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Colloquio con l'imprenditore ed ex sindaco di Trieste e governatore Fvg: "Se prevale l'immobilismo la politica continuerà a essere incapace di dare riposte. E' la precondizione dell'autoritarismo"
L'opinione di un personaggio interessante è sempre da tener conto (ndr.)
GIAMPAOLO VISETTI – La Repubblica
TRIESTE - "Questo referendum mi ricorda la teoria della rana bollita che citava mio padre. Se la butti nella sua vecchia acqua fredda, aspetta rimane nella pentola e muore. Se invece finisce in quella nuova e bollente, salta subito fuori e si salva. Per non finire cotti lentamente, anche agli italiani oggi occorre lo shock di un cambiamento".
Riccardo Illy è stato sindaco di Trieste, deputato e presidente del Friuli Venezia Giulia. In un Nordest sempre più a destra, resta il custode indipendente e critico del riformismo di centro-sinistra. L'azienda di famiglia opera in 130 Paesi, il suo marchio è realmente globale. Non ha però lasciato l'Italia e la città dove è nata.
È per questo che domenica voterà sì?
"Ho fatto politica, ma resto un imprenditore. Spero che modernizzare la Costituzione contribuirà a migliorare la competitività del sistema-Paese. Altrimenti continuerà la lenta agonia degli ultimi trent'anni".
Quale pensa che sia la posta in palio?
"L'inversione di tendenza. Con il no, non cambia nulla. Continueremo a perdere competitività: le aziende non ce la fanno, perdiamo posti di lavoro, crescono il populismo e la voglia di autoritarismo. Con il sì possiamo ripartire".
Non l'allarma il tifo straniero e dei mercati a favore del sì?
"Capisco l'ostilità verso lezioni esterne e interessate, ma il mondo ama il made in Italy e l'Europa ha bisogno dell'Italia. Conoscono il nostro potenziale inespresso, come le ragioni del nostro storico gap di governabilità".
Qual è il punto debole della riforma?
"Quello che manca. Il premier resta fragile, non ha nemmeno il potere di nominare o di revocare il mandato dei suoi ministri. L'esecutivo è e resterà zoppo".
Così come può, questa riforma, ambire a cambiare l'Italia?
"Può condurci, più semplicemente, sulla strada del miglioramento. E' un inizio, il padre di tutti gli altri cambiamenti necessari".
Non prevale, piuttosto, la tentazione di una scorciatoia post-democratica e plebiscitaria, un miracolismo trumpista?
"Il rischio c'è, ma se prevale l'immobilismo la politica continuerà a essere incapace di dare riposte. E' questa la pre-condizione degli autoritarismi.
Basterà il nuovo Senato delle regioni per riavvicinare lo Stato alla gente?
"Non mi illudo, ma il confronto quotidiano tra potere centrale ed enti locali è una svolta sostanziale nella direzione del federalismo. Il modello tedesco resta preferibile, ma la formula è accettabile".
Non teme un neo-lobbysmo localista, fatto di sindaci e presidenti di regione misurati sulla capacità di imporre a Roma l'egoismo dei propri elettori?
"Questo rischio non c'è: toccherà solo alla Camera approvare il bilancio nazionale".
E' stato opportuno trasformare la riforma della Costituzione in un referendum su Matteo Renzi?
"Era inevitabile. Renzi, come a scacchi, ha solo anticipato una mossa ineludibile. Questa riforma è la bandiera, la ragione, del suo governo. Aver convinto i senatori ad approvare la propria eutanasia è un miracolo politico. Non si può votare senza pensare a Renzi e alle alternative".
Se prevarrà il no, quale scenario politico si augura?
"Spero che Renzi rimanga premier perché farebbe comunque meglio di chiunque altro. Se le condizioni venissero a mancare, mi concedo una provocazione: meglio le elezioni e un trionfo 5 Stelle, così ci togliamo dai piedi i demagoghi subito, invece che dopo vent'anni. Confesso che su questo punto ragiono da imprenditore".
Non le sembra riduttivo valutare una riforma della Costituzione ricorrendo al solo metro economico?
"Migliorare la competitività equivale a migliorare le possibilità di crescita per tutti. Se le imprese sono più solide, lo sono anche i posti di lavoro, le pensioni e le opportunità per i giovani. Il metro economico in questo caso è profondamente politico".
Mercati, banche e Ue non sono però oggi gli sponsor più popolari, per le riforme: il loro abbraccio può risultare fatale al sì?
"In democrazia ognuno è libero di esprimersi. Però sbaglia chi pensa che quanto accade nella finanza, nel credito e nel mercato comune sia ininfluente rispetto alla vita individuale. Rating e spread possono non piacere, ma pesano concretamente su ognuno di noi. Se l'Italia paga il 2% in più, il costo impatta in modo diretto sulle imprese e sui lavoratori, sinonimo per dire cittadini".
Accetta che gli italiani diffidino di chi presenta il cambio di Costituzione e legge elettorale come la medicina di ogni male?
"Non si vive di diffidenza, è la fiducia che permette ad ogni organismo di funzionare. Se posso avere un'Italia più rapida ed efficace, scelgo di metterla alla prova. Non ricordo una legge sostanzialmente migliorata dal rimpallo infinito tra Camera e Senato. Se la nuova Camera si accorgerà di aver legiferato male, potrà rimediare in una settimana, non in due mesi. E non vedo come una maggioranza organica possa partorire governi peggiori".
Ma di che cosa ha più bisogno oggi l'Italia?
"Di liberare il suo spirito animale dalla paralisi che blocca la nazione. Le conseguenze sono la disoccupazione e i giovani che né studiano, né lavorano, né cercano di farlo: sono oltre 3 milioni, una bomba sociale a orologeria".
Negli ultimi giorni lo scontro ha ri-polarizzato l'Italia: la scelta è infine tra Renzi e Berlusconi?
"La leadership è l'emergenza globale della democrazia. In Italia, per una volta, il quadro è più semplice: tra Renzi e Berlusconi c'è una bella ed evidente differenza. Il primo può durare vent'anni, il secondo è oltre il fine corsa".
Gustavo Zagrebelsky, fine giurista e solido democratico, ritiene che la riforma violi già il primo articolo della Costituzione, quello sulla sovranità popolare: condivide?
"Mi pare una dichiarazione auto-referenziale. Sarò sempre grato a Zagrebelsky, ma una legge non può violare se stessa".
In queste ore di vigilia del voto si prospetta il ritorno di un governo dei tecnici: sarebbe davvero una sciagura, non pensa che proprio i cosiddetti tecnici abbiamo salvato il Paese?
"Abbiamo avuto ottimi governi tecnici, penso a quello di Ciampi. Gli italiani però sono rimasti scottati da Monti, che pure ha scongiurato il fallimento dello Stato. Non demonizzo i tecnici, a contare sono le persone e i programmi".
In un Nordest sempre più tentato dall'"Italexit" e a-patriota, si sente più un eretico o un incompreso?
"Più un eretico. Sono un imprenditore, ma da sempre di centro-sinistra. Non sono un conservatore, invecchio restando riformista. Da politico ulivista ho attuato programmi liberali".
Il suo addio alla politica attiva è definitivo?
"Mi sono auto-rottamato da tempo, condivido il bisogno di giovani. La disponibilità teorica ad altre forme di impegno potrebbe esserci: ma voglio tranquillizzare tutti, nessuno mi verrà a cercare".
Domenica quanto peserà sulla scelta il vento dell'anti-politica?
"Molto, ma per assurdo proprio l'anti-politica dovrebbe alimentare l'aggiornamento della vecchia Costituzione. E' la grande contraddizione del referendum: democratici e anti-sistema scoprono di tendere a un interesse comune. Se gli spiriti anti-sistema fossero nelle condizioni di avere una mente libera, voterebbero sì.