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Così il ritorno delle frontiere spezza il sogno dell'Europa
Mi sa che finirà come “Star Words”, gli europeisti contro i difensori della sovranità degli stati (Questa è l’idea, il principio da superare - ndr.)
NE so qualcosa di frontiere che si fanno e si disfano. Sono nato a Trieste, a uno sputo dalla Jugoslavia, e non basta. Come I figli della mezzanotte di Salman Rushdie, son venuto al mondo la stessa notte in cui la frontiera veniva tracciata attorno alla città. Era il 20 dicembre del 1947, e i militari angloamericani con le truppe di Tito, tra una long size e una slivovica, piantavano allegramente i paletti di demarcazione mentre mia madre perdeva le acque. La nonna materna ci aveva fatto il callo, e me ne raccontava di storie. Aveva imparato a convivere con la tragicommedia proprio lì, sul confine più mobile d'Europa. Senza mai muoversi da Trieste aveva cambiato sei bandiere: austriaca, italiana, germanica, jugoslava, del Governo militare alleato e dell'Italia democratica.
Da adulto mi sono tenuto in allenamento. Di confini ne ho conosciuti abbastanza, quelli veri intendo, con la polizia che ti guarda in cagnesco e ti porta via per ore il passaporto. Con la vecchia "Jugo" inizialmente fu un affar serio. Ti perquisivano da capo a piedi, e le Drugarice, le donne in divisa, mi mettevano paura. Nel 1985 presi il Lubiana-Mosca e al confine con l'Ucraina, sotto un nubifragio, l'intero treno venne sollevato su martinetti per l'adattamento dei carrelli allo scartamento sovietico. Fu un'attesa di sei ore, in mezzo a un mare di binari, con cani lupo e fasci di fotoelettriche tipo Auschwitz. In compenso, nel dicembre del 1989, vidi spalancarsi uno dei confini più duri del mondo, quelle rumeno, con le facce di bronzo dei poliziotti lì a sorridere dopo avermi brutalmente respinto 24 ore prima.
Una notte di primavera del 1991, con la Jugoslavia in agonia, mentre dormicchiavo sul wagon- lit per Belgrado, miliziani croati salirono a bordo e passarono al setaccio il mio bagaglio, facendo scendere alcuni serbi sgraditi a suon di bestemmie. Era l'inizio della guerra dei Balcani. Ma l'Europa intera non aveva pace, sulle frontiere era tutto un balletto di apri e chiudi. Due anni prima, in Ungheria, avevo visto cadere il primo pezzo di Cortina di Ferro, e a tutto avrei pensato allora, tranne che l'Ungheria, nel 2015, sarebbe stata la prima a rimettere fili spinati sul suo confine. Nel 2001, il mitico Kyber Pass fra Pakistan e Afghanistan, sbarrato per via della guerra con i Taliban, si sciolse un mattino come neve al sole davanti a un interminabile convoglio di allegri mujahiddin armati fino ai denti provenienti da Peshawar, che mi aprirono la strada per Jalalabad.
Ho combattuto tutta la vita perché il confine attorno a Trieste cadesse e, quando nel 2007 è stato abolito, ho fatto festa grande. Siccome s'era pensato bene di abbatterlo la notte del suo 60esimo anniversario, e siccome quella data coincideva col mio compleanno tondo, si fece baldoria fino all'alba assieme agli sloveni in un'osteria per l'appunto di frontiera. Era un appartato passaggio pedonale, e la gloriosa transenna bianco-rosso-blu fu tagliata a fette in mezzo ai brindisi e distribuita come souvenir. Con che gioia noi italiani, e ancora di più gli sloveni, new entry dell'Unione, pronunciammo la parola «Europa»!
Il mattino dopo andai in soffitta a rivedere il pezzo di filo spinato sovietico che la polizia ungherese mi aveva consentito di portarmi a casa 18 anni prima e pensai che era finita un'epoca.
Ora che le transenne tornano di moda e la macchina dei reticolati si rimette in moto nel cuore d'Europa tagliando perfino — in Istria — sentieri che avevo sempre percorso in libertà, ora che l'euroscetticismo dilaga, non posso evitare rabbia e malinconia. Ma come? Ci siamo dimenticati dei timbri, dei visti, dei tignosi cambiavalute, delle dogane e dei treni fermi in mezzo alla campagna? Io quella memoria non l'ho persa, e ricordo come piansi di felicità una sera a Berlino, quando — sbarcato dall'aereo per la prima volta senza esibire i documenti — mi sentii chiedere dal tassista " Vier und zwanzig euro, bitte", come niente fosse, lì nel Paese del marco onnipotente. E ancora mi commuovo, quando metto le mani in tasca e trovo spiccioli di euro coniati da Paesi che fino al 1945 si erano combattuti.
Ma dopo la rabbia, vengono le domande. Perché quelle linee ostinatamente si riformano? Può essere spiegato solo col populismo o l'ondata migratoria degli Esiliati?
Forse c'è qualcosa che non abbiamo capito di quelle tracce divisorie spesso ereditate dall'antichità o dal medio evo. Ripenso al confine di casa mia e ricordo che quando cadde, poco più di sette anni fa, dietro la gioia si fece strada un senso di perdita, che tentai di ricacciare perché inammissibile, indegno di essere manifestato. Solo più tardi capii: con quella frontiera "porosa", non certo paragonabile con quelle sovietiche, se ne andava un elemento di ordine del mio mondo. Qualcosa che, cadendo, mi faceva sentire più esposto al peggio del Globale, ai rovesci di borsa, alle pandemie e alla scomparsa dei luoghi.
Non volevo ammettere a me stesso che a quella linea mi ero un po' affezionato. Nell'inconscio, essa era la garanzia che "quelli dell'altra parte" restassero diversi da me, e io come viaggiatore mi nutrivo di quella diversità. Non so che farmene di un mondo-minestrone in cui tutti si somigliano e, specialmente oggi che l'Europa scricchiola, mi rendo conto che ci manca una profonda riflessione sui confini e sul loro valore anche simbolico, una riflessione che vada oltre la retorica del Pianeta necessariamente privo di asperità e di conflitti.
E qui, nel turbine dei pensieri, ce n'è uno cui non posso sottrarmi. Se non ci sentiamo più protetti dai muri esterni della casa comune, forse è anche perché una patria europea non è mai nata. Né dentro né fuori di noi.
Perché quelle linee ostinatamente si riformano?
Può essere spiegato solo con i populismi e i flussi migratori?
Schengen, la nostra identità in quel trattato. Non può bastare la moneta unica
ILVO DIAMANTI – La repubblica
Un giorno dopo l'altro, l'Europa appare sempre più divisa. D'altronde, è difficile affidare il progetto unitario a una moneta. Tanto più in tempi di crisi economica e finanziaria. Perché se l'Europa si riduce a un euro, allora si svaluta. E l'anti-europeismo si allarga. Tuttavia, la questione europea diventa critica quando vengono messi in discussione i confini. Meglio: quando vengono ripristinati icontrolli sui confini. Non per caso, la direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, a Davos, ha espresso il timore che l'emergenza prodotta dai flussi di migranti possa compromettere il trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone tra gli Stati dell'Unione. Perché in quel caso verrebbe — implicitamente — rimesso in discussione il progetto di costruzione europea. Lo stesso timore è stato ribadito dal premierMatteo Renzi. D'altronde, l'euro, come i mercati, non ha confini. Può circolare comunque e dovunque. Le persone no. E i limiti imposti ai migranti si riproducono e rimbalzano anche sui residenti. Perché le frontiere sottolineano la sovranità degli Stati nazionali rispetto a quella europea. In definitiva: riflettono — e accentuano — la debolezza dell'Europa. Come progetto e come soggetto.
Tuttavia, sarebbe sbagliato trattare i "confini" semplicemente come un problema. Da superare e, possibilmente, eliminare. Per dare forza alla sovranità e all'identità europea.
Le frontiere e i confini: servono. Sono necessari. Non solo sul piano istituzionale, ma anche cognitivo. Come la geografia, le mappe. Servono a orientarci, a rappresentare il mondo intorno a noi. I cambiamenti dei confini — e della geografia — riflettono, a loro volta, i cambiamenti nella distribuzione e nell'organizzazione del potere, su base territoriale. Il nostro disorientamento, negli ultimi decenni, negli ultimi anni, riflette il declino, in alcuni casi, il dissolversi dei nostri punti di riferimento. La trasformazione rapida e violenta del limes , com'era definito il confine (in continua evoluzione) dell'Impero romano. (E come recita il titolo di una nota rivista di geopolitica: liMes , appunto). Noi, infatti, siamo orfani dei muri che per decenni hanno (de)marcato il nostro mondo. Eppure, al tempo stesso, gli davano senso, oltre che rappresentazione. Il muro di Berlino, a Est. Il Mediterraneo a Sud. Erano frontiere politiche, ma anche sociali e culturali. Ideologiche. Oggi non ci sono più. A Est: dallo sfaldamento dell'Unione Sovietica è ri-emersa la Russia. Che, tuttavia, non costituisce più, come prima, "l'altro" polo del Mondo. Ma "un" polo, per quanto importante. Mentre, nel caso del Mediterraneo, non si tratta più di un muro. Non ci separa (e non ci difende) più dall'Africa, né dal Medio-Oriente. È, invece, un confine stretto. Mentre il mondo è divenuto sempre più largo. E sempre più vicino. Incombe su di noi. La globalizzazione, per riprendere una nota definizione di Antony Giddens, è stretching spazio-temporale. Allungamento dei processi e delle relazioni nello spazio e nel tempo. E, dunque, perdita dei confini. Perché tutto ciò che avviene dovunque, nel mondo, anche molto lontano da noi, può avere riflessi immediati qui. Adesso.
Anche perché tutto avviene e scorre sotto i nostri occhi. Riprodotto e amplificato dai media. In diretta. E tutto rimbalza sulla rete. A cui tutti possono accedere. In tempo reale. Per questo, i confini non ci possono difendere. Ma, proprio per questo, abbiamo bisogno di confini. Di frontiere. Perché, come ha sostenuto Régis Debray, in un testo alcuni anni fa (dal titolo significativo Eloge des frontières , Gallimard 2010, pubblicato in Italia da ADD, 2012): "…una frontiera riconosciuta è il miglior vaccino possibile contro l'epidemia dei muri". (D'altronde, neppure i muri possono frenare i movimenti di persone, quando si tratta di esodi spinti dal terrore e dalla fame). Né, tanto meno, possono — né vogliono — fermare i flussi economici e monetari. Per questo, tanto più per questo, abbiamo bisogno di frontiere. Per dare ordine alla nostra visione del mondo. Per sentirci sicuri. Per avere la sensazione che esistano autorità in grado di governare la società. Capaci di esercitare la sovranità nel territorio in cui viviamo.
Perché, in fondo, è questo il fondamento — e il significato — dello Stato. Senza confini e senza frontiere, noi rischiamo di perderci. Di divenire, noi stessi, eterni migranti. Alla ricerca di una terra. Non "promessa". Una terra e basta. Noi abbiamo bisogno di mappe per orientarci. Il trattato di Schengen è importante. Perché supera e apre i confini "interni" all'Europa. Ma, al tempo stesso, marca i confini "esterni". Dentro i quali è possibile la libera circolazione. In base ai quali è possibile negoziare con gli "altri". Così, definisce (cioè, delimita) l'Europa. Lo spazio entro il quale non abbiamo bisogno di passaporti da esibire alle frontiere. Perché non ci sono controlli alle frontiere. Anzi, non ci sono frontiere. Lo spazio dove, cioè, possiamo dirci — e sentirci — europei. Non uno Stato nazionale, ma una Confederazione di Stati nazionali. Che condivide alcuni interessi ma, anzitutto, un sentimento comune.
Per questo, come hanno osservato, polemicamente, Lagarde e Renzi, le limitazioni imposte alle frontiere di alcuni Stati europei rischiano di provocare il fallimento del Trattato di Schengen. E, insieme, del progetto europeo. Perché l'Europa, questa Europa, è senza confini. L'Europa: dove comincia e dove finisce? Chi ne fa parte? Chi ne farà parte? Difficile comprenderlo. Tanto più se, invece di indicare un limes , un territorio condiviso, che distingua noi dagli altri, i governi nazionali sono impegnati a erigere barriere interne all'Europa, invece di delineare e condividere
quelle esterne. E in questo modo confermano e, anzi, accentuano l'in-capacità di costruire l'Europa.
Perché, senza uno spazio comune, senza un confine condiviso: com'è possibile costruire un'identità europea? Sentirsi e dirsi europei ?
