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VI INVITO A SCRIVERE COMMENTI, OPINIONI. CLICCA IN FONDO A DESTRA DEGLI ARTICOLI. Mi sembra utile istituire un collegamento tra vari Blog per favorire la circolazione delle idee, delle riflessioni che aiutino a capire e affrontare la realtà nei suoi molteplici aspetti (questo blogo si limitata a una riflessione sui diritti civili, sulla religione, sulla politica, sull'economia, qualcosa sulla cultura, ma non sono un tutologo). Lo scopo è ampliare la partecipazione delle persone, per una loro migliore convivenza nella vita quotidiana, un ampliamento della conoscenza, del senso civico, della democrazia , e della buona politica. Si vuole essere propositivi e si escludo atteggiamenti di semplice denuncia e rivendicazione. SEGNALATE, PER FAVORE, I BLOG CHE HANNO QUESTE CARATTERISTICHE. GRAZIE. In fondo a destra si troveranno i blog interessanti

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Salotto buono. Capitalismo all'italiana

Questa è una serie di riflessioni che parlano della situazione del capitalismo italiano in parte riferito nell'articolo precedente del blog di economia " La vera casta. Facciamo chiarezza" . Alla fine dell'articolo libri consigliati sull'argomento.

L’annuncio che Mediobanca uscirà dai patti di sindacato compreso quello di Rcs, sancisce la crisi di un modello oligarchico considerato ormi fuori dal tempo

SALOTTO BUONO

Così è tramontato il capitalismo all'italiana

Dai diari di Carlo Azeglio Ciampi: «12 settembre: Maccanico. Ha visto Cuccia che si interessa del Corriere della Sera: Agnelli è disponibile». Così l'allora governatore della Banca d'Italia annota nel 1984 l'agognata apertura del presidente della Fiat e del papa laico del capitalismo italiano all'intervento nella Rizzoli per salvarla dal fallimento dopo il disastro del Banco Ambrosiano e lo scandalo della P2. Un'operazione di "disinfestazione" la definì Agnelli, che a Giovanni Bazoli comunicò: «Ne parli con Cuccia, che è come parlare con me». Cadeva così definitivamente il principio secondo cui Mediobanca poteva spaziare a tutto campo nel capitalismo italico con tre sole eccezioni: alberghi, cinema e giornali. Ed era cotto a puntino quello che Cesare Merzagora aveva definito, come ha ricordato Salvatore Bragantini, "un pasticcio di allodola e cavallo", che per mezzo secolo ha nutrito gli interessi, le inettitudini e le viltà dei capitalisti italiani in un sistema bizantino intrecciato tra banche e imprese, attraverso partecipazioni e patti medievali cucinati nel cosiddetto Salotto buono di via Filodrammatici. Si capisce allora perché è stato definito addirittura "una rivoluzione" l'annuncio ufficiale del cambio di strategia che dovrebbe segnare la fine del "modello Cuccia", dato venerdì scorso dall'amministratore delegato di Mediobanca Alberto Nagel. Basta con i patti di sindacato, gli accordi di blocco, le scatole cinesi, le società marsupio, i castelli di carta costruiti per governare aziende con il minimo costo e il minimo rischio. Basta con gli interessi collusivi di un capitalismo familiare privo di nerbo, di idee e di capitali, tenuto a balia per decenni dal "cuccismo". E - si spera - basta con la sconcezza degli amici e degli amici degli amici, come Totò Ligresti da Paternò e i suoi cari, che in pochi anni si sono spartiti tra loro una settantina di milioni a dispetto degli azionisti. O con Tronchetti Provera, candidato fallito all'eredità del principe Gianni Agnelli nella leadership morale della grande impresa italiana.

Interessi Un meccanismo che per mezzo secolo ha nutrito interessi, inettitudini e viltà degli imprenditori più famosi

Scatole cinesi Basta con le scatole cinesi, gli accordi di blocco, le società marsupio. Ma forse è presto per dire che tutto cambierà.

«Quale banca di sistema, se non c'è sistema?», si chiede retoricamente Nagel, che deve aver capito, forse un po' tardivamente, come l'Italia sia un paese di individualismi più che di sistemi e che il "banchiere di sistema", di cui Cesare Geronzi ha rivendicato per anni il presunto (da lui) stemma nobiliare, altro non è che un gestore di poteri opachi e quasi sempre inconfessabili. E che senso ha, per dire, che una banca faccia anche l'editore? Per Renato Pagliaro, egli stesso banchiere-editore come presidente di Mediobanca, è una cosa "contronatura". C'è bisogno, per evitare il ripetersi dei disastri presenti, di chi si faccia carico delle linee strategichee editoriali. «Se ci chiedono di restare in Rcs con una piccola partecipazione, del 2-4 per cento, possiamo farlo - ha aggiunto Nagel - ma come un'eccezione».

Se agli annunci seguiranno i fatti, oltre agli equilibri in RcsCorriere della Sera, cambieranno quelli di Telecom Italia, Italmobiliare, Gemina/Atlantia, Pirelli. E di Generali, il gioiello della corona presente in venti patti di sindacato, il cui amministratore delegato Mario Greco già da tempo ha detto di voler abdicare dal ruolo di "investitore strategico", annunciando dismissioni per 4 miliardi. A sua volta Mediobanca cederà partecipazioni per 1,5 miliardi, metà dei quali rappresentata proprio dalla partecipazione nel Leone di Trieste.

Tempo fa, solo tre società finanziarie quotate al MIB 30 non erano collegate tra loro come in un cubo di Rubik assai ostico da sistemare. Un grande incesto salottiero. Ma via via si è fatta finalmente strada la convinzione chei patti di sindacato siano perniciosi, tanto che secondo uno studio citato da Alessandro Plateroti sul Sole-24Ore l'annuncio di un accordo tra azionisti abbatte in media del 5,8 per cento i titoli della società interessata, mentre nel caso di scioglimento del patto il valore cresce del 7,8.

Forse è troppo presto per dire che sta per finire l'epoca dei salotti e incede quella degli sgabuzzini. Ma certo l'appeal non è più quello di una volta, come quando nel 1979 il palazzinaro Silvio Berlusconi faceva carte false per entrare nel salotto buono attraverso le Generali e il presidente Cesare Merzagora gli rispondeva a pesci in faccia, con una lettera conservata nel suo archivio personale e pubblicata dopo la morte: «Il nostro Consiglio non ha mai desiderato avere nel suo seno costruttori. Inoltre, Lei sta diventando sempre di più anche un grosso personaggio politico ed infatti Lei ha offerto gentilmente a Randone il suo appoggio con i suoi eccellenti amici di Roma, non pensando che a noi questi rapporti non interessano e che anzi di essi facciamo volentieri a meno. (...) Siamo stati e saremo sempre molto guardinghi, non aprendo le porte a prestigiosi personaggi della finanza e dell'industria ed ancor meno del bosco e del sottobosco politico». Poi il palazzinaro che divenne bosco e non più sottobosco, assurse al salotto dei salotti di via Filodrammatici e addirittura a Palazzo Chigi.

Ma la musica è cambiata: «Basta messe cantate tra pochi - va ripetendo Diego Della Valle - il mercato ha già spazzato via la logica dei patti di sindacato che sono accordi di blocco e non di sviluppo; per le persone serie è diventato imbarazzante stare nei salotti buoni». Basta, insomma, comandare in penombra investendo poco e rischiando nulla, tra abusi e interessi collusivi annodati in un grumo insano di potere. In un paese nel quale, assente l'etica protestante, «l'accumulazione della ricchezza - come diceva Guido Carli - viene interpretata non come la rivelazione, in un cimento tra eguali, della superiorità dell'ingegno, ma come sopraffazione non disgiunta da astuzia».

Chissà se la "rivoluzione" si compirà davvero. Il patto del salotto dei salotti di via Filodrammatici scade a dicembre, ma la disdetta va data quest'estate.

Alberto Statera

SALOTTO   BUONO  (Eugenio Scalfari, Giuseppe Turani)

Soprattutto  a partire dal1950 la più vecchia società finanziaria d’Italia aveva avuto dai grandi dell’industria italiana il compito di “guardiaspalle”: una holding  cioè che era al tempo stesso  la sede istituzionale della grande alleanza dell’establishement capitalistico, la stanza di compensazione degli interessi e dei contrasti e la cassaforte riservata dove custodire al sicuro da manovre e sguardi indiscreti  da  partecipazioni incrociate  dei maggiori gruppi. Basta  scorrere l’elenco dell’ultimo consiglio di amministrazione precedente la nazionalizzazione per capire che i “vecchi padroni” avevano fatto della Bastogi  il loro salotto. Dieci anni dopo, di quel “parterre” non era rimasto nessuno, il salotto buono dei vecchi padroni era stato brutalmente invaso dalla nuova borghesia di stato.

 

QUANDO CUCCIA ERA IL SOVRANO

Meriti e limiti di un sistema nato con la ricostruzione

Massimo  Riva

C' è un merito storico principale che viene quasi unanimemente riconosciuto alla Mediobanca di Enrico Cuccia: quello di aver salvato il capitalismo privato italiano non solo dalle tentazioni stataliste del potere politico ma anche, talvolta soprattutto, dalle vocazioni autodistruttive latenti in non poche delle grandi famiglie di quello che un po' pomposamente veniva chiamato il "Gotha" finanziario nazionale. Nell' Italia dell' immediato dopoguerra su tutto e tutti domina un obiettivo primario: la ricostruzione economica di un paese che la guerra fascista ha davvero condotto nudo alla meta. In particolare, la situazione appare drammatica sul versante privato dove i grandi capitalisti, che hanno flirtato col regime mussoliniano sfruttandone i benefici protezionistici contro la concorrenza e contro i sindacati, sono costretti dalla realtà a fare i conti con se stessi e i propri portafogli. Non mancano quelli che vorrebbero lanciarsi in nuove avventure imprenditoriali, ma molti scoprono di essere capitalisti più di nome che di fatto. Per fare significativi investimenti ci vogliono soldi, tanti soldi. A impiegare tutti quelli propri scoraggia un clima politico di grande incertezza, mentre il ricorso a quelli delle banche è ostacolato dalla carestia pecuniaria generale.

Compensazione

In un paio di decenni l’istituto era riuscito a diventare la stanza di compensazione dei maggiori conflitti del potere economico nazionale, grazie anche alla sua natura a cavallo tra pubblico e privato

Ed è esattamente in questo quadro che Enrico Cuccia concepisce la sua creatura: una banca di mediocredito per finanziare il rilancio delle maggiori industrie private. Cosicché Mediobanca nasce e prospererà raccogliendo, attraverso i canali delle tre grandi banche di interesse nazionale allora in capo allo Stato, cospicui fondi da utilizzare per consolidare l' economia privata e difenderla dal rischio di scivolamento in mani pubbliche. L' ambiguità congenita a questo schema - lo stesso Cuccia amava definirsi un centauro, senza mai chiarire se pubblica o privata fosse la metà uomo o la metà cavallo - si rivelò comunque vincente. Altro che "salotto buono": in un paio di decenni Mediobanca diventa la stanza di compensazione dei maggiori conflitti del potere economico nazionale. Metamorfosi che, al tempo stesso, segna l' apice del suo potere e la degenerazione del medesimo in cinico disprezzo delle regole di mercato. Chiusa la fase eroica del rilancio delle imprese private, infatti, Cuccia smette per certi versi di fare il banchiere e si erge a Lord protettore del capitalismo domestico. La sua arma principale non sono più tanto i finanziamenti, quanto le manovre di Borsa, le manipolazioni societarie, il ricorso a patti "sindacali" d' ogni sorta per ingessare i gruppi di comando delle aziende amiche di Mediobanca o per disarcionare al contrario quelli che ai suoi ordini non stanno. Nel chiuso delle stanze dell' allora Via Filodrammatici si consumano così autentici delitti economici in spregio della lungimiranza imprenditoriale. Dapprima viene abbandonata a se stessa l' industria elettronica cui Adriano Olivetti aveva dischiuso verdi praterie. A seguire è la chimica, dove Cuccia promuove la nascita del colosso Montedison ma poi manovra come agente di cambio nella scalata da parte dell' Eni, aprendo così la via al più grande sfacelo industriale dell' ultimo mezzo secolo. Ma nessuno in quegli anni ha il coraggio di fiatare, neppure il principe dei privati, Gianni Agnelli, che anzi dovrà subire in casa propria l' umiliazione di nomine Fiat targate Mediobanca. Ora, dicono i successori di Cuccia, si cambia strada. Sarà, ma in un paese di capitalisti renitenti coi capitali il gattopardo è sempre in agguato e alto rimane il rischio che qualcuno sia già pronto a replicare la commedia delle beffe al mercato: come qualche banca nei recenti casi Pirelli e Rcs.

MA IN AMERICA NON LO VOGLIONO

Perché le “public company”  sono più efficienti

Federico Rampini

C' è un segreto dietro la ripresa economica degli Stati Uniti: le banche americane hanno ripreso a fare credito, a differenza di quelle italiane. Erogano mutui per la casa alle famiglie, finanziano le piccole imprese che hanno bisogno di investire e assumere. Le banche americane, insomma, hanno ripreso a fare l' unico loro mestiere che ha davvero un' utilità. Quelle italiane invece si tengono gli aiuti della Bce tutti per sé, e non restituiscono nulla all' economia reale. Perché questa differenza? La spiegazione è semplice: le banche Usa hanno ritrovato solidità patrimoniale perché nel momento della crisi hanno reagito ricapitalizzandosi, accogliendo nuovi azionisti. Warren Buffett, per esempio, acquistò una partecipazione nel capitale della Goldman Sachs proprio al culmine del panico. Le banche italiane non avrebbero potuto fare lo stesso? Certo, ma in tal modo avrebbero diluito il controllo dei "soliti noti", salotti buoni o fondazioni manovrate dai partiti. Questa è una differenza fondamentale tra il capitalismo americano e la periferica variante italiana. L' America ha inventato il modello della public company: società quotata in Borsa, con azionariato diffuso, generalmente "contendibile" e cioè passibile di essere scalata. Un' operazione come quella che ha visto di recente le due maggiori banche italiane puntellare il controllo di Marco Tronchetti sulla Pirelli - operazione dove non si è creata alcuna ricchezza, dove non esisteva progetto industriale degno di questo nome - è la tipica manovra di potere che nasce dalla logica del salotto buono, e che non sarebbe concepibile in America. La "distruzione creatrice" del capitalismo americano, la vitalità grazie alla quale le maggiori aziende per capitalizzazione di Borsa non esistevano neppure quarant' anni fa (vedi Apple o Microsoft) è possibile perché non ci sono salotti buoni che ingessano e sclerotizzano gli assetti proprietari.

Progetti industriali

Negli Stati Uniti il capitale va a caccia di grandi progetti industriali, non di amici da proteggere. Per questo funziona la “distruzione creatrice” e i grandi colossi di oggi  non esistevano 40 anni fa

 Il capitale americano va a caccia dei progetti industriali, non degli amici da proteggere. I più grandi investitori, quelli che determinano i flussi di acquisti di azioni nel lungo termine, sono soggetti istituzionali anonimi come i fondi pensione. Nessuno sa chi siano i maggiori azionisti di Exxon o General Electric, di Coca Cola o Ibm,ea nessuno interessa davvero conoscere nomi e cognomi di questi investitori: sono giganti senza un volto, che si muovono in base a logiche di mercato e non cordate di potere. L' unica logica che può assomigliare a quella di un "salotto buono" e` la concertazione tra i big della finanza di Wall Street. Talvolta riunioni segrete tra i più influenti banchieri hanno dato origine a svolte nei flussi di capitali, sfiduciando questo o quel mercato d' investimento (anche l' eurozona è stata vittima di questo voto collettivo di sfiducia). Ma anche quando i comportamenti si avvicinano a manovre di cartello, si tratta di un comportamento che punta a massimizzare il profitto, non c' è dietro una logica politica che punta alla conservazione di assetti di potere. Il capitalismo americano ha le spalle larghe e un dinamismo che fa invidia al resto del mondo, proprio perché l' ampiezza delle forze in gioco impedisce che siano "contenute" in un solo salotto. Bill Gates e Warren Buffett sono amici per la pelle, ma l' unico salotto che li accomuna è quello delle fondazioni filantropiche ai quali appartengono ambedue. Il capitalismo Usa ha altri difetti, in primis la dittatura dei manager che si possono elargire superstipendi ignorando (o quasi) le proteste degli azionisti; si cerca di risolvere questi eccessi con un ritorno al mercato, cioè l' esatto opposto della logica mafiosa dei salotti buoni.

Le tappe

Nasce Mediobanca.  Dopo la seconda guerra mondiale, nel 1946, Raffaele Mattioli ed Enrico Cuccia  fondano Mediobanca

Montedison. Cuccia e Mediobanca spingono per la fusione tra Montecatini ed Edison che nel 1966 darà vita a Montedison

Patto di sindacato. Tra i vari patti di sindacato stretti da Mediobanca c’è quello di Rcs che inizia nel 1964

La morte di Cuccia. “Il grande vecchio” della finanza italiana Cuccia,prima ad e poi presidente onorario di Mediobanca, muore il 23 giugno 2000

Oggi. L’ad di Mediobanca Nagel annuncia l’uscita dai patti di sindacato. Pare chiudersi l’era del “salotto buono”

LIBRI

- Giorgio Ruffolo. "Lo specchio del diavolo" . Einaudi 2006

- Giulio Sapelli. Storia economica d'Italia contemporanea. Bruno Mondadori 2012

- Curzio Maltese. Come ti sei ridotto. Feltrinelli 2006

- Nunzia Penelope.Vecchi e poenti. 2007

- Antonio Calabrò. Intervista ai capitalisti. Rizzoli2006

- Giovanni Floris. Decapitati. Rizzoli 2011

- Carlo A. Ciampi. Non è il paese che sognavo. Il Saggiatore 2010

- Giancarlo Galli. Il padrone dei padroni. Garzanti 2006

- Giuseppe Turani. La nuova razza padrona. Sperling & Kuipfer 2004

- Sandro Gerbi- Maffioli e Cuccia. Einudi 2011

- Eugenio Scalfari. Intervista ai potenti. Mondadori 1991 -  La passione dell'etica 2012

- Massimo Mucchetti. Licenziare i padroni- Feltrinelli 2004

- M.Mucchetti, C. Geronzi. Confiteor. feltrinelli 2012

- P. Madron, C. Romiti. Storia segreta del capitlismo italiano. Longanesi 2012

- Giandomenico Pliuso. Mediobanca. Eea 2005 

- Lucia Annunziata. Il potere in Italia. Marsilio 2011

- Guido Carli. Intervista sul capitalismo italiano (a cura di E. Scalfari). Bollati Boringhieri    2008

Roberto Napoletano. Padroni d'Italia. Sperling & Kuipfer 2004

- Fabrizio Barca. Storia del capitalismo italiano. Donzelli 2010

 

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