VI INVITO A SCRIVERE COMMENTI, OPINIONI. CLICCA IN FONDO A DESTRA DEGLI ARTICOLI. Mi sembra utile istituire un collegamento tra vari Blog per favorire la circolazione delle idee, delle riflessioni che aiutino a capire e affrontare la realtà nei suoi molteplici aspetti (questo blogo si limitata a una riflessione sui diritti civili, sulla religione, sulla politica, sull'economia, qualcosa sulla cultura, ma non sono un tutologo). Lo scopo è ampliare la partecipazione delle persone, per una loro migliore convivenza nella vita quotidiana, un ampliamento della conoscenza, del senso civico, della democrazia , e della buona politica. Si vuole essere propositivi e si escludo atteggiamenti di semplice denuncia e rivendicazione. SEGNALATE, PER FAVORE, I BLOG CHE HANNO QUESTE CARATTERISTICHE. GRAZIE. In fondo a destra si troveranno i blog interessanti

Nonostante le formule matematiche, la statistica, gli algoritmi, le formule finanziarie utilizzate per sostenere che l’economia è una scienza esatta la crisi fa vedere fino in fondo come essa sia una scienza sociale. Ciò che orienta la sua impostazione, la sua gestione e le decisioni di politica economica sono la visione della società, delle sue componenti sociali, dei modi di produzione, di distribuzione della ricchezza, della concezione del fisco e dell’intervento dello stato nel settore dell’economia. Quello che conta è come vivono i cittadini, le regole della loro convivenza che costituiscono la cultura della società. Come superano i contrasti e i conflitti di interessi che si creano.
Una cosa prioritaria è la cultura e la comunicazione che conviene metta al centro il bene comune.
Succede che nei tempi di cambiamento i cittadini si comportino in maniera diversa da quanto si intenda come senso comune e dalle leggi in vigore che sono espressione della mentalità e del modo di vivere di un determinato periodo storico. Si tratta allora di creare nuovi enti, istituti, aggregazioni, organizzazioni che comprendono il nuovo modo di sentire le relazioni e di vivere.(ndr.)
LA SOCIETÀ ORIZZONTALE
Dalla scuola ai sindacati, dai partiti agli editori fino ai critici, le istituzioni sono sempre più discusse in nome di un presunto rapporto diretto tra individui che cancella la mediazione. Le istituzioni vanno rinnovate e cambiate per garantire un ruolo diverso con le persone, ma che conviene che ci sia e garantisca una partecipazione maggiore, solo così possono fornire un contributo e una maggiore responsabilità e libertà degli uomini e delle donne.
Nel nostro tempo spira un vento forte in direzione contraria alla funzione sociale delle istituzioni. Gli esempi sono molteplici e investono anche la nostra vita collettiva: dalla famiglia alla Scuola, dai partiti ai sindacati, dall' editoria alla vita affettiva, assistiamo ad una caduta tendenziale della mediazione e della sua funzione simbolica. Di fronte ad una bocciatura i genitori tendono ad allearsi con i loro figli più che con gli insegnanti; possono cambiare scuola o impugnare la loro causa rivolgendosi ai giudici del Tar; il ruolo educativo da parte di un adulto suscita spesso il sospetto di un abuso di potere; la Rete, per esempio, offre la possibilità a chi ritiene di essere uno scrittore di farsi il proprio libro online senza passare dal giudizio degli editori; la figura del critico, che faceva da ponte tra opera e pubblico, è oramai azzerata; le amicizie non passano più dalla mediazione indispensabile dell' incontro dei volti e dei corpi, ma si coltivano in modo immateriale sui social networks; di fronte alla dimensione necessariamente snervante del conflitto politico si preferisce l' opzione della violenza o dell' insulto. Anche i sintomi che affliggono la vita delle persone hanno cambiato di segno; mentre qualche decennio fa apparivano centrati sulle pene d' amore, sull' importanza irrinunciabile del legame sociale, oggi non è più la rottura del legame a fare soffrire, ma è l' esistenza del legame che viene avvertita come fonte di disagio. Un disagio diffuso soprattutto tra i ragazzi.
Milioni di cittadini e in particolare giovani vivono, nel mondo cosiddetto civilizzato, come prigionieri volontari (un po’ Forzato ndr.). Hanno interrotto ogni legame con il mondo, si sono ritirati nelle loro camere, hanno abbandonato scuola e lavoro. Questa moltitudine anonima preferisce il ritiro, il ripiegamento su di sé, alla difficoltà della traduzione imposta dalla legge della parola. È un segno dei nostri tempi. Il Terzo appare sempre più come un intruso. Eppure non c' è vita umana che non si costituisca attraverso la mediazione simbolica dell' Altro. Il pianto angosciato di un bambino nella notte ci chiama alla risposta, alla presenza, ci convoca nella nostra responsabilità di accogliere la sua vita. Il mito del farsi da se stessi, dell' autogenerazione, come quello del farsi giustizia da sé, è un mito che il liberismo contemporaneo ha assunto come un suo stemma. In realtà nessuno è padrone delle sue origini, come nessuno può essere salvatore del mondo. Non esiste comunità umana senza mediazione istituzionale, senza mediazione simbolica, senza il lavoro paziente della traduzione della lingua dell' Altro. Divento ciò che sono solo passando dalla mediazione dell' Altro (famiglia, istituzioni, società, cultura, lavoro, ecc.) e non solo attraverso le esperienze personali che ho fatto. Nel nostro tempo questa mediazione necessaria alla vita è in crisi. Nel nome di una società orizzontale che esalta i diritti degli individui senza dare il giusto peso alle loro responsabilità; evapora la dimensione della mediazione simbolica: fare gli interessi della collettività è percepito come un abuso di potere contro la libertà dell' individuo.
Mettere tutto e tutti sullo stesso piano, pensando in questo modo di rifiutare gerarchie e doveri per una maggiore libertà. Azzera i legami di una comunità. Che invece sono utili e decisivi come collanti sociali e rendere solidale una comunità.
Questo declino della mediazione simbolica non significa solo che il nostro tempo ha smarrito la funzione orientativa dei grandi ideali della modernità e scorre privo di bussole certe al di fuori dei binari solidi che le grandi narrazioni ideologiche del mondo (cattolicesimo, socialismo, comunismo, ecc) e le sue istituzioni disciplinari (Stato, Chiesa, Esercito) assicuravano, ma manifesta una sorta di mutazione antropologica della vita. L' individualismo si afferma nella sua versione più cinica e narcisistica investendo la dimensione della mediazione simbolica di un sospetto radicale: tutte le istituzioni che dovrebbero garantire la vita della comunità non servono a niente, sono, nella migliore delle ipotesi, zavorre, pesi arcaici che frenano la volontà di potenza dell' individuo o, nella peggiore delle ipotesi, luoghi di sperpero e di corruzione osceni. Ma come? Non è compito delle istituzioni, come dichiarava Lacan, porre un freno al godimento individuale rendendo possibile il patto sociale, la vita in comune? La violenza di questa crisi economica ha prodotto giusta indignazione e sfiducia verso tutto ciò che agisce in nome della vita pubblica, verso tutto ciò che sfugge al controllo diretto del cittadino. Le istituzioni non l' hanno saputa avvertire, frenare, governare. Il caso della politica si impone come esemplare. Il luogo che secondo Aristotele deve riuscire a determinare l' integrazione pubblica delle differenze individuali sotto il segno del bene della polis - il luogo più eminente della traduzione simbolica - si è rivelato corrotto dalla affermazione più scriteriata degli interessi individuali. Il politico liberato dal peso dell' ideologia si è ridotto a un furfante che ruba per se stesso. Eppure non si può rinunciare così facilmente alla politica, l' arte della mediazione. Perché i rischi sono evidenti, li abbiamo visti in questi anni, tra leadership carismatiche e fondazioni mitiche. Li vediamo oggi quando avanza un nuovo populismo che si appoggia sulla democrazia tecnologica garantita dalla Rete per evitare la "truffa" della mediazione politica. Ma il populismo non è forse una forma radicale di pensiero anti-istituzionale che rigetta la mediazione simbolica affermando l' illusione di una democrazia diretta puramente demagogica? In questo senso il liberale conservatore Lacan replicava alle critiche degli studenti del ' 68 che gli rimproveravano di non autorizzare la rivolta contro le istituzioni che non esiste alcun "fuori" dalla mediazione imposta dal linguaggio. Il destino degli esseri parlanti è infatti quello della traduzione. Lacan disillude l' impeto rivoluzionario degli studenti: non esiste possibilità che una rivolta animata dalla rottura con il campo istituzionale del linguaggio non ricada nella stessa violenza dalla quale avrebbe voluto liberarsi. La rivoluzione porta sempre con sé un nuovo padrone. L' invocazione di una democrazia diretta che reagisca in modo anti-istituzionale alla debolezza e alla degenerazione insopportabile delle istituzioni rischia di spalancare il baratro di un populismo che finisce per gettare via insieme all' acqua sporca anche il bambino. Il grillismo sbandiera una forma di partecipazione diretta del cittadino che rifiuta, giudicandola un ferro vecchio della democrazia, la funzione sociale dei partiti. Ma è un film che abbiamo già visto. È una legge storica e psichica, collettiva e individuale insieme: chi si pone al di fuori del sistema del confronto politico e della mediazione simbolica che la democrazia impone, finisce per rigenerare il mostro che giustamente combatte. Non è solo un insegnamento della storia ma anche, più modestamente, della pratica della psicoanalisi. La rabbia verso i padri, il puro rifiuto di tutto ciò che si è ricevuto, il disprezzo dell' eredità, rischia sempre di generare una protesta sterile, che impedisce di discriminare l' oro dal fango, che fa di tutta l' erba un fascio, e, dulcis in fundo, che mantiene legati per sempre al padre di cui ci si voleva liberare, rieditandone il volto mostruoso e autoritario.
MASSIMO RECALCATI 25 novembre 2012
I pericoli di un mondo" individuale” in cui ognuno rappresenta solo se stesso
Se si ha l'impressione di un tracollo dell'etica nel mondo in cui viviamo- di uno smarrimento del senso di responsabilità e di comunità -, ciò non dimostra che questa crisi sia realmente in atto.
Si sente dire spesso: nel nostro secolo gli interessi materiali regnano incontrastati, e si dimenticano i valori spirituali. Ma è mai esistita quell'età dell'oro di cui si sogna? Di fatto però, nel nostro mondo e nel nostro tempo, stanno avvenendo mutazioni che hanno probabilmente un impatto negativo sul senso morale della popolazione. Perché la morale ha anche a che fare con dei valori condivisi: non è una semplice proiezione individuale, provoca pensieri, relazioni e azioni che hanno conseguenze sociali. L'invenzione dei computers la loro messa in rete influenzano profondamente le nostre attività di comunicazione, e quindi i rapporti tra gli individui e il nostro agire morale.
Un secolo fa, l'informazione era scarsa, il telefono difficile da ottenere; le notizie arrivavano a rilento. Oggi l'informazione è permanente e pletorica; ognuno di noi è collegato in permanenza a vaste reti e comunica con un gran numero di persone. Ma al tempo stesso le popolazioni europee, le stesse che fruiscono di queste tecnologie, si lamentano di un crescente senso di solitudine, di isolamento, di abbandono. Il trionfo della comunicazione e la sua sconfitta sembrano avanzare di pari passo.
L’informazione sta sempre di più prendendo il posto della formazione
Ci si rende conto allora che il termine di comunicazione si riferisce a due funzioni ben distinte: la prima consiste nel trasmettere un' informazione, la seconda nel partecipare alla formazione della persona. Quando parlo con qualcuno, posso comunicargli una serie di dati sull'oggetto del nostro colloquio, ma al tempo stesso mi metto in rapporto col mio interlocutore, anticipo la sua reazione e mi adatto a lui; e così facendo mi trasformo, pur cercando al tempo stesso di influenzarlo a mia volta. Nulla potrà mai sostituire la prossimità di un volto, le sensazioni uditive, olfattive, tattili che risentiamo nel corso di un incontro fisico. Senza di esse viviamo nell'illusione di uno scambio, ma il nostro slancio è devitalizzato. Finiamo per dimenticare che siamo fatti dagli altri, e che la chiave della nostra fragile felicità è nelle loro mani.
La politica non va confusa con l'etica, ma è quest'ultima a conferirle un orizzonte. Dalla caduta del muro di Berlino, che ha dato il via all'ascesa di un neoliberismo sempre più potente, assistiamo in Europa a un cambio di prospettiva: come se il tracollo dell'impero sovietico avesse dovuto comportare un deprezzamento dei valori di solidarietà, di uguaglianza, di bene comune, preconizzati ipocritamente da quello Stato e dai suoi satelliti. Secondo la dottrina neoliberista che sottende le decisioni politiche dei nostri governi, l'essere umano è autosufficiente, e gli interessi economici devono prevalere sui nostri bisogni sociali. Ma in un mondo in cui il soddisfacimento dell'individuo è il solo valore condiviso non c'è più posto per l'etica, il cui principio sta nel tener conto dell'esistenza degli altri.
La morale non scomparirà ma dobbiamo riscoprire idea di umanità.
L'etica entra in crisi in un Paese in cui nessuno si preoccupa più di tutelare le proprie risorse naturali, mettendo così a repentaglio la salute e la stessa sopravvivenza delle generazioni future; che rifiuta di investire in infrastrutture accessibili e utili a tutti; che professa il disprezzo per i deboli e i poveri, tacciati di pigrizia o stupidità; che induce a vedere il diverso da noi come una minaccia. Uno Stato che appare immorale erode anche le basi dell'etica dei suoi abitanti.
Non siamo di fronte alla minaccia di un tracollo definitivo dell'etica, la quale è inerente alla coscienza umana. La sua scomparsa significherebbe una mutazione della nostra specie in quanto tale. Ma nel breve termine siamo chiamati a reagire a queste trasformazioni. Quella dovuta allo sviluppo tecnologico esige un maggior dominio delle nostre nuove capacità - così come si impara a guidare un'automobile per non mettere in pericolo la propria vita. Mentre le mutazioni originate da un'ideologia comportano di riflesso la necessità di un'altra ideologia, più vicina alla verità delle nostre esperienze, che veda nell'economia un mezzo e non un fine, e riconosca che è l'interumano, il rapporto con l'altro, a fondare l'umano. (Traduzione di Elisabetta Horvat)
La psicanalista spiega perché il nostro senso morale ha perso ogni riferimento all'autorità.
Bisogna riuscire a conservare quanto di positivo resiste nella nostra Julia Kristeva - "Dobbiamo costruire una religione laica"
tradizione.
Oggi, dopo il femminismo ci rendiamo conto dell’importanza della figura del padre.
PARIGI - Mentre varco il portone della casa parigina di Julia Kristeva, il pensiero subito va alla femminista ultra battagliera, alla giovane redattrice della rivista d'avanguardia Tel Quel, alla inquieta psicanalista e studiosa di semiotica amica di Foucault, Barthes, Derrida... E poi mi trovo di fronte una bella signora settantenne che, senza rinnegare affatto quei trascorsi, sta percorrendo itinerari che si sono arricchiti di nuove sfumature.
"La nostra eredità culturale è doppia. Da un lato il cristianesimo, dall'altro l'illuminismo, rottura irreversibile della civilizzazione europea. Tanto più qui in Francia: patria della rivoluzione francese e dei diritti dell'uomo. Nel momento in cui la nozione di peccato perde senso per la parte secolarizzata della popolazione, resta la grande preoccupazione sul significato dell'etica laica. Ebbene lo dimostra il dilemma dell'attuale governo francese, che si chiede se sia giusto insegnare una morale laica o propendere piuttosto per un insegnamento laico della morale. Perché un sistema di regole preconfezionato che vada bene per tutti ormai è impensabile. Si tratta allora di riconoscere la specificità della vita interiore di ciascuno e conseguentemente trovare la versione singolare, personale, di tali regole".
Dunque, a suo modo di vedere, l'idea di limite può essere salvaguardata solo grazie a un incrocio tra la tradizione religiosa e la modernità laica.
"Assolutamente. Il nuovo umanesimo passa attraverso una rivalutazione permanente di tutti i codici morali dell'umanità, ivi compreso quello della religione che ci precede. Quell'eredità non può essere lasciata in mano al Fronte nazionale o alle varie forme di integralismo. È necessario che nelle scuole si insegni storia della religione, per incamminarsi non verso un sistema di regole assolute, ma verso un'interrogazione ininterrotta della tradizione. Interrogazione che deve valere anche per i lasciti della rivoluzione dei Lumi. Quella stagione ha prodotto una nuova libertà, fino ad allora impensabile: sia del pensiero che del corpo, contro i differenti dogmatismi religiosi e di classe. Ma abbiamo potuto saggiare anche i rischi iscritti in tale libertà. Penso agli esiti di una liberazione borghese sfociata prima nel terrore e poi nel colonialismo; di un terzomondismo che spesso ha aperto le porte al fondamentalismo religioso. E penso anche a un femminismo su grande scala, quanto mai generoso, ma incapace di affrontare tante esigenze singolari, a cominciare dall'esperienza della maternità.
Nietzsche dice che bisogna mettere un grande punto interrogativo su tutte le questioni più serie che abbiamo di fronte. Per venire a noi: cos'è il peccato? Cosa la trasgressione? Cosa la negazione della norma? Cosa la rivolta? Così come bisogna tornare a interrogarsi sull'idea di autorità".
Proprio questo è il punto. Chi oggi ha l'autorità per stabilire il limite oltre il quale non si può andare?
"Io non sono così sicura che il concetto di limite vada scomparendo. Le faccio un esempio concreto che riguarda proprio la figura dell'autorità. Viviamo in una sorta di entusiasmo romantico legato all'enorme sviluppo della scienza medica, in base al quale, ad esempio, la vecchia figura del padre sembra non essere più indispensabile. Bene. Ciò non toglie che un bambino, per crescere, ha comunque bisogno di separarsi passionalmente e sensorialmente dalla madre. E perché questo accada deve intervenire un'autorità che gli ponga dei limiti. Tale ruolo potrà essere giocato, che so io, dal padre genetico, dal nonno materno, da un istitutore... o da uno psicanalista, altrimenti quel bambino non apprende l'idea del limite. Per certo però quel passaggio non potrà essere eluso. Perché proprio noi, eredi dell'illuminismo e delle scienze umane, sappiamo bene che una persona, per diventare adulta, ha bisogno di essere "strutturata", dunque di appoggiarsi a una norma. Non per ottemperare ai voleri di una chiesa o di qualunque forma di confessionalismo, ma per una necessità psichica. L'autorità a cui penso sarà fondata su un sapere plurale e su diverse forme di esperienza, quindi capace di adattarsi a ciascun individuo".
Forse per noi laici europei tutto si complica a causa del fondamento religioso della morale. Diverso è il caso di quelle società orientali che hanno autonomi fondamenti laici: penso al confucianesimo.
"Non sono così sicura che il mix dell'eredità greco-giudaico-cristiana combinata all'illuminismo ci renda più impotenti rispetto ad altre situazioni. Al contrario, penso che in questo crogiolo siano iscritte potenzialità di cui non andiamo abbastanza fieri. Se l'Europa è così in crisi e al fondo depressa è perché non ha utilizzato la carta migliore a disposizione: la cultura. Già Duns Scoto, nel XIII secolo, parlava della verità come di qualcosa che non appartiene né a categorie astratte né all'opacità della biologia, ma all'haecceitas, al "questo". In ciascuno c'è un briciolo di eccezione: e qui va cercata la verità. Eccolo il vero messaggio europeo, estraneo sia alla cultura cinese che a quella araba. Vede, sin dal '68, dagli anni del maoismo, sono in costante contatto con la cultura cinese. Una cultura che grazie alla mescolanza di taoismo e confucianesimo ha prodotto una straordinaria adattabilità al cosmo, alla natura, al flusso della vita; una società in cui i migliori lasciti confuciani garantiscono il rispetto della tradizione. Di fronte però all'esplosione della richiesta di diritti individuali, sono loro a trovarsi in difficoltà. E a individuare nella cultura europea il modello da seguire".
Se si incrina l'idea di limite, finisce anche l'idea di trasgressione. A questo punto non perde di senso anche il classico mito del Don Giovanni?
"Tutti sanno che un certo femminismo, soprattutto americano, si è mobilitato contro l'uomo seduttore, a cui tutto è permesso, e che si richiama per l'appunto al mito del Don Giovanni. Per molti versi è stata ed è una battaglia assolutamente giusta, come dimostrano ancora troppi casi in cui uomini di potere impongono il loro desiderio alle donne con brutale aggressività. Ma due sono state le conseguenze: da un lato, una crisi sempre più evidente della virilità, con l'uomo occidentale che oscilla tra impotenza e violenza; dall'altro la negazione della seduzione, elemento imprescindibile dell'erotismo".
In questo scenario, quali sono le nuove "malattie dell'anima", per usare una sua espressione di qualche anno fa?
"Quelle legate all'indebolimento della famiglia, della scuola, in genere dei luoghi di integrazione. Senza contare il ruolo crescente dell'immagine, che rimpiazza il linguaggio e rende l'uomo parlante sempre meno parlante. Mentre il sistema di comunicazione copre ormai l'intero campo visivo sotto un'immensa tela di superficie, a scapito della profondità, del foro interiore. È in questo vuoto crescente, in quella condizione di disadattamento definita in termini psicanalitici "de-liaison", che si inserisce con successo ogni forma di integralismo, attraverso una sorta di capitalizzazione delle pulsioni di morte inviate ai ragazzi "malati di idealità". I quali non riconoscono più non solo la differenza tra bene e male, ma anche quella tra dentro e fuori, il sé e l'altro. A quel punto, anche il limite della morte perde di senso".
Da una parte il tradizionalismo religioso, dall'altra il nichilismo avanzante: non sembra esserci tanto spazio per un nuovo umanesimo.
"Io penso invece che quello spazio ci sia. Nell'epoca della globalizzazione, non si confrontano soltanto diverse lingue e religioni, ma anche diverse morali. A noi il compito di intessere una sorta di mantello d'Arlecchino, una specie di passerella ideale tra i codici morali di ciascuno. L'umanità ormai non ci appare più come un universo, ma come un multiverso, e mi appoggio in questo all'astrofisica e alla teoria della proliferazione degli universi possibili. Ecco perché parlo del mantello d'Arlecchino come di una nuova veste sociale e normativa, a cui deve concorrere la stessa rilettura della tradizione e la sua concezione di limite. A conclusione della sua Critica della ragion pura, Kant intravede la possibilità di un corpus mysticum di esseri razionali, in cui l'Io e il suo libero arbitrio si riuniscono con il totalmente altro da sé. È molto di più che il richiamo all'usurato concetto di solidarietà. È un incitamento a entrare in contatto con l'estraneo, a comprenderlo, salvaguardando la sua singolarità, la sua eccezione. Per riuscirci, occorre creare una nuova classe di pionieri dell'umanesimo, disposti a combattere la battaglia di una inesausta negoziazione tra differenze".
