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I liberal americani. Gli ultimi critici del capitalismo. Adeso si comincia in Europa
Scritto da Giovanni Osea Giuntella
La
crisi economica ha costretto tutti a riflettere più profondamente sulle “magnifiche e progressive sorti” del mercato. Il crollo dei maggiori attori finanziari è anche la crisi di un pensiero
economico che mette al centro un individuo astratto e decontestualizzato, atomo tra atomi, dimenticando la pluridimensionalità e soprattutto la natura relazionale che caratterizza la persona e,
di conseguenza, il suo agire politico ed economico.
Del resto non è un caso che proprio di fronte alla grande depressione del 1929 il filosofo Emmanuel Mounier avesse indicato nel personalismo la possibile “terza via” tra l’individualismo
liberista e il totalitarismo comunista. Anche il recente successo di nuovi filoni di ricerca, come l’economia comportamentale e gli studi sul rapporto tra economia e felicità, sembra testimoniare
l’esigenza di allargare la riduttiva nozione di utilità individuale su cui si fonda l’economia classica, nel tentativo di comprendere meglio i comportamenti delle persone e la natura
costituzionalmente relazionale dell’uomo.
Negli ultimi anni, e ben prima che scoppiasse la crisi dei mutui, diversi studiosi ed esperti avevano evidenziato i pericoli di una globalizzazione sfrenata e di un mercato sempre più fuori
controllo. Paul Krugman, Robert Reich e Joseph Stiglitz sono tra coloro che hanno dedicato maggiori energie a sensibilizzare l’opinione pubblica e i policy maker intorno a questi temi. Ognuno di
loro ha evidenziato le possibili derive del capitalismo e sottolineato la necessità di ridefinire le regole del gioco, rivedere le priorità del nostro sistema di sviluppo e riorientare gli
obiettivi di politica economica tenendo conto anche della loro sostenibilità sia ambientale sia sociale.
Tutti e tre concordano su un punto: per uscire dalla crisi del supercapitalismo e correggere gli effetti collaterali della globalizzazione, l’unica via è la partecipazione democratica dei
cittadini. Solo esprimendo una governance responsabile e lungimirante, capace di resistere alle pressioni delle varie lobbies, si potrà invertire la rotta.
L’altro mondo di Stiglitz
Joseph Stiglitz ha vinto il premio Nobel per l’economia nel 2001, insieme a George Akerlof e Michael Spence, per le sue ricerche sulle asimmetrie informative e i fallimenti del mercato. Gran
parte dei suoi studi sono legati al ruolo dello Stato nell’economia, al rapporto tra istituzioni e concorrenza e fra politica e libera iniziativa privata. La sua teoria delle asimmetrie
informative dimostra che i mercati lasciati a se stessi non solo non portano necessariamente all’efficienza economica, ma possono anche generare gravi ingiustizie sociali. In un mondo di
informazione imperfetta non è detto che le scelte delle imprese e degli agenti razionali, basate sul principio della massimizzazione dei profitti e dell’utilità individuale, si dimostrino
ottimali per l’equilibrio generale. Poiché nella realtà quasi tutti i mercati sono caratterizzati da incertezza e asimmetrie informative, il ruolo che il governo può svolgere nel risolvere i
fallimenti del mercato è molto più ampio di quanto predetto dalla tradizionale teoria economica.
Su questa convinzione si fonda il tentativo di definire una “terza via” tra socialismo e capitalismo senza regole. Quest’idea ha guidato Stiglitz anche nel suo operato istituzionale, prima come
chairman del gabinetto economico di Clinton e poi come capo-economista della Banca Mondiale. Ma è soprattutto con la pubblicazione nel 2002 di La globalizzazione e i suoi oppositori che Stiglitz
è diventato un punto di riferimento per tutti coloro che sognano un mondo più equo.
In questo saggio l’economista criticava duramente le fallimentari “ricette di sviluppo” del Fondo Monetario Internazionale, ideologicamente ancorate ai modelli dei libri di testo, senza tener
conto dell’enorme ruolo che l’informazione imperfetta e l’incompletezza dei mercati possono avere nei Paesi in via di sviluppo. La fiducia cieca nelle virtù del capitalismo ha troppo spesso
indotto il Fondo Monetario a concentrarsi solo su obiettivi di stabilità dei prezzi, trascurando l’importanza degli strumenti di politica economica e la qualità delle istituzioni. Il professore è
convinto che da una “ristrutturazione” della globalizzazione trarrebbero benefici sia i Paesi sviluppati sia quelli in via di sviluppo. Ma questo richiede una rivalutazione del ruolo della
politica nel definire il giusto equilibrio tra mercato e altri valori fondamentali come la cultura, l’ambiente e la vita stessa. Alla fine del suo ultimo libro, Making Globalization Work (2006),
Stiglitz scrive: “Un altro mondo è possibile. Ma non solo: un altro mondo è necessario e inevitabile”. Il premio Nobel ripone tutta la sua speranza nella forza della democrazia: “Gli elettori non
potranno permettere che la globalizzazione venga gestita nel modo in cui è stata gestita sinora”.
Krugman: un nuovo New Deal
Paul Krugman è conosciuto in ambito accademico soprattutto per la sua nuova teoria del commercio internazionale e gli studi sul ruolo dei consumatori nel determinare l’allocazione e il grado di
specializzazione della produzione. Krugman è sempre stato un sostenitore del libero commercio e della globalizzazione, ma questo non gli ha impedito di denunciare i limiti e le possibili derive
del mercato.
Dalle colonne del New York Times, così come in molti suoi libri, ha più volte documentato la crescente diseguaglianza nella distribuzione del reddito che ha caratterizzato gli Stati Uniti negli
ultimi vent’anni, attribuendo gran parte della responsabilità alle politiche di eccessiva deregolamentazione e all’assenza di un solido welfare state. In seguito alle crisi finanziarie che hanno
colpito i Paesi asiatici alla fine degli anni Novanta, Paul Krugman aveva parlato di un possibile ritorno della depressione economica.
Da buon neokeynesiano, ha sempre ritenuto che il governo della domanda, e dunque degli strumenti di politica monetaria e fiscale, fosse in molti casi fondamentale per evitare l’aggravarsi delle
crisi e il ritorno dei fantasmi del 1929. Per questo, anche di fronte all’attuale recessione, ritiene fondamentale ricapitalizzare e investire in strade, ponti, infrastrutture, secondo i principi
classici della macroeconomia keynesiana. Il professore di Princeton conclude la riedizione del suo libro The Return of Depression Economics, uscito la prima volta nel 1999 e appena ripubblicato
nel mezzo della crisi, sostenendo che gli unici ostacoli strutturali al raggiungimento di una stabile prosperità economica sono “le dottrine obsolete che confondono le menti degli uomini”. Se è
vero che per la prima volta dopo la rivoluzione russa viviamo in un mondo dove i diritti di proprietà e il libero mercato sono ritenuti principi fondamentali e non semplici strumenti, dove gli
effetti collaterali del mercato, diseguaglianza, disoccupazione e ingiustizia sono accettati come fatti naturali e il capitalismo regna incontrastato (più per la mancanza di alternative
plausibili che per i suoi successi), il neo premio Nobel è però convinto che la crisi economica non potrà che favorire l’emergere di nuove idee e nuovi sogni. Bisogna dunque ripartire da un nuovo
New Deal che rilanci con coraggio e decisione l’economia.
Reich, Galbraith e Obama
Robert Reich, a differenza di Stiglitz e Krugman, non è un economista doc. Insegna Public Policy a Berkeley, ma ha ricoperto un ruolo centrale durante l’amministrazione Clinton come Secretary of
Labor. Anche Reich è convinto che i problemi di azzardo morale del capitalismo del laissez faire rendano necessario un ruolo attivo del governo nel regolamentare l’economia e nel correggere le
storture sociali del sistema. Per il professore è sempre più drammatica la schizofrenia che si crea negli individui, che sono consumatori-investitori ma anche cittadini inseriti in una comunità,
due identità spesso confliggenti: “La scomoda verità è che molti di noi sono divisi: come consumatori e investitori vogliamo fare l’affare migliore. Come cittadini, però, non apprezziamo molte
delle conseguenze sociali che questo comporta. Da un lato è innegabile che il mercato globale ci offre maggiore scelta, ma a quale prezzo?”. Lo studioso americano sostiene che “i nostri desideri
di consumatori e investitori hanno di solito la meglio, perché non abbiamo mezzi per esprimere i nostri valori in quanto cittadini. Questa è la vera crisi della democrazia nell’era del
supercapitalismo”. Come liberarsi del potere che gli avvocati e i lobbisti al soldo delle corporation esercitano sull’intero processo politico? Reich ritiene che l’unica risposta possibile sia
reimpadronirsi della democrazia.
Critici del capitalismo
Basta entrare in una qualunque libreria negli Stati Uniti per rendersi conto di come negli ultimi anni le voci critiche del capitalismo siano aumentate e abbiano
preso coraggio. La discussione è, paradossalmente, più vivace qui che non in Europa. Il professor James K. Galbraith, figlio del celebre consigliere di Kennedy, John K. Galbraith, arriva a
scrivere che “il mercato descritto dai sacerdoti del liberismo appare sempre più fragile e vaporoso”. Galbraith demolisce i tre pilastri della politica reaganiana: deregulation, monetarismo e
riduzione della pressione fiscale, ritenendo che la deregulation sia stata solo un mezzo per arricchire le lobbies, il monetarismo uno strumento per uccidere i sindacati e glorificare Wall
Street, e la riduzione del peso fiscale un fallimento completo, non traducendosi in un aumento della domanda, ma piuttosto in un aumento dei risparmi e in una redistribuzione a favore delle
classi più ricche. Temi, del resto, al centro dell’ultima campagna elettorale americana.
L’elezione del candidato democratico sembra aver aperto una nuova stagione. Il nuovo “New Deal” che Obama propone agli Stati Uniti si fonderà innanzitutto su un forte investimento nelle fonti
rinnovabili di energia e nella cosiddetta green economy. Un intervento massiccio per frenare l’aumento della disoccupazione e rilanciare l’economia, ma allo stesso tempo l’inizio di un
cambiamento strategico della politica ambientale del Paese.
Negli Stati Uniti molti economisti sperano che questa sia l’occasione per tornare a guidare con intelligenza e prospettiva il rinnovamento del sistema economico, restituendo alla politica
l’importanza e la responsabilità che le sono proprie. Bisogna ripensare le fondamenta di un sistema in crisi strutturale, dove i conflitti di interesse sembrano aver eclissato le virtù della
“mano invisibile”. Per questo c’è bisogno di una guida ispirata e audace, ma anche di un pensiero che riporti al centro la persona,
superando la schizofrenia dell’individuo-atomo dei modelli tradizionali e ricomponendo la frattura creata tra preferenze dell’individuo-consumatore e responsabilità comunitaria del
cittadino-persona. Ricordando anche che, come ha scritto l’economista belga Christian Ansperberger, “la via d’uscita dai mali del capitalismo è un cammino
esistenziale prima che una ricetta economica”.