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La dittatura dell'uno per cento. Così una minoranza impone il rigore. (vedi cap.5° -La classe capitalistica transnazionale)di "con i soldi degli altri" di Luciano Gallino) Gli economisti pro tagli sono al ko tecnico.
Una persona non deve studiare dei trattati di economia per capire e giudicare le analisi e le proposte degli economisti, che sono anche opposte , nel giudicare la crisi economica e sociale e i relativi progetti di uscita. (Si indicano dei libri di carattere divulgativo che qualsiasi cittadini dovrebbe conoscere per farsi una idea in quale situazione ci troviamo: - Luciano Gallino:"Con i soldi degli altri" Einaudi
- Krugman Paul: "La cosienza di un liberal" Laterza.
- I libri della collana "IDOLA"Laterza di un centinaio di pagine. Discorsivi)
Anche noi eravamo nella convinzione , anni fa, di trovarci nel miglior sistema economico e sociale. Poi con il ripetersi delle crisi in giro per il mondo e con il sorgere dei problemi di chiusura e fallimento delle imprese e corporation, la disoccupazione d milioni di persone, la crisi del mondo finanziario e delle banche che condiziona il mondo della produzione. ci siamo posti delle domande e ci siamo detti:"qui ce la stanno raccontando, dobbiamo vederci chiaro" e ci siamo messi a documentarci e a studiare. Partendo da una considerazione semplice: non ci sono state guerre che hanno portato a distruzioni di strutture produttive, non ci sono stati cataclismi o eventi naturali che hanno modificato l'assetto produttivo:allora c'è qualcosa che non funziona nei meccanismi di produzione e distribuzione della ricchezza, nelle decisioni dello stato, in idee forse sbagliate della politica e dell'economia ecc. Una prima distinzione é capire chi, attraverso formule matematiche e anche fisiche, ha ritenuto di fornire una base scientifica autonoma di questa disciplina . Autonoma e autosufficiente nel senso che ha staccato le base, le applicazioni e le conseguenze, gli effetti sulla società e sui cittadini delle decisioni economiche (questo vieno viene chiamato dai liberisti e da chi ruota attorno alla scuola di Chicago - Milton Friedman - politicizzazione dell'economia. Dietro quindi a una visione economica c'è una concezione della società, di come sono i suoi principi di organizzazione , del rapporto tra stato e cittadini in riferimento diritti, doveri,cittadinanza, democrazia e libertà. Come viene concepita l'attività economica in una moderna società, la produzione e distribuzione della ricchezza. Chi paga le entrate delle stato? (imposte , tasse e contributi - attualmente nel 2012, i lavoratori dipendenti e i pensionati pagano l'83 % delle entrate dello stato - non vi sembra che ci stiamo avviciniamo al terzo stato prerivoluzione francese? non era così 20 anni fa, 30 - 40 -50 anni fa. Al giorno d'oggi gli imprenditori, i liberi professionisti fanno una dichiarazione dei redditi inferiore ai loro dipendenti o al lavoro indipendente - i managers percepisco migliaia e decine di migliaia di volte il reddito dei lavoratori dipendenti. Valletta, amministratore delegato della Fiat , anni 50, prendeva 40 volte lo stipendio di un dipendente )
Gli studi accademici a favore della severità economica sono pieni di errori e di omissioni oppure continuano ad essere sostenuti dalla popolazione più abbiente. Gli interessi dei ricchi non sono agevolati da una depressione allungata, nonostnte ciò le elite sono meno colpite dai sacrifici e quindi disposti ad accettarli.
È RARO che i dibattiti economici si concludano con un ko tecnico. Tuttavia, il dibattito che oppone keynesiani ai fautori dell'austerità si avvicina molto a un simile esito. QUANTO meno a livello ideologico. La posizione pro-austerity è ormai implosa; non solo le sue previsioni si sono dimostrate del tutto fallaci, ma gli studi accademici invocati a suo sostegno si sono rivelati infarciti di errori e omissioni, nonché basati su statistiche di dubbia attendibilità. Due grandi interrogativi, tuttavia, persistono. Il primo: come ha potuto diventare così influente la dottrina dell'austerity? E il secondo: cambierà la policy, adesso che le rivendicazioni fondamentali dei sostenitori dell'austerità sono diventate oggetto di battute nei programmi satirici della terza serata? Riguardo alla prima domanda: l'affermazione dei fautori dell'austerità all'interno di cerchie influenti dovrebbe infastidire chiunque ami credere che la policy si debba basare sull'evidenza dei fatti, o essere da questi fortemente influenzata.
I due principali studi che forniscono sostegno all'austerità non trovano conferme scientifiche
Dopotutto i due principali studi che forniscono all'austerity la sua presunta giustificazione intellettuale - quelli di Alberto Alesina e Silvia Ardagna sull'"austerità espansiva", e di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff sulla fatidica "soglia" del novanta percento del rapporto debito/Pil - sono state ferocemente criticati già all'indomani della loro pubblicazione. Gli studi, inoltre, non hanno retto a un attento scrutinio. Verso la fine del 2010 il Fondo monetario internazionale aveva rivisto Alesina-Ardagna ribaltandone le conclusioni, mentre molti economisti hanno sollevato interrogativi fondamentali sulla tesi di Reinhart-Rogoff ben prima di venire a sapere del famoso errore nella formula di Excel. Intanto, gli eventi nel mondo reale - la stagnazione in Irlanda (l'originario modello dell'austerity) e il calo dei tassi di interesse negli Stati Uniti, che avrebbero dovuto trovarsi di fronte a una crisi fiscale imminente- hanno rapidamente svuotato di significato le previsioni del fronte pro-austerity.
Sanità e previdenza nel mirino, ma i cittadini a basso reddito chiedono che la spesa venga incrementata
E tuttavia, la teoria a favore dell'austerità ha mantenuto, e persino rafforzato, la propria presa sull'élite. Perché? La risposta è sicuramente da ricercare in parte nel diffuso desiderio di voler interpretare l'economia alla stregua di un racconto morale, trasformandola in una parabola sugli eccessi e le loro conseguenze. Abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, narra il racconto, e adesso ne paghiamo l'inevitabile prezzo. Gli economisti possono spiegare ad nauseam che tale interpretazione è errata, e che se oggi abbiamo una disoccupazione di massa non è perché in passato abbiamo speso troppo, ma perché adesso spendiamo troppo poco,e che questo problema potrebbe e dovrebbe essere risolto. Tutto inutile: molti nutrono la viscerale convinzione che abbiamo commesso un peccato e che dobbiamo cercare di redimerci attraverso la sofferenza. Né le tesi economiche né la constatazione che oggi a soffrire non sono certo gli stessi che negli anni della bolla hanno "peccato" bastano a convincerli che le cose stanno diversamente. Ma non si tratta di opporre semplicemente la logica all'emotività. L'influenza della dottrina dell'austerity non può essere compresa senza parlare anche di classi sociali e di diseguaglianza.
Dopotutto, cosa chiede la gente a una policy economica? Come dimostrato da un recente studio condotto dagli scienziati politici Benjamin Page, Larry Bartels e Jason Seawright, la risposta cambia a seconda degli interpellati. La ricerca mette a confronto le aspettative nutrite riguardo alla policy dagli americani medi e da quelli molto ricchi - e i risultati sono illuminanti. Mentre l'americano medio è per certi versi preoccupato dai deficit di budget (cosa che non sorprende, considerato il costante incalzare dei racconti allarmistici diffusi dalla stampa), i ricchi, con un ampio margine, considerano il deficit come il principale problema dei nostri giorni. In che modo dovremmo ridurre il deficit nazionale? I ricchi preferiscono ricorrere al taglio delle spese federali sulla sanità e la previdenza - ovvero sui "programmi assistenziali" - mentre il grande pubblico vorrebbe che la spesa in quei settori fosse incrementata.
Avete capito: il programma dell'austerity rispecchia da vicino, la posizione dei ceti abbienti, ammantata di rigore accademico. Ciò che il più ricco un per cento della popolazione desidera diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare.
Gli interessi dei ricchi sono forse di fatto agevolati da una depressione prolungata? Ne dubito, dal momento che solitamente un'economia prospera è un bene per tutti. Ciò che invece è vero, è che da quando abbiamo optato per l'austerità i lavoratori vivono tempi cupi, ma i ricchi non se la passano così male, avendo tratto vantaggio dall'incremento dei profitti e dagli aumenti della Borsa a dispetto del deteriorare dei dati sulla disoccupazione. L'un per cento della popolazione non auspica forse un'economia debole, ma se la passa sufficientemente bene da rimanere arroccato sui propri pregiudizi.
Tutto ciò suscita una domanda: quale differenza produrrà di fatto il crollo intellettuale della posizione pro-austerità? Sino a quando ci atterremo a una politica dell'un per cento, voluta dall'un per cento a vantaggio dell'un per cento, forse assisteremo solo a nuove giustificazioni delle solite, vecchie policy.
Spero di no; mi piacerebbe poter credere che le idee e l'evidenza dei fatti contino, almeno in parte. Cosa farò altrimenti della mia vita? Immagino però che ci toccherà vedere sino a dove ci si può spingere pur di dare una giustificazione al cinismo.
(Traduzione di Marzia Porta) copyright New York Times- La Repubblica
Gli effetti dell'Austerity sulle due sponde dell'atlantico:
Eurozona:
Il debito: (2° trimestre 2012) in percentuale del PIL 90%
La crescita Variazione % del PIL
2008 2009 2010 2011 2012
0,4 - 4,4 2 1,4 - 0,4
La bilancia commerciale (genn.ott. 2012 al cambio del 31 ottobre)
+ 64,1 miliardi di euro
Stati Uniti
Il debito (2° trimestre 2012) in percentuale del PIL 104,8%
La crescita Variazione % del PIL
2008 2009 2010 2011 2012
-0,3% -3,1 2,4 1,8 2,2
La bilancia commerciale (genn.-ott. 2012 al cambio del 31 ottobre)
- 467,9 miliardi di euro
Gli economisti di Haarvard, Caemen Reinhart e Kennelth Rogoff, difendoni il loro studio del 2010, considerato da molti il" manifesto dell'austerity". Ammettono "piccoli errori di valutazione, ma etichettano le critiche mosse nei loro confronti dall'università del Massachussetts come una politicizzazione del debito. Affermano sul New York Times: "Gli attacchi sono una triste testimonianza della politicizzazione della ricerca nella scienxa sociale". Piccoli errori di valutazione, non possono essere usati per respingere anni di dati. Secondo il loro studio "Growrh in a Time of Debt" Paesi con debito pubblico superiore al90% hanno tassi di crescita più bassi. Risultati che però sono stati messi in dubbio da un rapporto dell'Università del Massachussetts reatto da Hemdon, Ash e Pollin, secondo il quale "codifiche sbagliate e selettive esclusioni di dati - sono diventati - seri errori che in modo non accurato rappresentano il legame tra debito e PIL.