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Una riflessione sul finanziamento privato ai partiti

 

I partiti al libero mercato delle scelte individuali

Articolo di Nadia Urbinati - LaRepubblica

”Ha detto Matteo Renzi al festival del volontariato di Lucca che “tutti i partiti politici e tutti i sindacati che accedono ai contributi pubblici devono avere gli stessi standard di comunicazione dei dati”.

Ottima proposta. Ma sarebbe desiderabile che includesse anche il riferimento ai contributi privati: trattandosi di associazioni che contribuiscono alla vita delle istituzioni, nessun contributo dovrebbe restare non rivelato. La riforma della politica passa anche di qui. E l’inchiesta di Repubblica sui finanziamenti privati ai partiti politici dal 1992 ad oggi (pubblicata il 2 aprile) ne è una prova ulteriore. L’intensità e la recidività del malaffare ha prodotto un’opinione ostile al finanziamento pubblico, nella convinzione che lasciare ai privati il mercato dell’opinione politica sia meno esoso. L’inchiesta di Repubblica mostra come i soldi seguano le fortune elettorali dei partiti facendo sorgere il sospetto che leader e governi non siano indifferenti ai desideri dei donatori, i quali ovviamente non danno soldi solo per scopi assistenziali. È ovvio che la politica nelle democrazie abbia bisogno di soldi perché inclusiva di tutti, anche di chi soldi non ne ha. Ha per questo bisogno di regole che ci tutelino dagli effetti che la necessità del denaro può produrre: la corruzione. Benché le leggi non riescano a cambiare la natura umana, possono essere dispositivi di deterrenza capaci di neutralizzare i piani di corruzione. Sono due le forme di corruzione delle quali preoccuparsi: l’uso improprio di risorse pubbliche e la violazione dell’eguaglianza politica di cittadinanza, ovvero l’uso di risorse private per favorire o impedire decisioni pubbliche.

La prima è quella che sta a cuore a chi si oppone in Italia al finanziamento pubblico dei partiti e che ha ispirato la legge approvata nel febbraio scorso per la quale i cittadini stessi scelgono di destinare il 2% dell’Irpef ai partiti di loro gradimento. L’idea guida è che privatizzando la scelta alla sorgente si possa controllare meglio l’operato dei partiti. Se non che, affidare l’esistenza dei partiti alla volontà dei privati (oltretutto non di tutti egualmente, ma solo di coloro che pagano l’Irpef) può facilmente legare il potere dell’influenza politica alla diseguaglianza delle possibilità economiche dei singoli cittadini, generando una corruzione ancora più radicale. Per scongiurare questo scenario, le legislazioni dei paesi europei si sono dotate di misure di controllo. La Germania, che contrariamente all’Italia tratta i partiti come organi di diritto pubblico, prevede l’intervento del legislatore per controllare sia l’aspetto economico sia l’ordinamento interno così da renderlo “conforme ai principi fondamentali della democrazia”. Ciò ha consentito, come sappiamo, di escludere i comunisti e i nazisti dalla vita parlamentare, ma ha anche permesso di controllare il finanziamento. In conformità ai principi democratici, la Germania ha statuito un contributo pubblico ai partiti proporzionale ai voti ricevuti e in rapporto ai voti validi, e stabilito un tetto minimo di voti necessari per accedere ai finanziamenti. La Commissione Bozzi (1983-1985) si era ispirata a questo modello quando aveva proposto un’aggiunta all’articolo 49 della Costituzione che si riferiva esplicitamente al finanziamento pubblico. La proposta non ebbe esito. Legare il destino dei partiti al mercato delle scelte individuali non pare essere una strategia saggia. L’esempio degli Stati Uniti dovrebbe farci riflettere.

I partiti americani sono associazioni libere, finanziati solo con i soldi privati e il sistema politico americano (incardinato sulle primarie) rende le campagne elettorali un pozzo di San Patrizio e la politica un affare nel “libero mercato delle idee”, dove il denaro è un’indicazione di libertà di parola, secondo una nota interpretazione del primo emendamento alla costituzione. Il finanziamento privato è una spina nel fianco della democrazia americana, un passaporto all’ingiustizia politica oltre che a spese sconsiderate e infine per nulla al riparo dalla corruzione, che è anzi resa lecita. La nostra nuova legislazione che ridefinisce il finanziamento pubblico come sostegno privato volontario da parte dei contribuenti si iscrive in una visione del partito politico come associazione privata o extra-statale e con un rapporto conflittuale rispetto allo stato democratico. Il paradosso è questo: sappiamo che il sistema rappresentativo necessita di partiti, eppure ci rifiutiamo di accettare che il partito sia un’associazione in parte pubblica. L’Italia, convinta di seguire il modello tedesco nella riforma del Senato, si ispira al modello americano nel modo di intendere i partiti. Il sistema tedesco, molto meno corrotto del nostro e di quello statunitense, riposa su partiti che sono concepiti e regolati come protagonisti della “partecipazione libera e duratura” alla vita dello Stato, non lasciati alla forza degli interessi privati e al potere diseguale di chi ha più voce nel mercato

 

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