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Il divo protagonista di “All is lost” di J. C. Chandor. Una grande sfida per l'attore che da solo, senza parole, senza dialoghi riesce a tenere l’attenzione del pubblico per quasi due ore

di Maria Pia Fusco
CANNES - Una barca a vela di 12 metri nell’Oceano Indiano urta contro un container, un uomo riesce a riparare il danno, ma la violenza devastante di una tempesta lo costringe a una lotta senza tregua per la sopravvivenza. È "All is lost", il film di J. C. Chandor, una grande sfida per Robert Redford che da solo, senza parole, senza dialoghi - in "Cast away", Tom Hanks almeno parlava con una palla - riesce a tenere l’attenzione del pubblico per quasi due ore. «Dopo aver finito la regia e l’interpretazione di "La regola del silenzio", avevo voglia di “riposarmi” ed essere solo attore. Mi sono affidato a Chandor che, per altro, tra i giovani invitati al Sundance in tanti anni, è stato l’unico a offrirmi un film. Che mi ha attratto perché credo nel valore del silenzio, in un tempo come questo in cui troppa gente parla troppo, in genere senza ascoltare gli altri né se stessi. "All is lost" è l’opposto, è silenzio, suono del mare e fragore della tempesta. Non potevo che stare dentro il protagonista, sentire con lui i suoi stessi pericoli: ho riscoperto il valore della verità di un personaggio solo e senza voce».
La voce Redford la usa per due battute, “Oh my God”, quando, sul canotto da salvataggio, vede affondare la barca, e “Fuck!”, quando una nave di passaggio ignora i fumogeni dell’Sos. «È stato il fuck più disperato di tutta la mia carriera di attore».
Chador, classe 1973, gli ha scritto il personaggio addosso, un omaggio «a Redford, un’icona, simbolo di una generazione che è la stessa dei miei genitori, cresciuti dopo la guerra tra mille difficoltà, eppure hanno lottato, hanno creduto nel futuro e nella famiglia. Noi siamo inerti, insoddisfatti, non sappiamo in cosa credere, non abbiamo neanche la voglia di mettere al mondo un bambino», dice. Gli fa eco Redford: «Sono nato tra la Depressione e la seconda guerra mondiale. Ricordo un’America povera, ma ricca di senso della comunità, che si è ricostruita, ha ritrovato il benessere, ma che poi si è corrotta con gli scandali e la cattiva politica. Ed è l’America che ha perso l’innocenza che ho cercato di raccontare nel mio cinema. "All is lost" è un po’ la riscoperta dei bisogni essenziali, al valore della vita da salvare ad ogni costo. È stato un film duro, ma sono io che ho voluto mettermi alla prova anche fisicamente evitando controfigure, ho fatto molti sport, ero un atleta, ma un impegno fisico così forte l’avevo provato solo in "Corvo rosso non avrai il mio scalpo", ma era il 1972. Forse ho esagerato, ho vissuto momenti di incubo, ma a 76 anni è stata una nella soddisfazione per il mio ego».
Il vecchio e il mare è un riferimento inevitabile e a Redford non dispiace: «Le letture possono essere diverse, la metafora di una società alla deriva, continuamente minacciata da pericoli esterni oppure la natura che si ribella contro i maltrattamenti dell’uomo e riafferma la sua forza. Più banalmente, pensando al cinema, potrebbe essere la sopravvivenza al sistema di Hollywood. Io ci sono riuscito, sono cresciuto a Hollywood, ma poi sono andato a vivere sulle montagne, ho lavorato con il sistema, ma non ci sono mai stato dentro, ho tenuto sempre una distanza tra il mio lavoro di attore e regista e la mia vita personale. Solo così si sopravvive ».