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Non si può più dire: non sapevamo

SE I MIGRANTI FINISCONO RECLUTATI PER LA JIHAD

LA TRAGEDIA mediterranea continua, ricordandoci di tanto in tanto che uomini e donne muoiono, annegati o assiderati. È accaduto di nuovo lunedì. Due imbarcazioni stracolme di migranti originari dell'Africa occidentale, imbarcati sulle coste libiche, sono affondate col loro carico umano. Quasi 300 morti. E nove superstiti, che hanno raccontato come sono andate le cose. Dopo che più di 200 passeggeri sono stati travolti dalle onde, altri 29, abbandonati a se stessi, sono stati uccisi dal freddo. «Un'enorme, spaventosa tragedia», ha dichiarato Carlotta Sami, portavoce dell'Acnur in Italia. Sì, una tragedia, ma a ripetizione, sempre con lo stesso soggetto — l'eterno ritorno: miseria nel Paese natale, bisogno di partire per tentare la sorte. A questo punto intervengono gli scafisti, diventati col tempo una mafia ben organizzata. Imbarco, e poi, dopo qualche ora o qualche giorno, la catastrofe, quasi inevitabile. Il problema è che i migranti sono al corrente, sanno che al 90% il loro viaggio finirà con la morte, eppure tentano l'avventura. Basta questo a comprendere quanto è immensa la loro disperazione.

Benché gli ingranaggi di queste sciagure siano noti ormai da più di vent'anni, e in barba ai campanelli d'allarme suonati da varie organizzazioni non governative, da associazioni locali o in Europa, malgrado tutto ciò che è stato detto e ripetuto e alle proposte di soluzioni possibili, nulla è stato fatto. O in ogni caso, nulla che sia servito a disinnescare, a scoraggiare la volontà di imbarcarsi.

Ricordo qui ciò che tutti sanno: l'Europa, coinvolta in questi drammi, dovrebbe collaborare con i governi dei Paesi dai quali partono i candidati all'immigrazione clandestina, che diventa sempre più sinonimo di morte certa. Lavorare vuol dire investire, assegnare mezzi ad autorità preposte a creare lavoro, ridistribuire meglio le ricchezze e le potenzialità di quei Paesi, a volte ricchi, ma ove il potere è spesso nelle mani di malfattori.

L'altra azione consiste nel dare la caccia ai mercanti di morte, ai mafiosi che dissanguano questi sventurati e non si vergognano di abbandonarli in alto mare. È compito della polizia. Ma occorre anche eliminare la corruzione, motore infaticabile di queste operazioni altamente redditizie (fino a 3000 euro per ogni migrante). La cooperazione tra il Marocco e la Spagna ha dato buoni frutti. Le traversate sono ridotte ai minimi termini. Il Marocco ha anche varato nuove leggi che puniscono severamente i mercanti di vite umane. Sono ormai molti i mafiosi in carcere. Proprio per questo, gli scafisti hanno scelto altri luoghi per imbarcare i loro clienti.

L'Italia è al centro di questa tragedia. Si sa che sta facendo quello che può a Lampedusa, ma che da sola non è più in grado di affrontare l'arrivo di questi barconi trasformati in bare. Il Mediterraneo sta diventando il cimitero marittimo dei tempi moderni.

Non passa settimana senza che sui giornali si leggano questi fatti, divenuti ormai tanto banali da apparire come episodi «senza importanza» nel contesto delle notizie. C'è voluta la scoperta, da parte della polizia spagnola, del cambio di destinazione di un certo numero di candidati all'emigrazione trattenuti a Melilla e soprattutto a Ceuta, nel quartiere Principe Alfonso, occupato da islamisti e di fatto precluso alle autorità, per accorgersi di una nuova realtà: molti di loro non partono più per Almeria o per Lampedusa, ma sono ingaggiati dai reclutatori dell'Isis, che li dirottano verso la Siria o l'Iraq per arruolarli come soldati nella guerra contro gli sciiti e i miscredenti. All'improvviso il panorama cambia: la tragedia si trasforma in guerra contro l'Occidente, e contro i musulmani che non si riconoscono in questa barbarie. I fatti sono davanti ai nostri occhi. Spetta ora all'Europa trovare un accordo per una politica comune contro l'immigrazione clandestina, soprattutto quando è dirottata verso i luoghi del terrorismo e delle crudeltà commesse in nome della religione. ( Traduzione di Elisabetta Horvat)

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