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siamo consapevoli che lasciamo in eredità una cosa come la peste ai nostri figli, nipoti

I diritti negati alla Terra e a chi verrà dopo di noi

Questa questione è stata PRECISATA AL PUNTO 16^:PER SALVARE LA NOSTRA TERRA

Il sistema economico ha bruciato le risorse rinnovabili entro luglio lo scorso anno;  tra 13 anni avremo bisogno di un'altra terra per ricostituire ciò che sarà prodotto e consumato. (ndr.)

La terra non l’abbiamo ereditata dai nostri padri; l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli  (detto pellerossa - USA)

Dissipando le risorse rompiamo un patto tra i genitori e i figli.

LE GENERAZIONI future hanno fatto il loro ingresso nel dibattito pubblico. Ciò, perché la condizione dei viventi è oggi inedita. La Terra (intesa come ambiente fisico e sociale), per millenni, si è pacificamente considerata la base di perpetua riproducibilità nel tempo della vita degli esseri umani, quali che fossero le offese che i suoi figli potevano infliggerle. Oggi non è più così. Le odierne capacità distruttive, di gran lunga superiori alle capacità rigenerative delle risorse della natura fisica e dei legami sociali, fanno dubitare circa la sensatezza della formula di Thomas Jefferson al tempo della Rivoluzione americana: «La terra appartiene ai viventi». Era, in origine, una formula polemica verso un passato opprimente, che esprimeva l'ansia di liberazione da un peso, per permettere l'espansione della creatività della generazione attuale.

Oggi quella formula significherebbe  cecità di fronte alle esigenze del futuro. Un tempo ci si poteva concedere il lusso  di essere ciechi, non più oggi. Le capacità di consumo e di distribuzioni delle risorse vitali, associate all’egoismo dei viventi  protetto dall’ideologia  dei diritti appropriativi e distributivi di risorse comuni, sono tali da minacciare la riproduzione della vita (…) Il discorso sui diritti delle generazioni future è un tentativo se non di colmare la distanza, almeno di tematizzare la minaccia incombente su un pianeta, le cui risorse vitali, lo stock energetico e le sue capacità di rinnovamento sono in declino insediate da un consumo quantitativo e qualitativo crescente. E’ stato detto che per millenni la terra  si è presa cura dei propri figli, fornendo loro in abbondanza ciò di cui necessitavano; oggi – segno di senescenza del nostro habitat – sono i figli a doversi prendere cura della madre Terra.

    Le buone intenzioni si scontrano e soccombono di fronte agli interessi immediati. Le generazioni future chiedono moderazione nell’uso delle risorse (questa è l’opinione dell’autore ndr,) alla generazione presente e dunque propongono un conflitto tra ciò che esiste e ciò che non esiste, appartenendo esse, per l’appunto, al mondo che deve ancora avvenire  e nemmeno è certo che verrà. Così gli inquinamenti, la produzione di anidride carbonica  e di sostanze chimiche letali, la distruzione delle risorse ambientali ed energetiche, la tecnologia, non solo di vita ma anche i morte, i mezzi di riduzione dell’autonomia personale procedono senza sosta per la forza della realtà ( per decisione degli uomini ndr.) malgrado gli allarmi sempre crescenti e per lo più impotenti. Ciò fa temere  che ci sia una incoercibile forza interna  al sistema di relazioni economiche e sociali entro il quale viviamo, una forza a sua volta nemica  dei nostri figli  e dei figli dei nostri figli.

  Le questioni così sollevate interpellano la nostra stessa visione costituzionale della vita. Il  costituzionalismo le può ignorare? Se il suo nucleo minimo essenziale e la sua ragion d’essere sono la protezione del diritto di tutti all’uguale rispetto, la risposta, risolutamente è no , non può ignorarle. Fino alle soglie del tempo nostro non c’era ragione di affrontarle. Ogni generazione compariva sulla sena della  storia in un ambiente naturale e umano che, se pure non era stato migliore dei padri, certamente non ne era peggiorato fino a comprometterlo.  Il costituzionalismo non ha avuto, fino agli anni recenti, ragioni per preoccuparsi delle prevaricazioni intergenerazionali. Ma molti motivi ne ha oggi ,  e drammatici.

Per quale ragione la cerchia de "i tutti" che hanno diritto all'uguale rispetto dovrebbe essere limitata ai viventi e non comprendere anche i nascituri? Basta porre la domanda per rispondere che non c'è alcuna ragione gli uomini di oggi  e di domani hanno lo stesso diritto all'eguale rispetto, perchè uguale è la loro dignità, quale che sia il loro momento. Al tempo nostro, le parole di Thomas Jefferson dovrebbero essere sostituite con "la terra appartiene ai già viventi , tanto quanto appartiene ai non ancora viventi", invece , spesso ogni legame di debito e credito tra ogni generazione  autorizza ciascuna  di esse a sfruttare la terra fino in fondo. Oggi sappiamo  che se fosse davvero così, correremo il rischio di non poter parlare di "ogni generazione". In tal modo, il discorso sulle generazioni future ristabilisce il legame tra debiti e crediti  che per secoli si teorizzava tra viventi e non viventi, cambiando però direzione per secoli i figli sono stati considerati debitori nei confronti dei padri,oggi, i padri si devono sentire debitori nei confronti dei figli.

I diritti di credito  dei figli nei confronti dei padri possono essere considerati  il risvolto al futuro di quello che Hans-Jonas, in un testo fondativo di questa tematica, il principio della responsabilità, ha considerato essere la pretesa, fondamentale quanto altra mai,dei nostri successori  trovare un mondo  in condizioni non almeno peggiori di quelle che noi stessi abbiamo trovato . E'  sua la formulazione dell'imperativo ecologico. Agisci in modo che le conseguenze della tua azione non distruggano la possibilità futura di un'autentica vita umana sulla terra. Questa norma etica fondamentale rappresenta un'estensione nel tempo  a venire dell'imperativo kantiano circa la necessaria idoneità a valere in generale della massima, cioè del criterio di ogni azione morale.  Tale imperativo nella versione di Kant, contiene un nucleo totalizzante, incompatibile con la pluralità degli universi  culturali che caratterizzano le società umane. E' un imperativo imperialistico e, come tale, svolse la sua funzione  nel tempo del'Europa-al -centro del-mondo. Può funzionare senza minaccia d'intolleranza  solo quando tutti si riconoscono pacificamente nel medesimo universo etico. Altrimenti , esso contiene una implicita, seppur inespressa, valenza aggressiva, colonizzatrice. ma l'anzidetto imperativo ecologico sfugge a tale difficoltà, in quanto si basa  su un principio universale che non può non unire tutti gli esseri viventi: possiamo si mettere a repentaglio la nostra vita, ma non quella dell'umanità : (...)Achille aveva il diritto di scegliere per sè una vita breve di imprese gloriose piuttosto di una lunga vita  di sicurezza oscura, ma non quella dell'umanità:(...)ma (..)noi non abbiamo il diritto  di scegliere o anche solo rischiare il non-essere delle generazioni future in vista dell'essere di quelle attuali. Perchè non abbiamo questo diritto e perchè abbiamo un dovere rispetto a ciò che non esiste ancora  ne "in sè" ha bisogno di esistere, e comunque in quanto non esistente non ne avanza la pretesa? Non é affatto facile dare una fondazione teorica a questi  perchè. Jonas suggerisce  il dubbio che sia impossibile senza la fede in una religione, quantomeno nel senso della religiosità di un Thomas Man, dichiara in una lettera al filologo e studioso del mito Kàroly Kerény :religione come "contrapposizione alla trascuratezza e alla incuria, religione come attenzione, ponderazione, riflessione, coscienziosità, contegno prudente e sollecito, perfino come metus e , per finire, attenta sensibilità  verso i moti dello spirito universale.

    Tuttavia, a onta delle difficoltà chi oserebbe sostenere un assioma contrario, cioè che qualcuno abbia, o che tutti insieme abbiamo il diritto di distruggere il mondo o di preparare peri nostri posteri, una condizione di vita disumana in vista dell'egoismo della generazione  alla quale apparteniamo o, ancor peggio, in vista dell'egoismo dei potenti che godono della loro potenza nella generazione alla quale appartenono?

     Sarebbe questa una massima generalizzabile? Non c'è alcuna ragione per restringere alla sola contemporaneità il criterio morale di giustizia di cui parla la massima kantiana

      Pubblicato in accordo con Reiser  Literary Agency 

     

 

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G
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