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Que vivva Mexico

Mariano Azuela, medico nell’esercito di Pancho Villa, raccontò in presa diretta la rivoluzione, fondando un genere con un romanzo tradotto ora in Italia

https://4.bp.blogspot.com/-O6Gq-_4tP7Q/WJMChkOVCdI/AAAAAAAAPY4/9Xclb_hIqXArb5BPJhCIckuoQlkT6KFwwCLcB/s640/que%2Bviva%2Bmexico.JPGLORIS TASSI  - La Repubblica

 

 

«Valderrama fece un’espressione sprezzante e solenne da imperatore: “Villa...? Obregón...? Carranza...? X… Y… Z! E a me che me ne importa? Amo la Rivoluzione come amo il vulcano che erutta! Il vulcano perché è un vulcano, la Rivoluzione perché è la Rivoluzione...! Ma delle pietre che dopo il cataclisma finiscono sopra o sotto, che me ne importa...?” ». Nella letteratura messicana esiste un prima e un dopo Mariano Azuela (1873-1952). Con Quelli di sotto nasce il Romanzo della rivoluzione o la Letteratura della rivoluzione, come sostiene chi fa rientrare in questa categoria anche racconti, memoriali, poesie, drammi teatrali e altro ancora. E se gli scrittori russi della seconda metà dell’Ottocento – stando alla celebre affermazione di Dostoevskij – erano debitori del Cappotto di Gogol’, così gli scrittori messicani che hanno scelto di raccontare la rivoluzione hanno inevitabilmente dovuto confrontarsi con le impetuose pagine vergate da questo ex medico dell’esercito di Pancho Villa. Si pensi ai narratori più importanti attivi tra la seconda metà degli anni Venti e la fine degli anni Quaranta: Martín Luis Guzmán (più interessato ai capi e ai politici che agli umiliati e offesi, come attestano

https://1.bp.blogspot.com/-oTIS62ksT7U/WJMCq7OFW5I/AAAAAAAAPY8/GdaYhBd9RtgtCaOhy03s803tgHVfBJQhACLcB/s320/Mariano%2BAzuela.JPG https://1.bp.blogspot.com/-oTIS62ksT7U/WJMCq7OFW5I/AAAAAAAAPY8/GdaYhBd9RtgtCaOhy03s803tgHVfBJQhACLcB/s320/Mariano%2BAzuela.JPGL’ombra del caudillo e Que viva Villa!), Rafael F. Muñoz (ispiratore di un classico della cinematografia latinoamericana come ¡ Vámonos con Pancho Villa!), e ancora José Rubén Romero, Mauricio Magdaleno, Gregorio López y Fuentes, Nellie Campobello con Cartucho, José Revueltas con il faulkneriano Il coltello di pietra, Agustín Yáñez con lo sperimentale Al filo del agua. A parte Revueltas (di cui Sur ha recuperato di recente il durissimo

Le scimmie), questi nomi probabilmente non dicono molto al lettore italiano ed è un peccato. Ma, nell’attesa che l’editoria nostrana li riscopra, gustiamoci il romanzo da cui è partito tutto.

Nel 1915, dopo alcune opere pesantemente influenzate dal naturalismo – con l’eccezione di Andrés Pérez, maderista (1911) nel quale è già possibile cogliere non pochi segnali di rinnovamento –, il poco noto Azuela pubblica a puntate Quelli di sotto. Scene e quadri della rivoluzione messicana nel giornale texano El paso del Norte. Il romanzo passa inosservato. Azuela ritorna sull’argomento nei notevoli Los caciques (1917) e Las moscas (1918); poi lavora a una nuova versione di Quelli di sotto, che esce senza fortuna a Città del Messico nel 1920. La terza edizione vede la luce nel 1925. Finalmente il libro trova la forma definitiva e incontra i favori del pubblico prima in patria, dove suscita non poche polemiche per il crudo realismo e l’estremo pessimismo, e successivamente in America Latina e in Europa. Tra i sostenitori spiccano il poeta colombiano Porfirio Barba Jacob, l’autore de Il fuoco, Henri Barbusse, e il raffinato poligrafo Valéry Larbaud, il quale paragona Azuela a Tacito per la concisione dello stile.

Ma perché un libro del genere è attuale ancora oggi? Innanzitutto per l’onestà intellettuale di Azuela. Pur disprezzando Victoriano Huerta e le truppe governative, Azuela – come ben sostiene Raul Schenardi nella postfazione – «non ci lascia un testo propagandistico o didattico», al contrario «dipinge la rivoluzione con tutte le sue ombre». «Valderrama – leggiamo in uno dei tanti passi che si potrebbero citare – recita solennemente la sua preghiera: “Juchipila, culla della Rivoluzione del 1910, terra benedetta, terra irrigata dal sangue dei martiri, dal sangue dei sognatori… gli unici buoni!”. “Solo perché non hanno avuto il tempo di diventare cattivi”, completa brutalmente la frase un ufficiale».

Se però Quelli di sotto continua ad essere un libro necessario a cento anni dalla nascita, è anche e soprattutto per motivi squisitamente estetici. Secondo l’argentino Alberto Laiseca l’uomo ha già costruito la macchina del tempo, ed è la grande letteratura.

Quelli di sotto ne è la prova. Azuela ci trasporta nel passato; come direbbe un personaggio di Hrabal, sembra quasi di provare sensazioni tattili dinanzi alla sua prosa. Ma forse, più ancora di Hrabal, dovremmo tirare in ballo Conrad che, nella prefazione a La follia di Almayer, dichiarava: «Il compito che mi spetta e che cerco di assolvere è di riuscire, col potere della parola scritta, a farvi udire, a farvi sentire – di riuscire soprattutto a farvi vedere». La scrittura cinematografica di Azuela, che non a caso ha attirato l’attenzione di pittori come Diego Rivera o José Clemente Orozco, ci fa vedere la rivoluzione. Diviso in tre parti diseguali, ciascuna composta da brevissimi capitoli, Quelli di sotto non dà al lettore un attimo di tregua. Sotto i nostri occhi prendono vita personaggi memorabili: il vigliacco e opportunista Luis Cervantes, studente di medicina e giornalista che considera la lotta un modo per arricchirsi, il viscido e brutale Margarito, il saggio barbiere che gode di un certo ascendente sui guerriglieri perché conosce i feuilleton di Eugéne Sue, il pazzo e idealista Valderrama, la dolce Camila, la subdola Truccata. Tutte persone del popolo: “quelli di sopra”, quelli che comandano, invece rimangono sullo sfondo. In particolare due figure lasciano una traccia indelebile nella mente del lettore. Il protagonista, Demetrio Macías, un ribelle che finisce in un gioco più grande di lui («”Perché combattete adesso, Demetrio?”. Demetrio, con la fronte aggrottata, prende distrattamente un sassolino e lo getta in fondo al canyon. Rimane assorto a osservare il dirupo e poi dice: “Guarda quel sasso, non si ferma più…”») e l’amareggiato Solís, quasi un portavoce dell’autore («”Com’è bella la Rivoluzione, anche nella sua barbarie!”, esclamò Solís commosso. Poi aggiunse sottovoce, in tono vagamente malinconico: “Peccato che ciò che verrà non lo sarà altrettanto. Bisognerà aspettare un po’. Peccato per tutto il sangue versato…”»).

Da questi antieroi viscerali e lucidi avrà origine la migliore Letteratura della rivoluzione.

Nel 1915, pubblicò la prima versione dell’opera a puntate su un giornale texano La sua scrittura cinematografica attirò pittori come Diego Rivera o José Clemente Orozco

* LO SCRITTORE

Mariano Azuela ( 1873- 1952) scrittore e medico dell’esercito messicano. Scrisse dell’esperienza rivoluzionaria

* IL LIBRO

Quelli di sotto di Mariano Azuela ( Sur traduzione di Raul Schenardi pagg. 190 euro 14)

LE IMMAGINI

Le truppe di Pancho Villa nel novembre 1913. In alto, Pancho Villa

 

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