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Riunione di Davos

"Quella montagna dei potenti così diversa dal mio film"

Ci vuole un uomo di cultura per dire la verità

L'INTERVENTO. IL REGISTA ANDÒ: "CI AVEVO MESSO UN MONACO COME TONI SERVILLO. NELLA REALTÀ NON È LUOGO DA PENTIMENTI"

Qualche tempo fa Emmanuelle Carrère pubblicò un reportage dal World Economic Forum di Davos e tra gli incontri di cui dava conto ricordo quello con un giovane economista cinese, specialista di scienze cognitive, che parlando del meeting annuale di finanza ed economia ne riferiva come di una "Disneyland per grandi". In quell'articolo lo scrittore francese paragonava il Forum al Festival di Cannes, e dunque a una concentrazione spropositata "di persone famose e di potenti, un teatro di privilegi e di umiliazioni". Se ci si prende la briga di andare a visitare il sito del forum si apprende che questa singolare fiera delle vanità, fondata nel 1971 dall'economista Klaus Schwab, si propone il miglioramento della condizione umana nel mondo attraverso la cooperazione tra pubblico e privato.

In un mondo che sembra aver definitivamente ripudiato la politica – quella fiducia nella polis nata nell'Atene di Pericle – Davos svolge esemplarmente il ruolo di stazione terminale delle illusioni politiche occidentali. Se la politica ha rappresentato e continua a rappresentare il meglio delle nostre illusioni – e soprattutto l'idea che quelle illusioni possano cambiare il mondo - la gente che si ritrova a Davos sembra non voler cambiare nulla. E' felice di alzare la bandiera delle pubbliche relazioni, la scorciatoia cinica e fattiva del club come luogo di scambi privati. Per i partecipanti del forum, i problemi del mondo si risolvono con una stretta di mano tra un banchiere e un politico, tra un attore hollywoodiano e un ras della ristorazione globale, tra il titolare di un hedge fund e un gruppo criminale in cerca di sbocchi legali. E' il cinismo delle elites, il festival che ne celebra il tramonto e l'impotenza. Davos non sembra essere un luogo per ripensamenti, pentimenti o confessioni, come ipotizzavo nel mio ultimo film. "Le Confessioni"Non credo che vi si verificheranno crisi di coscienza o inquietudini.

E neppure che possa esservi invitato un monaco come quello che ha interpretato Toni Servillo. Un visitatore inopportuno che semini il dubbio e professi il sentimento della pietà.

Devo confessare che qualche tempo fa qualcuno mi aveva proposto Davos come soggetto per una serie televisiva. Come il luogo dove, attraverso la ricchezza, si intrecciano desideri, follie, miserie, verità. Non è un' idea peregrina, a condizione di voler fare della cittadina svizzera e del suo raduno, un'occasione dove non accada nulla, l'ultima frontiera di una finzione portata all'estremo.

* Regista, scrittore e sceneggiatore

IL MONACO

Nell'ultimo film di Roberto Andò (a sinistra) Toni Servillo (sotto) interpreta un monaco che si ritrova in un consesso di importanti esponenti della politica e dell'economia. Proprio come a Davos

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