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Salviamo i bimbi dal rancore (La sfida di resistere alla rabbia, a partire dalla scuola)

Eraldo Affinati - La Repubbblica

Dobbiamo spiegare che il mondo può essere malvagio ma noi abbiamo la possibilità di contrapporci alla solitudine cui destinato é destinato il vendicatore Chi usasse l'ennesima tragedia come un'arma retorica , si metterebbe sullo stesso piano dei terroristi. E allora come sottrarci alla violenza senza fine?

I bambini e gli adolescenti caduti come fantocci accanto ai loro genitori nell’arena di Manchester sfondano le nostre difese psicologiche, al punto che vorremmo immaginarli chissà dove a riscuotere un sacrosanto risarcimento. Ma il Paradiso e l’Inferno, fino a prova contraria, sono qui, fuori e dentro di noi: dipendono dalle scelte che facciamo giorno per giorno, ora per ora, nei luoghi in cui viviamo, al cospetto delle persone che incontriamo. I vecchi maestri avevano ideato espressioni specifiche per illustrare queste azioni di discernimento: responsabilità e libero arbitrio, parole troppo grosse che oggi quasi non possiamo più pronunciare perché consunte dall’uso improprio che ne è stato fatto.

Penso a un piccolo scolaro tunisino venuto a Roma col quale mi piaceva giocare a calcio nei pressi della comunità educativa in cui era ospite. Una volta il pallone finì sulle scale della chiesetta adiacente e lui, dopo averlo ripreso, scappò via a gambe levate. Gli chiesi cosa lo avesse spaventato. Con rapidi gesti eloquenti mi rispose che là abitavano i cristiani: per questo si era dato alla fuga. A quel frugoletto qualcuno aveva insegnato l’odio. Ci vollero diversi mesi di scuola, amici, partite e play station per rabbonirlo: fargli capire che il mondo può essere malvagio, sì, ma noi abbiamo le possibilità di contrapporci al rancore, all’invidia, all’arroganza, all’egoismo, all’amarezza e, in ultima analisi, alla solitudine cui è inevitabilmente destinato il vendicatore.

La risposta militare, che non può essere evitata, è sale sulla ferita. La pura e semplice contrapposizione ci costringe all’interno del conflitto mimetico, secondo la classica definizione di René Girard, in un circuito chiuso, interminabile, privo di sbocchi, almeno finché non troviamo il capro espiatorio. Stiamo parlando di zone d’ombra, boschi biologici, cervelli rettili che albergano dentro il nostro animo e tuttavia hanno nome e cognome, sigle e sistemi di potere: non cadono dall’alto ma scaturiscono dal pensiero degli individui spargendo veleno. Mi vengono in mente certi ragazzi albanesi venuti in Italia anche per sfuggire alla faida regolata dal codice del Kanun: alcuni di loro mi hanno raccontato che, se fossero rimasti a casa, avrebbero rischiato la vita ogni giorno.

Chi speculasse su Manchester, usando l’ennesima tragedia come un’arma retorica, si metterebbe sullo stesso piano dei terroristi: questo ormai lo sappiamo. E allora cosa dovremmo fare? Come sottrarci alla catena della violenza senza fine? Diciamo la verità: istintivamente saremmo tutti dalla parte di Renzo che, nel finale dei Promessi sposi, vorrebbe farsi giustizia da solo. A stento Fra Cristoforo lo trattiene. E quando nel lazzaretto degli appestati giungono entrambi al cospetto di Don Rodrigo morente, il religioso, indicando l’antico avversario ridotto allo stremo, dichiara: «Può essere gastigo, può esser misericordia».

Difficile ritrovare in noi la chiarezza interiore che aveva consentito a Lucia di promettere il perdono al Nibbio mentre questi la rapiva, suscitando lo sconcerto del bravo e il tumulto spirituale dell’Innominato. Ci vorrebbe la forza del signor Antoine Leiris, al quale i fondamentalisti parigini uccisero la moglie al Bataclan, che, rivolto ai colpevoli, dichiarò: «Non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete». Dopo l’ennesimo eccidio dovremmo ripartire da lui. Dall’esempio straordinario di quell’uomo ferito. Dalla sua capacità di distinguere. Di non fare di tutta l’erba un fascio. Soltanto se ci riuscissimo potremmo staccare la spina della carica elettrica che, di fronte al sopruso subito, sentiamo come fosse una scossa.

Non dimenticando il male ricevuto, questo no, sarebbe ingiusto oltreché impossibile, bensì dandogli un senso. «Accettare il debito non pagato, accettare di essere e rimanere un debitore insolvente, accettare che ci sia una perdita» ha scritto Paul Ricoeur. Per farlo bisogna ricucire lo strappo che Salman Abedi, il terrorista di Manchester, ha inferto al tessuto connettivo già tanto fragile del Vecchio Continente. Ritrovare, proprio in questo momento critico, la convinzione politica e l’energia vitale che nei giorni scorsi, prima a Barcellona poi a Milano, ha spinto centinaia di migliaia di persone a partecipare alle ultime marce in favore dell’accoglienza nei confronti degli immigrati, rifiutando qualsiasi logica divisiva che, al contrario, ogni colpo inferto dagli attentatori vorrebbe imporci.

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