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"A Rodotà garantito il diritto di non soffrire"

IL CASO. I MEDICI RINGRAZIATI SU FACEBOOK DALLA FIGLIA DEL GIURISTA: LA LEGGE SULLE CURE PALLIATIVE È ANCHE MERITO SUO

Caterina Pasolini  -  La Rpubblica

«Lo hanno aiutato a stare bene e ad andare via senza star troppo male. Sono stati bravissimi, affettuosi, simpatici. E Stefano, che ha passato la vita a lavorare su e per i diritti degli altri, ha trovato chi garantisse a lui un diritto a cui teneva, quello a morire con dignità. Grazie». Così ha scritto su Facebook Maria Laura Rodotà, parlando dei medici, Giandominik Bossone e Alessandra Pieroni, «arrivati nella nostra vita mentre cercavamo di sfuggire a vari personaggi della sanità romana che all'Alberto Sordi-dott. Guido Tersilli chiaramente si ispirano». I dottori che hanno accompagnato gli ultimi giorni di Rodotà, lavorano alla fondazione Sanità e ricerca che nella capitale ha un centro convezionato di cure palliative e da quasi 30 anni assiste in hospice 30 malati terminali, pazienti colpiti dai sla, Alzheimer, 120 nelle loro case. Italo Penco ne è direttore sanitario, ma soprattutto è presidente dell'Associazione nazionale Cure Palliative.

«Morire come Rodotà, con dignità, senza soffrire, nella propria abitazione è un diritto. Rende sereni le famiglie e il malato. E lo Stato spende meno rispetto ai ricoveri ospedalieri. Eppure ancora molti lo ignorano, non sanno che nel 2010, anche grazie a Rodotà, è stata approvata una legge sulle cure palliative per i malati terminali». Cure gratuite, anche a domicilio, che non si occupano solo del dolore, ma affrontano tutti i bisogni fisici, psicologi del malato. «Si cerca una risposta giusta rispetto ai suoi desideri: perché c'è chi vuole andarsene dormendo e chi preferisce essere lucido sino alla fine» racconta il professore che però denuncia lacune. Le cure palliative dovrebbero essere accessibili negli ambulatori, nelle case, negli ospedali, e invece sono diffuse a macchia di leopardo, anche per mancanza di finanziamenti. E alle carenze finanziarie si sommano quelle mediche. «Manca una parte fondamentale della formazione: oggi non si insegna in università a comunicare al paziente terminale. Spesso gli si nasconde la diagnosi e invece solo dando il quadro reale, le prospettive, le opzioni, lo si lascia libero di scegliere come andarsene» sottolinea Penco. Che trova equilibrata la legge sul biotestamento «perché responsabilizza il sanitario a fare un percorso col malato». E l'eutanasia? «Non c'entra con le cure palliative, ma so per esperienza il paziente a cui si garantiscono assistenza, assenza di dolore o disagio, non chiede di morire»

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