VI INVITO A SCRIVERE COMMENTI, OPINIONI. CLICCA IN FONDO A DESTRA DEGLI ARTICOLI. Mi sembra utile istituire un collegamento tra vari Blog per favorire la circolazione delle idee, delle riflessioni che aiutino a capire e affrontare la realtà nei suoi molteplici aspetti (questo blogo si limitata a una riflessione sui diritti civili, sulla religione, sulla politica, sull'economia, qualcosa sulla cultura, ma non sono un tutologo). Lo scopo è ampliare la partecipazione delle persone, per una loro migliore convivenza nella vita quotidiana, un ampliamento della conoscenza, del senso civico, della democrazia , e della buona politica. Si vuole essere propositivi e si escludo atteggiamenti di semplice denuncia e rivendicazione. SEGNALATE, PER FAVORE, I BLOG CHE HANNO QUESTE CARATTERISTICHE. GRAZIE. In fondo a destra si troveranno i blog interessanti
Il nobel per la letteratura parla dell'importanza del linguaggio nella lotta contro i terroristi.
Quando in Nigeria si è chiusa l'era della dittatura, una delle prime sfide che abbiamo dovuto affrontare è stato trovare un mezzo per rivolgersi al nostro popolo, una lingua comune: forse per questo sono così ossessionato dall'uso delle parole e la scelta del linguaggio quando si ha a che fare con una situazione ineluttabile.
Il mio paese ha vissuto negli ultimi anni un tragico divario tra il popolo e la sua leadership, e questo non è mai così importante come nel caso della diffusione di Boko Haram nel Nord del paese. La compiacenza e l'indifferenza del governo di allora di fronte all'avanzata di questo gruppo restano una macchia indelebile sulla coscienza della nazione, e sul governo di altri stati.
Ma le comunità che hanno subito tutto questo sono state tutt'altro che inerti e codarde, malgrado la brutalità dell'attacco, di dimensioni senza precedenti e inimmaginabile nella sua violenza.
Nel Nord della Nigeria negli ultimi anni i civili hanno formato unità militari autonome che si sono opposte con ferocia ai loro assassini, spesso subendo molte perdite. Non si parla abbastanza, ad esempio, del fatto che alcune delle poche ragazze rapite a Chibok che sono riuscite a fuggire ai loro aguzzini hanno poi scelto di imbracciare le armi per dare la caccia a loro persecutori.
Ma non è tanto il coraggio fisico contro questo spropositato torto che voglio sottolineare qui, ma un fattore molto sottovalutato nel consentire o smantellare il terrore: il condizionamento psicologico di un popolo davanti a qualsiasi violenza. Voglio parlare della lingua, il mezzo attraverso il quale la società percepisce, esprime e discerne la natura del nemico.
"Boko Haram" non era il nome che i ribelli fondamentalisti della Nigeria avevano scelto per designarsi: no, tutt'altro. I leader di questo gruppo avevano scelto una formula altisonante: si erano designati come "Jama?at Ahl al-Sunna li-da?wawa l-Jihad", il Gruppo della gente della Sunna per la propaganda religiosa e per la jihad.
Ma la gente disse di no, voi siete "Boko Haram", che letteralmente significa "il libro è anatema". Voi detestate i libri e qualsiasi forma di cultura. Il profeta Maometto che sostenete di venerare considera la cultura un elemento cruciale della condizione umana, aveva grande rispetto per gli uomini di cultura, senza distinzione.
Al contrario, dissero i nigeriani del Nord, voi di Boko Haram avete giurato sulla distruzione della cultura. Quindi, Boko Haram è il nome con cui verrete definiti. Quel nome gli è rimasto addosso: il leader di Boko Haram, Mohammed Yusuf, è morto odiando quel nome.
Voglio usare come esempio per spiegare quello che sostengo un brevissimo estratto da una delle voci più autorevoli del mondo giornalistico, il New York Times. In un reportage dall'Iraq il giornalista parla di un prigioniero liberato dalle carcere dei jihadisti. In due brevi paragrafi ho trovato 13 volte l'uso dell'espressione "Stato Islamico": solo alla fine del reportage troviamo il fatto che la gente di quelle zone si rivolge ai jihadisti con il nome dispregiativo di Daesh.
Quindi ce l'hanno un altro nome, penso. Coloro che vivono sotto la minaccia dei jihadisti non hanno scelta, devono chiamare queste persone con il nome che si sono scelte. Ma il resto del mondo? Noi?
Il linguaggio è parte della resistenza umana: respingere gli obiettivi che un nemico si è dato è parte del meccanismo di difesa di chi è aggredito dal nemico stesso. Ogni volta che si nega una pretesa irragionevole, la si deride, ciò erode le fondamenta stesse dell'aggressore.
Noi continuiamo a riferirci ai jihadisti rispettosamente come uno stato. Tale egalitarismo viene meno a una responsabilità cruciale, quella nei confronti della verità, e della lingua.
Certo: esiste la libertà di espressione. Ma esiste anche la libertà di scelta di espressione. E non costa molto.
Dichiarazione dopo dichiarazione dopo dichiarazione, non c'è niente di islamico in questo branco di volpi.
Studiosi, leader religiosi, persone normali molto spesso, e a volte anche a enorme rischio di vita, parlando a individui e comunità lo hanno detto. Re Abdullah di Giordania ha dichiarato che riferirsi a questa masnada in termini di stato o religione è una farsa. È un concetto che ha spiegato esplicitamente: «li dobbiamo chiamare con la parola dispregiativa di Daesh ».
Non riesco quindi a capire perché i media occidentali, che pure non sono sotto minaccia, si rifiutano di comportarsi allo stesso modo. Questa scelta va al di là dell'arroganza professionale e diventa un atto di insidiosa collaborazione con gli obiettivi degli estremisti.
Dobbiamo stare attenti a non perdere neanche le battaglie più insignificanti. La guerra non è finita, ed è importante non uscire sconfitti contro questi nemici ossessionati di ogni umanità.
( Traduzione di Luisa Piussi)
LA NIGERIA
Nel mio paese la gente ha reagito a Boko Haram, ma questo non è stato raccontato abbastanza
LE BATTAGLIE
Dobbiamo stare attenti a non perdere nemmeno le battaglie all'apparenza più insignificanti
/http%3A%2F%2Fwww.blitzquotidiano.it%2Fwp%2Fwp%2Fwp-content%2Fuploads%2F2015%2F08%2Fisis_terroristi-300x192.jpg)