VI INVITO A SCRIVERE COMMENTI, OPINIONI. CLICCA IN FONDO A DESTRA DEGLI ARTICOLI. Mi sembra utile istituire un collegamento tra vari Blog per favorire la circolazione delle idee, delle riflessioni che aiutino a capire e affrontare la realtà nei suoi molteplici aspetti (questo blogo si limitata a una riflessione sui diritti civili, sulla religione, sulla politica, sull'economia, qualcosa sulla cultura, ma non sono un tutologo). Lo scopo è ampliare la partecipazione delle persone, per una loro migliore convivenza nella vita quotidiana, un ampliamento della conoscenza, del senso civico, della democrazia , e della buona politica. Si vuole essere propositivi e si escludo atteggiamenti di semplice denuncia e rivendicazione. SEGNALATE, PER FAVORE, I BLOG CHE HANNO QUESTE CARATTERISTICHE. GRAZIE. In fondo a destra si troveranno i blog interessanti

Il Papa sferza i potenti: “Scelgano l’etica e il bene comune”.
RIO DE JANEIRO— «Il futuro esige da noi una visione umanista dell’economia. E una politica che realizzi sempre più e meglio la partecipazione della gente, eviti gli elitarismi e sradichi la povertà». Un Papa travolgente ha stupito ieri con 4 discorsi densi e colmi di concetti nuovi i partecipanti della sua penultima giornata brasiliana. Discorsi potenti, alcuni scritti interamente di suo pugno e con tanto di note, che segnano una direzione di strada netta e diversa per la Chiesa sotto Francesco.
La notte di veglia prima della conclusione della Giornata mondiale della Gioventù, con più di un milione di ragazzi riversati sulle strade di Rio de Janeiro, è stata così una grande festa nella quale tutti avevano nelle orecchie, e discutevano, le parole di Bergoglio. «Francesco sembra proprio inesauribile — commentava il portavoce della Sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi — non si risparmia. Speriamo che non esageri, ma certamente fino a ora ce l’ha fatta molto bene e mi
pare che i giovani apprezzino molto che lui dia tanta energia per loro».
E allora vale davvero la pena raccontare le frasi più importanti pronunciate dal Papa, così come lui le ha spiegate ai diversi uditori. «Purtroppo, in molti ambienti, si è fatta strada una cultura dell’esclusione, una “cultura dello scarto” — ha ribadito al mattino presto nella messa celebrata in cattedrale — A volte sembra che, per alcuni, i rapporti umani siano regolati da “dogmi” moderni: efficienza e
pragmatismo. Abbiate il coraggio di andare controcorrente. Essere servitori della comunione e della cultura dell’incontro!».
Più tardi, nel Teatro municipale di Rio, ha rivolto parole sferzanti alla classe dirigente del Brasile, battendo sulla responsabilità sociale. «Siamo responsabili della formazione di nuove generazioni. Che nessuno sia privo del necessario e che a tutti sia assicurata dignità, fratellanza e solidarietà: questa è la strada da seguire. La leadership sa scegliere la più giu-
sta delle opzioni per il bene comune: questa è la forma per andare al centro dei mali di una società e vincerli anche con l’audacia di azioni coraggiose e libere. Questo senso etico appare oggi come una scelta storica senza precedenti. Nella situazione attuale s’impone il vincolo morale con una responsabilità sociale e profondamente solidale. Termino indicando ciò che ritengo fondamentale per affrontare il presente: il dialogo costruttivo. Tra l’indifferenza egoista e la protesta violenta c’è un’opzione sempre possibile: il dialogo. Il dialogo tra le generazioni, il dialogo con il popolo, la capacità di dare e ricevere».
Il discorso fatto nel pomeriggio a cardinali e vescovi locali, prima
di quello per la veglia notturna, è finora il più lungo del suo pontificato. Francesco si richiama alla semplicità e alla pazienza dei pescatori che trovano in mare la statua della Madonna nera di Aparecida rotta in tre pezzi: «Dio dona un messaggio di ricomposizione di ciò che è fratturato, di compattazione di ciò che è diviso: muri, abissi, distanze. La Chiesa non può trascurare questa lezione: essere strumento di riconciliazione. La ricerca di ciò che è sempre più veloce attira l’uomo d’oggi: Internet, auto, aerei, rapporti veloci… tuttavia si avverte una disperata necessità di calma, vorrei dire di lentezza. La Chiesa sa ancora essere lenta? O anche la Chiesa è ormai travolta dalla frenesia dell’efficienza? Recuperiamo, cari fratelli, la calma di saper accorciare il passo, la capacità di essere sempre vicini per aprire un varco nel disincanto che c’è nei cuori».
E ancora, in quello che è un vero e proprio cambio di prospettiva rispetto a prima, rispetto a una Chiesa fatta di teologismi e contrattacchi
sterili: «Forse la Chiesa è apparsa troppo debole, forse troppo lontana, troppo fredda, troppo autoreferenziale, prigioniera dei propri rigidi linguaggi. Oggi serve una Chiesa in grado di far compagnia, di andare al di là del semplice ascolto; una Chiesa che si mette in cammino con la gente; una Chiesa capace di decifrare la notte».
Bergoglio ha quindi salutato un gruppo di indios. E ricevendo in dono un copricapo con le piume da capo tribù, lo ha prima indossato, lasciandosi poi fotografare così, accanto agli indios vestiti in modo succinto. E ha concluso: «No allo sfruttamento selvaggio dell’Amazzonia».
Da La Repubblica del 28/07/2013.
IL D-day di Bergoglio
CINQUECENTO anni dopo il fallimento dei missionari gesuiti in Brasile, cacciati dal Vaticano e dall’Inquisizione, il primo Papa gesuita della storia sbarca a Copacabana nel suo trionfale D-Day, Dies Dei, per riconquistare un gregge che sta sfuggendo a Roma.
TRE milioni di giovani di tutte le nazionalità per due giorni hanno sfrattato dai quattro chilometri della più famosa spiaggia del mondo giocatori di pallone, turisti, abbronzature, tanga microscopici (ma non i garotos da rua, bambini di strada che hanno continuato a tuffarsi nel surf mentre si recitava la liturgia della Messa) per ascoltarlo dire quello che la Chiesa Romana ha spesso dimenticato di dire: che non ci può essere «pacificazione» nella miseria e nell’ingiustizia. Parole che dagli anni della «Teologia della Liberazione» e dai vescovi contro come Helder Camara, non suonavano con tanta forza.
Gli obbiettivi delle telecamere e le parole dei telecronisti non riuscivano a rendere giustizia alla immensità di un popolo che si estendeva sulla spiaggia santuario del «sogno brasiliano» sotto l’ombra del Pan di Zucchero e i paragoni con altre manifestazioni di massa e concerti suonavano, più che involontariamente blasfemi, un po’ stonati. Papa Francesco ha distrutto il ricordo di Mick Jagger e degli Stones, che raccolsero «soltanto» un milione e mezzo di fan, di Lenny Kravitz, di Rod Stewart, che pure affollò quasi tre milioni sulla spiaggia. Ha ridimensionato le cifre di altre Giornate della Gioventù guidate dal predecessore Benedetto XVI, come il milione a Madrid per la Veglia del 2011. Si deve tornare a Giovanni Paolo II e al suo carisma di pellegrino pontificale per trovare una folla più grande, i cinque milioni — record riconosciuto da Guinness — raccolti nel Parco de la Luneta a Manila, nel 1995.
Ma se il messaggio del Papa argentino, come ieri di quello polacco, pur nel successo popolare, comprese le suore che a Rio danzavano, castamente, il samba al passaggio dei furgoni Fiat di Bergoglio, non si discosta molto dai principi dottrinali, almeno per ora, da Ratzinger, ancora una volta è il messaggero a fare il messaggio. A rendere credibili le esortazioni a «lasciare le sacrestie e andare per le strade», a «parlare il linguaggio che la gente capisce fuori dalle formule liturgiche e teologiche». Forse Ratzinger, dal suo appartamento monacanale in Vaticano, avrà scosso la testa vedendo le dirette da Copacabana, lui che aveva invitato severamente a «non scambiare queste giornate di preghiera per un festival Rock», ma a guardarle come «il punto di arrivo di un percorso di pentimento e di meditazione », ma nessun predica può cambiare la sensazione che in Bergoglio finalmente messaggio e messaggero coincidano.
In Brasile, come nel resto dell’America Latina, nell’Asia insulare, in quel poco che sopravvive nell’Asia Continentale, la Chiesa Cattolica Romana gioca il proprio futuro di chiesa universale e un gesuita sudamericano lo sa meglio di pastori europei o italiani. I tre milioni di persone accalcati nella spiaggia di Copacabana non erano certamente tutti devoti chierichetti di Santa Madre Chiesa.
Nel corpo inquieto della spiritualità brasiliana, sempre agitata da quella pulsione al sincretismo religioso, mistico e pagano, che i Gesuiti cercarono invano di incoraggiare e assorbire per lo scandalo e la collera della Gerarchia romana, milioni di persone flottano, come le maree.
Si muovono fra il Cattolicesimo, la religione portata dal colonialismo, che ha perso il 10 per cento degli aderenti, e le confessioni protestanti, più concretamente attive e utili nelle favelas e meglio finanziate anche dagli Stati Uniti, ironicamente prodotto dell’imperialismo. Ma sempre galleggiando sul filo del «povo do santos», il popolo dei santi, i devoti della santeria, o macumba, o vodùn, o come si voglia definire quell’eredità africana che sta, come l’intreccio di geni e cromosomi, tessuto dentro ogni cittadino.
Come Woytila a Cuba, nel 1998, che preferì ignorare la doppia devozione dei cubani e il doppio uso di tante chiese fra cattolicesimo e santeria, così Bergoglio non ha fatto lezioni di catechismo, ai milioni accorsi per la sua Woodstock- on-the-beach, resa anche più simile all’originale dal pessimo tempo della vigilia a Rio all’adunata di quei 500 mila giovani che vollero trovarsi insieme per trovare se stessi. È stata una festa di umanità, non di catechismo, che neppure la solita, blanda, melensa «christian music » dopo le funzioni è riuscita a sedare e spegnere. «Se concerto rock era, si trattava più di Simon & Garfunkel al Central Park che di Lenny Kravitz» ha scritto acidulo un commentatore della Cnn, anche se un po’ più di ritmo e di mordente le nenie religiose potrebbero utilmente acquistare.
Il «D-Day» di Bergoglio sbarcato sulle sponde del Brasile non è stato un trionfo perchè Francesco sia un Papa santo, un Papa rivoluzionario, un Papa contestatore. Ma perché è un Papa credibile, che sembra, addirittura, credere al Libro che invoca nella «alègria» e sorride mentre i bambini si tuffano nelle onde senza ascoltarlo. Lasciate che i bambini giochino sulla spiaggia.
Vittorio Zucconi – La Repubblica 29 luglio
Papa Francesco: chi sono io per giudicare i Gay ? Intervista del Corriere della Sera
/http%3A%2F%2Fwww.direttanews.it%2Fwp-content%2Fuploads%2Fvia_crucis_copacabana_rio_de_janeiro_papa_francesco.jpg)
Il Papa sferza i potenti: “Scelgano l’etica e il bene comune”.
RIO DE JANEIRO— «Il futuro esige da noi una visione umanista dell’economia. E una politica che realizzi sempre più e meglio la partecipazione della gente, eviti gli elitarismi e sradichi la povertà». Un Papa travolgente ha stupito ieri con 4 discorsi densi e colmi di concetti nuovi i partecipanti della sua penultima giornata brasiliana. Discorsi potenti, alcuni scritti interamente di suo pugno e con tanto di note, che segnano una direzione di strada netta e diversa per la Chiesa sotto Francesco.
La notte di veglia prima della conclusione della Giornata mondiale della Gioventù, con più di un milione di ragazzi riversati sulle strade di Rio de Janeiro, è stata così una grande festa nella quale tutti avevano nelle orecchie, e discutevano, le parole di Bergoglio. «Francesco sembra proprio inesauribile — commentava il portavoce della Sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi — non si risparmia. Speriamo che non esageri, ma certamente fino a ora ce l’ha fatta molto bene e mi
pare che i giovani apprezzino molto che lui dia tanta energia per loro».
E allora vale davvero la pena raccontare le frasi più importanti pronunciate dal Papa, così come lui le ha spiegate ai diversi uditori. «Purtroppo, in molti ambienti, si è fatta strada una cultura dell’esclusione, una “cultura dello scarto” — ha ribadito al mattino presto nella messa celebrata in cattedrale — A volte sembra che, per alcuni, i rapporti umani siano regolati da “dogmi” moderni: efficienza e
pragmatismo. Abbiate il coraggio di andare controcorrente. Essere servitori della comunione e della cultura dell’incontro!».
Più tardi, nel Teatro municipale di Rio, ha rivolto parole sferzanti alla classe dirigente del Brasile, battendo sulla responsabilità sociale. «Siamo responsabili della formazione di nuove generazioni. Che nessuno sia privo del necessario e che a tutti sia assicurata dignità, fratellanza e solidarietà: questa è la strada da seguire. La leadership sa scegliere la più giu-
sta delle opzioni per il bene comune: questa è la forma per andare al centro dei mali di una società e vincerli anche con l’audacia di azioni coraggiose e libere. Questo senso etico appare oggi come una scelta storica senza precedenti. Nella situazione attuale s’impone il vincolo morale con una responsabilità sociale e profondamente solidale. Termino indicando ciò che ritengo fondamentale per affrontare il presente: il dialogo costruttivo. Tra l’indifferenza egoista e la protesta violenta c’è un’opzione sempre possibile: il dialogo. Il dialogo tra le generazioni, il dialogo con il popolo, la capacità di dare e ricevere».
Il discorso fatto nel pomeriggio a cardinali e vescovi locali, prima
di quello per la veglia notturna, è finora il più lungo del suo pontificato. Francesco si richiama alla semplicità e alla pazienza dei pescatori che trovano in mare la statua della Madonna nera di Aparecida rotta in tre pezzi: «Dio dona un messaggio di ricomposizione di ciò che è fratturato, di compattazione di ciò che è diviso: muri, abissi, distanze. La Chiesa non può trascurare questa lezione: essere strumento di riconciliazione. La ricerca di ciò che è sempre più veloce attira l’uomo d’oggi: Internet, auto, aerei, rapporti veloci… tuttavia si avverte una disperata necessità di calma, vorrei dire di lentezza. La Chiesa sa ancora essere lenta? O anche la Chiesa è ormai travolta dalla frenesia dell’efficienza? Recuperiamo, cari fratelli, la calma di saper accorciare il passo, la capacità di essere sempre vicini per aprire un varco nel disincanto che c’è nei cuori».
E ancora, in quello che è un vero e proprio cambio di prospettiva rispetto a prima, rispetto a una Chiesa fatta di teologismi e contrattacchi
sterili: «Forse la Chiesa è apparsa troppo debole, forse troppo lontana, troppo fredda, troppo autoreferenziale, prigioniera dei propri rigidi linguaggi. Oggi serve una Chiesa in grado di far compagnia, di andare al di là del semplice ascolto; una Chiesa che si mette in cammino con la gente; una Chiesa capace di decifrare la notte».
Bergoglio ha quindi salutato un gruppo di indios. E ricevendo in dono un copricapo con le piume da capo tribù, lo ha prima indossato, lasciandosi poi fotografare così, accanto agli indios vestiti in modo succinto. E ha concluso: «No allo sfruttamento selvaggio dell’Amazzonia».
Da La Repubblica del 28/07/2013.
IL D-day di Bergoglio
CINQUECENTO anni dopo il fallimento dei missionari gesuiti in Brasile, cacciati dal Vaticano e dall’Inquisizione, il primo Papa gesuita della storia sbarca a Copacabana nel suo trionfale D-Day, Dies Dei, per riconquistare un gregge che sta sfuggendo a Roma.
TRE milioni di giovani di tutte le nazionalità per due giorni hanno sfrattato dai quattro chilometri della più famosa spiaggia del mondo giocatori di pallone, turisti, abbronzature, tanga microscopici (ma non i garotos da rua, bambini di strada che hanno continuato a tuffarsi nel surf mentre si recitava la liturgia della Messa) per ascoltarlo dire quello che la Chiesa Romana ha spesso dimenticato di dire: che non ci può essere «pacificazione» nella miseria e nell’ingiustizia. Parole che dagli anni della «Teologia della Liberazione» e dai vescovi contro come Helder Camara, non suonavano con tanta forza.
Gli obbiettivi delle telecamere e le parole dei telecronisti non riuscivano a rendere giustizia alla immensità di un popolo che si estendeva sulla spiaggia santuario del «sogno brasiliano» sotto l’ombra del Pan di Zucchero e i paragoni con altre manifestazioni di massa e concerti suonavano, più che involontariamente blasfemi, un po’ stonati. Papa Francesco ha distrutto il ricordo di Mick Jagger e degli Stones, che raccolsero «soltanto» un milione e mezzo di fan, di Lenny Kravitz, di Rod Stewart, che pure affollò quasi tre milioni sulla spiaggia. Ha ridimensionato le cifre di altre Giornate della Gioventù guidate dal predecessore Benedetto XVI, come il milione a Madrid per la Veglia del 2011. Si deve tornare a Giovanni Paolo II e al suo carisma di pellegrino pontificale per trovare una folla più grande, i cinque milioni — record riconosciuto da Guinness — raccolti nel Parco de la Luneta a Manila, nel 1995.
Ma se il messaggio del Papa argentino, come ieri di quello polacco, pur nel successo popolare, comprese le suore che a Rio danzavano, castamente, il samba al passaggio dei furgoni Fiat di Bergoglio, non si discosta molto dai principi dottrinali, almeno per ora, da Ratzinger, ancora una volta è il messaggero a fare il messaggio. A rendere credibili le esortazioni a «lasciare le sacrestie e andare per le strade», a «parlare il linguaggio che la gente capisce fuori dalle formule liturgiche e teologiche». Forse Ratzinger, dal suo appartamento monacanale in Vaticano, avrà scosso la testa vedendo le dirette da Copacabana, lui che aveva invitato severamente a «non scambiare queste giornate di preghiera per un festival Rock», ma a guardarle come «il punto di arrivo di un percorso di pentimento e di meditazione », ma nessun predica può cambiare la sensazione che in Bergoglio finalmente messaggio e messaggero coincidano.
In Brasile, come nel resto dell’America Latina, nell’Asia insulare, in quel poco che sopravvive nell’Asia Continentale, la Chiesa Cattolica Romana gioca il proprio futuro di chiesa universale e un gesuita sudamericano lo sa meglio di pastori europei o italiani. I tre milioni di persone accalcati nella spiaggia di Copacabana non erano certamente tutti devoti chierichetti di Santa Madre Chiesa.
Nel corpo inquieto della spiritualità brasiliana, sempre agitata da quella pulsione al sincretismo religioso, mistico e pagano, che i Gesuiti cercarono invano di incoraggiare e assorbire per lo scandalo e la collera della Gerarchia romana, milioni di persone flottano, come le maree.
Si muovono fra il Cattolicesimo, la religione portata dal colonialismo, che ha perso il 10 per cento degli aderenti, e le confessioni protestanti, più concretamente attive e utili nelle favelas e meglio finanziate anche dagli Stati Uniti, ironicamente prodotto dell’imperialismo. Ma sempre galleggiando sul filo del «povo do santos», il popolo dei santi, i devoti della santeria, o macumba, o vodùn, o come si voglia definire quell’eredità africana che sta, come l’intreccio di geni e cromosomi, tessuto dentro ogni cittadino.
Come Woytila a Cuba, nel 1998, che preferì ignorare la doppia devozione dei cubani e il doppio uso di tante chiese fra cattolicesimo e santeria, così Bergoglio non ha fatto lezioni di catechismo, ai milioni accorsi per la sua Woodstock- on-the-beach, resa anche più simile all’originale dal pessimo tempo della vigilia a Rio all’adunata di quei 500 mila giovani che vollero trovarsi insieme per trovare se stessi. È stata una festa di umanità, non di catechismo, che neppure la solita, blanda, melensa «christian music » dopo le funzioni è riuscita a sedare e spegnere. «Se concerto rock era, si trattava più di Simon & Garfunkel al Central Park che di Lenny Kravitz» ha scritto acidulo un commentatore della Cnn, anche se un po’ più di ritmo e di mordente le nenie religiose potrebbero utilmente acquistare.
Il «D-Day» di Bergoglio sbarcato sulle sponde del Brasile non è stato un trionfo perchè Francesco sia un Papa santo, un Papa rivoluzionario, un Papa contestatore. Ma perché è un Papa credibile, che sembra, addirittura, credere al Libro che invoca nella «alègria» e sorride mentre i bambini si tuffano nelle onde senza ascoltarlo. Lasciate che i bambini giochino sulla spiaggia.
Vittorio Zucconi – La Repubblica 29 luglio
Papa Francesco: chi sono io per giudicare i Gay ? Intervista del Corriere della Sera