre, anche in punto di morte, senza che nessuno decida o scelga al posto nostro ciò è giusto o meno fare. E non è solo una questione di rispetto dell'altrui dignità o del diritto che ognuno di noi dovrebbe sempre avere di essere fino alla fine soggetto della propria vita. È anche una questione di pietà, una questione di compassione nei confronti di chi, in presenza di oggettive e determinate condizioni di sofferenza estrema, non può più riconoscere la propria esistenza come degna di essere vissuta.

Accanto al diritto alla vita, per Tiziana Siciliano e Sara Arduino, esiste anche un diritto alla dignità della vita, che poi non è altro che quella "dignità umana" tante volte invocata invano e che oggi, finalmente, potrebbe essere restituita a ognuno di noi.

Nessuno imponga le sue scelte a chi vive le sofferenze sulla propria pelle.

 

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1 maggio 2017 1 01 /05 /maggio /2017 20:33

E’ uscito questo libro:  Vivere per qualcosa. Slow Food Editore  di Josè Mujica, Carlo Petrini, Luis Sepulveda  €12.

Un cambio di sistema, prevede in buona misura, un cambiamento culturale e se non cambia la nostra testa non cambierà mai niente. Anche se venissero nazionalizzati tutti i mezzi di produzione e di distribuzione, genereremmo soltanto burocrazia, che consumerebbe sempre più soldi. Ma penso soprattutto ai giovani. E soprattutto pensando a loro dico che non possiamo accettare il concetto di progresso come l’equivalente della felicità umana, Se il progresso  non comporta che la gente provi una maggior gioia di vivere, allora siamo di fronte a un  progresso falso. E se non possiamo arrivare a grandi falcate a società più libere, più giuste, nell’immediato dobbiamo almeno imparare che esiste un margine di felicità possibile in questo mondo, in questa vita, in questa realtà non tra 50 o mille anni, bensì oggi.

Ma questa felicità sta dentro la nostra testa……..e ha a che vedere con una vita coerente con ciò che pensa, e vivere come si pensa è la prima porta della felicità. Oppur vivere  in una certa maniera  che alla fine ci fa riflettere su come  viviamo, non al contrario rispetto alla coerenza nei confronti del ragazzo che ti porti dentro , che desidera, sogna e tenta di lottare per un mondo migliore, altrimenti ti rassegni a condurre una vita nel solco  tracciato dalla realtà del mercato. E credo semplicemente che la felicità possa escludere la libertà, la felicità non è l’equivalente del piacere, fondamentalmente è gioia di vivere, felicità è il canto degli uccelli all’alba, ringraziare la vita perché siamo vivi e poi via, a lottare per la vita, per guadagnarsi il pane quotidiano.

Pepe Mujica da “Vivere per qualcosa”

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17 aprile 2017 1 17 /04 /aprile /2017 16:42

 

Il vincitore del premio Oscar dirigerà il 12 aprile "La gazza ladra", la sua quarta regia operistica che è anche il suo debutto alla Scala di Milano, un altro traguardo professionale

ANNA BANDETTINI – La Repubblica

Ha l’aspetto elegante, semplice, perfettamente a posto – austeri golf e pantaloni neri – unica civetteria due anelli d’argento di foggia orientale alle mani. E mentre con orgoglio mostra la nuova casa, a pochi passi dal Duomo a Milano, un bel luogo luminoso, perfettamente ordinato, uno pensa: sono lo specchio l’uno dell’altro. «Ah sì, è la prima vera casa che mi corrisponde», dice Gabriele Salvatores con leggero sorriso ironico. «Perchè io un po’ sono così, un po’ ossessionato dal fatto che nulla sia lasciato al caso intorno a me. L’unica ombra, semmai è un’altra: sarà l’età, ma la sera tornare a casa e non trovare nessuno comincia a persarmi. Rita (Rabassini, la sua compagna, ndr.) preferisce la campagna e vive a Lucca. Ma non posso lamentarmi, perchè non ho nemmeno fatto niente per avere una famiglia. Sono fatto un po’ così».

Con calma, più che preoccupazione, perfino un filo di ironia, il regista si racconta. «Sono un po’ complicato - dice - forse per deformazione professionale, farei la regia anche della mia vita. Devo sempre tenere la scena sotto controllo. Io, per dire, sono uno che prenota il ristorante tre giorni prima. Poi però sono anche quello che rifugge l’immobilità. La ripetitività mi fa paura, la noia mi terrorizza, quando la vita diventa routine mi uccide». E allora? «Allora quando questa frizione è diventata insonnia, alla soglia dei 60, sei anni fa, sono andato da un dottore. Pensavo mi desse solo qualche pillola per dormire, invece abbiamo cominciato a parlare, anche perchè lui è un appassionato di cinema e di teatro. E adesso è il mio analista e più che i miei sogni gli racconto i film e gli spettacoli, Shakespeare più che Freud, e lui mi spiega che la vita non è un film che si lascia dirigere o di cui si può fare la regia a piacimento».

Sono passati 25 anni dal premio Oscar per Mediterraneo – la statuetta massiccia, pesante, è lì che ci guarda dalla libreria («Prima non la volevo, era rimasta dal produttore, ma ora dopo tanto tempo non mi chiede più niente e dunque me la sono ripresa») e Gabriele Salvatores è da tempo un regista riconosciuto e affermato. Ha appena girato il suo ventesimo film, "Il ragazzo invisibile 2" che uscirà in autunno, sequel del precedente, con gli stessi protagonisti cresciuti di qualche anno, a cominciare dal protagonista Michele Silenzi, un fantasy con più profondità psicologiche e, come piace a lui, più effetti speciali supervisionati da Victor Perez, lo stesso di "Star wars", "The Dark night rises", "Harry Potter". In estate inizierà il ventunesimo, una produzione italo-franco-americana, una storia on the road, scritta con Umberto Contarello, su un padre che scopre il rapporto col figlio autistico. «Fare il regista, dedicarmi alla finzione artistica deve essere stata la mia vera terapia, la certezza di poter controllare quello che nella vita non puoi», ammette. E c’entra qualcosa "La gazza ladra", che a giorni, il 12 aprile, segnerà un altro traguardo professionale, il debutto alla Scala, per la sua quarta regia lirica.

«Ho dato alla Gazza il ruolo primario che le dà il titolo: quello che decide la storia, il burattinaio – e all’inizio animerà davvero le marionette della storica compagnia Colla in un gioco di teatro nel teatro – che scompagina e riorganizza la vita degli altri. Me la sono immaginata come un’acrobata che vola sulla scena, un deus ex machina che dall’alto decide mentre se la ride guardando gli uomini intenti ad affannarsi. La vita, diceva Shakespeare, è come un povero attorello sussiegoso che si dimena in palcoscenico per il tempo assegnato alla sua parte. È caos, come in Rossini. Non c’è spartito, copione, regia. E quanto a me, il teatro, il cinema mi sono serviti per stare lontano da una realtà che non si controlla. C’è una frase che amo e riassume quello che sono: faccio arte per non morire di troppa realtà. Da ragazzo ero destinato a fare l’avvocato nello studio di mio padre, ero iscritto a giurisprudenza, ma l’unico avvocato che potevo concepire, a quell’epoca, era Jack Nicholson in Easy rider. Il teatro fu la mia via di fuga. E non ho rimpianti, se non che aver fatto il regista ha condizionato la mia vita privata. Per esempio non ho avuto figli, ma ho fatto tanti film con bambini e considero il Teatro dell’Elfo di Milano il mio vero bambino. Chissà, poi, se sarei stato capace di fare il padre. Magari la prossima vita. È che una volta alla reincarnazione ci credevo. Da quando faccio l’analisi, comincio ad averne dei dubbi».

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14 aprile 2017 5 14 /04 /aprile /2017 12:22

"Io, velista in carrozzina:

Andrea al timone de 'Lo Spirito di Stella', il suo catamarano

La sfida di Andrea Stella, sull'Atlantico in catamarano: "Dopo l'incidente non ho rinunciato alle mie passioni. Un viaggio per dimostrare che l'handicap non esiste"

SANDRA BOZI – La Repubblica

Il 26 aprile a Coconut Grove, nella marina di Miami, prenderà corpo quella che il suo ideatore si ostina a definire "la realizzazione di un sogno". Il velista Andrea Stella varerà Wow-Wheels on waves, il viaggio che condurrà da Miami a Venezia passando per New York il catamarano "Lo spirito di Stella". Il primo al mondo accessibile a chiunque, abili e disabili.
Di mezzo un oceano, da attraversare in diciannove tappe. Ognuna con un equipaggio diverso, senza limiti di sesso, religione, cultura o provenienza, abilità o disabilità. La traversata ha l'obiettivo di dare visibilità alla Convenzione delle Nazioni unite sui diritti delle persone con disabilità: adottata da 192 Paesi, firmata da 126, ratificata da 49 (tra i quali l'Italia), ma sconosciuta ai più. "La riceverò a New York dal segretario generale Antonio Guterres e la consegnerò a Roma a papa Francesco", spiega Stella. Facile, no?
Per lui, i limiti non esistono. Una lezione che ha imparato a sue spese. "La vita - dice - può cambiare in un attimo, e bisogna essere un giunco per riuscire a flettersi senza farsi spezzare, e continuare più convinti di prima". Il "prima" di Andrea - oggi un quarantenne con gli occhi verdi e una barbetta brizzolata - è quello di un ragazzo di Thiene, nel Vicentino, abituato a vivere con il vento in poppa.
È il 29 agosto 2000, Andrea ha 24 anni. Da qualche settimana si è laureato in Giurisprudenza a Trento e ha deciso di regalarsi un viaggio. "Una pausa prima di tuffarmi nel mondo del lavoro - spiega - Opto per la Florida, dove ho degli amici e so di poter fare delle belle veleggiate". Atterra e affitta un'auto. Gli amici lo aspettano a Fort Lauderdale per festeggiare. "Faccio casino con il navigatore e arrivo in ritardo - racconta oggi, con una leggera inflessione veneta - Parcheggio dietro l'angolo, suono il campanello, ma non risponde nessuno. Al telefono, gli amici mi dicono che sono già al ristorante". Pazienza. Gli spiegano come raggiungerli. Cinque minuti di auto. Ma a quell'appuntamento Andrea arriverà solo quattro anni dopo. Su una sedia a rotelle. In catamarano.
Due uomini incappucciati - sorpresi a rubare la sua macchina - gli sparano. "Tre colpi, di cui due andati a segno: fegato, polmoni e colonna vertebrale - ricorda - Passo 45 giorni tra la vita e la morte. Poi, al risveglio, la diagnosi: paraplegia degli arti inferiori". Seguono mesi di riabilitazione, con la tentazione di scivolare nel buio. Ad aiutarlo sono i genitori. "Mia madre, insegnante, inventa stimoli sempre nuovi; mio padre, ingegnere, ridisegna completamente la nostra casa, aiutandomi a scoprire che l'handicap sta tutto nella nostra incapacità di pensare una vita accessibile a tutti".
Ma è Andrea che, al rientro in Italia, deve ritrovare la rotta e accettare la sfida di una vita tutta di bolina. Passione, coraggio, ironia e un pizzico di follia: grazie a questi ingredienti, nonostante la carrozzina, continua a sognare di poter navigare di nuovo, come prima dell'incidente. "Mare e barca a vela sono sempre stati le mie passioni: non riuscivo a pensare a una vita senza".
Gli serve però un'imbarcazione accessibile alle sedie a rotelle. Non esiste? Pazienza. Andrea la disegna assieme al padre. Un cantiere la realizza. Nasce così Lo spirito di Stella, un catamarano "pensato perché sia comodo per tutti, abili e disabili". E attorno ad esso l'omonima onlus, che realizza progetti volti alla sensibilizzazione per l'abbattimento fisico e culturale delle barriere architettoniche.
Nel 2004, Andrea torna a Fort Lauderdale, "dove la mia vita era cambiata per sempre". Deve riannodare i fili, ricominciare da quell'appuntamento mancato, misurare la distanza tra il ragazzo di allora e l'uomo di oggi. E lo fa partendo da Genova, a bordo del suo catamarano: "Back To Usa 2004 - racconta sorridendo - fu la mia prima traversata atlantica on wheels ".
Da quel momento, l'andatura di crociera aumenta, il progetto sociale prende forma e più di cinquemila persone veleggiano

con lui per capire che l'handicap non esiste. "La barca è un po' come la vita, solo che a bordo le dinamiche sono più accelerate, servono regole e capacità di condividere". Un folle? Più semplicemente un uomo che non ha paura dei propri sogni.

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