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"I have a dream", il sogno è necessario per andare avanti


Obama: "Liberi grazie a Martin Luther King"

 

Il 28 agosto del 1963 al Lincoln Memorial di Washington arrivarono oltre 250 mila persone, marciarono "per il lavoro e la libertà". Con il suo discorso il reverendo chiese di realizzare l'impossibile, e di renderlo reale. Fu pronunciato alle 15, la stessa ora (le 21 in Italia) in cui ha parlato Obama: "Non sono morti invano"

di KATIA RICCARDI

"Let freedom ring". Alla stessa ora del discorso, le 15 ora locale (21 in Italia – 28 agosto 2013), le campane delle chiese e dei monumenti di tutto il mondo hanno risuonato in contemporanea. Non solo a Washington, ma in tutti gli Usa, fino all'Alaska, dove i partecipanti hanno fatto suonare anche i campanacci delle mucche. Così come in altre parti del mondo. "Let freedom ring": a Trafalgar Square a Londra, ma anche in Giappone, Svizzera, Nepal e Liberia. Il sindaco di Londra Boris Johnson ha affermato a proposito che il discorso di King continua a ispirare le persone. 

"I have a dream". Si racconta che il discorso, tra i più famosi della storia americana, King lo preparò poche ore prima di salire sul palco. Un messaggio di speranza e lotta per un mondo migliore e privo di diseguaglianze. Meno di cinque anni dopo il reverendo fu ucciso fuori la stanza di un motel di Memphis. In un grigio aprile del Tennessee. 
 

Diciassette minuti di discorso. Di cui solo i primi sette paragrafi erano preparati. Martin Luther King lo buttò giù appena arrivato al Willard Hotel di Washington la notte prima della marcia. Chiamò i suoi assistenti nella lobby e loro cominciarono a dare consigli. Uno voleva che parlasse del lavoro, un'altro della discriminazione. Alla fine, dopo averli ascoltati King disse: "Grazie fratelli, capisco. Apprezzo i suggerimenti. Ora andate e lasciate che mi consigli con il Signore". Poi salì nella sua stanza. Cercava il ritmo. Come in un gospel. Finì di scrivere alle 4 di mattina. Poi consegnò i fogli perché fossero dattiloscritti e consegnati alla stampa.

Secondo quanto racconta Clarence Benjamin Jones, consigliere e amico intimo del reverendo: "Avevamo selezionato insieme i temi e lui aveva steso il testo. Poi a un certo punto Mahalia Jackson, la grande cantante gospel che aveva aperto la manifestazione, ha iniziato a urlare: 'Parla del sogno, Martin! Parla del sogno!'. Ero a pochi metri di distanza e ricordo benissimo che King ha accantonato i fogli e ha preso a parlare a braccio. La parte che è entrata nella storia era in realtà improvvisata, ed è anche questa la sua forza. Con un discorso spontaneo ha espresso un concetto che si può riassumere in tre parole: All, Here, Now. Vogliamo tutto, qui e ora. Non possiamo tralasciare il valore che la spontaneità e l'improvvisazione hanno avuto quel giorno". La tesi di Jones è confermata. George Raveling, un ex giocatore di basket che si trovava sul palco, conserva ancora i fogli originali.

Il sogno. Cinquant'anni fa non c'era mai stata una tale folla in corteo a Washington. La "marcia per il lavoro e la libertà" chiedeva la fine della segregazione razziale nelle scuole, una legge sul tema dei diritti civili, la protezione dalle brutalità della polizia per gli attivisti, uno stipendio minimo di 2 dollari all'ora per tutti i lavoratori. E un organo di auto-governo per Washington D.C., a quel tempo governata da un comitato. Quel discorso, quelle parole chiedevano tanto, chiedevano un sogno. Chiedevano che l'impossibile diventasse reale.

 

"Così è cambiata la nostra America"

di BARACK OBAMA

Cinquant'anni fa gli americani vennero in questo venerabile luogo per ribadire una promessa: tutti gli uomini sono stati creati uguali, sono stati dotati dal loro creatore di alcuni diritti inalienabili, tra i quali ci sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità.

E poi, in una afosa giornata estiva, si ritrovarono qui, nella capitale della nostra nazione, all'ombra del grande emancipatore, per testimoniare l'ingiustizia, per chiedere al loro governo di raddrizzare e di svegliare la coscienza da tempo dormiente dell'America.

Giustamente ricordiamo l'entusiasmante oratoria di King di quel giorno, il modo col quale egli diede una voce potente alle tacite speranze di milioni di persone, il modo col quale offrì un cammino di salvezza per oppressi e oppressori nello stesso modo. Le sue parole sono entrate nella storia, con forza e lungimiranza che non hanno uguali nella nostra epoca. Ma faremmo bene a ricordare che quel giorno appartenne anche alla gente comune i cui nomi non sono mai comparsi nei testi di storia e non sono mai stati pronunciati in televisione. 

Molti avevano frequentato scuole loro riservate per motivi di razza, si erano seduti a mangiare in locali a loro riservati per motivi di razza e avevano vissuto in cittadine nelle quali non era loro consentito votare. C'erano coppie di innamorati che non potevano sposarsi, soldati che all'estero si erano battuti per libertà a loro negate in patria. Avevano tutti i motivi per darsi alla violenza o rassegnarsi a un amaro destino. Invece scelsero una strada diversa. Di fronte all'odio, pregarono per i loro aguzzini. Di fronte alla violenza, si alzarono in piedi e si sedettero con la forza morale della non violenza. Quello era lo spirito che li aveva condotti qui quel giorno. E dato che continuarono a marciare, l'America cambiò. Poiché marciarono, fu approvata la legge sui diritti civili. Poiché marciarono, fu firmata la legge per il diritto di voto. Poiché marciarono, l'America divenne più libera e più giusta. L'America cambiò, per voi e per me.

Ma noi disonoreremmo quegli eroi suggerendo che l'opera di questa nazione è in qualche modo completa. L'arco dell'universo morale potrà piegare verso la giustizia, ma non si piega da solo. Per garantire ciò che questo paese ha raggiunto è indispensabile esercitare una vigilanza costante, non la compiacenza.

Per certi aspetti, tuttavia, aver garantito i diritti civili può aver offuscato un secondo obiettivo di quella marcia. Quegli uomini e quelle donne volevano posti di lavoro, ma anche giustizia. Volevano non soltanto che l'oppressione finisse, ma anche avere opportunità economiche. 

Sì, ci sono esempi di successo nell'America di colore, esempi che sarebbero stati inconcepibili mezzo secolo fa. Ma il divario di ricchezza tra le razze non è diminuito, ma si è allargato. Se fossimo onesti con noi stessi ammetteremmo che negli ultimi 50 anni ci sono state volte in cui alcuni di noi, affermando di voler indurre un cambiamento, hanno perduto la strada. 

Le legittime rimostranze contro la brutalità della polizia si trasformarono in scuse per giustificare il comportamento criminale. E quello che un tempo era stato un invito alle pari opportunità, troppo spesso fu dipinta come un mero desiderio di ricevere aiuto del governo, come se la povertà fosse una scusa per non educare i nostri figli. Per tutto ciò i progressi si sono fermati. Ed ecco che la speranza è stata deviata. Ecco in che modo il nostro paese è rimasto diviso. 

Ma la buona notizia è che, proprio come era vero nel 1963, adesso possiamo scegliere. Possiamo continuare lungo la strada che percorriamo al momento, lungo la quale gli ingranaggi di questa grande democrazia si bloccano e i nostri figli accettano una vita con aspettative inferiori, nella quale la politica è una partita nella quale non c'è nessun vincitore, nella quale pochi prosperano mentre famiglie di ogni razza stentano a tirare avanti e a dividersi una torta economica sempre più piccola. Questa è una strada. Altrimenti possiamo avere il coraggio di cambiare. 

La marcia su Washington ci insegna che non siamo intrappolati dagli errori della storia, ma siamo padroni del nostro destino. Ma ci insegna anche che la promessa di questa nazione sarà mantenuta soltanto se collaboreremo. Dobbiamo riattizzare le ceneri dell'empatia e dell'amore per il prossimo, quella coalizione delle coscienze che trovò espressione proprio qui, in questo posto, 50 anni fa. 

E io credo che quello spirito sia ancora qui. Che quella forza sia dentro ciascuno di noi. America, io so che la strada sarà lunga, ma so che possiamo percorrerla e arrivare in fondo. Sì, inciamperemo, ma so che ci rialzeremo. È così che nasce un movimento. È così che la storia prende un verso preciso. È così che quando uno è debole di cuore, qualcun altro lo porta e lo sostiene dicendogli: "Forza, stiamo marciando". 

E c'è un motivo per il quale così tanti di coloro che marciarono allora e nei giorni a venire erano giovani. Osarono sognare e immaginare qualcosa di meglio. E io sono convinto che quella immaginazione esiste anche in questa generazione. 
(Traduzione di Anna Bissanti)

"I have a dream", il discorso integrale

Sono passati 50 anni da quando Martin Luther King, il più celebre leader delle battaglie per i diritti civili dei neri negli Stati Uniti, fece il famoso discorso al termine di una grandissima marcia di protesta a Washington, il 28 agosto 1963

di MARTIN LUTHER KING

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.

Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.

Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.

Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.

Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.

Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.

Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.

Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.

Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.

Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.

Ma non soltanto.

Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.

Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".

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