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Carlo Petrini - La repubblica
All'orizzonte delle nostre campagne si preannuncia un nuovo feudalesimo.
Lo chiamano proprio così i giovani agricoltori che con sconcerto stanno constatando come la nuova Politica agricola comunitaria (Pac) possa, ancora una volta, trasformarsi in uno straordinario strumento di disuguaglianza e speculazione, invece di essere ciò che i padri fondatori dell'Europa vollero che fosse: un mezzo per limitare la distanza tra le opportunità di chi vive e lavora in città e di chi fatica sulla Terra Madre per produrre il cibo.
Il programma di aiuti europei che sono destinati al settore primario è appena stato varato e varrà dal 2014 al 2020. Ne abbiamo già parlato altre volte, sforzandoci di avere una visione più equilibrata di chi, da un lato voleva che la Pac rimanesse uguale a ciò che era stata in passato, quando aveva prodotto eccedenze e distorsioni importanti del mercato, e chi sosteneva che dovesse essere abolita, per dare sfogo al libero mercato, considerato la panacea di tutti i mali.
L'agricoltura europea è la più controllata del mondo, retta da istituzioni che finora si sono mosse con prudenza (e anche lentezza); è custode del 90% della superficie del vecchio vontinente, con un patrimonio di cultura e tradizioni unico per varietà e ricchezza. Aiutare i nostri contadini a rimanere tali, e i giovani che lo desiderano a ritornare alla terra, è un obiettivo meritorio e diventa un uso intelligente delle risorse (ingenti: oltre un terzo del bilancio europeo) che l'Unione europea mette a disposizione del settore: zone rurali curate e popolose sono, a tacer d'altro, la migliore garanzia contro i disastri idrogeologici. Ma queste risorse devono andare a chi davvero coltiva la terra e alleva professionalmente: non a speculatori che vivono a centinaia di chilometri dalla terra che conducono solo sulla carta o si danno un pedigree zootecnico liberando qualche decina di asini su latifondi. Una Pac che finanzia questi fenomeni replica gli errori del passato, rinverdisce il mito della Regina d'Inghilterra, un tempo prima beneficiaria della Pac ma non certo contadina, e ripropone logiche che ci paiono degne del Gattopardo, non del XXI secolo!
al mercato, ma solo ai fini di ottenere il contributo pubblico. Era certamente una distorsione inaccettabile: la terra coltivata per produrre cibo che nessuno avrebbe consumato, di cattiva qualità, destinato magari a essere esportato sotto costo nel terzo mondo (producendo altri gravissimi guasti). Una vergogna cui si è posto rimedio separando l'aiuto agli agricoltori da quanto essi producessero: in gergo, si chiama disaccoppiamento. Tuttavia, poiché il vecchio sistema era una cuccia comoda e aveva fondato delle economie in cui prosperavano non solo certi agricoltori di grossa taglia, ma anche consulenti e organizzazioni, il disaccoppiamento non è stato totale: si è preso un certo anno di riferimento della produzione aziendale e si è stabilito di collegare a quelle quantità e varietà prodotte un titolo (come le azioni di una società, per capirci, che maturano delle cedole) su cui basare per il futuro l'erogazione del connati tributo. Insomma, si è detto: d'ora in avanti non guarderemo più quanto hai prodotto per decidere quanto pagarti, ma ci baseremo sull'anno X. Un metodo discutibile, a cui si aggiunge un ulteriore dettaglio: questi titoli, proprio come le azioni, si possono comprare e vendere. Inoltre i titoli danno diritto a contributi diversi, a seconda del tipo di coltura censito nell'anno X.
Un esempio vi chiarirà il tutto. Un imprenditore agricolo lombardo acquista titoli Pac relativi alla produzione del tabacco in Toscana (che valgono un contributo molto alto per ettaro) per 100 ettari. Dopodiché affitta i terreni di un Comune montano in provincia di Cuneo, che da secoli servono per portarci al pascolo gli animali nei tre mesi estivi in cui c'è l'erba invece della neve. Così, l'imprenditore riceverà il contributo dell'Unione europea come se su quei pascoli coltivasse il tabacco (ma non importa che non lo faccia: l'aiuto è disaccoppiato...). Ovvio che non sarà un problema pagare un profumatissmo canone di affitto al Comune proprietario dei pascoli, che prima, dagli allevatori che davvero li usavano per il loro scopo naturale, incassava molto meno, e di soprammercato potrà subaffittare i pascoli all'allevatore rimasto senza erba, che sarà ben lieto di portare le proprie bestie a pascolare nei luoghi di sempre. Così ecco all'opera il nuovo feudalesimo: l'Unione europea fornisce le risorse che rendono arbitro della vicenda un soggetto che si accaparra la terra, senza che sia un vero agricoltore, asservendogli, pur di continuare a lavorare e sopravvivere, coloro che sono davvero contadini e dovrebbero essere davvero sostenuti da Bruxelles.
È questo che vogliamo? È questa concorrenza sleale e inaccettabile tra agricoltori e allevatori veri, che conducono davvero la terra, e questi imprenditori delle carte e delle domande Pac, arricchiti con i soldi di tutti i cittadini europei?
Lo chiedo in modo ultimativo ai nostri politici, al ministro Martina, che è competente e quindi perfettamente capace di capire quanto scrivo; lo chiedo a tutti i parlamentari e i consiglieri regionali che si riempiono la bocca della rappresentanza dell'agricoltura, in ogni occasione pubblica; lo chiedo ai sindaci, che in queste settimane chiudono i bandi (che i Comuni approvano) per i pascoli: chiarite se state con l'agricoltura vera oppure con l'agricoltura degli squali speculatori. E se dite di stare con la prima, fate qualcosa di chiaro. Subito.
Perché scendiamo in campo per un'agricoltura più equa
~~CARO direttore, le scrivo per ringraziare Carlo Petrini per aver portato all'attenzione di tutti un tema decisivo ma poco conosciuto come la Politica agricola comune. Petrini ci chiede da che parte stiamo: non ho dubbi, la risposta è che stiamo lavorando per sostenere un modello agricolo che valorizzi al massimo chi fa realmente agricoltura. Non con promesse, ma con scelte precise. Innanzitutto non daremo più contributi europei della Pac a banche, assicurazioni e società finanziarie, solo perché possiedono terreni.
Perché lo facciamo? Per una più equa distribuzione delle risorse, consapevoli di quanto l'agricoltura sia irrinunciabile non solo per la nostra alimentazione, ma per la sostenibilità ambientale e territoriale, la biodi- versità, la sicurezza degli alimenti stessi. Il nostro settore primario è il motore di un sistema agroalimentare che vale il 17% del Pil, lo dobbiamo sostenere e promuovere.
La nuova Pac deve essere diversa dal passato, anche se la riforma non è quella che avremmo voluto. Vogliamo superare le distorsioni delle vecchie scelte fatte in Europa, per avere maggiore equità, senza perdere di vista l'obiettivo di sostenere il reddito di chi fa veramente agricoltura. È ora di cambiare passo. Usiamo la convergenza interna per superare le sperequazioni. Applicheremo una decurtazione dei pagamenti diretti per la parte d'importo eccedente i 150 mila euro rispetto al pagamento base. Siamo pronti a intervenire anche a favore delle zone svantaggiate e di quelle di montagna, dove l'agricoltura è davvero un bene pubblico. Per contrastare fenomeni speculativi pensiamo all'introduzione di limiti chilometrici tra le sedi delle aziende e i terreni interessati dai contributi, salvaguardando però le pratiche agricole tradizionali come la transumanza. Le aziende saranno chiamate a contribuire ancora di più alla salvaguardia dell'ambiente, con le misure sul greening alle quali è vincolato il 30% dei pagamenti diretti. Un ultimo punto mi sta particolarmente a cuore: le azioni da mettere in campo per i giovani che da questa riforma devono poter ottenere molto di più di quanto è accaduto in passato.
Appena il 3,4% degli agricoltori italiani ha oggi meno di 40 anni. Dobbiamo invertire la tendenza e farlo subito. Con la nuova programmazione le aziende condotte da under 40 avranno per i primi 5 anni di attività una maggiorazione del 25% dell'importo dei pagamenti diretti. Abbiamo bisogno di nuove forze, di un ricambio generazionale che non si può più rimandare. Faremo di questo un tema centrale anche del semestre italiano di presidenza dell'Unione europea. Ci sono tanti giovani in Italia che scelgono oggi percorsi formativi legati al mondo agricolo e alimentare. È un buon segnale. È nostro dovere far sì che possano trovare lavoro, aprire un'impresa qui in Italia. Anche per questo motivo a breve vareremo uno storico provvedimento che libererà ettari di suolo pubblico per l'attività agricola, in particolare quella giovanile. Vogliamo che i ragazzi abbiano i piedi nella terra e la testa nel mondo. Abbiamo dedicato ai giovani molte delle azioni di "Campolibero", il decreto che presto porteremo in Consiglio dei Ministri, per il rilancio del settore. Ci saranno mutui a tasso zero per gli under 40 che acquisteranno un terreno, incentivi per chi lo affitterà e per quelle aziende che punteranno sul lavoro giovanile. L'agricoltura che abbiamo in mente è sostenibile, giovane, di qualità e soprattutto libera da burocrazia inutile. Su questo stiamo lavorando con tutte le forze, perché da questo mestiere dipenderà non solo il futuro dell'agricoltura, ma un pezzo assai rilevante del futuro modello di sviluppo del nostro Paese. Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali
Il modello della nuova Pac deve essere diverso dal passato Anche se la riforma europea non è quella che avremmo voluto "
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