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Julia Kristeva - "Ci conviene costruire una religione laica"
La psicanalista spiega perché il nostro senso morale ha perso ogni riferimento all'autorità.
Bisogna riuscire a conservare quanto di positivo resiste nella nostra tradizione.
Oggi, dopo il femminismo ci rendiamo conto dell’importanza della figura del padre.
PARIGI - Mentre varco il portone della casa parigina di Julia Kristeva, il pensiero subito va alla femminista ultra battagliera, alla giovane redattrice della rivista d'avanguardia Tel Quel, alla inquieta psicanalista e studiosa di semiotica amica di Foucault, Barthes, Derrida... E poi mi trovo di fronte una bella signora settantenne che, senza rinnegare affatto quei trascorsi, sta percorrendo itinerari che si sono arricchiti di nuove sfumature.
"La nostra eredità culturale è doppia. Da un lato il cristianesimo, dall'altro l'illuminismo, rottura irreversibile della civilizzazione europea. Tanto più qui in Francia: patria della rivoluzione francese e dei diritti dell'uomo. Nel momento in cui la nozione di peccato perde senso per la parte secolarizzata della popolazione, resta la grande preoccupazione sul significato dell'etica laica. Ebbene lo dimostra il dilemma dell'attuale governo francese, che si chiede se sia giusto insegnare una morale laica o propendere piuttosto per un insegnamento laico della morale. Perché un sistema di regole preconfezionato che vada bene per tutti ormai è impensabile. Si tratta allora di riconoscere la specificità della vita interiore di ciascuno e conseguentemente trovare la versione singolare, personale, di tali regole".
Dunque, a suo modo di vedere, l'idea di limite può essere salvaguardata solo grazie a un incrocio tra la tradizione religiosa e la modernità laica.
"Assolutamente. Il nuovo umanesimo passa attraverso una rivalutazione permanente di tutti i codici morali dell'umanità, ivi compreso quello della religione che ci precede. Quell'eredità non può essere lasciata in mano al Fronte nazionale o alle varie forme di integralismo. È necessario che nelle scuole si insegni storia della religione, per incamminarsi non verso un sistema di regole assolute, ma verso un'interrogazione ininterrotta della tradizione. Interrogazione che deve valere anche per i lasciti della rivoluzione dei Lumi. Quella stagione ha prodotto una nuova libertà, fino ad allora impensabile: sia del pensiero che del corpo, contro i differenti dogmatismi religiosi e di classe. Ma abbiamo potuto saggiare anche i rischi iscritti in tale libertà. Penso agli esiti di una liberazione borghese sfociata prima nel terrore e poi nel colonialismo; di un terzomondismo che spesso ha aperto le porte al fondamentalismo religioso. E penso anche a un femminismo su grande scala, quanto mai generoso, ma incapace di affrontare tante esigenze singolari, a cominciare dall'esperienza della maternità.
Nietzsche dice che bisogna mettere un grande punto interrogativo su tutte le questioni più serie che abbiamo di fronte. Per venire a noi: cos'è il peccato? Cosa la trasgressione? Cosa la negazione della norma? Cosa la rivolta? Così come bisogna tornare a interrogarsi sull'idea di autorità".
Proprio questo è il punto. Chi oggi ha l'autorità per stabilire il limite oltre il quale non si può andare?
"Io non sono così sicura che il concetto di limite vada scomparendo. Le faccio un esempio concreto che riguarda proprio la figura dell'autorità. Viviamo in una sorta di entusiasmo romantico legato all'enorme sviluppo della scienza medica, in base al quale, ad esempio, la vecchia figura del padre sembra non essere più indispensabile. Bene. Ciò non toglie che un bambino, per crescere, ha comunque bisogno di separarsi passionalmente e sensorialmente dalla madre. E perché questo accada deve intervenire un'autorità che gli ponga dei limiti. Tale ruolo potrà essere giocato, che so io, dal padre genetico, dal nonno materno, da un istitutore... o da uno psicanalista, altrimenti quel bambino non apprende l'idea del limite. Per certo però quel passaggio non potrà essere eluso. Perché proprio noi, eredi dell'illuminismo e delle scienze umane, sappiamo bene che una persona, per diventare adulta, ha bisogno di essere "strutturata", dunque di appoggiarsi a una norma. Non per ottemperare ai voleri di una chiesa o di qualunque forma di confessionalismo, ma per una necessità psichica. L'autorità a cui penso sarà fondata su un sapere plurale e su diverse forme di esperienza, quindi capace di adattarsi a ciascun individuo".
Forse per noi laici europei tutto si complica a causa del fondamento religioso della morale. Diverso è il caso di quelle società orientali che hanno autonomi fondamenti laici: penso al confucianesimo.
"Non sono così sicura che il mix dell'eredità greco-giudaico-cristiana combinata all'illuminismo ci renda più impotenti rispetto ad altre situazioni. Al contrario, penso che in questo crogiolo siano iscritte potenzialità di cui non andiamo abbastanza fieri. Se l'Europa è così in crisi e al fondo depressa è perché non ha utilizzato la carta migliore a disposizione: la cultura. Già Duns Scoto, nel XIII secolo, parlava della verità come di qualcosa che non appartiene né a categorie astratte né all'opacità della biologia, ma all'haecceitas, al "questo". In ciascuno c'è un briciolo di eccezione: e qui va cercata la verità. Eccolo il vero messaggio europeo, estraneo sia alla cultura cinese che a quella araba. Vede, sin dal '68, dagli anni del maoismo, sono in costante contatto con la cultura cinese. Una cultura che grazie alla mescolanza di taoismo e confucianesimo ha prodotto una straordinaria adattabilità al cosmo, alla natura, al flusso della vita; una società in cui i migliori lasciti confuciani garantiscono il rispetto della tradizione. Di fronte però all'esplosione della richiesta di diritti individuali, sono loro a trovarsi in difficoltà. E a individuare nella cultura europea il modello da seguire".
Se si incrina l'idea di limite, finisce anche l'idea di trasgressione. A questo punto non perde di senso anche il classico mito del Don Giovanni?
"Tutti sanno che un certo femminismo, soprattutto americano, si è mobilitato contro l'uomo seduttore, a cui tutto è permesso, e che si richiama per l'appunto al mito del Don Giovanni. Per molti versi è stata ed è una battaglia assolutamente giusta, come dimostrano ancora troppi casi in cui uomini di potere impongono il loro desiderio alle donne con brutale aggressività. Ma due sono state le conseguenze: da un lato, una crisi sempre più evidente della virilità, con l'uomo occidentale che oscilla tra impotenza e violenza; dall'altro la negazione della seduzione, elemento imprescindibile dell'erotismo".
In questo scenario, quali sono le nuove "malattie dell'anima", per usare una sua espressione di qualche anno fa?
"Quelle legate all'indebolimento della famiglia, della scuola, in genere dei luoghi di integrazione. Senza contare il ruolo crescente dell'immagine, che rimpiazza il linguaggio e rende l'uomo parlante sempre meno parlante. Mentre il sistema di comunicazione copre ormai l'intero campo visivo sotto un'immensa tela di superficie, a scapito della profondità, del foro interiore. È in questo vuoto crescente, in quella condizione di disadattamento definita in termini psicanalitici "de-liaison", che si inserisce con successo ogni forma di integralismo, attraverso una sorta di capitalizzazione delle pulsioni di morte inviate ai ragazzi "malati di idealità". I quali non riconoscono più non solo la differenza tra bene e male, ma anche quella tra dentro e fuori, il sé e l'altro. A quel punto, anche il limite della morte perde di senso".
Da una parte il tradizionalismo religioso, dall'altra il nichilismo avanzante: non sembra esserci tanto spazio per un nuovo umanesimo.
"Io penso invece che quello spazio ci sia. Nell'epoca della globalizzazione, non si confrontano soltanto diverse lingue e religioni, ma anche diverse morali. A noi il compito di intessere una sorta di mantello d'Arlecchino, una specie di passerella ideale tra i codici morali di ciascuno. L'umanità ormai non ci appare più come un universo, ma come un multiverso, e mi appoggio in questo all'astrofisica e alla teoria della proliferazione degli universi possibili. Ecco perché parlo del mantello d'Arlecchino come di una nuova veste sociale e normativa, a cui deve concorrere la stessa rilettura della tradizione e la sua concezione di limite. A conclusione della sua Critica della ragion pura, Kant intravede la possibilità di un corpus mysticum di esseri razionali, in cui l'Io e il suo libero arbitrio si riuniscono con il totalmente altro da sé. È molto di più che il richiamo all'usurato concetto di solidarietà. È un incitamento a entrare in contatto con l'estraneo, a comprenderlo, salvaguardando la sua singolarità, la sua eccezione. Per riuscirci, occorre creare una nuova classe di pionieri dell'umanesimo, disposti a combattere la battaglia di una inesausta negoziazione tra differenze".
7 settembre 2013
Remo Bodei - "Noi, poveri post umani, schiavi delle nuove libertà"
Il filosofo spiega come vivere in un'epoca che ha ormai varcato tutti i confini: morali, biologici religiosi e scientifici.
Nel tempio di Delfi, accanto alla nota frase “conosci te stesso” ce n’era un altra, “niente di troppo”. Oggi chi stabilisce cosa è troppo?
PISA - Esistono ancora dei limiti ultimi, invalicabili, che condizionano le nostre vite? Limiti di ordine biologico, morale, religioso, sessuale, ambientale? O siamo entrati in un mondo illimitato dove tutto, almeno in apparenza, è possibile? L'intera modernità è segnata da una violazione consapevole e inesausta dei limiti e dei confini, a cominciare da quelli geografici, continuamente superati nella grande stagione delle scoperte, e delle avventurose spedizioni verso l'ignoto.
Ma oggi siamo entrati in una fase ulteriore e diversa, in cui l'autogoverno della propria finitezza è un valore apprezzato da singoli individui: non il volano di una morale condivisa. E il peccato di superbia, commesso da chi sfida la volontà di Dio e il suo disegno, non rappresenta più un freno sufficiente al contenimento degli umani appetiti. Oggi sono il desiderio e la libertà individuale a spingerci avanti, e lo sviluppo della tecnica si è fatto talmente inarrestabile da prefigurare addirittura l'avvento di una società post-umana.
Da qui l'idea di compiere una perlustrazione a tutto campo, capace di coinvolgere scienziati, teologi, psicoanalisti e filosofi. A cominciare da Remo Bodei, uomo di grande equilibrio e competenza, capace di offrirci il quadro introduttivo necessario di una questione che mette in gioco i fondamenti stessi del nostro stare al mondo.
"Sul muro esterno del tempio di Delfi, accanto alla più nota frase "Conosci te stesso", ve n'era un'altra che dice: "Niente di troppo". Nel mondo antico, andare oltre i confini stabiliti dalla divinità è hybris che viene punita: l'esempio più noto è quello di Icaro. La filosofia classica insiste sull'ideale della medietà, in quanto virtù che squalifica gli estremi per difetto e per eccesso: est modus in rebus. Per ciascun essere la perfezione è avere un limite. L'infinito è un concetto negativo, sinonimo di amorfo, confuso, indistinto".
Poi, con la modernità, cambia tutto.
"Non si deve avere una concezione trionfalistica della modernità come innovazione pura, come completa rottura dei ponti con il passato, ma certamente essa ha sfidato molti tabù imposti dalla tradizione, specie quelli segnati dalla religione cristiana. Ha cercato di svelare gli arcana naturae, gli arcana delie gli arcana imperii.
Del resto, che gli uomini non possano accettare i limiti perché segnati dalla "mala contentezza", lo mostrano sia Machiavelli che Hobbes. Il limite così diventa provvisorio, si sposta con noi al pari dell'orizzonte, chiude per aprire. È fatto per essere oltrepassato".
Ora però sta accadendo qualcosa di ulteriore. Viene messa in discussione l'idea stessa di umano, almeno per come l'abbiamo conosciuta sin qui.
"Sono in particolare le biotecnologie che mettono in crisi convinzioni, abitudini e idee di durata millenaria. Fin qui è stato ovvio, evidente, che un individuo viene al mondo secondo i vecchi e collaudati metodi della riproduzione sessuata naturale, con un corpo e una mente soggetti a malattie e deformità congenite e soffre, gode e muore assieme a tutti i suoi organi; ora non più. Si nasce - ormai lo sappiamo - con frequenza sempre maggiore attraverso metodi di fecondazione assistita, si è padri o madri al di fuori dell'età fisiologica abituale, si hanno trasferimenti di materia vivente attraverso trapianti di organi, che collegano storie e vicende differenti in un solo corpo. Secondo una proiezione abbastanza attendibile di una prestigiosa rivista di medicina, in Occidente, alla fine di questo secolo saremo tutti pluritrapiantati e provvisti di numerose protesi che faranno funzionare organi malati del nostro corpo, miglioreranno le prestazioni esistenti o aggiungeranno prestazioni nuove".
Quali le conseguenze sui nostri sentimenti e le nostre passioni?
"Enormi. Perché si modifica la trama dei rapporti di sangue e parentela che sono stati alla base della struttura della famiglia e, in parte, della composizione della società. Non siamo abituati a questa nuova e rischiosa libertà, che esorcizziamo spesso attraverso vecchi fantasmi, e ci vorrà tempo per esercitarla. Servirà una più limpida visione della questione. Non abbiamo ancora potuto misurare il senso della metamorfosi in corso dallo stadio dell'umano a quello del post-umano, dai corpi organici agli esseri formati di carne e metallo, silicio e plastica, di parti umane e animali, trasferibili con trapianti da un individuo all'altro. Sulla ponderazione dei pro e dei contro prevalgono le paure, trasformando la soluzione dei problemi bioetici in un ripetuto referendum. Al quale il cittadino si presenta immancabilmente in uno stato di solitudine e oggettiva incompetenza".
E qui si misura il deficit della politica. Che dovrebbe avere l'autorità necessaria per regolare la dismisura intrinseca allo sviluppo delle varie tecniche.
"È il problema della democrazia. San Paolo, sotto Nerone, scriveva che ogni autorità viene da Dio e quindi bisogna obbedire. Tutto questo ha funzionato per secoli, millenni. Era la doppia autorità rappresentata dai due soli, Chiesa e Impero, a stabilire i limiti entro i quali il comportamento umano è lecito, virtuoso e non peccaminoso. Ora non ci sono più i due soli e l'autorità non viene più dall'alto, ma dal basso. Dal popolo.
Quindi l'autorità democratica è costitutivamente debole, il che è un vantaggio, perché garantisce la libertà individuale; ma anche uno svantaggio, perché ci si deve appoggiare a stampelle offerte da altre agenzie formative, essenzialmente la tradizione religiosa e la morale. Si aggiunga che la democrazia ha sempre cercato di mediare tra quantità e qualità, accettando l'idea kantiana del "legno storto" dell'umanità, ma anche promuovendo l'educazione di ciascuno alla cittadinanza attiva. Oggi, in epoca di populismi, si scivola sempre più verso una democrazia anemica, sin troppo benevola verso le debolezze del cittadino. E in cui la mancanza di autorità favorisce la licenza. Senza contare che le figure esemplari da prendere a modello non abbondano".
In un mondo dove tutto sembra possibile, non si finisce per rimuovere il lato tragico di ogni scelta e quindi l'idea ultima della vita e della morte?
"Il mancato riconoscimento della tragicità delle scelte porta a impegni che non impegnano, all'erosione della responsabilità, all'appuntamento mancato con il futuro. E anche, certo, alla rimozione della morte, limite ultimo e indiscusso. In precedenza vigeva una possibile redenzione della vita dopo la morte. Oggi invece si assiste a una presunta redenzione della vita a scapito della morte, che finisce così per incarnare l'osceno".
Paradossale a dirsi, mentre l'esplosione dei diritti individuali e le accelerazioni della tecnica ci invitano a infrangere ogni limite, una terribile situazione economica pare risospingerci entro vecchi limiti: duri, spietati.
"Gli stoici dicevano: se vuoi essere ricco, sii povero di desideri, e Lao Tse più o meno altrettanto. Si era all'interno di una società della scarsità. Ora si parla della cosiddetta "abbondanza frugale", che anziché sui consumi indotti, dovrebbe puntare su sobrietà, amicizia, convivialità. Adattarsi a questi comportamenti non sarà facile. Di sicuro non torneremo indietro da un punto di vista tecnologico e scientifico. D'altronde spero che nessuno voglia santificare i vecchi limiti.
Il pensiero filosofico-scientifico consiste nel varcare i confini, è un incessante viaggio di scoperta. Né si possono imporre limiti per decreto, perché la democrazia per quanto debole non lo consente. Ma non si può neppure più affidare tutto alla libertà individuale e narcisistica di cui parlava Lasch. Credo sia necessario rimodulare l'idea di limite sulla base dei vincoli dettati dalle nuove condizioni storiche. E in questo ci possono aiutare molto proprio i saperi umanistici. Oggi si esaltano e finanziano soprattutto scienze dure e tecnologia e si pensa che la cultura umanistica non serve a niente. Ritengo, al contrario, che essa sia più che mai necessaria per dare senso alla vita individuale e sociale. Così come si ara il terreno per smuoverlo e favorire la crescita delle piante, oggi sarebbe necessario fare altrettanto per coltivare al meglio l'umanità. Per spingerla a varcare nuovi limiti e a considerare l'opportunità di preservarne o rafforzarne altri".
Ad esempio?
"Ad esempio non abbiamo ancora parlato della rapina costante dell'ambiente e della Terra. Non le sembra da automi miopi e incoscienti distruggere la biosfera? Andare verso l'esaurimento delle risorse senza avere nessun pianeta di ricambio? Non sarebbe questo il primo limite da tenere in considerazione.
27 settembre 2013
Alberto Maggi: “Siamo tutti schiavi del più grande tabù
La malattia, le cure, la guarigione quando sembrava non ci fosse speranza
Il teologo “eretico” smonta attraverso l’esperienza personale la paura che l’uomo ha esorcizzato
intervista di Franco Marcoaldi
MONTEFANO. Alberto Maggi ha visto la morte da vicino. Ma poiché, oltre che frate, raffinato teologo e religioso spesso accusato di “eresia”, è un uomo spiritoso, il titolo del libro che dà conto di quell’esperienza, uscito da poco per Garzanti, suona: Chi non muore si rivede.«Avevo appena ultimato un saggio sull’ultima beatitudine. La morte come pienezza di vita, ma sentivo che mancava qualcosa. Poi sono stato ricoverato d’urgenza per una dissezione dell’aorta: tre interventi devastanti, settantacinque giorni con un piede di qua e uno di là. È stato allora che ho capito cosa mi mancava: l’esperienza diretta e positiva del morire. E ho anche capito perché San Francesco la chiami sorella morte: perché la morte non è una nemica che ti toglie la vita, ma una sorella che ti introduce a quella nuova e definitiva.
Nei giorni in cui ero ricoverato nel reparto di terapia intensiva, con stupore mi sono accorto che le andavo incontro con curiosità, senza paura, con il sorriso sulle labbra. Oltretutto percepivo con nettezza la presenza fisica dei miei morti, di coloro che mi avevano preceduto e ora venivano a visitarmi... Chissà perché quando qualcuno muore gli si augura l’eterno riposo, come se si trattasse di una condanna all’ergastolo. Io penso invece che chi muore continua a essere parte attiva dell’azione creatrice del Padre».
Fatto sta che oggi si persegue tutt’altro sogno, quello di una tendenziale immortalità garantita dalle biotecnologie.
«È una novità che mette in difficoltà anche la Chiesa, chiamata ad approfondire il senso del sacro. Perché se è sacra la vita dell’uomo, anche quando si riduce alla sopravvivenza di una pura massa biologica, allora è giusto procrastinare quella vita all’infinito, utilizzando tutti gli strumenti della scienza medica. Se invece ad essere sacro è l’uomo, bisognerà garantirgli una fine dignitosa…Io non capisco questa smania di accanirsi su un vecchio, portarlo in ospedale, intervenire a tutti i costi, anche in prossimità del capolinea. Si potrà prolungare la sua esistenza ancora per un po’, ma in compenso lo si sottrae alla condivisione familiare di quel passaggio decisivo rappresentato dalla morte.
Quante volte mi capita di venire chiamato in ospedale per l’estremo saluto e assistere alla seguente commedia. I parenti mi implorano: la prego, non gli dica niente. Crede di avere soltanto un’ulcera. E il morente, perfettamente consapevole del suo stato, a sua volta mi chiede di rassicurare i familiari perché non sono pronti alla sua dipartita. Quando io ero piccolo, il vero tabù era rappresentato dal sesso. Ora invece è la morte il tabù. È scomparsa qualunque dimestichezza con la pratica mortuaria, delegata alle pompe funebri, e gli annunci funebri escogitano ogni escamotage pur di non affrontare il punto: il tal dei tali si è spento, ci ha lasciati, è tornato alla casa del padre. Mai una volta che si scriva semplicemente: è morto».
Per un credente questo passaggio dovrebbe essere reso più facile dalla credenza nella resurrezione dei morti.
«Io veramente credo alla resurrezione dei vivi. La resurrezione dei morti è un concetto giudaico. Ma già con i primi cristiani cambia tutto, come mostra San Paolo nelle sue lettere: “Noi che siamo già resuscitati”, “noi che sediamo nei cieli”. Gesù ci offre una vita capace di superare anche la morte. Ecco perché i primi evangelisti usano il termine greco zoe. Mentre bios indica la vita biologica, che ha un inizio, uno sviluppo e, per quanto ci dispiaccia, un disfacimento finale, la vita interiore (zoe) ringiovanisce di giorno in giorno. Da qui le parole folli e meravigliose del Cristo: chi crede in me, non morirà mai».
E allora l’Apocalisse, il giudizio universale, la fine dei giorni?
«Gesù, polemizzando con i Sadducei, afferma che Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi. E non resuscita i morti, ma comunica ai vivi una qualità di vita che scavalca la morte stessa. Questa è la buona novella. Quando qualcuno muore e il prete dice ai parenti: un giorno il vostro caro risorgerà, questa parola non suona affatto come consolatoria, ma incrementa la disperazione. Quando risorgerà?, si chiedono. Tra un mese, un anno, un secolo? Ma alla sorella di Lazzaro, Gesù dice: io sono la resurrezione, non io sarò. E aggiunge: chi ha vissuto credendo in me, anche se muore continua a vivere. Gesù non ci ha liberati dalla paura della morte, ma dalla morte stessa».
Non è una visione del cristianesimo un po’ troppo gioiosa, consolatoria?
«Tutta questa gioia però passa attraverso la croce, non ti viene regalata dall’alto. Quando stavo male, le persone pie — che sono sempre le più pericolose — mi dicevano: offri le tue sofferenze al Signore. Io non ho offerto a lui nessuna sofferenza, semmai era lui che mi diceva: accoglimi nella tua malattia. Era lui che scendeva verso di me per aiutami a superare i miei momenti di disperazione».
Torniamo al nostro tema. Per un lunghissimo periodo il freno principale all’effrazione del limite era rappresentato proprio dal terrore di incorrere nel peccato di superbia, di credersi onnipotenti come Dio.
«Questo secondo l’immagine tradizionale della religione, che presuppone un Dio che punisce e castiga. Per scribi e farisei è sacra la Legge, per Gesù invece è sacro l’uomo. Per i primi il peccato era una trasgressione della Legge e un’offesa a Dio, per Gesù il peccato è ciò che offende l’uomo».
Ecco che salta fuori Maggi l’eretico, che vede nella religione un ostacolo che si frappone alla vera fede.
«La religione ha inventato la paura di Dio per meglio dominare le persone e mantenere posizioni di potere acquisite. Per religione si intende tutto ciò che l’uomo fa per Dio, per fede tutto ciò che Dio fa per l’uomo. Con Gesù invece Dio è all’inizio e il traguardo finale è l’uomo. Per questo ogni volta che Gesù si trova in conflitto tra l’osservanza della legge divina e il bene dell’uomo, sceglie sempre la seconda. Al contrario dei sacerdoti. Facendo il bene dell’uomo, si è certi di fare il bene di Dio, mentre quante volte invece, pensando di fare il bene di Dio, si è fatto del male all’uomo».
Se non è più il terrore di commettere peccato a fare da freno alla nostra
hybris,cos’altro spinge un cristiano a riconoscere la bontà del limite?
«Il tuo bene è il mio limite. La mia libertà è infinita; nessuno può limitarla, neppure il Cristo, perché quella libertà è racchiusa nello scrigno della mia coscienza. Sono io a circoscriverla. Per il tuo bene, per la tua felicità. È così che l’apparente perdita diventa guadagno. Lo dicono bene i Vangeli:si possiede soltanto quello che si dà».
Mi sbaglierò, ma è proprio la parola limite che non si attaglia al suo vocabolario.
«Preferisco il termine pienezza. La parola limite ha una connotazione claustrofobica. La pienezza mi invita a respirare. Ogni mattina che mi sveglio, io mi trovo di fronte all’immensità dell’amore di Dio e cerco di coglierne un frammento, per poi restituirlo al prossimo. A partire, certo, dal mio limite. San Paolo usa a riguardo una bellissima espressione: abbiamo a disposizione un tesoro inestimabile e lo conserviamo in vasi da quattro soldi. Questa è la nostra condizione: una ricchezza immensa, a fronte della nostra umana fragilità e debolezza. Che però non necessariamente è negativa. Perché sarà il mio limite a farmi comprendere anche il tuo. E di nuovo ecco la rivoluzione di Gesù. Nell’Antico Testamento il Signore dice: siate santi come io sono santo. Gesù invece non invita alla santità, dice: siate compassionevoli come il Padre è compassionevole. La santità allontana dagli uomini comuni, la compassione invece ci unisce.
Chi desidera un bene oggi non deve seguire regole o principi, ma solo avere la somma necessaria all´acquisto. Frenare il predominio globale del profitto sarà possibile solo se impareremo a muoverci insieme agli altri Il sociologo riflette sulla nostra epoca che non è più quella delle grandi crudeltà ma delle cattive azioni invisibili fatte per egoismo e solitudine
Esiste un tipo di male visibile e clamoroso, capace di catturare schiere di ammiratori o di artisti attratti dalla circostanza che esso, costituendo una violazione delle regole, è molto più affascinante del loro rispetto. Eppure, nonostante il clamore, questo tipo di male "spettacolare" è molto meno interessante di quel male "basso" che attraversa la nostra esistenza quotidiana, e che, come la lettera rubata di Poe, non riusciamo a vedere proprio perché è di fronte ai nostri occhi. Del resto è evidente che ogni "grande" male, per poter conquistare tutta la scena, deve poter contare su una larga complicità, saper attivare un virus latente all´interno della nostra vita di ogni giorno. E´ questo "basso continuo" che ci interessa, questo male diffuso ed intrecciato alla nostra connivenza, alla rassicurante apparenza della "normalità". Senza intercettare questi percorsi sottotraccia del male si corre il rischio di guardarlo da lontano, come se fosse estraneo a noi e alle nostre debolezze.
Ad Hannah Arendt va riconosciuto il merito di aver saputo cogliere, in un libro diventato famoso, questa dimensione "bassa" e normale del male, la sua banalità. Seguendo le sedute del processo ad Eichmann, Arendt rimase sorpresa: il massimo responsabile organizzativo dell´Olocausto non era una riproduzione in miniatura di quel campione del male che fu Hitler, ma un uomo scialbo ed insignificante, che si difendeva sostenendo di essersi limitato ad eseguire nel modo più solerte e scrupoloso ordini superiori. Il male non è lontano dalla normalità, ma spaventosamente intrecciato ad essa. Eichmann, dice Arendt, era un "cittadino ligio alla legge", costantemente teso a riscuotere l´approvazione dei suoi superiori. Ed è stato questo richiamo alla fedeltà all´ordine e agli ordini superiori che ha consentito a lui e ai suoi concittadini di occultare anche a se stessi il male che stavano facendo ad altri. Nello stato totalitario le grandi qualità dell´efficienza e dell´ordine si sono trasformate in incubatrici del male. Quest´ultimo, nel terzo Reich, "aveva perduto la proprietà che permette ai più di riconoscerlo per quello che è - la proprietà della tentazione". Il totalitarismo produce un inquietante rovesciamento delle parti; laddove il male è ordinario e banale è il bene che diventa una tentazione: "Molti tedeschi e molti nazisti, probabilmente la stragrande maggioranza, dovettero essere tentati di non uccidere, non rubare, non mandare a morire i loro vicini di casa, (…) di non trarre vantaggi da questi crimini e divenirne complici. Ma Dio sa quanto bene avessero imparato a resistere a queste tentazioni" (156-157).
Ma per fortuna il totalitarismo, la dismisura dello Stato, almeno in Europa, è alle nostre spalle. Resta però da chiedersi: insieme con il totalitarismo è scomparso, come pretendeva Fukuyama, anche il male, oppure esso ha assunto un´altra forma, ugualmente invisibile e "banale", che non riusciamo a vedere perché è strettamente intrecciata alla nostra normalità? Del resto in questi anni non sta diventando sempre più evidente che alla dismisura dello Stato sta succedendo quella del mercato e del danaro? E se questo passaggio è realmente in corso, perché facciamo fatica a resistere ad esso, che cosa ci rende complici, o almeno collaborazionisti di questa dismisura?
La risposta, al fondo, è meno difficile di quanto si possa immaginare. Come a suo tempo ha sottolineato Marx e poi in modo più diffuso Simmel, tra l´espansione del ruolo del danaro e quella della libertà individuale esiste una correlazione fortissima. Il danaro possiede la straordinaria capacità di incrementare la libertà dell´individuo, perché chi desidera un bene oggi non deve più chiedere l´autorizzazione a nessuno, seguire regole o principi, ma solo possedere la somma necessaria per acquistarlo. L´individuo è la massima potenza relativistica, che si libera da tutte le soggezioni personali e normative consegnandosi all´unica soggezione del danaro. Espansione della libertà individuale ed espansione della forma danaro sono quindi due facce della stessa medaglia: da un lato il danaro favorisce la dissoluzione di tutti i legami che frenavano la libertà individuale, dall´altro l´espansione di quest´ultima richiede la smisurata estensione della forma danaro e del mercato.
Il mondo nel quale l´individuo e l´individualismo si diffondono è quindi lo stesso in cui un´area vastissima di relazioni, esperienze e prestazioni precedentemente escluse dalla sfera dell´universale scambiabilità (la cura, il corpo, gli affetti, l´attenzione per l´altro, ecc.) diventano merci. Anche in questo caso è la dismisura, lo strapotere di una forma, ad occultare la realtà: un mondo in cui tutto è in vendita altro non è che l´organizzazione quotidiana e sistematica della tentazione. La famosa massima di Oscar Wilde: "a tutto so resistere tranne che alle tentazioni" ha perso il suo carattere trasgressivo ed è diventata banale, la regola imperante in un mondo affollato da miriadi di piccoli Wilde.
Non può quindi destare meraviglia che in questo mondo di individui "liberi" il capitale finanziario divenga la forma universale di connessione sociale, il luogo di concentrazione di un potere capace di governare il destino di un´enorme massa di esseri umani. Individuo e capitale finanziario possono conoscere momenti di conflitto, ma, essendo, come si è detto, due facce della stessa medaglia, sono legati a filo doppio. Mentre l´individuo erode, dal basso, ogni legame non volontario, il moto perpetuo del capitale finanziario erode, dall´alto, tutte le istituzioni fondate su principi diversi da quello dell´incremento dei profitti. L´individuazione di questa connessione tra individualismo radicale e dominio del capitale finanziario, che sfugge a gran parte della cultura laica, ci fornisce un´indicazione anche se solo iniziale su come agire. Negli ultimi mesi e a partire dagli Stati Uniti, la necessità di riportare sotto un controllo comune il capitale finanziario sembra essersi fatta spazio nella coscienza dei movimenti giovanili. Ma il passaggio non sarà né facile né lineare: frenare il predominio globale del capitale finanziario sarà possibile solo se l´individuo saprà uscire dalla sua forma attuale ed imparerà a muoversi insieme agli altri individui, a costruire prospettive nuove e parametri alternativi rispetto a quelli dominati dalla connessione tra individuo e danaro, senza cadere in altre dismisure, nella trappola di comunità chiuse e contrapposte tra loro. E´ un processo lungo, impegnativo e difficile, che ci chiederà di guardare in modo diverso anche ciò che amiamo. Ma capire quanto intricato e doloroso sia il nodo che si vuole sciogliere è la premessa di ogni vero cambiamento.
Storia sintetica della cultura italiana
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-9895b202-a581-4a43-82b6-852791024352.html
I liberal americani. Gli ultimi critici del capitalismo. Adeso si comincia in Europa
Scritto da Giovanni Osea Giuntella
La crisi economica ha costretto tutti a riflettere più profondamente sulle “magnifiche e progressive sorti” del mercato. Il crollo dei maggiori attori finanziari è anche la crisi di un pensiero economico che mette al centro un individuo astratto e decontestualizzato, atomo tra atomi, dimenticando la pluridimensionalità e soprattutto la natura relazionale che caratterizza la persona e, di conseguenza, il suo agire politico ed economico.
Del resto non è un caso che proprio di fronte alla grande depressione del 1929 il filosofo Emmanuel Mounier avesse indicato nel personalismo la possibile “terza via” tra l’individualismo liberista e il totalitarismo comunista. Anche il recente successo di nuovi filoni di ricerca, come l’economia comportamentale e gli studi sul rapporto tra economia e felicità, sembra testimoniare l’esigenza di allargare la riduttiva nozione di utilità individuale su cui si fonda l’economia classica, nel tentativo di comprendere meglio i comportamenti delle persone e la natura costituzionalmente relazionale dell’uomo.
Negli ultimi anni, e ben prima che scoppiasse la crisi dei mutui, diversi studiosi ed esperti avevano evidenziato i pericoli di una globalizzazione sfrenata e di un mercato sempre più fuori controllo. Paul Krugman, Robert Reich e Joseph Stiglitz sono tra coloro che hanno dedicato maggiori energie a sensibilizzare l’opinione pubblica e i policy maker intorno a questi temi. Ognuno di loro ha evidenziato le possibili derive del capitalismo e sottolineato la necessità di ridefinire le regole del gioco, rivedere le priorità del nostro sistema di sviluppo e riorientare gli obiettivi di politica economica tenendo conto anche della loro sostenibilità sia ambientale sia sociale.
Tutti e tre concordano su un punto: per uscire dalla crisi del supercapitalismo e correggere gli effetti collaterali della globalizzazione, l’unica via è la partecipazione democratica dei cittadini. Solo esprimendo una governance responsabile e lungimirante, capace di resistere alle pressioni delle varie lobbies, si potrà invertire la rotta.
L’altro mondo di Stiglitz
Joseph Stiglitz ha vinto il premio Nobel per l’economia nel 2001, insieme a George Akerlof e Michael Spence, per le sue ricerche sulle asimmetrie informative e i fallimenti del mercato. Gran parte dei suoi studi sono legati al ruolo dello Stato nell’economia, al rapporto tra istituzioni e concorrenza e fra politica e libera iniziativa privata. La sua teoria delle asimmetrie informative dimostra che i mercati lasciati a se stessi non solo non portano necessariamente all’efficienza economica, ma possono anche generare gravi ingiustizie sociali. In un mondo di informazione imperfetta non è detto che le scelte delle imprese e degli agenti razionali, basate sul principio della massimizzazione dei profitti e dell’utilità individuale, si dimostrino ottimali per l’equilibrio generale. Poiché nella realtà quasi tutti i mercati sono caratterizzati da incertezza e asimmetrie informative, il ruolo che il governo può svolgere nel risolvere i fallimenti del mercato è molto più ampio di quanto predetto dalla tradizionale teoria economica.
Su questa convinzione si fonda il tentativo di definire una “terza via” tra socialismo e capitalismo senza regole. Quest’idea ha guidato Stiglitz anche nel suo operato istituzionale, prima come chairman del gabinetto economico di Clinton e poi come capo-economista della Banca Mondiale. Ma è soprattutto con la pubblicazione nel 2002 di La globalizzazione e i suoi oppositori che Stiglitz è diventato un punto di riferimento per tutti coloro che sognano un mondo più equo.
In questo saggio l’economista criticava duramente le fallimentari “ricette di sviluppo” del Fondo Monetario Internazionale, ideologicamente ancorate ai modelli dei libri di testo, senza tener conto dell’enorme ruolo che l’informazione imperfetta e l’incompletezza dei mercati possono avere nei Paesi in via di sviluppo. La fiducia cieca nelle virtù del capitalismo ha troppo spesso indotto il Fondo Monetario a concentrarsi solo su obiettivi di stabilità dei prezzi, trascurando l’importanza degli strumenti di politica economica e la qualità delle istituzioni. Il professore è convinto che da una “ristrutturazione” della globalizzazione trarrebbero benefici sia i Paesi sviluppati sia quelli in via di sviluppo. Ma questo richiede una rivalutazione del ruolo della politica nel definire il giusto equilibrio tra mercato e altri valori fondamentali come la cultura, l’ambiente e la vita stessa. Alla fine del suo ultimo libro, Making Globalization Work (2006), Stiglitz scrive: “Un altro mondo è possibile. Ma non solo: un altro mondo è necessario e inevitabile”. Il premio Nobel ripone tutta la sua speranza nella forza della democrazia: “Gli elettori non potranno permettere che la globalizzazione venga gestita nel modo in cui è stata gestita sinora”.
Krugman: un nuovo New Deal
Paul Krugman è conosciuto in ambito accademico soprattutto per la sua nuova teoria del commercio internazionale e gli studi sul ruolo dei consumatori nel determinare l’allocazione e il grado di specializzazione della produzione. Krugman è sempre stato un sostenitore del libero commercio e della globalizzazione, ma questo non gli ha impedito di denunciare i limiti e le possibili derive del mercato.
Dalle colonne del New York Times, così come in molti suoi libri, ha più volte documentato la crescente diseguaglianza nella distribuzione del reddito che ha caratterizzato gli Stati Uniti negli ultimi vent’anni, attribuendo gran parte della responsabilità alle politiche di eccessiva deregolamentazione e all’assenza di un solido welfare state. In seguito alle crisi finanziarie che hanno colpito i Paesi asiatici alla fine degli anni Novanta, Paul Krugman aveva parlato di un possibile ritorno della depressione economica.
Da buon neokeynesiano, ha sempre ritenuto che il governo della domanda, e dunque degli strumenti di politica monetaria e fiscale, fosse in molti casi fondamentale per evitare l’aggravarsi delle crisi e il ritorno dei fantasmi del 1929. Per questo, anche di fronte all’attuale recessione, ritiene fondamentale ricapitalizzare e investire in strade, ponti, infrastrutture, secondo i principi classici della macroeconomia keynesiana. Il professore di Princeton conclude la riedizione del suo libro The Return of Depression Economics, uscito la prima volta nel 1999 e appena ripubblicato nel mezzo della crisi, sostenendo che gli unici ostacoli strutturali al raggiungimento di una stabile prosperità economica sono “le dottrine obsolete che confondono le menti degli uomini”. Se è vero che per la prima volta dopo la rivoluzione russa viviamo in un mondo dove i diritti di proprietà e il libero mercato sono ritenuti principi fondamentali e non semplici strumenti, dove gli effetti collaterali del mercato, diseguaglianza, disoccupazione e ingiustizia sono accettati come fatti naturali e il capitalismo regna incontrastato (più per la mancanza di alternative plausibili che per i suoi successi), il neo premio Nobel è però convinto che la crisi economica non potrà che favorire l’emergere di nuove idee e nuovi sogni. Bisogna dunque ripartire da un nuovo New Deal che rilanci con coraggio e decisione l’economia.
Reich, Galbraith e Obama
Robert Reich, a differenza di Stiglitz e Krugman, non è un economista doc. Insegna Public Policy a Berkeley, ma ha ricoperto un ruolo centrale durante l’amministrazione Clinton come Secretary of Labor. Anche Reich è convinto che i problemi di azzardo morale del capitalismo del laissez faire rendano necessario un ruolo attivo del governo nel regolamentare l’economia e nel correggere le storture sociali del sistema. Per il professore è sempre più drammatica la schizofrenia che si crea negli individui, che sono consumatori-investitori ma anche cittadini inseriti in una comunità, due identità spesso confliggenti: “La scomoda verità è che molti di noi sono divisi: come consumatori e investitori vogliamo fare l’affare migliore. Come cittadini, però, non apprezziamo molte delle conseguenze sociali che questo comporta. Da un lato è innegabile che il mercato globale ci offre maggiore scelta, ma a quale prezzo?”. Lo studioso americano sostiene che “i nostri desideri di consumatori e investitori hanno di solito la meglio, perché non abbiamo mezzi per esprimere i nostri valori in quanto cittadini. Questa è la vera crisi della democrazia nell’era del supercapitalismo”. Come liberarsi del potere che gli avvocati e i lobbisti al soldo delle corporation esercitano sull’intero processo politico? Reich ritiene che l’unica risposta possibile sia reimpadronirsi della democrazia.
Critici del capitalismo
Basta entrare in una qualunque libreria negli Stati Uniti per rendersi conto di come negli ultimi anni le voci critiche del capitalismo siano aumentate e abbiano preso coraggio. La discussione è, paradossalmente, più vivace qui che non in Europa. Il professor James K. Galbraith, figlio del celebre consigliere di Kennedy, John K. Galbraith, arriva a scrivere che “il mercato descritto dai sacerdoti del liberismo appare sempre più fragile e vaporoso”. Galbraith demolisce i tre pilastri della politica reaganiana: deregulation, monetarismo e riduzione della pressione fiscale, ritenendo che la deregulation sia stata solo un mezzo per arricchire le lobbies, il monetarismo uno strumento per uccidere i sindacati e glorificare Wall Street, e la riduzione del peso fiscale un fallimento completo, non traducendosi in un aumento della domanda, ma piuttosto in un aumento dei risparmi e in una redistribuzione a favore delle classi più ricche. Temi, del resto, al centro dell’ultima campagna elettorale americana.
L’elezione del candidato democratico sembra aver aperto una nuova stagione. Il nuovo “New Deal” che Obama propone agli Stati Uniti si fonderà innanzitutto su un forte investimento nelle fonti rinnovabili di energia e nella cosiddetta green economy. Un intervento massiccio per frenare l’aumento della disoccupazione e rilanciare l’economia, ma allo stesso tempo l’inizio di un cambiamento strategico della politica ambientale del Paese.
Negli Stati Uniti molti economisti sperano che questa sia l’occasione per tornare a guidare con intelligenza e prospettiva il rinnovamento del sistema economico, restituendo alla politica l’importanza e la responsabilità che le sono proprie. Bisogna ripensare le fondamenta di un sistema in crisi strutturale, dove i conflitti di interesse sembrano aver eclissato le virtù della “mano invisibile”. Per questo c’è bisogno di una guida ispirata e audace, ma anche di un pensiero che riporti al centro la persona, superando la schizofrenia dell’individuo-atomo dei modelli tradizionali e ricomponendo la frattura creata tra preferenze dell’individuo-consumatore e responsabilità comunitaria del cittadino-persona. Ricordando anche che, come ha scritto l’economista belga Christian Ansperberger, “la via d’uscita dai mali del capitalismo è un cammino esistenziale prima che una ricetta economica”.
art. 1 della costituzione: L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro
art.35 " " : La repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni
art. 36 " " : Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro ed in ogni caso sufficiente ad assicurare a sè e alla famiglia una esistenza libera e dignitosa.
Come si diceva, c'è la necessità di un nuovo patto sociale che metta al centro il lavoro. Perchè venga perseguita questa logica è necessario che si diffonda una cultura del lavoro dopo gli anni in cui la finanza l'ha ridotto a una merce. Gli stipendi dei managers sono la variabile indipendente. Sono aumentati del 50 % e talvolta del 100 % dopo il 2008, anno della crisi (vedi articolo successivo del blog) Evidentemente sono staccati dal rendimento e dal risultato del lavoro collettivo di impresa o corporation.
Licenziati e mazziati. Così ti cacciano senza rispetto
Tre milioni di disoccupati dichiarati, più uno di non dichiarato. Quattro milioni di precari che stanno invecchiando. Migliaia di piccole imprese che chiudono ogni mese. Il che vuol dire milioni di vite ferite, compromesse, assediate, da un futuro di disperazione. Il resoconto qui accanto fornisce di alcune di esse un sorte di ologramma. A guardarlo bene, a ruotarlo un poco avanti e indietro, ci si sorgono le immagini dolenti di tantissime altre. Davanti a simile catastrofe, i dirigenti confindustriali ivi citati riescono a dire che l’Italia: “è un paese èunpaese incuiè difficilissimo fare impresa” .Più che una dichiarazione di insipienza, è una offesa alla memoria dei loro predecessori , sia nel privato che nel pubblico. Quelli che in meno di vent’anni fecero di un paese semidistrutto dalla guerra, che ancora nel ’54 aveva più del 40% di occupati in agricoltura, n grande paese industriale. Non era cero un paese in cui fosse facile fare impresa. Non c’erano né operai, né strade, né materie prime, né capitali. Ma quegli imprenditori inventarono la Vespa e la Lambretta, fabbricarono milioni di auto utilitarie e di elettrodomestici, i dirigenti pubblici mentre moltiplicavano per cinque la produzione dell’acciaio, costruivano flotte di magnifiche navi e si imposero nel mondo tra le grandi sorelle del petrolio. Tutti insieme crearono milioni di posti di lavoro stabile e decentemente retribuito. Si chiamavano nel settore privato, Piaggio e Bassetti, Necchi e Olivetti, Pirelli e Valletta, per citarne solo alcuni. Che avevano di fronte dirigenti pubblici ed economisti Oscar Senigaglia, Enrico Mattei, Pasquale saraceno, Giuseppe Glisenti. Una generazione di grandi dirigenti e imprenditori, nel privato come nel pubblico, che non sembra aver lasciato nessun discendente. Non dimentichiamo che oggi c’è la crisi, si vuole obiettare. E’ una realtà che nessuno può negare. Tuttavia, a onta della crisi, non è che la produzione di auto e elettrodomestici, di navi e di abbigliamento di gamma alta nel mondo sia cessata. Prosegue più che mai però non in Italia. Il peggio è che non sembra essere arrivato quasi nulla a sostituirlo. Le medie e le grandi imprese italiane non inventano quasi più nulla di realmente nuovo. Da decenni, non solo da quando c’è la crisi spendono una miseria in ricerca e sviluppo, e in formazione. Gli impianti son in media tra i più vecchi d’Europa . Le fabbriche qui e là ci sono ancora ,ma fabbricano in prevalenza disoccupati e mal occupati.
Il degrado ormai macroscopico delle condizioni di lavoro, inclusi i modi in cui lavoratori e lavoratrici sono etichettati come esuberi e buttati fuori da un giorno all’altro, nel modo americano che tanto piace ai riformisti nostrani, è il riflesso ultimo della mancata riproduzione socia e culturale di un’intera classe di imprenditori e di dirigenti pubblici. Con un certo numero di eccezioni, ovviamente, sennò saremo ormai all’assalto ai forni. Ma piuttosto di piangere sulle supposte difficoltà di fare impresa in Italia, bisognerebbe cercare di capire perché gli imprenditori di vaglia – m anche i dirigenti pubblici di comparabile livello – sono diventati così pochi, icapitali si dirigono preferibilmente verso impieghi improduttivi, i brevetti depositati in Italia all’estero scarseggiano e hanno modesti contenuti tecnologici. Se non si cercherà di fare qualcosa lungo questa strada , la pratica dei lavoratori e delle lavoratrici utilizzati come oggetti usa e getta, di cui qui si parla, continuerà a diffondersi ed a mortificare esistenze.
Luciano Gallino
Badge, computer, telefonini disattivati senza preavviso, messaggi laconici (ci dispiace) e tutta la tua roba in una scatola.
Roma. Simonetta parla come una sopravvissuta a una calamità naturale:”vai in giro per i patronati di Milano e dici: ho perso lavoro. E intorno si alzano mille voci: è successo anche a me: Tutti hanno il tuo stesso sguardo spaventato”. E’ arrabbiata Simonetta: è stata licenziata dall’azienda in cui ha lavorato per vent’anni dalla mattina alla sera. A 58 anni, mentre la riforma Fornero spostava la sua pensione al 2025. Ma a sconvolgerla sembrano siano stati soprattutto i modi, la procedura, con cui è stata buttata fuori, “buttata via”, come dice lei, “ero andata al lavoro come sempre, poco fuori Milano. Nessun presentimento. Avevo solo qualche problema con le commesse”.
Per vent’anni ha curato le comunicazioni di una media azienda nel campo dell’edilizia (non dico qual è aspetto ancora dei soldi): è una professionista parla quattro lingue, stava per ottenere il premio fedeltà, che ai dipendenti con più di vent’anni di carriera riconosce quindici mensilità. Alle 9,30 chiamano la prima. Entra dove è riunito il cda. Esce con la faccia grigia. Nessuno dice niente. Abbiamo pensato che l’avessero licenziata perché in passato aveva avuto dei problemi con i capi. Ha messo tutte le sue cose in una scatola e se ne è andata come in un film americano. Il panico si è scatenato quando a mezzogiorno hanno chiamato la seconda, e poi le altre, una dopo l’altra. Hanno licenziato solo donne sopra i 40 anni, tranne un immigrato che ha accettato un po’ di soldi e se ne è ritornato al suo paese. Alle 16,30 è arrivata la figlia del padrone piangendo: “Mi dispiace” ci dice. Alle 18 è squillato il mio telefono. Sono entrata nella stanza . Mi hanno detto Ci dispiace e mi hanno messo in mano una busta. Non l’ho neanche letta.. Ho preso le mie fotografie e e il cappotto dice ancora Simonetta” Mentre me ne andavo ho chiesto ai figli del padrone? Un ragazzotto che mi avevano affiancato, uno che guadagna la metà di me, impreparato….” Oggi simonetta è una 2.875.000 italiani senza lavoro censiti dall’Istat nel 2012, che a dicembre ha registrato un tassodi disoccupazione da codice rosso per un paese industrializzato: l’11,1 %.
Secondo l’elaborazione della Cgia di Mestre, nei primi 9 mesi del 2012 hanno chiuso 1.000 aziende al giorno, per un totale – dicono i dati del gruppo Cerved – di 104.000 imprese nell’intero anno. Uno tsunami, che investe i singoli e la società con effetti “collaterali” sconvolgenti . Perché, se è forse scontato che siano licenziamenti a raffica, non lo è che dai rapporti di lavoro siano stati spazzati via regole e fair play e che allontanare le persone dal posto di lavoro sempre più spesso ricordi un’operazione chirurgica eseguita senza anestesia, e senza umanità. Nell’ultimo anno sono stati sdoganati comportamenti impensabili, che si riteneva appartenessero a un’epoca paleoindutriale. La crisi cioè si vede non solo dai licenziamenti - secondo la Cgia 50.000 nel 2012 – ma anche in come si viene allontanati dal mondo del lavoro. Si vede dall’aumento dei licenziamenti improvvisi, non annunciati, anche per i collaboratori più anziani e fidati. Oppure dall’interruzione dei rapporti sindacali nelle imprese da sempre considerate corrette e collaborative. O dai metodi scandalosi adottati persino nelle vertenze più amplificate dai media : neanche le telecamere accese sulla lunga crisi del colosso farmaceutico Sigma Tau hanno impedito che alcuni dei 180 lavotori messi in cssa integrazione poche settimane fa a Pomezia (Roma) scoprissero di essere finiti nella lista nera soltanto perché i bedge erano stati disattivati o perché il computer improvvisamente non riconosceva più la password.
Simonetta ha assaggiato la riforma dell’art. 18, la famosa riforma Fornero, approvata a luglio: “L’intenzione iniziale era di concedere reintegro solo in caso di licenziamento discriminatorio. La stesura finale lo ha reso possibile, ma non automatico, anche nel licenziamento economico o disciplinare” spiega l’avvocato del lavoro, Alberto Piccinini, che ha uno studio a Bologna ed è consulente della CGIL ”Dal mio osservatorio posso comunque dire che i licenziamenti sono aumentati” racconta “C’è la crisi, ma non solo: ora è un’opzione anche laddove prima non lo era. La cosa positiva della riforma ”aggiunge Piccinini” è che ha spostato il termine del licenziamento a dopo la fase di conciliazione” Il lavoratore quindi arriva di fronte alla commissione Presso il Ministero del Lavoro con una carta in più, e ottiene praticamente sempre una fuoriuscita”. Simonetta ad esempio, ha strappato dieci mesi di stipendio.
Se è vero che la riforma Fornero non ha spalancato la strada di fronte ai licenziamenti facili, secondo alcuni osservatori, però la monetizzazione del licenziamento ha smantellato alcuni freni inibitori. Piccinini ”dal mio osservatorio dico che i licenziamenti sono aumentati. Certo c’è la crisi, ma c’è anche il fatto che per le aziende ora è un’opzione anche dove, fino a ieri, non lo era” Confindustria la vede in modo opposto ”la legge Fornero è stato un passo in avanti, ma non sufficiente. Noi registriamo piuttosto un’interpretazione molto rigida da parte della magistratura” E poi, “dire che gli imprenditori licenziano, e brutalmente, non è solo sbagliato e falso, ma anche controproducente, Questo è un paese in dismissione. Se si licenzia è perché gli imprenditori meditano di andare e di abbandonare il paese in cui fare impresa è difficilissimo”.
Lo tsunami continua e non risparmia le aziende più piccole, quelle sotto i 15 dipendenti, E se il clima famigliare una volta attutiva l’impatto, oggi non è più così. Prendiamo il caso di Laura. Lavorava, con sede in Veneto, per un’impresa altoatesina di bonifica e smaltimento dei rifiuti. E’ giovane, in gamba, e due giorni dopo il licenziamento era già stata assunta altrove. Ma il modo in cui è stata licenziata l’ha shoccata. “un venerdì il mio capo, da Bolzano, mi dice di non andare da lui il lunedì, come facevo ogni settimana, perché sarebbe venuto lui. Si presenta dopo pranzo con il capo del personale. Mi mettono una busta bianca in mano e dicono leggi. C’era scritto che avrebbero chiuso la sede. E che dovevano fare a meno della mia figura. La cosa peggiore, la più sgradevole è che mi hanno intimato di restituire tutto immediatamente: computer, telefono, auto. Ero allibita. Nell’ufficio del mio collega ho riversato i contatti del mio telefonino, poi sono tornata da quei due e ho detto.” Ma secondo voi , ora come faccio a muovermi che qui siamo in aperta campagna?” loro si sono guardati imbarazzati, In due buste di plastica ho messo le mie cose e mi sono fatta accompagnare dal mio collega in stazione.
Bisogna mettersi nei panni degli operai del cantiere di Uta, in provincia di Cagliari, Sardegna, una delle regioni a più alto tasso di disoccupazione. E capirà se non gettano la spugna benchè debbano fare cinque giorni di sciopero al mese per farsi pagare. Stanno costruendo un carcere , e da quel che risulta lo stato sta pagando le opere pubbliche spa che ha ottenuto l’appalto ormai nel 2006. I lavori sono completati solo all’80 %, e da più di un anno ci sono problemi continui. “ La cosa preoccupante - dice Enrico Cureddu della Fillea CGIL – è che con le opere pubbliche, che ha avuto sempre molti appalti in Sardegna, le relazioni sindacali sono state sempre ottime, mentre ora non ci rispondono più”.
L’apice dello scontro è stato raggiunto ad agosto, quando i lavoratori sono tornati dalle vacanze e hanno trovato i cancelli chiusi: l’azienda aveva deciso di prolungare le ferie senza comunicarlo. Una vicenda di cui quasi non si parla. Del colosso della Sigma Tau invece si è parlato, e molto, ma ciò non ha impedito che un mattino l’azienda lasciasse i lavoratori in cassaintegrazione fuori dalla porta dello stabilimento. “Un brutto episodio” dice ora Sergio Gigli, segretario generale della Femca Cisl (comparto tessile, chimica e energia) “Ormai i rapporti sono deteriorati. Invece è proprio nella crisi che bisogna avere particolare cura delle relazioni industriali: soltanto così è possibile trovare soluzioni che non mortifichino il lavoro. E le persone”
Cinzia Giubbini
- " Non ci possiamo più permettere lo stato sociale" Falso .Federico Rampini
- "La ricchezza di pochi avvantaggia tutti " Falso - Zygmunt Bauman
- Il sud vive sulle spalle d'Italia che produce" Falso - Gianfranco Viesti
Un e-book : L'attacco allo stato sociale . Luciano Gallino Ed. Einaudi Le conseguenze sociali ed economiche dell’iniquità
Sull'ALMANACCO. Economia di Micromega compare il testo del premio nobel Joseph Stiglitz scritto con la collaborazione di Mauro Gallegatti consulente economico di Beppe Grillo. Il fascicolo curato da Emilio Carnevali e Roberto Petrini, contiene tra gli altri gli interventi di Federico Rampini,Alessandro Roncaglia, Maurizio Franzini.
I mercati, anche quando sono stabili, producono spesso forti disuguaglianze, percepite come inique. La crisi finanziaria ha scatenato una nuova percezione: il sistema economico è non solo inefficiente e instabile, ma anche profondamente iniquo. È stato giustamente percepito come gravemente “ingiusto” il fatto che molti operatori del settore finanziario (“i banchieri”) si siano appropriati di bonus stratosferici, mentre coloro che hanno sofferto per la crisi causata (anche) da questi banchieri si sono ritrovati senza un posto di lavoro; o che i governi abbiano “salvato” le banche, ma che siano stati riluttanti a estendere le reti di protezione ai disoccupati o ai nuovi homeless.
Sebbene la liberalizzazione dei mercati abbia portato a una più elevata produzione aggregata, larghi strati della popolazione hanno peggiorato la propria condizione. Considerate per un momento ciò che un’economia mondiale interamente globalizzata (con i capitali e la conoscenza che circolano liberamente) comporterebbe: tutti i lavoratori con le medesime abilità, dovrebbero ricevere lo stesso salario in qualunque posto del mondo. I lavoratori americani non specializzati dovrebbero ottenere lo stesso salario che un lavoratore non specializzato otterrebbe in Cina. Ciò significherebbe che i salari dei lavoratori americani cadrebbero precipitosamente. Il salario prevalente sarebbe una media tra quello americano e quello del resto del mondo, con un notevole livellamento verso il salario più basso prevalente altrove. Non sorprende il fatto che i sostenitori della completa liberalizzazione, credendo in genere al buon funzionamento dei mercati, non pubblicizzino questo risultato.
I critici delle politiche redistributive a volte suggeriscono che il costo della redistribuzione stessa è troppo alto. I disincentivi, sostengono, sono troppo alti, e i guadagni per i poveri e la classe media sarebbero più che compensati dalle perdite sopportate dai ricchi. Si sente spesso affermare dai fondamentalisti del mercato che potremmo avere una maggiore uguaglianza distributiva, a prezzo di una crescita più lenta e un inferiore pil pro capite. La realtà è esattamente l’opposto: abbiamo un sistema che si sta operando per spostare i soldi dalla popolazione che ha redditi bassi e medi ai ricchi, ma il sistema è così inefficiente che i guadagni per la classe agiata sono molto inferiori alle perdite per le classi medie e basse.
C’è una seconda via attraverso cui le politiche economiche guidate «dall’1 per cento» possono produrre instabilità: la deregolamentazione. La deregolamentazione è un elemento centrale dell’instabilità che molti Paesi hanno sperimentato. Dare carta bianca alle grandi corporation, in particolare nel settore finanziario, è stato nell’interesse miope delle classi più ricche; costoro hanno usato il loro peso politico e il loro potere di influenzare le idee per sostenere la deregolamentazione, dapprima nei settori delle compagnie aeree e di altri servizi di trasporto, poi nel settore delle telecomunicazioni e in ultimo nei mercati finanziari.
Gli apologeti della disuguaglianza sostengono al contrario che dare più soldi ai più ricchi sarà a vantaggio di tutti, perché porterebbe a una maggiore crescita. Si tratta di un’idea chiamata trickle-down economics (economia dell’effetto a cascata). Essa ha un lungo pedigree e da tempo è stata screditata.
Come l’evidenza empirica dimostra, una maggiore disuguaglianza non ha portato a una più alta crescita, e la maggior parte degli americani ha visto i propri redditi affondare o ristagnare. Quello che l’America sta vivendo in questi ultimi anni è l’opposto dell’economia dell’effetto a cascata: le ricchezze accumulate dai più ricchi sono state ottenute a scapito di quelle ricevute dai meno abbienti.
Le 358 persone più ricche al mondo hanno una ricchezza pari a quella del 45 per cento più povero della popolazione mondiale. Se consideriamo i dati riferiti ai tre individui più ricchi al mondo otteniamo una ricchezza che corrisponde a quella dei “Paesi meno sviluppati” messi insieme, circa 600 milioni di persone. Più in generale, l’1 per cento più ricco degli individui detiene circa il 40 per cento della ricchezza mondiale; il 50 per cento più povero della popolazione mondiale detiene solo l’1 per cento della ricchezza complessiva.
La grande recessione non ha creato la disuguaglianza, ma di certo l’ha aggravata.Con le opportune politiche possiamo migliorare la situazione. La domanda è: possiamo farlo? Sì, a patto che il 99 per cento della popolazione si accorga di essere stato ingannato dall’1 per cento: che ciò che è nell’interesse dell’1 per cento non è nel loro interesse. L’1 per cento ha lavorato sodo per convincere il resto della società che un mondo alternativo non è possibile.
Traduzione Mauro Callegatti - Sull'argomento si consiglia di consultare il libro di Luciano Gallino: "Con i soldi degli altri" ed. Einaudi
Intervista a Evgeny Morozov, contro la retorica della democrazia globale della Rete |
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Con il suo The Net Delusion (L'ingenuità della Rete, Codice Edizioni) due anni fa Evgeny Morozov scuoteva l'establishment intellettual-tecnofilo americano e internazionale con tesi provocatorie e appassionate contro la retorica che ci voleva all'alba di una nuova democrazia globale scaturita grazie alla Rete. Una sorta di batteria di fuoco di controinformazione sparata sulla tesi di una Rete salvifica, potenziale sostituto delle pratiche politiche, associative, comunitarie "tradizionali" e piramidali in favore di una distribuzione egualitaria dei mezzi di partecipazione grazie agli strumenti offerti da Internet. Raffaella Menichini per "la Repubblica" Tesi smontata pezzo a pezzo, con un'approfondita analisi degli interessi economici e di potere che giocano (soprattutto in Europa dell'Est, da cui proviene il bielorusso Morozov, ma non solo) dietro questa retorica, ma che cela anche una grande passione: la Rete è uno strumento eccezionale, ma bisogna scoprirla e saperla usare per non esserne strumentalizzati. Lo stesso filone che il giovane (nato nel 1984) politologo, blogger e ricercatore all'Università di Stanford, svilupperà nel suo prossimo libro ("To save everything, click here"). Il suo è dunque un punto di vista radicale sulla "retorica digitale" che - sostiene - è stato il principale ingrediente dello straordinario successo del Movimento 5 Stelle: "Rischiate che il vuoto politico si riempia di totalitarismo o managerialismo". Ma che non è un fenomeno isolato, mentre negli Usa sta prendendo piede la politica-marketing: messaggi su misura per gli elettori, a scapito del messaggio calibrato sull'interesse collettivo. Esistono precedenti nel mondo di un movimento nato e cresciuto sul web che raggiunga un successo elettorale di questo livello? "Ci sono molti esempi di cittadini consultati su come governare o coinvolti in processi decisionali minori ma non mi risultano esempi simili in caso di elezioni politiche. Credo che i partiti Pirata in Svezia e Germania abbiano sperimentato metodi simili, anche se non su questa scala". Perché è successo in Italia, perché ora? "Sarei cauto nell'attribuire un ruolo eccessivo alla cultura di Internet in tutto questo. Se parliamo di partiti nuovi nati dal nulla e che in tre anni diventano così popolari - allora sì, ce ne sono altri, e alcuni di questi esempi sono piuttosto orribili. Ora, non per aderire a strani determinismi - non sto dicendo che Internet non ha contato nulla - ma la risposta al perché in Italia, perché adesso ha a che fare con i problemi strutturali della politica e dell'economia italiane più che con le trasformazioni rivoluzionarie suscitate da Internet. Ovviamente, Grillo e i suoi luogotenenti non vogliono essere visti come un partito marginale con programmi ambigui: i paragoni storici, purtroppo, non giocano in loro favore e incuterebbero paura. Così preferiscono giocare la carta di Internet e pretendere di essere solo la naturale e inevitabile conseguenza dell'"era di Internet". Ma io penso che tutto questo parlare di 'era' - lo Zeitgeist e lo spirito di Internet - sia in gran parte privo di senso". Il motto di funzionamento del movimento è "uno vale uno": niente leader, consultazione diretta su ogni questione, nessuna identificazione destra/sinistra, capacità professionali opposte a professionismo della politica. E' un modello che può funzionare - considerando anche lo stato di deterioramento della credibilità della politica italiana? "Non vivo in Italia e quel che so della vostra politica mi viene dalla lettura di giornali americani, britannici e a volte tedeschi e da qualche amico italiano. Ma anche con queste mie limitate conoscenze, l'ultima volta che me ne sono occupato il M5S aveva un leader - anche piuttosto buffo - e anche un ufficio in una zona piuttosto costosa di Milano. Non è questa una sorta di gerarchia?
"Il secondo punto di vista è che questo deliberato tentativo di sfuggire alle caratteristiche della politica - ideologia, negoziazione, prevaricazione occasionale e ipocrisia - può solo peggiorare le cose. Di fronte a una qualsiasi fluttuazione del sistema politico attuale (e il cielo sa quante ce ne possano essere in Italia), l'imperfezione è meglio di un'alternativa che in questo caso potrebbe essere l'eliminazione di ogni spazio di manovra e la sostituzione della politica con una qualche forma di managerialismo o di totalitarismo populista. L'eccellente libro del 1962 di Bernard Crick "In Defence of Politics" ("In difesa della politica", ed. Il Mulino, 1969, ndr) dovrebbe essere distribuito ampiamente in Italia: è il miglior argomento del perché i sogni populisti e tecnocratici di abbandono della politica siano sbagliati". Molti osservatori in Italia hanno messo in luce il problema dello stretto controllo esercitato da Grillo e da Gianroberto Casaleggio e la mancanza di trasparenza nelle scelte del Movimento, specialmente nel processo di selezione dei candidati e di votazione. Solo gli aderenti di lunga data possono accedere alle piattaforme di voto, mentre il blog di Grillo è lo spazio pubblico in cui il dibattito si svolge in maniera aperta. Qual è la sua opinione su questo modello? "Non mi sorprende. Ci sono tutta una serie di miti su come funzionano le piattaforme online. Progetti come Wikipedia, Google e Facebook ci hanno insegnato - e anche condizionato - a pensare che funzionano in modo oggettivo, neutrale e del tutto evidente. Ovviamente non è vero: nel caso di un progetto come Wikipedia, sono molte poche le persone - tra loro c'è il suo fondatore Jimmy Wales - che capiscono come funziona davvero. Nessuno conosce tutte le regole che innescano il meccanismo Wikipedia: ce ne sono troppe. Lo stesso per Google: non sappiamo come funzionano i suoi algoritmi e loro hanno resistito a ogni sforzo di renderli esaminabili. Ecco cosa accade: abbiamo una serie di caratteristiche di progetti che pensiamo rappresentino "la Rete" e poi trasferiamo queste caratteristiche dentro la Rete stessa in modo che qualsiasi progetto scaturisca dalla Rete ci sembra avere le stesse caratteristiche. Non mi sorprende che il 5Stelle affermi di essere totalmente orizzontale, trasparente e basato sulla Rete nel momento in cui applica alcune di queste caratteristiche. E' così che funziona la cultura di Internet: conoscono il suo linguaggio e i suoi trucchi retorici. Un altro esempio? Twitter. Tutti pensano che sia una piattaforma che permette a chiunque, dalla sua camera da letto, di essere altrettanto influente di un commentatore di grido a proposito del futuro della Rete. Ma anche questo è un mito: la maggior parte dei commentatori della Rete che si dicono ottimisti sul suo futuro compaiono nelle liste di "chi va seguito" - compilate dalla stessa azienda Twitter e che gli permettono di acquisire molti più follower di tutti noi. Per esempio, le persone con cui io ho i miei scontri intellettuali - come Clay Shirky o Jeff Jarvis - hanno molti più follower di me ma non perché sono più divertenti (non lo sono!), ma perché l'azienda Twitter amplifica deliberatamente il loro messaggio. Dunque cosa c'è di così democratico e orizzontale nell'ecosistema dei nuovi media? "Secondo me molte delle piattaforme online usate per l'impegno politico funzionano più o meno come scatole nere che nessuno può aprire e scrutare. La gente ha l'illusione di partecipare al processo politico senza avere mai la piena certezza che le proprie azioni contano. Non è esattamente un buon modello per la ridefinizione della politica". L'Italia ha un grosso problema di infrastrutture digitali. Siamo agli ultimi posti in Europa per l'accesso alla banda larga. Questo è compatibile con l'aspirazione a una "democrazia digitale"? "Non si può dare la colpa a un partito politico se non riesce a raggiungere tutti. Perciò va benissimo che si cerchi di utilizzare questi nuovi metodi adesso piuttosto che tra 15 anni, quando tutti saranno connessi. Il pericolo vero è che i processi amministrativi ed elettorali siano rivisti in modo da rendere impossibile la partecipazione alla politica senza tecnologie digitali. Non penso che possa accadere presto, ma è una possibilità. Ci sono tanti progetti digitali in questo spazio civico e politico e specialmente in questa prima fase esiste una specie di pericoloso discrimine di autoselezione: si organizzano importanti riunioni per decidere le regole con cui procedere e solo chi ci capisce di tecnologia (i geek) partecipano. E naturalmente se sono solo i geek a decidere le prime regole mi preoccupa l'esito di queste piattaforme e progetti". Come giudica i software open-source per i processi decisionali come Liquid Feedback - o i sistemi di voto elettronico come il metodo Schulze? Sono strumenti utili anche per partiti politici diciamo così, convenzionali? "Nel mio nuovo libro (che negli Usa esce il 5 marzo) ho un lungo capitolo su Liquid Feedback. E' un tema complesso. Come strumento per condurre focus group all'interno di un partito è uno strumento piuttosto efficace. Il rischio nasce quando piattaforme di questo tipo vengono lanciate come strumenti nuovi per far politica - tipo cittadini che delegano i loro voto ad altri cittadini su questioni di cui sanno poco. Non credo molto nella delega a questo livello. Nel libro in realtà ricordo che alcune di queste aspirazioni esistevano già negli anni Sessanta - almeno negli Usa, con la Rand Corporation - quando molti consiglieri politici tecnlogici pensavano che - attraverso il telefono e le tv via cavo - i cittadini sarebbero stati capaci di delegare i proprio voti a persone più competenti. Come ho già detto, questa visione nasce dall'idea che il problema da risolvere siano i costi della comunicazione e si cerca nelle tecnologie il salvatore. Se invece non pensassimo che il motivo per cui la politica opera nel modo in cui opera è legato ai limiti della comunicazione, allora avremmo una visione più sensata di quel che la tecnologia può darci. Ora negli Usa abbiamo un grande problema di uso massiccio di big data e micro-targetting, specialmente sulla Rete, perché i politici e i partiti presto saranno in grado di fare promesse ritagliate su misura dell'individuo a tutti noi - facendo leva sulle nostre paure e i nostri desideri più profondi - e ovviamente li voteremo più volentieri grazie a questa strategia. Non sono sicuro che valga la pena costruire una società in cui gli elettori ricevono promesse personalizzate - che nessuno potrà mai soddisfare. Eppure questa è la direzione. Una delle attrattive del vecchio e inefficiente sistema dei media - in cui un partito doveva formulare un messaggio universale mirato a tutti coloro che lo ascoltassero - era checostringeva i politici a prendere sul serio le proprie ideologie. Dovevano suonare coerenti, assicurarsi che le proprie posizioni non si sfaldassero.In un mondo in cui nessuno può controllare i messaggi personalizzati che i politici inviano ai singoli elettori non c'è bisogno di essere coerenti o di sforzarsi di formulare un'idea. E' pericoloso". L'Italia si trova anche al centro della grande crisi dell'eurozona, con potenziali forti impatti internazionali. Per la prima volta c'è un "movimento digitale" non assimilabile a un partito tradizionale che ha una grande forza in Parlamento. Questo pone una sfida anche alle controparti internazionali, in termini di approccio diplomatico, relazioni, linguaggio? "Di nuovo, io non vivo in Italia. Non so esattamente cosa significhi 'movimento digitale'. Possiamo chiamarlo 'movimento di dilettanti'? Posso capire perché per esempio il partito Pirata in Germania venga chiamato 'movimento digitale' - non si occupano di altro che non sia la libertà della Rete, la riforma del copyright ecc. Sono tutte questioni tecnologiche, da geek, che la maggior parte della gente chiamerebbe 'digitali'. Se parliamo del M5S non è questo il caso: non so se abbiano posizioni su questioni digitali ma non è questo il motivo per cui la gente ne è attirata. La Rete, nella loro retorica, gioca solo un ruolo di grande legittimatore del loro dilettantismo e della loro attitudine profondamente anti-politica. Dicono di manifestare ciò che un partito politico dovrebbe essere nell'"era della Rete" e ciò mi insospettisce molto perché - di nuovo - non penso che il funzionamento dei partiti si possa spiegare solo in termini di costi della comunicazione. "Ci sono buoni motivi per cui abbiamo bisogno di gerarchie e di leader che parlino il linguaggio della politica e giochino il gioco fino in fondo: le inefficenze della politica, per usare un linguaggio da computer, non sono un bug (un difetto) ma una feature (una funzione). Per me il test è semplice: dimentichiamoci per un momento che stiamo vivendo una "rivoluzione digitale" e cerchiamo di cimentarci sugli argomenti dei movimenti come il 5 Stelle, basandoci su quel che sappiamo di filosofia e teoria politica. Queste argomentazioni, secondo me, non reggerebbero un'ora di seria discussione in un rigoroso seminario di Scienze Politiche di base. L'unico motivo per cui passano per seri è perché sono ammantati della retorica emancipatoria del sublime digitale. Quanto ai leader internazionali, beh ci sono moltissimi partitini in crescita in Europa: in Olanda, in Gran Bretagna, forse in Grecia. Non sono stati altrettanti bravi nell'utilizzo della retorica di Internet - forse non sono guidati da blogger - ma presto capiranno come fare. Basta guardare a Nigel Farage, tra i leader dell'Uk Independence Party e tra i maggiori euroscettici britannici nel Parlamento europeo. Un uomo che ha usato bene YouTube per le sue operazioni mediatiche e ora ha un seguito pan-europeo. Gli manca qualche ingrediente retorico - "democrazia della Rete" e "consultazioni online" - poi prenderà il volo. Nelle recenti elezioni amministrative britanniche, l'Ukip ha preso rapidamente terreno, il che indica che stanno imparando questo gioco". In un paese a lungo dominato da un mogul della Tv, l'avvento di un movimento di cittadini informati che rifiutano ogni interazione con i media tradizionali può anche essere visto come un segno di cambiamento sano, l'indicazione di una nuova generazione pronta ad impegnarsi.... "Bè, l'Italia è un caso particolare, ne convengo. Non ho interesse particolare a difendere la Tv e certo non quella italiana - la maggior parte è orribile e renderla un attore meno rilevante nella sfera pubblica è di certo un bel cambiamento. Detto ciò, voi avete ancora buoni giornali, una buona industria editoriale (con un pubblico di lettori tra i più acuti d'Europa, l'accesso a forse il maggior numero di lavori tradotti di tutti i paesi d'Europa) e una delle migliori culture di festival d'Europa. Per cui certo, la televisione non è il meglio ma avete un sacco di altre cose di cui essere orgogliosi. E Internet può mettere a repentaglio queste altre attività e il loro patrimonio culturale e intellettuale? Temo di sì. Odio generalizzare su termini come 'Internet' - ci sono un sacco di risorse buone e utili online, e tante stupidaggini. Ma non voglio assumere per principio che solo perché i giovani tendono a leggere i blog più che a guardare la tv sia necessariamente una cosa positiva. Ci sono tante altre cose buone da leggere |
Viene riportata questa vita vissuta che ci insegna che con la cooperazione, cioè le risorse dell'uomo si vive meglio e soddisfatti, non ci si isola e gli altri non diventano nemici. (La politica diceva qualcuno é uscirne assieme non da soli) ndr.
Benvenuti nel paese kibbutz. Dal pecorino al ristorante qui tutto si gestisce in comune. Contro lo spopolamento una coop degli abitanti
Un modello: la cooperativa Valle dei Cavalieri di Succiso è un modello studiato anche all’estero perché ha permesso la rinascita di un borgo destinato allo spopolamento e al degrado
A Succiso i negozi chiudevano per mancanza di clienti ora questa formula ha salvato il borgo
Chiusero assieme, la bottega e il bar. Non c' era altro, a Succiso, 980 metri sul livello del mare, 60 abitanti d' inverno e 1.000 d' estate. E allora i ragazzi (di allora) e gli adulti si trovarono alla Pro loco e decisero di reagire. «Mettiamoci tutti assieme, in una cooperativa. Qui l' iniziativa privata non regge più. Se vogliamo trovare un caffè, il pane fresco e soprattutto un posto dove trovarci assieme, dobbiamo costruircelo da soli». Dario Torri, presidente della coop Valle dei Cavalieri, nel 1990 aveva 27 anni. «Quelli di città - racconta - hanno tutto sotto casa e non possono capire. Un paese dove al mattino non senti il profumo del pane è un paese che non esiste. Il primo giorno di neve guardi fuori dalla finestra e dici: che bello. Ma se non hai un bar dove andare, per trovare gli amici e fare una partita e due chiacchiere, dopo tre giorni rischi di impazzire». Allora non sapevano, quelli della Pro loco, di avere inventato «la cooperativa di paese», o «cooperativa di comunità», come vengono chiamate adesso queste realtà. «Forse somigliamo - dice Dario Torri - ai kibbutz, perché anche qui l' associazione è volontaria e la proprietà è comune. Certamente, dopo più di vent' anni, possiamo dire di avere fatto una cosa importante: abbiamo salvato il paese». Trentatré soci, sette dipendenti fissi e altri stagionali. «Stipendi sui 1.000 euro al mese, che sono più alti di quelli di città, perché non hai l' affitto da pagare. I soci invece sono tutti volontari. La nostra è stata una scoperta semplice: in un paese spopolato, un' attività singola non può reggere. Ci vuole un legame fra tutte le iniziative. Noi siamo partiti dall' ex scuola elementare, che era stata chiusa perché aveva solo 8 bambini. Qui abbiamo costruito la bottega di alimentari, il grande bar, una sala convegni che in inverno diventa la piazza del paese, un agriturismo con 20 posti letto e un ristorante. Ma abbiamo capito che, oltre alle cose indispensabili bisogna offrire anche le eccellenze. E così ci siamo messi a produrre il pecorino e la ricotta dell' Appennino reggiano. Sessanta quintali all' anno, venduti in bottega o serviti al ristorante. E abbiamo costruito anche la "scuola di montagna", per insegnare ai giovani che i monti non sono solo piste e skilift ma anche boschi, alpeggi, rifugi e camminate con le ciaspole alla ricerca di pernici e caprioli».
Oggi l’economia ruota attorno ai servizi di base e prodotti di eccellenza
Il fatturato della Valle dei Cavalieri, che fa parte di Legacoop, è di 700.000 euro all' anno. Nel paese che doveva morire è difficile oggi trovare momenti di pausa. Albaro al mattino porta i bambini a scuola nel capoluogo (Ramiseto, a 20 chilometri), col pulmino della cooperativa. Otto bimbi in tutto, dalla materna alle medie. Poi passa in farmacia a prendere le medicine ordinate dal medico e fa la spesa per la bottega. Al pomeriggio prepara il pecorino, al sabato sera fa il pizzaiolo al ristorante. Giovanni cura i pascoli e le 243 pecore di razza sarda. Emiliano è il cuoco del ristorante, Maria tiene il negozio, Piera fa la cameriera, Fabio e Davide lavorano con la ruspa o l' escavatore o fanno le guide per le escursioni nel parco nazionale dell' Appennino tosco emiliano. «Ma tutto il paese, e non solo i soci - dice il presidente Dario Torri - è pronto a dare una mano. Quando si debbono preparare tortelli e cappelletti per il ristorante o le tante feste di paese che facciamo ogni anno, nonne e zie vengono a lavorare gratis». È conosciuto anche in Giappone, il paese - cooperativa. L' altro giorno è salito quassù il professor Naonori Tsuda, docente di economia all' università di St. Andrew' s di Osaka, che studia le "cooperative di comunità" in tutto il mondo. «Ci ha raccontato che un' iniziativa come la nostra esiste in Australia. Ci ha detto che, come gli australiani, dovremmo chiedere la gestione di un piccolo ufficio postale, che da noi eviterebbe un viaggio di 20 chilometri per ritirare la pensione». Altre cooperative di paese sono nate nel reggiano ("I briganti di Cerreto") e in altri borghi italiani a rischio estinzione. Tante sono case chiuse e i camini spenti anche nelle altre frazioni di Ramiseto. «A Fornolo, Poviglio e Storlo i bar e le botteghe hanno chiuso e i paesi sono andati in malora. E questo sta succedendo in migliaia di borghi italiani, soprattutto quelli degli Appennini. A Succiso invece non c' è una casa in vendita e al ristorante prepariamo diecimila pasti all' anno. Non abbiamo niente da insegnare. Solo un consiglio: se il bar abbassa la serranda, se il forno resta spento, reagite subito».
JENNER MELETTI
Produzione: - Pecorino
- Ricotta dell’Appennino Reggiano. 60 quintali l’anno venduti
Il borgo cooperativa
Abitanti: 60 inverno 1000 estate
Fatturato: 700.000 € all’anno
Organizzazione: la proprietà è in comune
I soci 33: che lavorano come volontari, 7 dipendenti fissi, altri stagionali.Stipendio : € 1.000 al mese
Investimenti: 1.500.000 € in 20 anni
Ristorante: che prepara 10.000 pasti l’anno
Scuola di montagna: organizza camminate con le ciaspole per far conoscere
l’economia e la storia della montagna
Nel 1990 nasce la cooperativa di paese: Valle dei cavalieri che poi si associerà alla Legacoop
21 aprile 2013
Non serve molto guardare indietro le cose passate, non sono in nostro potere. Da come ci comportiamo oggi e da come operiamo adesso dipenderà il nostro futuro.
Le esperienze politiche di questi giorni servono se ci insegnano delle cose. Da questa situazione possiamo uscirne con la buona politica che guarda al bene comune e alla creazione di gruppi dirigenti nuovi. Quelli vecchi hanno fallito (in tutte le democrazie chi perde lascia), è meglio che se ne vadano prima che vengano cacciati. E’ opportuno cambiare, e non è semplice trovare, persone nuove che hanno idee e proposte adeguate alla situazione economica e sociale attuale e che diano una prospettiva per ricostruire e unificare questo paese e farlo ripartire dal punto di vista della cultura, dei valori, dell’economia, della società, dargli cioè un futuro.
Veniamo al Partito Democratico. E’ evidente che il gruppo dirigente (non solo il segretario , la segreteria, ma anche coloro che li attorniavano) non ha voluto ascoltare gli aderenti al partito, i votanti, i simpatizzanti di questa area che chiedeva, da tempo. un rinnovamento e una nuova politica per far fronte alla crisi economica e sociale (disoccupazione giovanile al 37%, precariato nelle varie forme, chiusura delle fabbriche e delle aziende con la presenza di oltre 3.500.000 di disoccupati. Minor redito per le famiglie, minori consumi e quindi diminuzione della futura produzione di beni e servizi. Spostamento massiccio del reddito, da anni, dalle classi medio e basse a una ristretta cerchia di cittadini. Le entrate dello stato Italiano sono pagate dai lavoratori dipendenti e dai pensionati: contribuiscono all’83% per le tasse e imposte. Aumento della tassazione sempre per la classe media e i lavoratori dipendenti. Tagli grossi ai servizi sociali: pensioni, istruzione, sanità, servizi forniti dagli enti locali. Aumento dell’età pensionabile e blocco degli stipendi. Diminuzione dei servizi forniti dagli enti locali ecc. ecc.). In questo caso si è pensato alla autoconservazione e alla sopravvivenza della struttura (perché si hanno in mente vecchie idee) non al cambiamento di direzione della politica richiesto dai cittadini che fornisse una via di uscita da questo baratro in cui siamo precipitati.
Cerchiamo di capire le ragioni politiche di fondo, non le questioni tattiche. E’ evidente che si è privilegiato da sempre l’unità del gruppo dirigente, della struttura rispetto alle nuove idee, richieste, esigenze, bisogni degli iscritti, del mondo civile e della sinistra apportate dalla nuova situazione economica e sociale. Non si sono mai chiarite le questioni di fondo che invece da tempo provocavano una sempre più ampia divaricazione della politica portata avanti dall’organizzazione partito rispetto ai bisogni dei cittadini e ad un nuovo indirizzo richiesto dal mondo dei militanti e votanti (così i nodi sono arrivati al pettine tutti insieme in un occasione dell’elezione del presidente della repubblica)
Come si può pensare a mettersi d’accordo con chi ha portato al disastro questa nazione e ha dato il suo contributo ad approfondire e aggravare la crisi economica e sociale utilizzando le cariche pubbliche, il denaro pubblico e il potere politico per rimpinguare e ingrassare la propria cerchia politica facendone una banda di ladri e malfattori? Ci siamo dimenticati che i deputati della destra in parlamento hanno votato che Ruby è la nipote di Mubarak? Vi sembra possibile, realistico ragionevole che coloro che hanno contribuito a creare questa situazione disastrosa siano anche quelli che la possono rimediare? Non significa dare a queste persone una nuova rispettabilità e credibilità politica? Se si avessero idee diverse e in queste si credessero non si farebbe una battaglia politica chiara con cui aggregare cittadini che si riconoscono nel cambiamento? E' evidente che una parte dirigente del PD, che ha organizzato consapevolmente questa situazione sono dei professionisti della politica, già a suo tempo avevano fatto fuori il governo Prodi, -area Marini con d'Alema - (il lupo ha perso il pelo e non il vizio).Questa è una ipotesi politica, non è la verità; si cambierà ipotesi se questa è più ragionevole ed umana. Gli autori non sono stati i nuovi deputati, immensi, in questo periodo, in un tritacarne. Quest'area del PD pensa ancora ad un tipo di società vecchia ed è convinta di sistemare la crisi economica e sociale con vecchi metodi e meccanismi. non tollera e non vuole affrontare in maniera diversa la soluzione della crisi.
La prima cosa da fare da parte dei deputati e senatori del PD è non dare appoggio a nessun governo in cui ci siano rappresentanti della forza politica che hanno portato allo sfascio la nazione. Come si può pensare che queste stesse persone possano innescare una inversione di rotta e provocare un rinnovamento della politica economica, una salvezza dell’Italia e un diverso funzionamento degli apparati dello stato?
Questa è la proposta di un uomo che si è iscritto al PD da poco: Fabrizio Barca e che è ministro per la coesione sociale nel governo Monti. Chi ha altre proposte è opportuno le presenti e le diffondi al più presto. Si faccia chiarezza subito in maniera da accantonare quei dirigenti che pensano ancora di affrontare questa situazione con i vecchi metodi e i vecchi contenuti. E' meglio darsi da fare per non rimanere nell'ambiguità e chiarire su quali basi, con quali idee e forze si pensa di affrontare la situazione con proposte adeguate. (Un esempio: ci sono dei cattolici che sono laici e che si sentono di rappresentare tutti i cittadini avendo giurato sulla costituzione e non sul vangelo, e questo è un chiarimento storico, però pensano alla organizzazione del lavoro e dell'economia in maniera liberale)
I punti che interessano sono: la struttura partito, come si organizza, il rapporto tra gruppo dirigente e militanti. Non si possono mettere ostacoli ridicoli alla partecipazione attiva dei cittadini, tutti devono essere informati e fatti partecipi e coinvolti, con delle forme adeguate (tenendo conto dei nuovi mezzi di comunicazione) definite, alla vita del partito; soprattutto informati sulle proposte, sulle decisioni e sulla nomina del gruppo dirigente e dei rappresentanti politici nelle istituzioni a tutti i livelli.
Un ruolo fondamentale sarà dato ai mezzi nuovi mezzi della comunicazione per formare la consapevolezza e la cittadinanza delle persone che devono avere un ruolo attivo, altrimenti non ci sarà democrazia.
Si fa presente che la fiducia, da parte dei cittadini, si acquisterà nel tempo con la bontà delle proposte e gli atti e i comportamenti della forza politica, e non avverrà in tempo breve.
Si precisano alcune questioni che il PD non ha mai proposto chiaramente agli elettori, ai cittadini e al popolo della sinistra democratica. Il tentativo di dar vita ad un nuovo soggetto politico era giusto , a suo tempo, solo che, con il passare del tempo, nessuno è riuscito a far sintesi e a portare in avanti il progetto e i nuclei fondatori si sono ripiegati sulla loro origine storica, senza vedere che intorno, nel frattempo, il mondo e le persone cambiavano. Hanno fatto fuori i personaggi che non rientravano nei vecchi schemi, l'esempio ultimo riguarda Prodi (che aveva tutto il crisma dell'unità e degli aspetti politici positivi dei democratici: uomo al di sopra delle parti, aveva battuto 2 volte Berlusconi, aveva fiducia e credibilità internazionale ).
Sul costo della politica, della funzione dei suoi organismi, della retribuzione e compensi dei rappresentanti politici. Il buon esempio deve avvenire dai dirigenti nei tempi soprattutto in cui le famiglie perdono il lavoro, hanno scarsi redditi e fanno fatica ad arrivare a fine mese. Ci si fa battere da Papa Francesco che ha tagliato le gratifiche ai dipendenti del Vaticano per la nuova elezione del Papa e che ha tagliato del tutto i compensi dei cardinali che compongono la segreteria di stato.
La questione dei diritti civili. Sono basi che allargano la democrazia perchè vi includono persone nuove. Nuove energie vengono immesse nel processo democratico e si afferma l'attuazione piena della laicità dello stato (procreazione assistita, diritto a scegliere le cure che rispettano la dignità della persona, diritto al testamento di fine vita e affermazione di qunto sosteneva Obama nel suo secondo insediamento da presidente. Ora è compito della nostra generazione portare avanti ciò che quei pionieri hanno cominciato. Perché il nostro viaggio non sarà concluso finché le nostre mogli, madri e figlie non possano guadagnarsi da vivere proporzionalmente ai loro sforzi. Il nostro viaggio non sarà concluso finché i nostri fratelli e sorelle omosessuali non saranno trattati come chiunque altro davanti alla legge – perché se siamo veramente stati creati uguali, allora di certo l’amore con cui ci leghiamo l’uno all’altro dovrà essere altrettanto uguale.
L'art. 8 dei principi fondamentali della costituzione della Repubblica Romana del 1849 recitava:
Il Capo della Chiesa Cattolica avrà dalla Repubblica tutte le guarentigie necessarie per l'esercizio indipendente del potere spirituale. (l'indipendenza è reciproca)
Ci sembra che non ci siamo ancora.
Si tratta di una riforma che non ha costi economici e che allarga la democrazia .
Avendo una disoccupazione giovanile del 37% sarò opportuno passare dalle chiacchere ai fatti approntando un "piano Marshall" per l'occupazione dei giovaniindividuando le risorse (visto che i fondi a disposizione sono limitati), i settori merceologici ed economici in cui attuare questi piani di sviluppo dovranno essere attuati, con scadenze precise di monitoraggio, in modo da verificare la giustezza delle scelte ed apportare le modifiche utili per migliorare la situazione.A fine anno di fanno le veriche di questi investimenti e si controlla se si sta andando nella giusta direzione. Una nazione che non garantisce un futuro di autonomia personale, di occupazione ai giovani, una prospertiva di vita personale e famigliare vuol dire che è una società in declino e senza futuro. Altrimenti si verificherà l'opposto di una tendenza storica: i figli finora sono stati meglio dei padri, per loro c'è stato più benessere rispetto ai padri.
I cittadini che non si vedonoarrivare proposte adeguate di riforma si rivolgono alle forze che raccolgono la protesta e la rivendicazione: scelgono quello che gli si offre.
19 aprile 2013
L'INCONTRO TRA FEDE E RAGIONE È NEL DISTACCO DELL'IO
Chi passa in questi giorni in libreria resta colpito dalla quantità di libri di e sul nuovo papa: tra editori piccoli e grandi, di area cattolica (San Paolo, Jaca Book ecc.) e non (Rizzoli, Giunti, Mondadori ecc.), sono presenti più di una decina di titoli, alcuni dei quali ai vertici delle classifiche di vendite.
L’elezione del papa ha rinnovato anche nei non credenti, l’interesse per la chiesa
Ma una verità fondata sul credo non può essere riconosciuta dagli eredi dell’illuminismo
L'elezione di Francesco e i suoi primi gesti hanno riacceso nell'opinione pubblica l'interesse per la Chiesa. Un interesse fatto di stupore, di fronte alla inaspettata vitalità dell'antica istituzione, ma anche con una notevole dose di più o meno esplicita ammirazione, che fa venire alla mente l'osservazione di un uomo non certo sospetto di apologetica cattolica: «La finezza dell'alto clero - le figure più nobili della società umana, ove domina il superiore disprezzo per la fragilità del corpo e della sorte, come è degno del soldato nato- ha sempre dimostrato per il popolo le verità della fede».
Quello che Nietzsche, perché di lui si tratta, chiama disprezzo per le vicende della propria vita fisica e della sorte, non è altro che il distacco dall'Io, ovvero quella rinuncia a se stessi che è il nucleo dell'insegnamento evangelico, e con la quale si apre la dimensione dello spirito. È il frutto di una conversione, nel senso etimologico, ovvero di un rivolgersi non più verso il mondo e i suoi valori, e di una fede nell'assoluto. Chiunque, laico o religioso che sia, avverte, tanto istintivamente quanto profondamente, la nobiltà, la bellezza di questo distacco e di questa fede, ovunque si manifestino. Peraltro, non si tratta qui affatto di adesione a un credo. Infatti questo sentimento di rispetto e ammirazione viene meno, anzi si converte in un moto di ripulsa quando sente proclamare una dogmatica, una teologia, con i suoi risvolti morali e finanche politici. Quali sono allora le verità della fede «dimostrate per il popolo» da quelle aristocratiche figure? La risposta non è semplice. Per alcuni le verità sono la dogmatica tradizionale, come più o meno si recita ancora nel Credo, ma certo non è così per molti altri, sia pure cristiani, nei quali il passaggio per la scienza contemporanea, che chiameremo illuminismo, non è avvenuto invano. Prendendo ancora a prestito le parole di Nietzsche, «quando la mattina di domenica udiamo le campane ci chiediamo: ma è mai possibile? Ciò si fa per un ebreo crocifisso, che diceva di essere il figlio di Dio, un Dio che genera figli con una donna mortale, un saggio che incita a non lavorare più, a non pronunciare più sentenze, a badare invece ai segni della prossima fine del mondo, una giustizia che accetta l'innocente come vittima vicaria; qualcuno che comanda ai suoi discepoli di bere il suo sangue; peccati commessi contro un Dio, espiati da un Dio... chi crederebbe che una cosa simile viene ancora creduta?».
È qui che il laico prende le distanze, difende la verità, guardando con commiserazione alla fede come credenza, rispettata solo per un politicamente corretto senso di tolleranza, ma in realtà considerata cosa da bambini, da sciocchi o, peggio, da ipocriti. Il problema sta infatti proprio nel concetto di fede come credenza, che, in quanto tale, confligge spesso con la verità storica, scientifica e assume perciò le vesti di una inaccettabile finzione. In realtà la fede non è affatto credenza, ma il contrario: è distacco, ovvero il movimento del pensiero che, rivolto all'assoluto, spazza via ogni credenza, riconoscendone la finitezza. Come insegna san Giovanni della Croce, la fede non produce credenza o scienza alcuna, ma conduce nella "notte", nel "nulla" - ovvero fa il vuoto di ogni presunto sapere, rendendo l'intelligenza finalmente libera da ciò che la teneva legata. Questa è propriamente la verità della fede, non delle cosiddette "verità di fede", intese come credenze sostitutive della scienza o integrative della medesima, come se la fede completasse la scienza con chissà quale strumento.
La dogmatica e la superstizione sono state sconfitte dalla scienza sul piano scientifico
Il patrimonio della tradizione religiosa fornisce alimento alla riflessione senza per questo dover diventare verità di scienza. Anzi, non vuole affatto diventare tale, dal momento che il suo spazio proprio è l'interiorità, il luogo della riservatezza, del silenzio, che è, anche etimologicamente, il mistico. Così ad esempio, il racconto biblico di Abramo, che abbandona la sua patria e parte per una terra sconosciuta, sulla fiducia nella parola di un Dio che gli comanda addirittura il sacrificio del figlio, ha nutrito la profonda riflessione di filosofi come Hegel e Kierkegaard. E ciò anche se sappiamo che si tratta di un mito fondatore di una comunità, anche se non v'è mai stato un Abramo e il sacrificio del primogenito rimanda a una pratica allora comune a molti popoli semiti. O, ancor più significativamente, il racconto evangelico della concezione verginale di Gesù fa riflettere sulla nascita di un Dio che è spirito e deve perciò generarsi non al di fuori, ma nel più profondo di noi stessi. Pensare invece che descriva un "miracolo" per convincere gli increduli della verità del cristianesimo, in primo luogo riduce la fede a credenza in storie esteriori, la trasforma in una teologia, ovvero ideologia, con un dio-ente tappabuchi, supposto come trascendente, ma in realtà a servizio dell'interesse particolare.
Ma sul terreno dello spirito la conversione all’assoluto è verso l’interiorità
In secondo ma non secondario luogo, se anche la ragione cade nell'errore di considerare la fede come credenza e resta priva della fede come riferimento all'assoluto, che è ciò che la fa davvero ragione in senso pieno, si situa anch'essa sul medesimo piano della credenza, ideologia a servizio del piccolo Io e dei suoi molteplici interessi. Tutto ciò è stato descritto magistralmente da Hegel, nelle pagine sul conflitto tra l'illuminismo e la superstizione della sua Fenomenologia dello spirito (attenti al titolo!). L'illuminismo combatte la fede sul terreno della storia, della scienza, e vince il confronto, perché in quel campo ha ragione. Così, magari dimostrando la falsità di un documento o di un fatto storico, sul quale la fede si basa, crede di averla sconfitta. Il punto è però che quella non è fede ( Glauben ), ma superstizione ( Aber-glauben ), perché la fede non è affatto una credenza, bensì un sapere, conoscenza non di fatti esteriori ma dello spirito e nello spirito, che non dipende da questo o quel documento o fatto storico. Il dramma è che tutto ciò è ignoto non solo alla raison illuministica, ma anche alla fede, che resta quasi sempre a livello di superstiziosa credenza e perciò genera una teologia come presunto sapere.
Il conflitto ragione-fede esiste dunque solo quando la prima non è vera ragione e la seconda non è vera fede. Alla riflessione hegeliana che abbiamo appena evocato fa perciò eco la antica parola della Chandogya Upanishad: «Solamente quando si ha fede si pensa. Chi non ha fede non pensa. Pensa solamente colui che ha fede». Quanto tutto questo sia compatibile con le forme di cristianesimo e di chiesa oggi storicamente presenti costituisce - credo - il vero problema religioso del nostro tempo. Ben oltre lo stupore e l'ammirazione, peraltro passeggeri, che abbiamo ricordato all'inizio.
MARCO VANNINI
di Antonio Monda, la Repubblica, 15/04/2013
Intervista a Karen Russell, autrice dalla raccolta "Un vampiro tra i limoni".
New York È un anno estremamente interessante per la narrativa americana: alcuni dei libri migliori tra quelli usciti in questi ultimi mesi sono raccolte di racconti brevi (George Saunders e Don DeLillo), hanno ambientazioni assolutamente anomale come la Corea del Nord (Adam Johnson) o rifuggono il realismo, sconfinando nella letteratura di genere. È il caso di Karen Russell, che con Un vampiro tra i limoni (Elliot, traduzione di Veronica La Peccerella) conferma di essere uno dei talenti più interessanti tra gli scrittori venuti alla ribalta negli ultimi anni.
Trentaduenne, nativa di Miami, si è messa in luce con una prima raccolta di racconti intitolata St. Lucy's Home for Girls Raised by Wolves a cui ha fatto seguito il romanzo Swamplandia, uno dei tre libri finalisti al Pulitzer lo scorso anno, edizione in cui non venne assegnato il premio. I suoi racconti sono pubblicati regolarmente dal New Yorker e da Granta ed è già diventata un punto di riferimento per l'originalità del linguaggio, la fantasia visionaria e la dimensione spirituale controcorrente. Un vampiro tra i limoni, definito dalla New York Review of Books «un libro di primissimo livello scritto da un'autrice dall'enorme talento», raccoglie otto racconti che sconfinano spesso nel paranormale, ma sin dalle prime righe è evidente che per questa giovane scrittrice la fantasia è un modo di rappresentare la realtà per rivelarne la verità più intima: non è un caso che tra gli autori di riferimento citi Kafka ed Edgar Allan Poe. «Ma se dovessi fare la lista degli scrittori che amo e mi hanno formato rimarremmo a parlare due giorni», racconta nel suo studio al Bard College, «e dovrei aggiungere Borges, Calvino, Carson Mc-Cullers e Denis Johnson. Tuttavia forse, più di ogni altra, voglio citare Flannery O'Connor. Ma ho paura a nominarla».
Perché?
«Ho paura che mi venga a tirare i piedi la notte perché ho osato paragonarmi a lei: è una grandissima autrice che dovrebbe conoscere non solo ogni lettore, ma soprattutto ogni scrittore».
In cosa le è debitrice?
«Nel cercare in ogni cosa, in ogni persona, la presenza del bene che può superare quello del male. Nel cercare di vedere la grazia e la redenzione, nel non aver paura dei sentimenti senza essere sentimentale. Lei ci è certamente riuscita, io non so. Ammiro enormemente che una scrittrice con una fede così profonda abbia il coraggio di non proporre il lieto fine, ma anzi sia spesso brusca e spiazzante: i suoi libri sono esperienze di trasformazione».
Nei racconti che ha appena pubblicato la dimensione paranormale si fonda con quella morale e religiosa. È così?
«Io amo considerarli racconti realistici, come considero realistico Kafka: raccontava quello che provava sulla propria pelle, ed è stato in grado di vederlo e poi rappresentarlo con la lucidità visionaria dell'arte. Leggendolo, molti hanno compreso di provare gli stessi spasmi, ed è uno dei motivi della sua grandezza. Per quanto riguarda la religione sono di educazione cattolica e nonostante non sia praticante il mio mondo è quello. Una volta ebbi una discussione con mia madre, la quale mi chiese da dove venissero tutti i mostri che racconto nelle mie storie. Io le ho risposto che lei invece ogni domenica beve il sangue del suo Dio. Poi mi sono chiesta se non fossero due modi di vedere una stessa verità: penso che la spiritualità non sia mai separata dalla realtà. E ritorniamo ancora una volta a Flannery O'- Connor».
Le piacciono gli scrittori realistici?
«Certo, ammiro ad esempio Jonathan Franzen, ma se chiede per chi mi batte il cuore penso subito al suo amico e rivale David Foster Wallace, non solo per il suo sguardo, ma anche per la sua distanza da ogni moralismo. E come quest'ultimo appezzo molto gli scrittori popolari, come ad esempio Stephen King».
Da dove nasce il suo sguardo sulla realtà?
«Oltre alla formazione religiosa, uno degli elementi è certamente dovuto al fatto di essere originaria della Florida: chi conosce il mio Stato sa che è un luogo primitivo e sublime, magico e noioso, terrorizzante e volgare. Ed è un luogo che ha l'oceano, che affaccia sul mondo, ma anche l'interno paludoso e stagnante».
Un suo racconto ha per protagonisti veterani del Vietnam. Perché?
«Mio padre ha combattuto in Vietnam e questo certamente mi ha influenzato. Ma ho cercato di raccontare come la storia si possa manipolare, e persino la guerra possa essere scatenata da pretesti e menzogne: senza andare troppo indietro nel tempo penso alle armi di distruzione di massa».
Il racconto che dà il titolo al libro è ambientato a Sorrento.
«Sono stata a Sorrento e me ne sono innamorata. Ma il ricordo più forte che ho è quello di mia sorella che si sentì male, e in quel posto meraviglioso cercammo di darle un po' di sollievo con del succo di limone. Poi la fantasia mi ha portato altrove, ma credo che anche in questo caso si possa parlare della ricerca della grazia e della redenzione offerta dal dolore. E a questo punto dovrei citare nuovamente O'Connor, ma continuo ad aver paura».
