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Dibattito intorno al Pil - E' ora del misuratore di benessere

La felicità, il benessere e il PIL Il 20 marzo 2013, è stata celebrata la prima giornata mondiale della felicità, definita e decisa dall' ONU.

Nello stesso mese è stato presentato il " Rapporto BES 2013, benessere equo sostenibile ". Si è, in qualche modo, avviata un'importante discussione, su come misurare, in modo più adeguato ai reali valori di un paese e al suo stato di salute.

Questo serve per mettere in discussione e sotto accusa il ruolo e la funzione del PIL (Prodotti Interno Lordo). Su di esso si misura, da tempo e in modo artificiale e inadeguato, la situazione di un paese, e con essa, sia condiziona il presente e il futuro di milioni di persone. Il primo a metterlo in discussione è stato Roberto Kennedy (nel mese di marzo 1968), allora ministro della Giustizia e successivamente in corsa alla Presidenza degli USA. Allora disse, per primo, che il PIL era uno strumento inidoneo/iniquo a descrivere il valore di una nazione. Per questo non si poteva decidere sui destini delle persone solo sui dati economici. Il tema dopo molti anni è riapparso nella discussione europea.

Ha cominciato il Presidente francese Sarkozy, che nel 2008, insedia una commissione di studio presieduta dal premio nobel per l'economista Joseph Styiglitz. Però per l'importanza e la globalizzazione delle economie, questo è un tema che andava affrontato in una dimensione mondiale. Oggi questa è diventata un'esigenza prioritaria per evitare un ulteriore decollo e tracollo delle economie sotto scacco e ricatto dalle agenzie di rating. Per questo l'Unione Europea lo ripropone, a livello di continente nel 2009, con il documento: "GDP and Beyond". Questa decisione è , in qualche modo, sollecitata dall' OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico). In Italia lo si affida e affronta con un gruppo di lavoro congiunto tra ISTAT e CNEL, che producono proprio il primo Rapporto, presentato nel mese di marzo 2013. Nella discussione, attorno e nel contenuto, della revisione del PIL, si inserisce un elemento nuovo di alto contenuto sociale valore: il concetto di felicità. Tema questo, al quale l'ONU, dedica una giornata mondiale ( il 20 marzo di ogni anno) ci sarà la giornata della felicità.

La prima è stata il 20 marzo 2013. Il segretario dell'ONU, Ban Ki-moon, ha dichiarato che la giornata mondiale della felicità è "un'occasione per riflettere sul bisogno di un nuovo paradigma economico, capace di riconoscere l'interdipendenza delle tre dimensioni dello sviluppo sostenibile: quali benessere sociale, economico ed ambientale.

Riconoscere il benessere e la felicità quali aspirazioni universali delle persona umana sono obiettivi fondamentali delle politiche pubbliche di sviluppo, dei paesi.

Di "felicità" però si parla anche nella nuova "teoria della descrescita", il cui fondatore ed ispiratore, Sergio Latousche, teorizza uno sviluppo più frugale e essenziale ai bisogni reali delle persone. Significativo il titolo del suo ultimo libro: "per un'abbondanza frugale", dove tra le altre cose sostiene: " per avere abbondanza occorre riscoprire la frugalità. Ovvero va adottato un modo di vivere che dia meno importanza al consumo di merci, dedicando tempo ed energie alla convivialità,alla cultura, a forme economiche diverse quali l'economia solidale e la circolazione di beni sotto forma di doni o scambi. In questo modo di accorgeremo che saremmo ricchi".

Questa teoria è contestata, ad esempio dal prof. Stefano Zamagni, economista e studioso del non profit e già Presidente dell'Agenzia Nazionale del non profit (oggi abolita) che in un suo documento dal titolo:" La descrescita non una soluzione", sostiene infatti che " come antidoto al modello consumistico illimitato la soluzione non è la descrescita, ma l'economia civile perché solo questa è finalizzata al bene comune ... quindi occorre pensare ed operare per modificare l' idea attuale di crescita illimitata, con una capace di accettare i limiti delle risorse ambientali, energetiche e lavorare per eliminare le diseguaglianze sociali". Sulla diseguaglianze sociali, e la loro nefasta incidenza, sugli sviluppi economici e sociali dei paesi e quindi delle persone, si intrattiene da tempo anche il prof. Joseph Stiglitz, premio nobel titolo del libro: Il prezzo della diseguaglianza". Crisi e dintorni –

Alla ricerca del Pil perduto di Salvatore Cannavò

Più informazioni su: Austerity, Crisi Economica, Debito Pubblico, DEF, Enrico Giovannini, Export, Governo Renzi, Istat, OCSE, Pil, Recessione.

La mossa del governo di rinviare la pubblicazione del Documento di economia e finanza, in attesa dei dati sul Pil da parte dell’Istat, dà la misura della disperazione in cui versano le economie europee. La recessione avanza senza ostacoli, le politiche di austerità hanno finora solo aggravato la situazione, la mole del debito pubblico aumenta, non solo in Italia, in maniera incontrollabile. E tutto questo dovrebbe essere arginato da un po’ di consumi in droga e prostituzione capaci di incrementare il Prodotto interno lordo dell’1 o magari del 2%? Poca roba.

Un dibattito così impostato, e basato su una corsa sgraziata a cercare coperture finanziarie in ogni anfratto della spesa pubblica – una volta le pensioni, un’altra gli statali e così via – non riuscirà mai ad affrontare la vera malattia che ormai pervade soprattutto Usa e Unione europea: la stagnazione economica endemica.

In realtà, nessun paese tornerà a prima della crisi, e in particolare l’Italia. Il mondo nel 2060 La funerea previsione non deriva da circoli pessimisti votati al complotto internazionale, ma dalle stime di tutte le organizzazioni internazionali. La più autorevole è forse quella dell’Ocse del luglio scorso: Le grandi sfide dei prossimi 50 anni, redatta dal Dipartimento degli Affari economici, n. 24. Lo studio non ammette illusioni: “La crescita mondiale – si legge nell’introduzione – marcherà il passo passando dal 3,6% tra il 2010 e il 2020 al 2,4% tra il 2050 e il 2060”. Ci aspettano decenni di stagnazione, quindi, se non di vera recessione, trattandosi di una stima media a livello mondiale. Il rallentamento sarà provocato “dall’invecchiamento della popolazione” ma anche da un fatto nuovo: “La decelerazione progressiva delle economie emergenti”. Cina, India, Brasile, Paesi arabi, insomma, non traineranno più l’economia mondiale come hanno fatto nell’ultimo quinquennio – in particolare dopo il crac finanziario del 2008 – anche se “il centro di gravità dell’economia mondiale continuerà a spostarsi verso i paesi attualmente non membri dell’Ocse”.

A condizionare pesantemente il Pil mondiale, inoltre, ci saranno i fattori climatici: “Il cambiamento climatico – si legge ancora nel rapporto Ocse – amputerà il Pil mondiale dell’1,5% in media e del 5% nel sud-est asiatico”. Lo scarto tra occidente e paesi emergenti appare ancora più chiaro se si scompone la dinamica del Pil: nella crescita al 3,6% del decennio 2001-2010, e che sarà replicata nel decennio fino al 2020, la quota dei paesi Ocse ammonta all’1,1-1,2% mentre il 2,5% riguarda il resto del mondo.

Nel decennio 2050-2060, i paesi Ocse scenderanno allo 0,5%, mentre il resto del mondo cumulerà quasi il 2%. Lo si può chiamare declino, recessione, riaggiustamento o come si vuole, ma è il segno di un andamento dell’economia mondiale in cui i tassi di crescita del passato non esistono più. Non solo quelli straordinari degli anni 60 in cui si raggiungevano picchi dell’8% (l’Italia del 1960) ma nemmeno quelli degli anni 70 e 80 in cui crescere del 3-4% era un’ipotesi credibile. Con queste previsioni, invece, si moltiplicheranno le aree di crisi, i disfunzionamenti strutturali, in particolare quelli tra l’andamento della finanza e quello dell’economia reale.

Nel recente rapporto della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), non a caso si sottolinea, come problema economico maggiore, “lo scollamento tra il dinamismo dei mercati e l’evoluzione soggiacente dell’economia”. In una situazione di stagnazione produttiva, infatti, i capitali sviluppano tutta la creatività finanziaria possibile per cercare di mantenere tassi di profitto accettabili con le storture che il mondo ha già visto e conosciuto. Il Prodotto della depressione

L’economia mondiale, e quella italiana in particolare, deve ritrovare una bussola per emergere da questo quadro di sfacelo, ma il dibattito politico non sembra accorgersene e si muove su una tempistica basata sulla ricerca momentanea del consenso. E invece è ancora la Bri a spiegare che “se le misure non si iscrivono in una prospettiva di lungo termine rischiano, cercando di risolvere un problema immediato, di crearne uno ben più grave”. In questo senso, la domanda se le piccole alterazioni nel metodo di calcolo del Pil siano sufficienti e utili per uscire dalla palude sono lecite. E le risposte sono piuttosto scontate. Non bastano. Il Pil, convenzionalmente, misura il valore complessivo dei beni e servizi finali prodotti all’interno di un dato Paese o area geografica in un determinato arco di tempo, in genere un anno.

La sua introduzione deve molto agli studi di Simon Kuznets e risale alla Grande depressione statunitense quando, secondo l’economista che nel 1971 riceverà il premio Nobel, l’economia non si conosceva abbastanza e non aveva la percezione della propria crescita. Il Pil, infatti, misura la ricchezza prodotta in quel dato periodo, da non confondere con la ricchezza complessiva del Paese che, invece, è l’accumulo di ricchezze prodotte successivamente (in Italia la ricchezza complessiva delle famiglie a fine 2013 era circa 8 volte il reddito disponibile, dati Banca d’Italia).

Esistono tre diverse metodologie per calcolare il Pil. Il Metodo della spesa calcola la somma dei Consumi (spesa delle famiglie in beni durevoli, beni di consumo e servizi), degli Investimenti (spesa delle imprese e delle famiglie in immobili) della Spesa Pubblica e delle Esportazioni nette (differenza fra esportazioni e importazioni).

Il Metodo del Valore Aggiunto somma invece i valori dei Beni e dei Servizi prodotti dalle imprese. Per eliminare le possibili duplicazioni, ad ogni stadio della produzione viene contabilizzato, come parte del Pil, solo il valore aggiunto al bene in questione in quello specifico stato della produzione. Il valore aggiunto può essere quindi definito come la differenza tra il ricavo ottenuto dalla vendita e la somma pagata per l’acquisto delle materie prime e dei semilavorati utilizzati nel processo produttivo.

Il Metodo dei Redditi, infine, si ottiene dalla somma delle Retribuzioni e dei Redditi da Capitale. I tre metodi producono tutti lo stesso risultato. Come si può verificare, tutti e tre i metodi si basano su una valutazione fotografica e quantitativa dell’economia che, ad esempio, non tiene in conto fattori oggi rilevanti come lo stato dell’ecologia, il benessere sociale. Anche per questo motivo tra gli economisti è nato il dibattito sulla sua efficacia. Storicamente,

il tema è stato posto con forza da un celebre discorso di Bob Kennedy che puntava l’indice contro un Pil che “misura tutto eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”. Da quell’intuizione è emersa una corrente che mira a sostituire il Pil con il Fil, l’indicatore di felicità come ha fatto il piccolo stato tibetano del Buthan che ha istituito il nuovo indice.

Si base su quattro indicatori chiave, sviluppo sociale sostenibile, sostenibilità ambientale, promozione culturale e buon governo e promette, se applicato su larga scala, una rivoluzione.

Ma il dibattito è ormai entrato dentro le sedi dell’economia “ufficiale” coinvolgendo i premi Nobel. A partire da James Tobin, lo stesso dell’omonima tassa, i cui studi compongono l’Isew, l’indice di un welfare economico sostenibile (che considera il degrado ambientale ma anche il deprezzamento del capitale ambientale). Nel 2008 si arriva alla formalizzazione che ha immediati risvolti politici. È Nicolas Sarkozy, allora presidente francese, a istituire una Commissione guidata dal Nobel Joseph Stiglitz e composta da 22 esperti tra cui altri 4 Nobel, il più noto è Amartya Sen. Nel loro documento conclusivo si fa notare come nel Pil vengano comprese le spese per riparare i danni ambientali con il risultato di un prodotto in crescita ma di un benessere sociale che certo non aumenta. Più importante ancora, l’annotazione secondo cui se si fossero considerati indicatori sulla sostenibilità finanziaria, la crisi del 2008 sarebbe stata capita in tempo e, forse, governata. In cerca di alternative Gli studiosi hanno così redatto 12 raccomandazioni che riguardano il benessere materiale e non materiale.

La prima raccomandazione è di porre attenzione al reddito e al consumo più che alla produzione oppure di misurare i servizi offerti dallo Stato non in base ai loro costi ma al loro impatto sul benessere dei singoli. Si raccomanda l’importanza del tempo libero, facendo notare che, se fosse incluso nell’indice di benessere, farebbe annullare il vantaggio degli Usa in termini di Pil pro-capite. Tale impostazione si scontra con l’idea base di Kutznets secondo cui l’indice di crescita non ha niente a che vedere con il benessere di un paese. I fautori di una revisione del Pil, però, rispondono che non si tratta di sovrapporre i due indici ma di costruirne uno che serva davvero a migliorare il benessere. Il cui andamento, troppo spesso, è del tutto scollegato all’aumento quantitativo misurato dal Prodotto interno lordo. Di quella commissione faceva parte anche l’ex ministro del Lavoro italiano, Enrico Giovannini, fautore, ai tempi della sua presidenza dell’Istat, di un’altra iniziativa: la formazione del Bes.

Nel dicembre 2010, infatti, Cnel e Istat danno il via a un’iniziativa che punta a misurare il “Benessere equo e sostenibile” (Bes), integrando indicatori economici, sociali e ambientali con misure di diseguaglianza e sostenibilità. Gli indicatori sono: salute, benessere economico, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, relazioni sociali, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ricerca e innovazione, qualità dei servizi, politica e istituzioni. Nella Lectio magistralis pronunciata a Lucca nel 2012, Giovannini dice: “Il Bes aspira a divenire una sorta di ‘Costituzione statistica’ perché la riflessione su come misurare il benessere e su quali ne sono le dimensioni è anche una riflessione su come la politica definisce i suoi. Da ultimo, la campagna Sbilanciamoci ha invece ideato il Quars, l’indice che misura la qualità dello sviluppo delle regioni italiane e punta a recepire in Italia le raccomandazioni della commissione Stiglitz.

Dal 20 settembre i paesi dell’Unione europea si doteranno del nuovo sistema di calcolo. Si tratta fondamentalmente di un cambiamento di tipo tecnico, nel senso che non muta il metodo di fondo prescelto, ma si amplia lo spettro delle voci e quindi la variabile quantitativa. Per quanto si vogliano però modificare i sistemi di calcolo, l’economia globale appare bloccata da ragioni più strutturali e di fondo. Si produce più di quanto è possibile collocare sui mercati, il peso della finanza è sempre più spropositato, la distribuzione delle ricchezze sempre più ineguale. Forse il dibattito dovrebbe ricominciare da zero. Quello che è sicuro è che non ci salverà il Pil. Il Fatto Quotidiano, 22 agosto La revisione della stima del PIL e la Politica Economica di Gianluigi Coppola Università di Salerno revisionato dal chi tiene il blog Dal prossimo settembre l’ISTAT, l’istituto nazionale di statistica, cambierà il metodo di stima del Prodotto Interno Lordo, al fine di adeguarsi al nuovo sistema europeo di conti (Sec 2010) così come definito dal regolamento Ue (549/2013).

Tra le novità di tale cambiamento rientra anche l’inclusione nel calcolo del PIL di tutte le attività che producono reddito indipendentemente dal loro stato giuridico. Saranno quindi computate anche le attività illegali, tra le quali rientrano i servizi della prostituzione e contrabbando (di sigarette e alcol) e il traffico di sostanze stupefacenti. Il 22 settembre l’ISTAT pubblicherà i dati sul PIL sulla base dei nuovi metodi di stima. Secondo stime Nomisma (Il Sole 24Ore del 22.08.2014) il PIL dovrebbe aumentare tra l’1 e il 2%. Ciò comporterebbe una riduzione del rapporto deficit/PIL dello 0,1%, e del rapporto debito/PIL tra il 2,6 e il 2.7%.

Intanto il Governo ha rinviato a ottobre l’aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (DEF) forse perché spera che la revisione verso l’alto delle stime del PIL e la conseguente riduzione dei rapporti deficit/PIL e debito/PIL potrebbero evitare una manovra correttiva che comporti ulteriori aumenti dell’imposizione fiscale e/o consistenti tagli alla spesa pubblica. E’ così che un più diffuso uso di droghe, un’importante attività di contrabbando oppure un ampio giro di prostituzionesi  trasformeranno (ndr) i in un beneficio per il governo grazie all’impatto che essi hanno sui conti pubblici e soprattutto su quei vincoli di politica economica (deficit/PIL, debito/PIL) che tanto stanno condizionando l’andamento della crisi economica e soprattutto le scelte del governi dei Paesi dell’Europa meridionale. È il classico caso in cui i vizi privati si traducono in pubbliche virtù come nella favola delle api di Bernard de Mandeville. In altri termini il perseguimento acritico del rispetto di parametri prefissati a livello comunitario quali il rapporto deficit/PIL o debito/PIL porterà (ndr) a distorsioni e paradossi. Uno di questi sarà (ndr) che il contrasto alle attività illegali e criminali da parte del Governo avvenga in base ad un calcolo opportunistico in cui gli effetti di breve periodo (rispetto dei parametri di Maastricht) prevalgono su quelli di lungo periodo, quali, ad esempio, il rispetto della legalità e recupero dei tossicodipendenti.

Lo Stato italiano ha già dato prova di compiere scelte di tale tipo. Si pensi ad esempio al settore del Gioco d’azzardo. Nel corso degli ultimi quindici anni si è assistito ad una progressiva legalizzazione e contemporanea liberalizzazione del settore che ha comportato l’esplosione del gioco d’azzardo in tutto il Paese e adesso aumentano le spese del servizio sanitario per recuperare gli ammalati del gioco (aumentando così il Pil - ndr) Deve essere chiaro a questo punto che il PIL “si allontana sempre più dalla misura del benessere” . Ne deriva che se il PIl non è un indicatore di benessere, la crescita del PIL, ovvero la crescita economica, non può essere considerata una misura dell’aumento del benessere sociale. In tal modo si vuole (ndr) aumentare le potenzialità del mercato, attraverso riforme che ne aumentino la capacita di produrre reddito e ricchezza, qualsiasi sia la fonte della ricchezza stessa e qualsiasi sia l’aumento della conflittualità sociale che esse comportano. In tal modo la stabilità sociale, viene affidata quasi esclusivamente al mercato, e alla sua crescita, Purtroppo siamo in un’economia di mercato e l’esperienza storica ci insegna che il mercato, anche se è un’importantissima istituzione creatrice di ricchezza, è esso stesso instabile. Non si può fare a meno della politica, e non si può E, ci preme aggiungere che con la politica non si può fare a meno neanche dell’etica. In sintesi, lo sviluppo economico non è un bene assoluto e la crescita economica non è un processo privo di costi. Esso è, secondo Schumpeter, frutto soprattutto di un processo di creazione distruttrice, e in alcune fasi può portare anche all’aumento delle diseguaglianze così come ben rappresentato dalla curva di Kuznets. Pensare di trovare la soluzione ai problemi sociali soltanto affidandosi alla crescita economica, evitando e/o limitando le scelte di politiche economiche, è un’utopia che si rivelerà (ndr) molto pericolosa. In questo contesto la revisione del PIL porterà (ndr) il Governo a compiere scelte distorte in cui i benefici contabili sono di gran lunga minori dei costi sociali.

A questo proposito è sufficiente ricordare il discorso di Robert Kennedy all’università del Kansas nel 1968, chiaro e preciso:

http://www.benessereinternolordo.net/joomla/index.php?temid=1&id=8&option=com_content&task=view (video)

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jpnes, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

Del resto, non è nemmeno plausibile contemplare l'idea di misurare la sostenibilità limitandoci esclusivamente a rivolgere domande in proposito alla gente, come talvolta si è propensi a fare per valutare il benessere di quel preciso momento. Simili domande riguardanti le prospettive individuali o globali sono rivolte di frequente, e le risposte sono evidentemente interessanti. Per esempio, secondo l'Eurobarometer Survey condotto nel 2006 per la Commissione europea, il 76% degli intervistati francesi dichiarò di prevedere una vita molto più difficile per i propri figli rispetto alla propria, contro soltanto un 8% che si espresse al contrario.

Tali messaggi sono interessanti in ragione del loro significativo contrasto con le proiezioni standard a lungo termine del Pil/procapite sull'estrapolazione dei trend di produttività del momento. Essi rafforzano la convinzione che misurare la sostenibilità è un problema reale, ma naturalmente non forniscono un misuratore della sostenibilità stessa. Si limitano semplicemente a valutare quantitativamente le sensazioni o le idee riguardanti la sostenibilità.

È chiaro che dobbiamo andare oltre: ciò che ci aspettiamo dalla statistica è che permetta di andare oltre tali percezioni soggettive o queste sensazioni legate al quotidiano. Tutto ciò equivale a dire che è categoricamente impossibile rispondere alla domanda nello stesso modo in cui si fa usualmente con le statistiche contabili o sociali. A servire davvero sono le proiezioni, e non soltanto quelle dei trend tecnologici o ambientali, ma anche le proiezioni di come esse interagiranno con le forze socio-economiche o perfino politiche.

Così prospettata, la sfida è immane. In pratica, le ambizioni rimarranno più contenute, per esempio fornendo soltanto cifre per segnalare un rischio di insostenibilità qualora i trend o i comportamenti del momento dovessero protrarsi. Ma anche questo va ben al di là del normale lavoro degli statistici e/o degli economisti, in quanto richiede un ambito di competenze ed esperienze più ampio di quello necessario per le consuete attività contabili. 

Analizzare le questioni normative Il coesistere di diverse valutazioni sulla sostenibilità può riflettere non soltanto diverse previsioni su quello che sarà il futuro, ma anche diverse opinioni in relazione a ciò che importerà davvero un domani per noi e per i nostri discendenti. Mettiamola così: in linea di principio, tutti dovrebbero concordare sull'idea che sostenibilità significa preservare il benessere futuro

. Ma la questione, a questo punto, diventa capire che tipo di benessere vogliamo esattamente sostenere. Alcuni potrebbero affermare che dovremmo soltanto garantire la continuità del Pil procapite. Altri potrebbero anche accettare di mantenere l'attenzione sul reddito monetario, ma vorrebbero che fosse data maggiore enfasi alla distribuzione inter-generazionale delle risorse, come il rapporto Brundtland ha fatto. Di conseguenza, costoro affermerebbero che dobbiamo cercare di sostenere il reddito monetario per i segmenti più poveri della popolazione e le implicazioni politiche di tutto ciò potrebbero essere assai diverse da quelle desumibili dal primo obiettivo.

Altri ancora, infine, potrebbero volere che si desse importanza molto maggiore alla tutela di questo o quell'altro fattore ambientale, quale la biodiversità o la qualità del paesaggio o altro ancora. Effettuare scelte in questo ambito ancora una volta esula dal normale lavoro o dalle normali responsabilità della statistica: sicuramente, gli addetti ai lavori possono aiutare a far luce sulle opzioni praticabili o aiutare a rendere l'indice correttamente operativo una volta presa la decisione in merito, ma in nessun modo possono presumere di definire fino in fondo e nello specifico gli obiettivi.

 Valutare riferimenti globali Abbiamo constatato che affrontare questa dimensione è di fatto una delle principali cause di divergenze tra i diversi approcci alla sostenibilità e spiega i risultati contraddittori di questi approcci diversi. Da un certo punto di vista, i Paesi maggiormente sviluppati sono i più sostenibili, perché possono destinare risorse consistenti e significative ad accumulare capitale, sia sotto forma materiale sia sotto forma di risorse umane. Non c'è invece di che sorprendersi scoprendo che molti Paesi meno sviluppati si trovano per ciò che concerne l'aspetto economico proiettati su traiettorie molto più fragili.

D'altro canto, sono i Paesi sviluppati che spesso contribuiscono all'insostenibilità ambientale globale, quanto meno nella sua dimensione climatica. Ciò che è necessario è considerare sinergicamente questi tre messaggi: tutti offrono valide motivazioni a favore di uno sguardo non monodimensionale della sostenibilità. Indubbiamente, buona parte dei dati e delle informazioni raccolte risulta ostica e di difficile interpretazione per l'opinione pubblica, ma cercare di fornire troppe informazioni in una successione alquanto ristretta di cifre, o addirittura con un unico numero, può nello stesso modo portare a perdere di vista importanti aspetti dei fenomeni che cerchiamo di cogliere. Nel complesso, i problemi relativi alla misurazione della sostenibilità sono grandi, ma dobbiamo saper offrire soluzioni, a prescindere da quanto imperfette esse possano essere.

 

Oltre il Pil: il Rapporto della Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi

La più completa requisitoria contro il Pil ora è disponibile, ed è facile prevedere che resterà una pietra miliare. Nelle 300 pagine del rapporto sono presenti tutti gli argomenti sui limiti del Pil e sulle strategie da adottare per superarlo di Maurizio Franzini articolo tratto da Nelmerito.com

Titolo originale: Il Pil, il benessere e le politiche: il rapporto della commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi Sarkozy l’aveva commissionata nel febbraio del 2008, Stiglitz, Sen e Fitoussi, con i loro 22 prestigiosi collaboratori, l’hanno consegnata un paio di settimane fa: la più completa (e a più alto tasso di Premi Nobel: se ne contano ben 5 tra gli studiosi coinvolti) requisitoria contro il Pil ora è disponibile, ed è facile prevedere che resterà una pietra miliare in questo campo. Nelle 300 pagine di questo Rapporto sono presenti, arricchiti da acute osservazioni, tutti gli argomenti sui limiti del Pil e sulle strategie da adottare per "superarlo", che da molti anni alimentano un interessante dibattito. Nel Rapporto vengono ricordati i casi - spesso ben noti, come quello delle spese per riparare danni ambientali - in cui il Pil cresce e il benessere sociale, per quanto ampiamente inteso, di certo non aumenta. Inoltre, viene sottolineato che se si fosse prestata attenzione a altri indicatori, in particolare a quelli di sostenibilità finanziaria, la crisi in corso avrebbe potuto essere, quanto meno, meglio governata; vengono presentate 12 raccomandazioni che dovrebbero condurre non tanto alla definizione di un indicatore sintetico alternativo al Pil quanto alla messa a punto di statistiche in grado di cogliere il benessere sociale nelle sue molte dimensioni.

Queste 12 raccomandazioni riguardano il benessere materiale e quello non materiale. Rispetto al primo si sottolinea la necessità di porre attenzione al reddito e al consumo, piuttosto che alla produzione, di considerare anche indici di ricchezza e di prendere a riferimento il nucleo familiare. Si ricorda l’influenza sul benessere della qualità dei beni e si pone particolare enfasi sulle disuguaglianze e sulla necessità di non limitarsi a considerare le grandezze medie, alle quali sono comunque da preferire quelle mediane

. Si ricorda che il benessere dipende anche da attività che non danno luogo a scambi di mercato, come le prestazioni dirette tra soggetti e si raccomanda di misurare i servizi offerti dallo Stato in base non ai loro costi, come avviene con il Pil, ma al loro impatto sul benessere dei singoli. Riguardo alla dimensione non materiale del benessere si ricorda l’importanza del tempo libero (che, se incluso nell’indice di benessere, potrebbe annullare il vantaggio degli Stati Uniti su molti paesi europei in termini di Pil pro capite) e la necessità di misurare le relazioni sociali, la "voce" politica e la sicurezza o vulnerabilità dei singoli.

Si afferma anche che vanno considerare misure oggettive e soggettive e che sono necessari indici di sostenibilità del benessere nel tempo, ambito nel quale dominano i noti problemi connessi all’ambiente. Queste argomentazioni possono chiarire, si spera definitivamente, alcuni punti.

Il primo è che il benessere e il Pil sono cose distinte. Questa è tutt’altro che una novità: nel 1934, il padre del Pil, Simon Kuznets, presentando la sua "creatura" al Congresso Usa ebbe a dichiarare: "Il benessere di una nazione…non può essere facilmente desunto da un indice del reddito nazionale". Ciò basta a porre l’onere della prova a carico di chi volesse sostenere il contrario. In realtà, la tesi di una diretta coincidenza tra Pil e benessere è assai meno diffusa di quella, ben più raffinata, che considera il Pil una condizione necessaria per favorire indirettamente il progresso di dimensioni rilevante del benessere: la riduzione delle disuguaglianze piuttosto che la qualità dell’ambiente o la diffusione del senso civico.

Il Rapporto, non soltanto con gli argomenti proposti ma anche con l’invito a predisporre statistiche su tutte le principali dimensioni del benessere, pone le condizioni perché affermazioni di questo tipo (così come quelle opposte che, se le interpreto bene, vedono nel Pil una causa sistematica di peggioramento del benessere e per questo invocano la decrescita) non possano essere più formulate in assenza di prove convincenti.

Il Rapporto, chiarisce anche che "andare oltre il Pil" non significa costruire un indicatore sintetico alternativo. Contrariamente a quanto è apparso su diversi organi di stampa, nel Rapporto non vi è alcuna precisa proposta al riguardo. Le Raccomandazioni, di cui si è detto, chiariscono che la misurazione del benessere non è un problema esclusivamente tecnico, per la semplice ragione che la concezione stessa del benessere chiama in causa le preferenze e i valori di fondo di una società e degli individui che la compongono. Anche per questo i politici hanno, in questo ambito, ampia libertà di scelta.

Nasce così una domanda semplice ma cruciale: dalle critiche rivolte al Pil, e dalle proposte di superamento che ne derivano, possiamo attenderci una politica che in qualche ragionevole e forte senso, sia "migliore"? O dovremo accontentarci delle pur utili classifiche di paesi e regioni in base a indicatori più o meno complessi e ragionevoli di benessere, proposti da ricercatori e centri studi? A quest’ultimo riguardo, sono disponibili diverse proposte sulle statistiche da considerare insieme o in alternativa al Pil, spesso integrate in un unico indice (una breve cronologia si trova a: http://www.oecd.org/dataoecd/24/56/41288178.pdf)

. Per l’Italia, si può ricordare l’indice Quars, relativo alle nostre regioni, elaborato da "Sbilanciamoci". Il Pil ha avuto indubbi meriti nel permettere, per lungo tempo, una gestione dell’economia che ne limitasse le oscillazioni e ne favorisse l’espansione, con benefici effetti per il benessere. Per questo, 20 o 30 anni fa, economisti, anche molto sensibili a concezioni non strettamente economiche del benessere, affermavano che "l’invenzione" del Pil era stato uno dei grandi contributi del secolo scorso alla conoscenza economica. Esso rappresentava, per i governi, una bussola della quale si era compresa l’importanza durante la Grande Depressione. <a href='http://adv.rassegna.it/www/delivery/ck.php?n=a2bc7627&amp;cb=INSERT_RANDOM_NUMBER_HERE' target='_blank'><img src='http://adv.rassegna.it/www/delivery/avw.php?zoneid=31&amp;cb=INSERT_RANDOM_NUMBER_HERE&amp;n=a2bc7627' border='0' alt='' /></a>  

Da quando il Pil è stato "inventato" e utilizzato, le condizioni economiche e sociali di un gran numero di paesi hanno conosciuto fasi diverse che tali risultano anche in base a indicatori non strettamente economici. Si pensi, per fare solo un esempio, all’intero Occidente nei 30 anni successivi al conflitto bellico e alle vicende, assai differenziate geograficamente, degli ultimi 15 anni. Il Pil era sempre lì, ma le cose sono andate molto diversamente nel tempo e per paesi diversi. Questa variabilità contrasta con l’idea molto diffusa secondo cui "oggi" le condizioni sono cambiate e questo cambiamento ha decretato l’esaurimento della funzione storica del Pil. Forse non di questo si tratta ma della mutevole attenzione che, pur sempre in vigenza del Pil, si è deciso di dare ad altre dimensioni – o, forse, ad altre concezioni - del benessere sociale. D’altro canto, la soggezione al Pil ben difficilmente potrebbe essere giustificata dalla tesi della coincidenza tra il Pil stesso e il benessere. Si è già ricordato quanto ha affermato Kuznets e mille altre simili affermazioni potrebbero essere aggiunte. Appare, perciò, molto improbabile che nell’assumere le proprie decisioni i policy makers che si sono affidati quasi esclusivamente al Pil lo abbiano fatto pensando che questo equivalesse a promuovere il benessere sociale.

Più facile immaginare che le loro scelte fossero il frutto non di un equivoco sul "contenuto" di benessere del Pil ma di un consapevole processo di valutazione. Dunque, il meno che si possa dire è che il grado di soggezione al Pil è stato un atto volontario: i governi hanno libertà di scegliere le variabili dalle quali farsi guidare e i pesi da attribuire a ciascuna di esse.

Possono anche, se lo vogliono, interrogarsi sul rapporto che tutto questo ha con il benessere sociale, ma non sembrano obbligati a farlo. Possiamo, allora, sperare che emendando, riformando o addirittura eliminando il Pil scompaia la possibilità di fare un cattivo uso di questa libertà? E possiamo immaginare di costruire un indice che "catturi" nel migliore modo possibile il benessere sociale e venga imposto come obiettivo unico da massimizzare ai governi?

Le risposte a queste domande sembrano piuttosto scontate e appare evidente che la questione ricade a pieno titolo nel terreno della democrazia. Essa non può essere risolta che apprestando processi decisionali di comprovata solidità sotto questo profilo. Ad esempio, la competizione elettorale potrebbe svolgersi proprio sui pesi da attribuire alle diverse dimensioni del benessere e dovrebbe essere integrata da meccanismi istituzionali che assicurino il rispetto degli impegni assunti.

Tutto ciò appare piuttosto complesso e di tale complessità nel Rapporto vi è consapevolezza. Lo dimostra non soltanto la scelta di offrire raccomandazioni ma l’esplicita dichiarazione che obiettivo principale del Rapporto è accrescere la disponibilità di dati e di statistiche di qualità su dimensioni rilevanti del benessere sociale (e sulla sua sostenibilità) allo scopo di permettere ai politici di prendere scelte più meditate (ovviamente se lo vorranno), ai media di informare meglio i propri lettori (anche questo se lo vorranno) e a questi ultimi di fare pesare le proprie informazioni maggiormente nella scelta politica (sempre, se lo vorranno). Sfortunatamente (o forse no?) il "superamento" del Pil, se così vogliamo chiamarlo, non genera automaticamente politiche "migliori". Però può offrire loro una nuova, grande opportunità.

 - E'

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