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TUNISIA, FIORE DELLA PRIMAVERA ARABA

LA TUNISIA ha un governo di unità nazionale, sostenuto anche dal consenso delle forze sociali, sindacato e imprenditori in primo luogo, che impegnano loro esponenti nell'esecutivo. Il premier è Youssef Chahed, esponente della generazione dei quarantenni. Un segnale importante, in una realtà in cui i grandi vecchi della politica mantengono un controllo ferreo nella gestione degli affari pubblici; così come lo è la composizione di genere e anagrafica dell'esecutivo, al quale partecipano otto ministri donne e quattordici giovani. Chahed è, comunque, il settimo premier in cinque anni, a dimostrazione della difficile transizione seguita alla "rivoluzione dei gelsomini".

La formula parlamentare è quella dell'unità nazionale. E non poteva essere che così. Non solo perché la Tunisia deve fare fronte a seri problemi, economici e di sicurezza, che esigono una coesione nazionale forte; ma anche perché il partito Nidaa Tounes, dai cui ranghi esce Chahed, è stato indebolito da una scissione che ha messo in difficoltà le forze liberali vittoriose alle elezioni dopo le dimissioni del governo guidato da Ennahda, il partito islamista neotradizionalista che aveva trionfato alle urne dopo la caduta di Ben Alì. Una scissione che ha reso, comunque, Ennahda il partito di maggioranza relativa in Parlamento.

Il sostegno di Ennahda al governo è stato favorito dalla stessa svolta politica del partito islamista al congresso di Hammamet di primavera. Nella circostanza, e nonostante la perplessità di un'ala conservatrice, il partito ha spinto in avanti la revisione ideologica promossa da Rashid Ghannushi, il leader fondatore secondo il quale era giunto il tempo di passare dall'islam politico alla democrazia islamica. Svolta che comporta la separazione tra da'wa, predicazione religiosa, e attività politica. Separazione che mette fine non solo a una precisa concezione della relazione tra politica e religione ma alla principale ragion d'essere di un gruppo di matrice Fratellanza Musulmana, che della da'wa ha fatto il suo elemento costitutivo. A dimostrazione che l'islam politico neotradizionalista, una volta inserito stabilmente nel gioco istituzionale, è contaminato da un effetto secolarizzante. A Hammamet Ennahda ha, così, ribadito il riferimento ideale ai valori religiosi ma si è impegnato ad agire all'interno di una cornice costituzionale che riconosce l'islam come religione ufficiale ma si pone agli antipodi rispetto all'idea di uno stato islamico.

In tal modo Ennhada pare aver portato a compimento la lunga strada che l'ha condotto dalla difficile, e fallita, prova del governo, alla transizione politica concordata che ha messo fine a quell'esperienza, all'accettazione del principio dell'alternanza e del carattere plurale della società tunisina. E a rinunciare, pur dopo un aspro dibattito interno, a far inserire in Costituzione il riferimento alla sharia come principale fonte della legge. Mutamento, poi, sintetizzato dalla sua autodefinzione di "partito democratico" e civile, ovvero non religioso.

Ciò non significa che le resistenze dei conservatori di Ennahda siano state vinte del tutto, come dimostra la stessa elezione a leader del Consiglio della Shura, il parlamentino del partito, di Abdelkarim Harouni. Il partito raccoglie pur sempre militanti ed elettori di orientamento islamista ma, comunque, Ennahda si è impegnato, anche nella trattativa che ha condotto alla nascita del governo Chahed, a sostenere la difficile transizione tunisina senza riserve.

Una transizione che l'Europa, e l'Italia in particolare, ha tutto l'interesse a sostenere, dal momento che la Tunisia è fondamentale nel contrasto allo jihadismo — non bisogna dimenticare che i tunisini sono, proporzionalmente alla popolazione, i combattenti più numerosi nelle fila dell'Is e che la sconfitta di Sirte li spinge ora a tornare in patria o a insediarsi nelle terre di nessuno ai confini con la Libia — e nella stabilizzazione della regione nordafricana. Un compito che, per riuscire, ha bisogno della piena collaborazione tra governi della riva sud del Mediterraneo e l'Unione Europea.

La formula dell'unità nazionale favorita dalla svolta del partito islamista

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