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L'uomo cieco del bosco - Tiro con l'arco e ciechi

Si chiama Wolfgang Fraser, ha perso la vista a quindici anni, seduto davanti a un ghiacciaio mentre "quella lucentezza diventava sempre più opaca". Ha viaggiato, ha fatto il fisioterapista, ha lavorato in Africa, ha trovato casa in Toscana. Ora fa la guida di notte per i sentieri della montagna che "sente" soltanto lui.

Ma noi che abbiamo la vista vosa vediamo?

Bosco.jpg

link Vivaldi le quattro stagioni - L'autunno. Se clicchi con il tasto destro del mouse su LINK e poi con il sinistro su "apri in una nuova scheda", ascolti la musica e leggi l'articolo.

L' uomo cieco del bosco

QUORLE (Arezzo) Wolfgang Fasser, cinquantatré anni, viaggiatore di molte avventure, abita ai margini una casa di pietra con il grande camino dove cuociono castagne. Ha un orologio parlante e il cellulare imita il pettirosso all' alba. Quando scende il tramonto e la notte allaga il bosco, lui inizia la traversata. Porta persone dentro a un viaggio speciale. Nel cuore nero del bosco. In quel buio che moltiplica tutti i rumori della vita - dal vento alla paura - e poi li inghiotte in un silenzio che sprofonda e rende vane tutte le mappe. Tranne la sua. Perché lui del buio conosce tuttii sentieri, ci cammina da molte vite, dal giorno in cui i suoi occhi si sono spenti per sempre. Dice: «Nel vostro mondo io sono cieco, ma al buio divento l' unico vedente». Wolfgangè una guida in molti sensi. Parla lento, cammina lento, conosce l' invisibile. Cioè quella parte del mondo che più ci inquieta, che sempre ci sfiora, e che noi illuminiamo costantemente di suoni, relazioni a occhi spalancati, colori sonori, grazie agli schermi accesi e al lucente rumore di fondo che arreda tutta la nostra vita, tranne i misteri del sonno. Dice: «Quando entri nel buio, esci dalla vita virtuale, quella sollecitata dalla velocità, governata dalle macchine, depositata su tutte le superfici che scorrono, rendendola inafferrabile». Nel buio del bosco ti metti in ascolto. Calcoli ogni rumore. Respiri e senti il respiro delle cose che ti circondano. Cammini un passo alla volta e, a ogni passo, tasti il terreno. Senti la terra, il sasso, la pendenza, la trappola delle spine, il passo che incontra l' ostacolo e quello che si fa strada. Dice: «La lentezza diventa il tuo equilibrio, che non è nuovo,è solo ritrovato».E il bosco di notte non è più il luogo dove non si vede e ci si perde, ma una via d' uscita dal labirinto diurno dei vedenti. Lui l' ultimo giorno da vedente, l' ultimo giorno della sua prima vita, sulle montagne svizzere, cantone tedesco di Glarona, me lo racconta davanti al fuoco. Aveva quindici anni, da otto i suoi occhi si stavano spegnendo per una malattia senza scampo, la retinite pigmentosa. «Vivevamo in alto, tra i grandi prati. Eravamo cinque fratelli. Sempre nella luce, davanti alle montagne. Alla sera mio padre e mia madre ci riunivano e ascoltavamo Mozart. In primavera la malattia accelerò. Una mattina cominciai a salire verso le grandi pareti del Todi, 3.600 metri di altezza. A ogni passo le cose intorno si spegnevano. Mi fermai dopo sei ore. Ero seduto davanti al ghiacciaio, mi ricordo l' odore del vento, il sole che brucia. E quella lucentezza che diventava opaca. Era il sipario della mia nuova solitudine e quel giorno l' ho accettata».

Quando entri nel buio esci dalla vita virtuale, quella sollecitata dalla velocità, governata dalle macchine, depositata su tutte le superfici che scorrono, rendendola inafferabile

Ma il silenzio ascoltato tra quelle rocce non è stata la sua resa, bensì l' inizio della sua ostinazione. Ci ha messo dieci ore a tornare indietro («c' erano dei punti in cui andavo a tentoni, era la prima volta») e da allora non si è più fermato. Ha imparatoa leggere braille. Ha imparato a suonare il sax. Ha imparato a memorizzare lo spazio, le traiettorie, a sentire gli ostacoli, a percepire il pericolo. Ha imparato a fare il fisioterapista, tre anni di corso a Zurigo, il diploma, le mani che sentono con più chiarezza quello che nel corpo dell' altro non si vede. Ha imparato a chiedere aiuto, anche per strada, alle persone. Ha imparato a fidarsi. E ha imparato a conoscere i propri limiti. Poi un giorno è partito. Ma non è andato dietro l' angolo. È volato quindicimila chilometri più a sud, tra le montagne del Lesotho, Africa meridionale, due milioni di abitanti, un solo ospedale, il Queen Elizabeth, un solo fisioterapista. «Sono arrivato nell' anno 1981. Paese poverissimo, malattie, polvere, un po' di bestiame. C' era talmente poco - dice sorridendo - che anche un fisioterapista cieco era qualcosa». Ci è rimasto tre anni. Poi altri due. Camminava da un villaggio all' altro per andare a curare i suoi pazienti. «In Africa non cammini mai da solo, neanche di notte. Tutti mi conoscevano, tutti mi raccontavano la loro storia in cambio della mia». Quando non cura, Wolfgang insegna. Organizza dei corsi di formazione, una catena virtuosa che da allora a oggi ha formato decine di nuovi fisioterapisti e che lui va a rifinire ogni anno per sei settimane. Quando rientra nel nostro mondo, Zurigo è diventata inabitabile: «Dopo l' Africa volevo un luogo dove poter respirare, camminare, vivere. Conoscevo la Toscana, la comunità di Romena, questi piccoli paesi dell' Anno Mille, le loro chiese e la buona gente. Sono arrivato la prima volta, il profumo di questi boschi mi ha conquistato, e sono rimasto». Quorle ha ventotto abitanti. Sta nascosta dentro le spalle dell' Appennino. La valle ha canaloni e boschi intatti. Wolfgang li conosce palmo a palmo. Quando era vivo il suo cane Dusty li ha attraversati tutti, «insieme facevamo settanta chilometri a settimana». Ora che è rimasto solo («e in lutto da un anno») ha molto ridotto le visite, riceve i pazienti a casa, anche se c' è sempre qualche anziano che non si può muovere: «Magari sono bloccati dalla malattia. E allora vado io». Wolfgang si alza tutte la mattine all' alba. Cammina almeno tre ore. Ammirare quello che non vede è il suo modo di pregare. Studia nuove strade e ripassa quelle vecchie. Ascolta. Talvolta gira con un microfono, la cuffia e il registratore. «Il microfono è il mio cannocchiale, l' ingrandimento che mette a fuoco tutti i suoni». Dice: «Le mie mappe sono mentali e sonore. Riconosco i punti in cui le pareti della valle sono più ampie. Ogni rumore è una traccia. Un trattore o una moto che passano sull' altro versante lasciano una scia luminosa dietro ai miei occhi. Poi ci sono gli animali che mi aiutano». Riconosce la voce dei cani di ogni casa nei dintorni. I punti in cui passano i caprioli quando vanno a bere. I sentieri dove sale il bestiame. Sa dove sono i nidi, quello dell' allocco e della tortora, sente i richiami, calcola le distanze. Dice che non si è mai perso davvero, nemmeno quando la neve cancella il bosco e tutti i rumori diventano cotone. Dice che non ha mai avuto paura davvero, nemmeno quelle volte in cui sente passare i lupi in branco: «Ce ne sono una trentina da queste parti. Mi è capitato di percepire la loro presenza prima ancora di sentirli. Occhi che ti guardano da molto lontano, come una piccola onda di energia che ti sfiora. Poi all' improvviso uno starnuto, o un soffio, o un cespuglio che si muove e quella sensazione che sparisce: se ne sono andati». Quasi ogni giorno qualcuno viene a trovarlo. Specialmente giovani. Lui li mette in fila e li porta «a esplorare il bosco e anche un po' se stessi». Per loro ha scritto con Massimo Orlandi un libro: Invisibile agli occhi, che è poi la sua storia, le molte cose viste da un uomo che vede in un modo speciale. «Con loro - racconta - riapro vecchi sentieri. Ce ne sono tanti abbandonati da queste parti, che magari ricordano solo i boscaioli più anziani». Aprirsi una nuova strada nel bosco (della vita) è un buon insegnamento per i ragazzi. Vuol dire non accontentarsi della strada vecchia e cercare la propria. È il più antico dei viatici. Vale quanto l' ultimo segreto che mi svela prima del tramonto, prima del bosco di notte, quando parliamo del buio: "La cosa curiosa - mi dice allegro - è che di notte, nel sonno, dentro ai sogni io ci vedo. Ci vedo benissimo. Vedo la faccia di mia madre. Vedo la neve, il filo d'erba, la mosca, vedo tutti i colori". Che è poi l'elogio più bello del sogno e anche la sua forza, contro tutte le malattie della vita.

PINO CORRIAS

 

 

 

Unione italiana ciechi  ed ipovedenti - Sezione  provinciale di Firenze

 

Polisportiva: Tiro con l'arco

 

Il tiro con l’arco per non vedenti viene svolto a Firenze dal 1992.
Prima con intento sperimentale e di verifica di fattibilità; da cinque anni è ormai ammesso ai Campionati Italiani del Comitato Italiano Paraolimpico. La squadra della Polisportiva Silvano Dani ha partecipato quattro volte collezionando un buon medagliere.
Nel 2004 Barbara Vetere ha partecipato alla seconda manifestazione internazionale a Parigi conquistando la medaglia d’oro; per questo evento ha ottenuto il premio speciale per lo sport della Provincia di Firenze accanto ad atleti di alto livello normodotati.
Sempre nello stesso anno è stato pubblicato il primo “Manuale di tiro con l’arco per non vedenti” da Cecilia Trinci e Arianna Donati, istruttori della polisportiva, a cura del Comune di Firenze e della Federazione di Tiro con l’arco (F.I.T.Arco).
L’attività si svolge durante tutto l’anno presso la sezione dell’Unione Italiana Ciechi ed è rivolta ad atleti agonisti e non agonisti e anche a pluriminorati gravi per i quali essa costituisce un importante elemento di integrazione e recupero psicomotorio. Per svolgere l’attività è necessario un locale adatto che consenta di utilizzare la distanza regolamentare per le gare (almeno 25 metri per 10), materiale speciale per l’allenamento (archi, frecce, bersagli) e la collaborazione di almeno tre istruttori specializzati.
Nel 2005 si è svolto il primo meeting internazionale a Marina di Massa in vista dei Campionati del mondo e il relativo convegno di lavoro per la definizione dei regolamenti internazionali dove la Polisportiva si è distinta per i propri meriti sportivi e di ricerca.
Nei prossimi mesi sarà organizzata una importante manifestazione in Ungheria dove questo sport non è ancora praticato e dove gli arcieri fiorentini sono stati invitati come esperti per portare aiuto e consulenza per la sua diffusione e in vista di altri importanti incontri internazionali.
Il tiro con l’arco, contrariamente a quanto si pensa, non deve essere praticato privilegiando in modo esagerato la vista, ma al contrario va considerato come uno sport in cui la posizione del corpo, l’allineamento dello scheletro, la capacità di coordinamento e concentrazione sono di primaria e assoluta importanza.
La mira è solo un aiuto notevole ma non fondamentale per la riuscita di un buon gesto. Il gesto atletico, d’altra parte, si apprende con il corpo e non con la vista
. Questo sport non richiede eccessive doti atletiche, si adatta a tutti e a tutte le età per questo è una proposta motoria di grande significato e vasta proponibilità applicativa.
Anzi, i nostri atleti non vedenti sono in grado di controllare la muscolatura coinvolta nel gesto del tiro e di coordinare l’allineamento di tutti i settori del corpo in modo anche più attento e rivolto a se stessi di un arciere vedente che molte volte si lascia trascinare dalle abilità visive, trascurando il corretto assetto corporeo.
In questo senso si organizzano allenamenti in collaborazione tra vedenti e non vedenti per scambiare competenze reciproche e nelle quali i non vedenti non appaiono come “atleti handicappati”, ma come atleti con particolari competenze e sensibilità, in grado di donare le proprie esperienze a chi è di solito considerato “più forte”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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