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Beni confiscati alle mafie, quando il tesoro dei boss diventa impresa sociale
Da Nord a Sud, i beni sequestrati e confiscati alle mafie nell'ultimo anno valgono come un quarto della prossima finanziaria; per legge devono essere riutilizzati per la collettività, ma mostrano prima di tutto che le cosche possano essere sconfitte. Il caso dell'agrumeto di una cooperativa sociale bruciato dalla 'ndrangheta e i dati forniti da don Ciotti: il 61% dei disoccupati è disposto a lavorare in un'attività collusa con la criminalità organizzata.
"Riprendiamoci il maltolto": recitava così la campagna di Libera che nel 1996 portò, con oltre un milione di firme raccolte, all'approvazione della legge sull'uso sociale dei beni confiscati alle mafie. "Andate a cercare dove investono il denaro, confiscate i beni e restituiteli alla comunità mi disse più di trent'anni fa il generale Dalla Chiesa", ricorda don Luigi Ciotti. Secondo il Ministero dell'Interno, sono 10.769 (di cui 709 aziende) i beni sequestrati e 3.513 (161 aziende) quelli confiscati in solo un anno, dal 1 agosto 2013 al 31 luglio 2014. Questo "tesoretto" vale 7 miliardi di euro, cioè un quarto della prossima Finanziaria o quanto lo Stato spende per l'intero sistema universitario. Tra le prime sei regioni interessate, ci sono l'Emilia Romagna e la Lombardia, a conferma di come non sia un fenomeno solo meridionale. A Milano, le ultime inaugurazioni sono un centro diurno per giovani, in un un'ex tavola calda usata come base dello spaccio nel quartiere Stadera, e la "Casa della legalità" in via Curtatone.
La pizzeria nel covo del boss e l'uliveto intitolato a Rita Atria. Se ne è parlato ieri al convegno "Fare impresa sociale e buona economia con i beni confiscati alle mafie si può!", organizzato a Milano dall'Unicredit Foundation in collaborazione con Libera. Nell'ultimo anno e mezzo, la Fondazione bancaria ha stanziato 1 milione e 200mila euro per sostenere dieci progetti in varie regioni italiane. Gli ultimi sono per la pizzeria "Wall Street" di Lecco, sorta nel covo che il boss della 'ndrangheta Franco Coco Trovato usava per riciclare denaro sporco, gestire traffici di droga, ordinare agguati, e per la cooperativa "Rita Atria" di Trapani, che si è vista distruggere gli ulivi di un terreno che ha in gestione e che prima apparteneva ad un boss. Del resto, il solo nome dell'attività è una sfida alla mafia: Rita è la diciassettenne, figlia di un mafioso ucciso da una cosca rivale, che nel 1991 decise di non lasciare che la verità "passeggiasse" per Partanna (Tp) senza che nessuno parlasse. Andò da Paolo Borsellino, a cui si legò come un padre, e raccontò tutto ciò che sapeva. Ma una settimana dopo che il giudice venne ucciso, si buttò dal settimo piano dell'appartamento di Roma dove viveva in segreto. Nessuno andò al funerale, la madre l'aveva ripudiata e andò al cimitero solo per distruggere la sua lapide a martellate.
Quando le mafie ti bruciano l'agrumeto. "L'uso sociale dei luoghi confiscati - spiega la vicepresidente del Senato Valeria Fedeli - è la miglior bandiera della legalità perché mostra che vincere le mafie è possibile". Secondo don Ciotti, "questi beni diventano un'occasione di rigenerazione quando fanno nascere speranza, dignità e lavoro, nel segno di un'economia che non dimentica il senso etico d'impresa per il bene comune". Non mancano le difficoltà, specie al Sud, dove gli appezzamenti agricoli si prestano bene alle rappresaglie delle cosche. Lo racconta Giuseppe Carrozza del consorzio Terre del sole, che a Placanica di Melito Porto Salvo, provincia di Reggio Calabria, gestisce un terreno confiscato con 2100 alberi di agrumi e di bergamotto, alla base dell'industria profumiera. "Nel giugno 2013 - spiega - un incendio doloso ha distrutto buona parte delle piante; sono seguiti danni e attentati alle condutture d'acqua, in una zona dove il controllo delle risorse idriche è decisivo". A Isola Capo Rizzuto, in un terreno del clan Arena passato in gestione a Libera, nessuno voleva trebbiare l'orzo, finché non intervenne la Forestale.
La questione è di carattere giudiziale poiché il funzionario che ha in gestione i beni sequestrati finora ha avuto la preoccupazione di conservarli, mentre se viene confiscato un supermercato o una clinica sanitaria il problema è immetterli nel mercato: Finché il bene era in mano alla mafia questa trovava i fornitori, i clienti, i finanziamenti. Reimmetterli nel mercato vuol dire trovare dei professionisti e degli imprenditori che li gestiscono. Per questo è necessario un finanziamento iniziale che consenta di gestire l’operazione. Per tutti i beni si può pensare a un fondo statale adeguato ad hoc altrimenti l’operazione non parte e le persone che prima avevano un lavoro si trovano ora disoccupate. Questa è la sfida di fondo. Solo con un fondo adeguato e del personale adeguato si può pensare anche ad un futuro in cui ci possano essere degli autofinanziamenti con lo sviluppo del settore (ndr)
Fino a dieci anni per assegnare i beni confiscati. Tra i problemi, c'è anche la lentezza dello Stato. Occorrono in media cinque anni, a volte anche dieci, prima che il tesoro dei boss venga assegnato alle associazioni. In tutto questo tempo, i beni rischiano di rovinarsi e perdere valore. Molti puntano il dito contro l'Agenzia nazionale per i beni confiscati e sequestrati, con sede principale a Reggio Calabria e altre a Roma e Milano. Quella lombarda, inaugurata tre anni fa come l'avamposto della lotta alle mafie al Nord, oggi conta sul lavoro di solo due funzionari, meno della metà rispetto al 2011. Secondo Roberto Maroni, che istituì l'Agenzia quando era al Viminale, "la sua funzione è indispensabile, ma certo occorre maggiore efficienza e personale più preparato". È d'accordo il ministro delle Politiche agricole Martina, anche lui intervenuto al convegno di ieri annunciando che gli alimenti delle terre confiscate saranno presenti nel Padiglione Italia dell'Expo.
