Tre milioni di disoccupati dichiarati, più uno di non dichiarato. Quattro milioni
di precari che stanno invecchiando. Migliaia di piccole imprese che chiudono ogni mese. Il che vuol dire milioni di vite ferite, compromesse, assediate, da un futuro di disperazione. Il resoconto qui accanto fornisce di alcune di esse un sorte di ologramma. A guardarlo bene, a ruotarlo un poco avanti e
indietro, ci si sorgono le immagini dolenti di tantissime altre. Davanti a simile catastrofe, i dirigenti confindustriali ivi citati riescono a dire che l’Italia: “è un paese èunpaese incuiè difficilissimo fare impresa” .Più che una dichiarazione di insipienza, è una offesa alla memoria dei loro
predecessori , sia nel privato che nel pubblico. Quelli che in meno di vent’anni fecero di un paese semidistrutto dalla guerra, che ancora nel ’54
aveva più del 40% di occupati in agricoltura, n grande paese industriale. Non era cero un paese in cui fosse facile fare impresa. Non c’erano né operai, né strade, né materie prime, né
capitali. Ma quegli imprenditori inventarono la Vespa e la Lambretta, fabbricarono milioni di auto utilitarie e di elettrodomestici, i dirigenti
pubblici mentre moltiplicavano per cinque la produzione dell’acciaio, costruivano flotte di magnifiche navi e si imposero nel mondo tra le grandi sorelle del petrolio. Tutti insieme crearono
milioni di posti di lavoro stabile e decentemente retribuito. Si chiamavano nel settore privato, Piaggio e Bassetti, Necchi e Olivetti, Pirelli e Valletta, per citarne solo alcuni. Che avevano
di fronte dirigenti pubblici ed economisti Oscar Senigaglia, Enrico Mattei, Pasquale saraceno, Giuseppe Glisenti. Una generazione di grandi dirigenti e imprenditori, nel privato come nel
pubblico, che non sembra aver lasciato nessun discendente. Non dimentichiamo che oggi c’è la crisi,
si vuole obiettare. E’ una realtà che nessuno può negare. Tuttavia, a onta della crisi, non è che la produzione di auto e elettrodomestici, di navi e di abbigliamento di gamma alta nel mondo
sia cessata. Prosegue più che mai però non in Italia. Il peggio è che non sembra essere arrivato quasi nulla a sostituirlo. Le medie e le grandi imprese italiane non inventano quasi più
nulla di realmente nuovo. Da decenni, non solo da quando c’è la crisi spendono una miseria in ricerca e sviluppo, e in formazione. Gli impianti son
in media tra i più vecchi d’Europa . Le fabbriche qui e là ci sono ancora ,ma fabbricano in prevalenza disoccupati e mal occupati.
Il degrado ormai macroscopico delle condizioni di lavoro, inclusi i modi in cui
lavoratori e lavoratrici sono etichettati come esuberi e buttati fuori da un giorno all’altro, nel modo americano che tanto piace ai riformisti nostrani, è il riflesso ultimo della mancata
riproduzione socia e culturale di un’intera classe di imprenditori e di dirigenti pubblici. Con un certo numero di eccezioni, ovviamente, sennò saremo ormai all’assalto ai forni. Ma piuttosto di piangere sulle supposte difficoltà di fare impresa in Italia, bisognerebbe cercare di capire perché gli imprenditori di vaglia – m anche i
dirigenti pubblici di comparabile livello – sono diventati così pochi, icapitali si dirigono preferibilmente verso impieghi improduttivi, i brevetti depositati in Italia all’estero scarseggiano e hanno modesti contenuti tecnologici. Se non si cercherà di fare qualcosa lungo questa strada , la pratica dei lavoratori e delle lavoratrici utilizzati come oggetti usa e getta, di cui qui si parla, continuerà a diffondersi ed a mortificare esistenze.
Luciano Gallino
Badge, computer, telefonini disattivati senza preavviso, messaggi laconici (ci dispiace) e tutta
la tua roba in una scatola. Perdere un lavoro è sempre più spesso un’esperienza brutale complice la riforma Fornero o no?
Roma. Simonetta parla come una sopravvissuta a una calamità naturale:”vai in giro per i patronati di Milano e dici: ho perso lavoro. E
intorno si alzano mille voci: è successo anche a me: Tutti hanno il tuo stesso sguardo spaventato”. E’ arrabbiata Simonetta: è stata licenziata dall’azienda in cui ha lavorato per vent’anni
dalla mattina alla sera. A 58 anni, mentre la riforma Fornero spostava la sua pensione al 2025. Ma a sconvolgerla sembrano siano stati soprattutto
i modi, la procedura, con cui è stata buttata fuori, “buttata via”, come dice lei, “ero andata al lavoro come sempre, poco fuori Milano. Nessun presentimento. Avevo solo qualche problema con le
commesse”.
Per vent’anni ha curato le
comunicazioni di una media azienda nel campo dell’edilizia (non dico qual è aspetto ancora dei soldi): è una professionista parla quattro lingue, stava per ottenere il premio fedeltà, che ai
dipendenti con più di vent’anni di carriera riconosce quindici mensilità. Alle 9,30 chiamano la prima. Entra dove è riunito il cda. Esce con la
faccia grigia. Nessuno dice niente. Abbiamo pensato che l’avessero licenziata perché in passato aveva avuto dei problemi con i capi. Ha messo tutte le sue cose in una scatola e se ne è andata
come in un film americano. Il panico si è scatenato quando a mezzogiorno hanno chiamato la seconda, e poi le altre, una dopo l’altra. Hanno licenziato solo donne sopra i 40 anni, tranne un
immigrato che ha accettato un po’ di soldi e se ne è ritornato al suo paese. Alle 16,30 è arrivata la figlia del padrone piangendo: “Mi dispiace” ci dice. Alle 18 è squillato il mio telefono.
Sono entrata nella stanza . Mi hanno detto Ci dispiace e mi hanno messo in mano una busta. Non l’ho
neanche letta.. Ho preso le mie fotografie e e il cappotto dice ancora Simonetta” Mentre me ne andavo ho chiesto ai figli del padrone? Un ragazzotto che mi avevano affiancato, uno che guadagna
la metà di me, impreparato….” Oggi simonetta è una 2.875.000 italiani senza lavoro censiti dall’Istat nel 2012, che a dicembre ha registrato un
tassodi disoccupazione da codice rosso per un paese industrializzato: l’11,1 %.
Secondo l’elaborazione della Cgia di Mestre, nei primi 9 mesi del 2012 hanno chiuso
1.000 aziende al giorno, per un totale – dicono i dati del gruppo Cerved – di 104.000 imprese nell’intero anno. Uno tsunami, che investe i singoli e la società con effetti “collaterali”
sconvolgenti . Perché, se è forse scontato che siano licenziamenti a raffica, non lo è che dai rapporti di lavoro siano stati spazzati via regole e
fair play e che allontanare le persone dal posto di lavoro sempre più spesso ricordi un’operazione chirurgica eseguita senza anestesia, e senza umanità. Nell’ultimo anno sono stati sdoganati
comportamenti impensabili, che si riteneva appartenessero a un’epoca paleoindutriale. La crisi cioè si vede non solo dai licenziamenti - secondo la
Cgia 50.000 nel 2012 – ma anche in come si viene allontanati dal mondo del lavoro. Si vede dall’aumento dei licenziamenti improvvisi, non annunciati, anche per i collaboratori più anziani e
fidati. Oppure dall’interruzione dei rapporti sindacali nelle imprese da sempre considerate corrette e collaborative. O dai metodi scandalosi adottati persino nelle vertenze più amplificate dai media : neanche le telecamere accese sulla lunga crisi del colosso farmaceutico Sigma Tau hanno impedito che alcuni dei 180 lavotori messi in cssa
integrazione poche settimane fa a Pomezia (Roma) scoprissero di essere finiti nella lista nera soltanto perché i bedge erano stati disattivati o
perché il computer improvvisamente non riconosceva più la password.
Simonetta ha
assaggiato la riforma dell’art. 18, la famosa riforma Fornero, approvata a luglio: “L’intenzione iniziale era di concedere reintegro solo in caso di licenziamento discriminatorio. La stesura
finale lo ha reso possibile, ma non automatico, anche nel licenziamento economico o disciplinare” spiega l’avvocato del lavoro, Alberto Piccinini, che ha uno studio a Bologna ed è consulente
della CGIL ”Dal mio osservatorio posso comunque dire che i licenziamenti sono aumentati” racconta “C’è la crisi, ma non solo: ora è un’opzione
anche laddove prima non lo era. La cosa positiva della riforma ”aggiunge Piccinini” è che ha spostato il termine del licenziamento a dopo la fase
di conciliazione” Il lavoratore quindi arriva di fronte alla commissione Presso il Ministero del Lavoro con una carta in più, e ottiene
praticamente sempre una fuoriuscita”. Simonetta ad esempio, ha strappato dieci mesi di stipendio.
Se è vero che la riforma
Fornero non ha spalancato la strada di fronte ai licenziamenti facili, secondo alcuni osservatori, però la monetizzazione del licenziamento ha smantellato alcuni freni inibitori. Piccinini ”dal
mio osservatorio dico che i licenziamenti sono aumentati. Certo c’è la crisi, ma c’è anche il fatto che per le aziende ora è un’opzione anche dove, fino a ieri, non lo era” Confindustria la
vede in modo opposto ”la legge Fornero è stato un passo in avanti, ma non sufficiente. Noi registriamo piuttosto un’interpretazione molto rigida da
parte della magistratura” E poi, “dire che gli imprenditori licenziano, e brutalmente, non è solo sbagliato e falso, ma anche controproducente,
Questo è un paese in dismissione. Se si licenzia è perché gli imprenditori meditano di andare e di abbandonare il paese in cui fare impresa è difficilissimo”.
Lo tsunami continua e non
risparmia le aziende più piccole, quelle sotto i 15 dipendenti, E se il clima famigliare una volta attutiva l’impatto, oggi non è più così.
Prendiamo il caso di Laura. Lavorava, con sede in Veneto, per un’impresa altoatesina di bonifica e smaltimento dei rifiuti. E’ giovane, in gamba, e
due giorni dopo il licenziamento era già stata assunta altrove. Ma il modo in cui è stata licenziata l’ha shoccata. “un venerdì il mio capo, da Bolzano, mi dice di non andare da lui il lunedì,
come facevo ogni settimana, perché sarebbe venuto lui. Si presenta dopo pranzo con il capo del personale. Mi mettono una busta bianca in mano e dicono leggi. C’era scritto che avrebbero chiuso
la sede. E che dovevano fare a meno della mia figura. La cosa peggiore, la più sgradevole è che mi hanno intimato di restituire tutto immediatamente: computer, telefono, auto. Ero allibita.
Nell’ufficio del mio collega ho riversato i contatti del mio telefonino, poi sono tornata da quei due e ho detto.” Ma secondo voi , ora come faccio a muovermi che qui siamo in aperta campagna?”
loro si sono guardati imbarazzati, In due buste di plastica ho messo le mie cose e mi sono fatta accompagnare dal mio collega in stazione.
Bisogna mettersi nei
panni degli operai del cantiere di Uta, in provincia di Cagliari, Sardegna, una delle regioni a più alto tasso di disoccupazione. E capirà se non gettano la spugna benchè debbano fare cinque giorni di sciopero al mese per farsi pagare. Stanno costruendo un carcere , e
da quel che risulta lo stato sta pagando le opere pubbliche spa che ha ottenuto l’appalto ormai nel 2006. I lavori sono completati solo all’80 %, e da più di un anno ci sono problemi continui.
“ La cosa preoccupante - dice Enrico Cureddu della Fillea CGIL – è che con le opere pubbliche, che ha avuto sempre molti appalti in Sardegna, le relazioni sindacali sono state sempre ottime,
mentre ora non ci rispondono più”.
L’apice dello scontro è stato
raggiunto ad agosto, quando i lavoratori sono tornati dalle vacanze e hanno trovato i cancelli chiusi: l’azienda aveva deciso di prolungare le ferie senza comunicarlo. Una vicenda di cui quasi non si parla. Del colosso della Sigma
Tau invece si è parlato, e molto, ma ciò non ha impedito che un mattino l’azienda lasciasse i
lavoratori in cassaintegrazione fuori dalla porta dello stabilimento. “Un brutto episodio” dice ora Sergio Gigli, segretario generale della Femca
Cisl (comparto tessile, chimica e energia) “Ormai i rapporti sono deteriorati. Invece è proprio nella crisi che bisogna avere particolare cura delle relazioni industriali: soltanto così è
possibile trovare soluzioni che non mortifichino il lavoro. E le persone”
Cinzia Giubbini