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VI INVITO A SCRIVERE COMMENTI, OPINIONI. CLICCA IN FONDO A DESTRA DEGLI ARTICOLI. Mi sembra utile istituire un collegamento tra vari Blog per favorire la circolazione delle idee, delle riflessioni che aiutino a capire e affrontare la realtà nei suoi molteplici aspetti (questo blogo si limitata a una riflessione sui diritti civili, sulla religione, sulla politica, sull'economia, qualcosa sulla cultura, ma non sono un tutologo). Lo scopo è ampliare la partecipazione delle persone, per una loro migliore convivenza nella vita quotidiana, un ampliamento della conoscenza, del senso civico, della democrazia , e della buona politica. Si vuole essere propositivi e si escludo atteggiamenti di semplice denuncia e rivendicazione. SEGNALATE, PER FAVORE, I BLOG CHE HANNO QUESTE CARATTERISTICHE. GRAZIE. In fondo a destra si troveranno i blog interessanti

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Dibattito sugli Ogm

Per dare un giudizio sugli OGM é opportuno esaminare come questa innovazione si inserisce nel ciclo produttivo. I rapporti che si instaurano tra chi produce le materie prime ( le sementi) , chi le utilizza e i cittadini che poi consuma il cibo. In sé qualsiasi tecnica che migliora la produzione è benvenuta. Poi occorre vedere gli effetti che produce e quali soggetti guadagnano nel ciclo della produzione e del consumo. Il rapporto tra prodotto e ambiente, la diversità biologica. Il rapporto con il territorio e le altre produzioni agricole. Il rapporto con la popolazione e la sua salute. Non serve fermarsi all’aspetto del solo ciclo produttivo (utile e proficuo  in determinati casi, per determinati scopi e necessario per evitare sprechi) altrimenti si attuano delle procedure che non portano alcun miglioramento in nessun settore. L’esempio è la crisi economica scoppiata nel 2008. Tutti gli interventi delle istituzioni (perché orientati in un certo modo della politica economica) sul lavoro, sul credito, sulle banche e gli enti finanziari, sul fisco, sulla tassazione non hanno fatto altro che aggravare i disagi e i problemi dei cittadini in tutti gli ambiti, e aumentare le disuguaglianze tra di loro poiché non hanno modificato il modo di produrre la ricchezza e come essa viene distribuita tra i gruppi sociali (ndr.)

Vandana Shiva: "Io, spina nel fianco dell'industria Ogm. Vogliono screditarmi ma continuo a lottare"

Attacco del New Yorker alla leader del movimento mondiale contro gli organismi geneticamente modificati. E lei, a Repubblica, ribatte alle accuse una per una. Dopo un Ph. D.e un master ho proseguito con la ricerca a Bangalore, dice smentendo di non avere titoli di studio. Sostiene che i contadini indiani siano strangolati dai debiti per colpa della Monsanto. La stessa multinazionale che aggiunge “vuole conquistare l’africa e perciò deve difendere il mito di rendere gli agricoltori ricchi”. La campagna peer boicottare la sua partecipazione all’expo non la preoccupa: “Ci saranno altri a difendere la mia tesi”. Lancia infine un monito all’europa: “ il nuovo negoziato di libero scambio che state negoziando con gli Usa mette in pericolo la vostra sovranità alimentare”

"CATTIVO giornalismo, affermazioni disoneste, un tentativo sistematico di distorcere la realtà". In questa intervista passa al contrattacco Vandana Shiva, la leader indiana del vasto movimento mondiale contro gli organismi geneticamente modificati (Ogm). Da New York è esplosa "l'affaire Vandana Shiva" con una risonanza internazionale. Seeds of Doubt ( i semi del dubbio), s'intitola l'ampio reportage che le ha dedicato il giornalista scientifico Michael Specter sul magazine New Yorker.

Un attacco frontale alla reputazione della Shiva, alle sue tesi, perfino alla sua onestà. Scontro fra titani. Da una parte c'è la 62enne indiana che ha fondato nel 1987 il movimento Navdanya ("nove semi"), ha ricevuto il prestigioso Right Livelihood Award, guida una crociata globale contro la multinazionale Monsanto, si è costruita un immenso seguito, con alleati italiani come Slow Food e Terra Madre. Sul fronte opposto c'è una delle più prestigiose testate d'America, un tempio del giornalismo di qualità, diretto da David Remnick. E progressista doc. È uno scisma all'interno dell'opinione pubblica liberal? Citando un pezzo di comunità scientifica che è ormai convinto della sicurezza degli Ogm, e ancor più della loro superiorità su ogni alternativa (coltivazioni tradizionali con alto uso di pesticidi, coltivazioni "bio" esposte a tossine), il reportage è una requisitoria contro la Shiva. È descritta come una ciarlatana, priva di basi scientifiche, abile a sfruttare paure irrazionali dell'opinione pubblica. Le accuse sono pesanti, per esempio sulle "correlazioni" infondate tra Ogm e autismo.

O peggio: le campagne contro gli Ogm secondo economisti di Berkeley e Monaco sono responsabili di migliaia di morti per avere impedito l'adozione del Golden Rice, il riso arricchito con vitamina A che riduce la cecità tra i bambini dei paesi poveri. Specter cita una scienziata consulente della Commissione europea secondo cui "la paura degli Ogm non è veramente motivata dal pericolo di queste biotecnologie, ma dalla diffidenza verso le multinazionali che dominano l'agroindustria".

La comunità scientifica non è compatta, in realtà. Lo dimostrano le lettere al New Yorker. Eric Chivian, scienziato della Harvard Medical School, accusa Specter di "perdere credibilità perché omette serie preoccupazioni scientifiche" sugli insetticidi neuro-tossici usati per coltivare il mais geneticamente manipolato. I toni rasentano la guerra di religione, sul sito di Vandana Shiva appare, poi rimosso, un appello a trattare i pro-Ogm come "nazisti che vanno processati per crimini contro l'umanità". A sua volta, lei elenca intimidazioni e minacce di morte. Dalla sua casa di New Delhi mi dedica un'ora del suo tempo al telefono e risponde a tutte le domande più spinose. Cominciamo dai titoli di studio. Specter insinua il dubbio che lei si presenti come una scienziata mentre non lo è, la descrive come una che ha solo la laurea breve, anche se poi il direttore Remnick ha fatto su questo un'autocritica ("Nessuno contesta che abbia ottenuto un master in Fisica e sono dispiaciuto che non sia menzionato nell'articolo")

. Lei è o non è una scienziata? Dove ha studiato? "Specter e l'industria biotecnologica vogliono screditarmi descrivendo me e i milioni di persone contrarie agli Ogm come anti-scientifici, romantici. I miei studi sono una spina nel fianco per loro. Ho preso un Ph. D. (dottorato di ricerca) in Canada, in Filosofia della scienza con una tesi sulla Teoria quantica; e un master in Fisica. La teoria quantica mi ha insegnato alcuni principi che ispirano il mio lavoro, ma mi sono spostata da un paradigma meccanicistico a uno ecologico. Potevo continuare i miei studi quantici alla fondazione Tata o proseguire studi interdisciplinari sulle politiche della ricerca scientifica al Politecnico di Bangalore. Ho scelto la seconda strada per approfondire le relazioni tra scienza e società. Ho studiato abbastanza la fisica per impadronirmi dei suoi concetti, ma non mi sono voluta trasformare in una macchina di calcolo. E ho tanta stima degli intellettuali non-scienziati che contribuiscono a mettere in discussione il pensiero scientifico, come Noam Chomsky".

Altra accusa: la sua campagna ignora che il cotone Bt (con il Bacillus thuringiensis) abbia migliorato la condizione dei contadini indiani, ridotto l'uso di pesticidi e quindi le malattie dei coltivatori. Inoltre quell'epidemia di suicidi che lei denuncia sarebbe un falso: la percentuale tra i contadini indiani che coltivano Ogm sarebbe inferiore rispetto ad altre categorie sociali. "Specter non ha fatto una vera ricognizione sul campo, non si è spinto nella regione cotoniera del Maharashtra. Altrimenti avrebbe saputo di Shankar Raut e Tatyaji Varlu, del villaggio di Varud, suicidi dopo il disastroso raccolto di cotone Bt. E tanti casi come questi. L'argomento che i contadini si suicidano per i debiti, e non per gli Ogm, è specioso. Gli agenti della Monsanto che vendono semenze Ogm, fertilizzanti e pesticidi, sono gli stessi che fanno il credito. Il contadino prima si indebita per le semenze di cotone, poi scopre di dover comprare più fertilizzanti e pesticidi e s'indebita ancora. Il bacillo del cotone Bt perde efficacia, le dosi di pesticidi aumentano, i debiti pure. È questo ciclo di alti costi, escalation nei prodotti chimici, la trappola del debito che spinge al suicidio".

Il New Yorker contesta la sua affermazione secondo cui i brevetti della Monsanto impediscono ai contadini di conservare le sementi. Una legge sui diritti degli agricoltori, varata nel 2001, tutela il loro diritto di conservare e riutilizzare i semi. E, secondo l'articolo, i costi scendono e i raccolti sono più ricchi. "Prima che arrivasse la Monsanto le semenze locali di cotone costavano da 5 a 10 rupie il chilo. Il monopolio costruito dalla Monsanto ha fatto salire i prezzi a 3.555 rupie il chilo di cui 1.200 sono royalties.

Laddove la Monsanto ha dovuto ridurre i prezzi, per esempio nell'Andra Pradesh, è successo grazie alle nostre pressioni sull'antitrust locale. Anche la legge del 2001 non nasce per caso, io ero stata designata tra gli esperti del ministero dell'Agricoltura. Ma la lotta non finisce mai. Pensi che in questo momento la Pepsi Cola sta penetrando nel business delle mense scolastiche in India. Altro che alimentazione equilibrata, chilometro zero. Un colosso americano del junk-food vuole decidere cosa mangiano i bambini indiani. È in pericolo la nostra sovranità alimentare. Dietro le campagne ideologiche come questo articolo del New Yorker s'intravede un altro obiettivo. Monsanto vuole conquistare l'Africa. Perciò devono diffondere il mito che i loro Ogm hanno reso ricchi i contadini indiani". Ma ci sono fior di scienziati autorevoli, non al servizio delle multinazionali, che lavorano in strutture di ricerca pubbliche, e difendono gli Ogm. Chiedono di non essere demonizzati. Chiedono che la libertà di ricerca sia difesa anche se i risultati sono sgraditi. "Il principio fondamentale che ci muove è questo: l'idea che il diritto su un seme sia proprietà privata, è inaccettabile. Non si deve poter brevettare e privatizzare una pianta (o addirittura generazioni di piante) così come non si deve poterlo fare con la vita umana. L'America difende delle forme estreme di proprietà privata attraverso i brevetti. Non sono contraria alla ricerca. L'importante è che gli scienziati distinguano i ruoli. Chi fa ricerca in laboratorio non deve poi essere coinvolto nella commercializzazione di un prodotto. Uno scienziato puro non deve trasformarsi in venditore globale di sementi brevettate. La Monsanto non persegue il progresso scientifico, altrimenti non sarebbe contraria alla trasparenza. Guardi, nonostante le loro campagne perfino in America l'opinione pubblica vuol essere informata, chiede l'etichettatura degli Ogm.

E Monsanto che fa? Trascina in tribunale lo Stato del Vermont per bloccare l'obbligo delle etichette trasparenti. Anche l'Europa è minacciata, dentro il nuovo trattato di libero scambio che state negoziando con gli Usa ci sono attacchi al vostro principio di precauzione". In seguito alle accuse del New Yorker un agronomo italiano ha proposto che il governo Renzi cancelli la sua partecipazione all'Expo 2015. "Se non ci vado io, andranno altri a sostenere le mie tesi. L'importante è che l'Expo non sia una manifestazione commerciale bensì un'occasione educativa, per riflettere sul grande tema di oggi: in che modo si deve nutrire l'umanità, con quali conseguenze sulla salute, sui consumi energetici, sulla biodiversità. Dobbiamo riprenderci questi temi essenziali della vita, sottrarli alla macchina propagandistica dell'agrobusiness ".

“Vietare gli Ogm è un grave danno. Non ci sono prove che siano nocivi”

Si continuano ad ignorare 15 anni di ricerche scientifiche e non ci sono evidenze sugli effetti dannosi degli organismi geneticamente modificati Vandana Shiva? Non è una vera scienziata, le sue critiche sono vaghe e fuori luogo

di ELENA CATTANEO

È OPPORTUNO e salutare, anche in funzione delle sfide che vengono dalla grave crisi economica del Paese, che si torni a parlare in dettaglio e con pacatezza di Ogm, tema controverso e vissuto a mio giudizio troppo emotivamente. È un fatto nuovo e che mi dà speranza. Nel corso di un recente convegno organizzato a Mantova da Confagricoltura di Lombardia e Veneto si sono discusse le ragioni che impediscono di fare in Italia ciò che la Spagna fa con vantaggi per ambiente ed economia: coltivare (anche) mais migliorato con le biotecnologie.

Moltissimi prodotti del made in Italy alimentare esistono grazie alla mangimistica Ogm, che importiamo dall'estero. Evidentemente non fa male né alla salute né tantomeno al gusto. Però fa molto male alle nostre tasche, visto che la bilancia agroalimentare è in deficit fisso per almeno 4 miliardi di euro all'anno da decenni. Questi sono dati certi e dimostrati. Sono ancora in cerca di prove contro l'impiego di Ogm (mais, soia, cotone). Li sto studiando uno a uno. E' un impegno. La letteratura scientifica è difficile, ma è pubblica e accessibile a tutti. Con l'aiuto di diversi colleghi ho capito che per alcuni Ogm, come il mais, le prove di sicurezza ambientale e per la salute umana sono esaustive e certificate. Per altri, come la colza, no. In questo caso c'è un rischio di commistione con piante affini. Tra pochi mesi scadrà anche il brevetto sul mais Ogm dopo che quello sulla soia resistente a un erbicida è appena scaduto. Alcuni Paesi si stanno organizzando per avvantaggiarsene ulteriormente.

Noi no. Contro gli Ogm si ascoltano argomenti che sono gli stessi da almeno tre lustri. Mi chiedo come si possano ignorare quindici anni di prove e pubblicazioni scientifiche sulla sicurezza di piante come il mais o il cotone Bt, o la soia Ogm. Le critiche sono le solite. "Non sono sicuri". "Non sappiamo cosa possano fare nel lungo periodo". Ma questi sono giudizi vaghi. Opinioni o premonizioni. Intanto negli Stati Uniti (come in Spagna) li coltivano e, come noi, li consumano da oltre vent'anni. L'Agenzia che certifica la sicurezza ambientale e umana (Efsa di Parma), la Commissione Europea, l'Organizzazione Mondiale della Sanità, e una moltitudine di scienziati abituati al confronto internazionale hanno controllato e concluso che, ad esempio, il mais Bt è sicuro. O meglio, che è più sicuro per l'ambiente e la salute umana del mais tradizionale irrorato da insetticidi o del mais biologico che presenta talvolta preoccupanti livelli di micotossine cancerogene.

Possibile che tutti questi enti pubblici autorizzino cose pericolose? Se qualcuno ha dati diversi, e auspicabilmente non manipolati o artefatti, li deve mettere a disposizione affinché siano controllati. Il Governo e la politica economica del Paese non possono basarsi sui "sentimenti" o sulle opinioni, invece che su fatti scientificamente validati.

Nell'interesse del Paese le decisioni devono essere prese confrontando fatti, numeri e statistiche. Queste sono le regole del confronto scientifico, ma in ultima istanza anche democratico. Altrimenti è come se Galileo Galilei non fosse nemmeno nato e non avessimo ancora capito cosa ha permesso di triplicare l'aspettativa di vita, curare malattie, riscaldare le case, andare sulla Luna, etc.

Oggi si fa pagare caro il cosiddetto cibo biologico dando garanzie del fatto che sarebbe senza Ogm. Non mi pare onesto. Nessun italiano può aver certezza di aver mai mangiato, che so, un salame biologico proveniente da animali non alimentati con Ogm, né questa sicurezza ci sarà fino almeno al 2018 e forse oltre (come risulta dal Regolamento 836/2014 della CE, che rinnova l'ennesima deroga per i mangimi di polli e maiali biologici). Non mi interessa discutere se un mangime privo di Ogm sia meglio o peggio, anche se mi incuriosirebbe un esperimento per stabilire se qualcuno noterà mai una differenza nella "tipicità italiana" del salame ottenuto da animali nutriti con uno dei due mangimi. Mi preme discutere come stanno davvero le cose. Di quel che si può dimostrare. Non so che farci se sono una scienziata, ma il mio primo dovere è dire sempre e solo cosa è provato oggi, al meglio delle nostre conoscenze. Per contro chiedo altrettanto. Non opinioni.

Da vent'anni s'invoca il principio di precauzione contro gli Ogm. Da vent'anni li stiamo già sperimentando, nutrendoci indirettamente e vestendoci con cotone Ogm. E non capisco perché il principio di precauzione non dovrebbe valere per gli insetticidi, che da decenni due volte l'anno si spargono su centinaia di migliaia di ettari di mais con danni già visibili sia sulla perdita di biodiversità (farfalle, coccinelle, larve) sia per le intossicazioni umane riconosciute anche dall'Accademia Pontificia delle Scienze.

L'Italia "libera dagli Ogm" usa due volte e mezzo più pesticidi degli Stati Uniti, che coltivano sia Ogm sia prodotti biologici, senza integralismi, scegliendo caso per caso e non privandosi di nessun tipo di agricoltura. Noi scienziati non possiamo nemmeno studiarli. Non possiamo sperimentare per recuperare piante in estinzione come, ad esempio, il pomodoro San Marzano o il riso Carnaroli. Eravamo alla frontiera nelle biotecnologie vegetali. I progetti giacciono da 15 anni chiusi nei cassetti dei laboratori delle nostre università pubbliche (non di multinazionali). Singolare un Paese che uccide la propria innovazione agitando spauracchi privi di analisi approfondite dei rischi e dei benefici. Non capisco nemmeno il silenzio di un governo di sinistra, che si disinteressa di quei milioni di cittadini costretti dalla crisi a ridurre la spesa alimentare e che non possono certo ricorrere al costoso biologico (ne fa uso il 2% della popolazione) - al quale, ripeto, non sono contraria. Da ultimo, mi domando come sia possibile avere l'attivista politica Vandana Shiva come Ambassador di Expo2015. Anche dopo l'intervista pubblicata ieri su questo giornale, nella quale non confuta nessuno degli argomenti del New Yorker. Ammette di non avere un dottorato in fisica, ma solo un master e il dottorato in filosofia. Non è quindi una scienziata in ambito della fisica come aveva lasciato intendere. Non ripete più che i semi Ogm sarebbero sterili e rimane sul vago in merito ai suicidi dei contadini che lei attribuisce ai semi di cotone Ogm di Monsanto.

Prima diceva che erano 280 mila. Anche le sue critiche ai brevetti sono del tutto fuori luogo. I contadini sono proprietari anche dei semi Ogm acquistati e li possono riseminare sui loro terreni tutte le volte che desiderano. Ma siccome tutti i semi ibridi, quindi anche non Ogm, se riseminati diventano meno produttivi, da sempre i contadini i semi (Ogm e non-Ogm) li riacquistano, e se conviene economicamente acquistano anche quelli brevettati. Grazie all'uso dei semi Ogm da parte dei contadini, l'India in pochi anni è diventata il secondo produttore di cotone al mondo ed il 93% dei contadini indiani ha scelto semi di cotone Ogm.

Vogliamo dire che i contadini indiani sono passati tutti a comprare e coltivare semi Ogm perché rendevano di più? E come non essere solidali con i nostri agricoltori che chiedono un'eguale libertà d'impresa, cioè di poter coltivare (anche) mais modificato con lo stesso gene che ha reso vantaggioso il cotone indiano. Concludo, esprimendo anche inquietudine per il fatto che 40mila aziende agricole, molte delle quali vorrebbero coltivare sia biologico sia Ogm, in tutta libertà e sicurezza (perché la coesistenza è possibile), chiudono ogni anno in Italia. Mentre apprendo che Coldiretti, contraria agli Ogm, vende e usa mangimi Ogm. C'è qualcosa di profondo che non va nel nostro Paese.

La vicenda degli Ogm è paradigmatica. Come lo sono il caso Stamina, la sperimentazione animale, i vaccini, etc. È la perdita del senso di cosa è "vero in modo accertabile". La scienza cerca prove. I partiti cercano voti.

Al Paese serve una visione e una cultura politica che torni a valorizzare i fatti e le competenze, come presupposto per recuperare la fiducia degli elettori."

“Anche gli scienziati divisi sugli Ogm:

ecco perché all’Italia conviene dire no” Il fondatore di Slow Food: “Le multinazionali non sono trasparenti, è un diritto dei popoli opporsi ai semi geneticamente modificati”

Di Carlo Petrini

Da MESI seguo i copiosi interventi che si susseguono sulla stampa italiana a proposito di organismi geneticamente modificati, devo ammettere che qualcosa non mi è chiaro. La prima perplessità nasce quando chi si dichiara a favore degli Ogm destinati all'alimentazione umana sembra ritenersi, per ciò stesso, autorizzato a concedere patenti di scientificità o di emotività. La scientificità va a chi concorda con le sue opinioni, tutti gli altri sono vittime dell'emotività. Questo non riguarda solo le persone, ma anche le pubblicazioni: gli studi a supporto delle tesi pro-Ogm vengono citati come scientificamente validi; quelli che indagano su problemi - a livello ecologico, economico o giuridico - legati a quelle coltivazioni e al consumo di quei prodotti invece non esistono, non sono affidabili, oppure non sono, indovinate?, scientifici.

  Del resto tutti sanno o dovrebbero sapere, che il mondo scientifico è tutt'altro che concorde su questo argomento. Ma tant'è in questo momento chi si presenta tenendo alta la bandiera della scientificità pro-Ogm suscita più attenzione di chi con curricula altrettanto rispettabili, posizioni accademiche indiscusse e valanghe di pubblicazioni all'attivo, ritiene che quei prodotti non siano una scelta opportuna per la nostra agricoltura, per la nostra economia e - nel senso più complesso e completo - per la salute dei nostri ecosistemi.

Quello che mi diverte osservare, però, è che a fronte di tanta agitazione a mezzo stampa, le aziende produttrici non fiatano. Il New Yorker si lancia, con sacro furore, contro una persona che ha un nome e un cognome, la mia amica e compagna di tante riflessioni e battaglie, Vandana Shiva; una senatrice della nostra repubblica si schiera a supporto di quanto scritto da quella rivista; ma mentre tutti si scaldano così tanto, le voci dei protagonisti non si sentono. D'altronde questa è la principale caratteristica delle multinazionali che si occupano del nostro cibo (e spesso anche delle malattie correlate, quindi dei nostri farmaci): non si sanno i nomi dei responsabili delle scelte che fanno. Se la fondazione Navdanya prende una posizione, trovare Vandana Shiva è la cosa più semplice del mondo, si fa un numero di telefono e lei risponde di sé e di quel che ha fatto o deciso. Quando invece parliamo di Monsanto, Syngenta, Bayer sembra di parlare di società anonime, non si sa chi c'è, cosa pensa, cosa vuole e che progetti ha, perché non c'è modo di associare un nome a un'azione. Questo, se ci penso bene, non mi piace affatto.

Perché in generale un po' di trasparenza e rintracciabilità, quando si parla di cibo, farebbe piacere, a tutti i livelli, etichette comprese. Ma - per quanto possa sembrare paradossale - tutto quel silenzio ha anche un lato positivo. Le multinazionali, parrebbe, tacciono ma ascoltano.

Nel mese di agosto, la Monsanto ha comunicato al mondo che visto che in generale le popolazioni europee non sembrano propense al consumo di Ogm e che non c'è un forte appoggio politico, l'azienda, in Italia, si concentrerà sulle varietà di mais non Ogm, studiando varietà per l'agricoltura convenzionale, con particolare attenzione al risparmio idrico.

Così la situazione è abbastanza surreale: da un lato i giornali si fanno in quattro per difendere gli Ogm in Italia, gli "scienziati veri" gli danno una mano, alcuni agricoltori arrivano addirittura a seminare illegalmente mais Ogm con tutto quel che ne consegue in termini di provvedimenti e - ancora! - spazi sui giornali, e tutto questo senza prendere mai in considerazione le volontà, chiaramente espresse, dei cittadini; dall'altro l'azienda che dovrebbe beneficiare di tanto scalmanarsi in sua difesa che fa? Prende atto dell'ostilità del pubblico italiano e dice d'accordo, cambiamo strategia, in Italia lavoreremo sul mais convenzionale.

È interessante, come fenomeno. Le ragioni del no agli Ogm in agricoltura, si basano su considerazioni più complesse e articolate del ritornello "fa male/non fa male", "conviene/ non conviene": esse riguardano un modello di agricoltura, alimentazione, ecologia, solidarietà, sviluppo, cultura ed economia che abbiamo già raccontato mille volte e che viene praticato ogni giorno, sia dagli agricoltori sia dai consumatori sia dalle tantissime associazioni della task force per un'Italia libera da Ogm le quali, e tra queste c'è Coldiretti, lavorano per proteggere filiere compromesse anche da normative insensate.

Sono ragioni che riguardano da vicino un modo rispettoso, prudente e gentile non solo di fare reddito, ma anche di fare scienza. Chi porta ad esempio la Spagna dimentica la significativa quota di biodiversità che questa nazione ha perso aprendo alle coltivazioni Ogm e con essa la sua immagine nel campo agroalimentare di qualità. La Francia ha infatti detto no agli Ogm proprio per difendere le sue produzioni tipiche, fonte economica importante. Negli stessi Stati Uniti il dibattito sull'inutilità di queste coltivazione è in costante crescita. Così come cresce in ogni parte del mondo la produzione di mangimi Ogm free , e la questione del benessere animale trova sempre più consensi e buone pratiche.

Tutti questi comportamenti fanno parte di un pensiero scientifico in grande espansione. Ma la ragione principale si chiama sovranità alimentare, ed è una bellissima espressione, coniata quasi vent'anni fa da La Via Campesina, per indicare il diritto di ogni paese (e dunque dei suoi cittadini, del suo popolo) ad avere il controllo politico su quel che si coltiva e si mangia sul proprio territorio, cioè a decidere le proprie politiche agricole in base alle proprie necessità nutrizionali, economiche, culturali ed ecologiche. Questo diritto è fondamentale per il benessere di un popolo, quel benessere che non si misura con il Pil ma con strumenti ben più accurati e - lasciatemelo dire - scientifici: si misura andando a rilevare la quantità di glifosato presente nelle acque di falda, si misura monitorando le incidenze di determinati tipi di tumori, si misura rilevando le competenze alimentari diffuse tra le giovani generazioni, si misura in termini di identità, quella stessa identità che rende così economicamente rilevante il nostro made in Italy, il quale - e parlo da gastronomo - non si valuta all'atto della vendita o della degustazione, non inizia quando ci si siede a tavola davanti a un piatto. Il made in Italy inizia quando un agricoltore decide cosa seminare e sceglie un seme che a sua volta ha una storia, un'identità e un legame con un luogo.

Cari nemici degli Ogm vi prego ripensateci. Quei semi migliorano la vita dell'uomo

Umberto Veronesi

"Veronesi assassino", così dicevano i cartelli con cui mi accolse un drappello di manifestanti, uno dei primi giorni in cui, come Ministro della Sanità, arrivavo in Piazzale dell'Industria a Roma. Di fronte al mio stupore, i miei collaboratori mi spiegarono che l'accusa era dovuta alle posizioni che avevo preso il giorno prima a favore dell'impiego della genetica in agricoltura.

Ho riflettuto molto su quel cartello e mi sono reso conto che il problema non poteva essere che culturale. Era il 2000 e la grande rivoluzione della genetica della metà del secolo scorso ancora non era stata compresa, accettata e fatta propria dalla gente. E ancora non lo è, come dimostra il dibattito a cui sono intervenuti Elena Cattaneo e Carlo Petrini, a seguito dell'intervista di Vandana Shiva. In effetti la decodifica del Dna ha messo in discussione la nostra concezione dell'uomo e del pianeta, attraverso tre grandi sorprese.

La prima è che la struttura della vita è estremamente semplice: ci sono quattro basi azotate - Adenina, citosina, guanina e timina - che si uniscono in gruppi di tre, per comporre le 64 triplette che, legandosi fra loro, formano quei circa 20 aminoacidi alla base della struttura di ogni organismo vivente. È come se esistesse un alfabeto di sole 4 lettere che, combinate prima in parole e poi in frasi, scrivono l'intero libro della vita. La seconda sorpresa è che questa semplice struttura è comune a ogni forma vivente, dal filo d'erba all'elefante: tutto è composto dalle stesse 4 basi azotate e la differenza fra un uomo e un insetto o un virus è di pochi geni. La terza sorpresa è più che altro una conseguenza delle prime due.

Se tutti i Dna sono sostanzialmente uguali, è facile trasferire un gene da uno all'altro. Così nacque negli anni '80 l'idea di effettuare un trasferimento genico per far fronte al bisogno di aumentare la disponibilità di insulina per la cura del diabete, una malattia in aumento nel mondo occidentale. Così è stato isolato il gene che produce insulina nell'uomo ed è stato trasferito in un batterio, l'Escherichia Coli, un organismo che si moltiplica molto velocemente, producendo a bassissimi costi e in grandi quantità l'insulina transgenica che ha risolto il problema di migliaia di malati.

Dopo questa esperienza, è stato spontaneo per la scienza pensare di applicare il principio del trasferimento genico al miglioramento delle piante per aumentare la qualità dell'alimentazione umana. Un'esperienza molto significativa in questo senso è quella realizzata da Ingo Potrikus, ricercatore dell'università svizzera e inventore del Golden Rice. Potrikus ha studiato il fenomeno della cecità molto diffusa nei bambini orientali, ed ha capito che era dovuta ad una carenza di vitamina A. Ha quindi inserito il gene che produce questa vitamina nel Dna del riso, ottenendo un prodotto transgenico, il Golden Rice, che ha risolto quasi integralmente il gravissimo problema della cecità infantile in quei Paesi. In seguito la ricerca su come utilizzare la genetica per nutrire la popolazione mondiale è diventata via via sempre più urgente.

Basta pensare che gli esseri umani da sfamare sulla Terra sono già 7 miliardi e saranno 9 miliardi fra poche decine di anni, a cui vanno aggiunti 4 miliardi di animali da allevamento. Il mondo vegetale non si può moltiplicare agli stessi ritmi, e dunque dobbiamo trovare come assicurare la sopravvivenza della vita sul pianeta. La scienza si sta impegnando con tutte le sue forze. Anche in Italia. Per esempio Chiara Tonelli, genetista dell'università di Milano ha messo a punto, tramite trasferimento genico, una pianta che può crescere anche in climi desertici, sfidando la siccità.

Nella mia attività di oncologo ho toccato con mano il potere buono della genetica applicata all'agricoltura. Ho studiato a lungo l'azione cancerogena dell'aspergillus flavus, un fungo che si sviluppa nei climi caldi (in Africa si trova nelle arachidi) e che produce le aflatossine, potenti agenti all'origine di molti tumori, in particolare quello del fegato. Quando in Italia, intorno al 2003, furono ritirate diverse derrate di latte perché contenevano tracce di aflatossine ho ripreso questa linea di studio e ho scoperto la causa di questa tossicità. Il nostro mais, quando cresce in un clima molto caldo, viene attaccato dalla piralide, un parassita che scava caverne all'interno del fusto in cui si insedia facilmente l'aspergillus, producendo le temibili tossine. Il mais diventa o cibo per l'uomo (la polenta per esempio) oppure mangime per le mucche che, infettate, producono latte contaminato. Negli Stati Uniti hanno trovato il modo di inserire un gene nel mais che lo rende resistente alla piralide, senza dover utilizzare gran quantità di pesticidi, che possono essere comunque tossici per l'uomo. Un intervento ottimo per l'economia e la salute, che però nel nostro Paese non ha potuto essere realizzato. Perché? È una questione di cultura, appunto, che deve sempre accompagnare il progresso della scienza perché i suoi risultati non appaiano lontani dal fine ultimo della ricerca scientifica, che è il miglioramento della qualità di vita dell'uomo. Se questo fine è ben chiaro, appare assurdo opporsi per principio all'applicazione della genetica in agricoltura e sembra invece ragionevole studiare, per ogni prodotto cosiddetto Ogm, il rapporto rischio-beneficio. Spero che il dibattito aperto su queste pagine dia un contributo significativo in questa direzione.

Serra Michele sugli Ogm

L‘affermazione “la scienza ha sempre ragione” non è scientifica. È ideologica. Lo è tanto quanto il pregiudizio reazionario per il quale ogni mutamento del modo di produrre, consumare, nutrirsi, avviene nel nome di interessi inconfessabili, e a scapito della salute della collettività umana. L’acceso dibattito sugli ogm, fatica a mondarsi di queste opposte rigidità. E fa specie che nel campo “pro”, che annovera valenti ricercatori e scienziati, pesi ancora come un macigno l’idea che il fronte degli oppositori sia un’accolita di mestatori che, in odio al progresso umano e alla libertà di ricerca, alimentano dicerie malevole e speculano sulla paura e l’emotività dell’opinione pubblica. Una volta esposte le ottime ragioni della ricerca scientifica e della sua necessaria libertà d’azione, perché evocare, tra i soggetti “antiscientifici” in qualche modo assimilabili agli oppositori degli ogm, anche i fattucchieri di Stamina?

Allo stesso identico modo le frange più eccitabili del fronte anti-ogm possono immaginare che la ricerca genetica sulle piante sia nelle mani di squilibrati megalomani (alla dottor Frankenstein) o di avidi mercenari. Le forzature polemiche fanno parte del gioco, ma non aiutano a mettere meglio a fuoco gli argomenti. La più autorevole istituzione mondiale in tema di agricoltura e alimentazione, la Fao (www.fao.org), mette a disposizione di competenti e incompetenti (come me) una sintesi esauriente e comprensibile delle potenziali ricadute positive e negative delle coltivazioni ogm, con una breve analisi della loro verificabilità.

Lo spazio di un articolo non permette di elencare tutti i punti (rimando i lettori al sito della Fao). Mi limito a dire che i “capi di accusa” sono divisi in tre gruppi: ricadute sull’ambiente agricolo e l’ecosistema; ricadute sulla salute umana; ricadute sull’assetto economico e sociale. Mi sembra interessante e molto rilevante che la Fao, sulla quasi totalità di questi punti critici, non esprima certezze. Non dice, cioè: questa critica è campata in aria oppure questa critica è corretta. Esprime dubbio. In larga parte dovuto alla tempistica medio-lunga che una verifica attendibile (scientifica!) richiederebbe. Il principio di cautela — che non vuol dire condanna né assoluzione: vuol dire umiltà di giudizio — dovrebbe e potrebbe dunque essere uno dei punti di partenza di una corretta discussione comune, ammesso che mai ci si arrivi.

Certo confligge, questo principio di cautela, con la comprensibile fretta con la quale i finanziatori della ricerca, in grande parte nutrita con fondi privati, vorrebbero mettere a profitto le loro scoperte e i loro prodotti. È esattamente per questo che Vandana Shiva mette in guardia contro la coincidenza di ruolo tra ricerca e commercializzazione. Sono campi di interesse entrambi utili e legittimi: ma la loro ibridazione — per dirla con una battuta transgenica — può generare mostri. Una volta detto che la questione è molto complicata, coinvolge competenze scientifiche le più varie e non è archiviabile con un “sì” né con un “no”, colpisce assai che di questi “rischi” il più sottaciuto sia quello che, al contrario, è il più nevralgico e coinvolgente: la ricaduta socioeconomica. È anche questo, in fondo, un portato della crisi della politica: la rinuncia ormai quasi pregiudiziale a mettere in discussione, o anche solo a cogliere, le scelte strutturali, quelle che determinano gli assetti futuri.

Quasi inutilmente, in tutti questi anni, Carlo Petrini e il vasto movimento mondiale che si rifà a Slow Food e a Terra Madre hanno rivendicato la natura squisitamente politica del loro lavoro e della loro battaglia. Chi oggi rivendica la “sovranità alimentare” delle comunità produttive (e dei consumatori) compie la stessa operazione politico-culturale dei nostri avi socialisti quando dicevano “la terra a chi la lavora”. Si rivendica, né più né meno, l’autodeterminazione dei produttori, affidando ad essa la difesa delle biodiversità, della varietà delle colture, delle culture, delle identità locali. Ovviamente è del tutto lecito sostenere che l’agroindustria, con la sua potentissima opera di selezione delle specie (tutte brevettate) e di inevitabile omologazione della produzione agricola mondiale, è perfettamente compatibile con la biodiversità e con le piccole coltivazioni; o addirittura che è giusto e utile rimpiazzare del tutto le produzioni tradizionali con la produzione agroindustriale.

Ma non è lecito fare finta che non sia questo (il modo di produzione, la struttura stessa delle società future) il punto nodale. Non sono in ballo solo il potenziale allergenico di un pomodoro, o il chilo di pesticida per ettaro in più o in meno. L’ordine del giorno non è solo “gli ogm fanno bene, gli ogm fanno male”. È in discussione la vita stessa delle società rurali nel mondo (più della metà dei viventi), la ripartizione del potere, del reddito, delle conoscenze tra una rete infinita di piccole comunità e pochi, immensi e quasi sempre anonimi centri decisionali.

Sono in discussione gli 87 milioni di ettari di suolo africano acquistati dal 2007 a oggi dalle multinazionali americane e cinesi e da fondi di investimento opachi e onnipotenti: è una superficie grande quasi come Italia e Francia messe insieme, e a nessuno può sfuggire che coltivare pezzi così ingenti di pianeta a soia ogm per produrre biocarburante oppure incrementare le produzioni locali (più della metà dell’agricoltura africana è vocata all’autosostentamento) è una scelta tanto importante, tanto strutturale quanto lo è, nel bene e nel male, ogni grande rivoluzione tecnologico- scientifica, industriale, sociale.

E se l’Africa vi sembra lontana e comunque fuori portata, come può chi vive in Francia o in Italia non percepire che la straordinaria varietà delle colture, il legame strettissimo tra i luoghi e ciò che si coltiva, si mangia e si beve, insomma l’agricoltura plurale, “calda” e identitaria per la quale si battono i Petrini e si battevano i Veronelli, i Mario Soldati e i Gianni Brera, non è una frontiera del passato, è un caposaldo della nostra trama sociale, economica, culturale? Dunque è futuro allo stato puro? O dobbiamo dire “Italian style” solo parlando di borsette? La libertà della ricerca scientifica è preziosa e va difesa: specie in campo medico, le biotecnologie possono dare frutti vitali, e Cattaneo e Veronesi fanno benissimo a tenere fermo il punto.

Ma non è solo di questo che si parla, quando si parla di ogm. E i critici degli ogm possono ben dire di avere sbagliato qualcosa di sostanziale, in termini di comunicazione, se ancora oggi ci si scanna sul ravanello transgenico (faccio per dire) e non si capisce che non è di lui, è di quasi quattro miliardi di contadini che si sta parlando, del loro e del nostro futuro, e della loro libertà di scelta che è degna e importante quanto quella dei benemeriti ricercatori scientifici. Non è vero che “quando c’è la salute c’è tutto”. Conta la libertà. Conta la dignità. Conta che il potere sia in pochissime mani o nelle mani di molti.

Tre dubbi sugli Ogm

Caro direttore, l’ingegneria genetica è alla base della nostra vita. Sono convinta che le biotecnologie siano uno dei settori più importanti per lo sviluppo della società e dell’economia della conoscenza, in Italia e in Europa.

Tuttavia nutro alcuni dubbi relativi alla coltivazione in pieno campo delle piante Gm.

Il primo dubbio riguarda la resistenza agli erbicidi. Circa l’83% delle colture Gm nel mondo è rappresentato da piante modificate con un gene che le rende capaci di tollerare alcuni erbicidi. L’uso di questi erbicidi è aumentato anche perché le compagnie biotecnologiche che hanno brevettato la modificazione genetica sono spesso multinazionali in grado di produrre e vendere non solo i semi transgenici, ma anche i relativi erbicidi per colture Gm resistenti agli stessi. Le superinfestanti. L’insorgenza di piante infestanti resistenti a uno degli erbicidi più usati, il glifosato, è causata dall’intensa pressione selettiva a cui sono sottoposte le piante infestanti. È evidente che le infestanti diventate resistenti agli erbicidi, ormai “superinfestanti”, causano danni economici non solo agli agricoltori che coltivano Ogm, ma a tutti gli agricoltori.

Il secondo dubbio riguarda l’insorgenza della resistenza alla tossina Bt da parte degli insetti nocivi. Il gene Bt è stato clonato e trasferito in alcune piante come mais e cotone, diventate capaci di produrre la tossina insetticida: in questo modo quando le larve parassite provano a cibarsi delle piante Bt, muoiono. Poiché però la tossina Bt è presente in tutti i tessuti della pianta Gm, foglie, radici, fusto, le grandi quantità che raggiungono il suolo esercitano una forte pressione selettiva sugli insetti nocivi, che si è tradotta nell’insorgenza di resistenza alla tossina stessa da parte dei parassiti. La strategia messa a punto dalle compagnie produttrici di piante Gm per ritardare nel tempo tale fenomeno è l’adozione di zone rifugio, coltivate con varietà di mais o cotone non transgenici, che devono rappresentare almeno il 20% del totale coltivato a piante Bt. Uno studio recente, pubblicato su Nature Biotechnology, ha riportato che, nonostante le prescrizioni di zone rifugio, la resistenza si è evoluta in campo e da una sola specie resistente nel 2005 abbiamo oggi ben cinque specie di insetti resistenti alle tossine Bt. Così le colture transgeniche Bt diventano uno strumento di selezione di insetti nocivi resistenti alle tossine Bt che avrebbero dovuto sterminarli. I danni economici ricadono anche sugli agricoltori che non usano Ogm o addirittura che praticano agricoltura biologica. Serve spazio per le distanze di sicurezza.

Una delle cause della rapida diffusione della resistenza alla tossina Bt da parte degli insetti nocivi è probabilmente la difficoltà di adozione delle distanze di sicurezza e delle zone rifugio, che sarebbe estrema nel nostro Paese, data la ridotta dimensione delle aziende agricole italiane. Nel caso in cui si dovesse ammettere la possibilità di coltivazione del mais Bt in Italia il problema non sarebbe solo quello di un’adeguata regolamentazione da parte delle regioni e dello stato, ma soprattutto quello del rispetto delle regole.

Il terzo dubbio riguarda la possibilità che le piante Gm attuali possano rappresentare il futuro dell’agricoltura italiana. Questo tipo di colture non costituisce un vero cambiamento rispetto all’agricoltura ad alto input energetico che si è sviluppata dal dopoguerra agli anni ’90. Per quanto riguarda la fame nel mondo, il cibo che produciamo sarebbe sufficiente a sfamare la totalità degli abitanti della terra, se solo tutti avessero le risorse economiche per acquistarlo.

In ogni caso, le attuali piante Gm mais, cotone, soia e colza sono colture industriali e non sono state create per chi soffre la fame. Cotone e colza non sono piante alimentari, mentre soia e mais sono utilizzate principalmente per produrre mangimi animali e quindi carne, latte e formaggio, non destinati ai mercati dei Paesi poveri.

In futuro forse potranno essere sviluppate piante transgeniche altamente produttive, resistenti alle malattie, a siccità, salinità e alte temperature, ma per adesso queste colture non esistono. E comunque, se fossero sviluppate, perché le popolazioni povere ne potessero trarre giovamento, i loro semi non dovrebbero essere sottoposti a brevetto e non dovrebbero comportare l’uso massiccio di fertilizzanti chimici ed erbicidi, i cui costi sono proibitivi per l’agricoltura africana. Manuela Giovannetti, Ordinario di microbiologia agraria, Università di Pisa Da La Repubblica

 

 

 

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