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L’attacco alla Germania e la crisi dell’eurozona
Un articolo di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini su la Repubblica del 14 novembre 2013
Nonostante la politica di austerità dei governi guidati da Monti e da Letta, il rapporto tra debito e Pil continua la sua irresistibile ascesa raggiungendo il picco record del 133% nel 2013 per poi toccare il 134% nel 2014. Arrivati a questo punto nessuno può negare che le politiche di risanamento deprimono la crescita e fanno aumentare inesorabilmente il peso del debito: l’austerity porta al disastro !
Se consideriamo le recenti critiche del Fondo Monetario Internazionale e del Tesoro degli Stati Uniti all’enorme surplus di parte corrente della Germania che ha persino superato quello cinese, possiamo scorgere un mutamento nel clima delle relazioni internazionali. Sia il Tesoro che il FMI hanno esortato il governo di Angela Merkel a ridurre il surplus di esportazioni della Germania in modo da stimolare la crescita e non la deflazione nel resto dell’Eurozona. E la stessa Commissione europea potrebbe aprire un’inchiesta sulla Germania, primo passo della procedura di sorveglianza sugli squilibri di parte corrente. Ciò perché, con il suo enorme surplus commerciale, la Germania ha superato la soglia critica oltre la quale il paese viene messo sotto osservazione.
Dietro l’attacco alla Germania, c’è dunque la crisi dell’Eurozona che è ben lungi dall’essersi esaurita e che potrebbe propagarsi in altri paesi avanzati. Gli Stati del Sud Europa dovranno subire almeno altri cinque anni di alta disoccupazione, bassa crescita e continue vessazioni da parte dei creditori prima di potersi risollevare. A ciò si aggiunge il fatto che l’euro è troppo forte per questi paesi ma non per la Germania: alcune stime indicano che senza i paesi del Sud Europa il tasso di cambio del blocco eurotedesco sarebbe più vicino a 1,80 dollari che al valore attuale di 1,35. Questa situazione permetterà alla Germania di realizzare avanzi delle partite correnti pari a circa il 5% del Pil almeno fino al 2018, mentre per i paesi periferici la musica sarebbe ben diversa: il deficit delle partite correnti potrebbe ampliarsi notevolmente in presenza di un’economia che non dà segni di ripresa e di una disoccupazione che non accenna a calare.
Recentemente il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, uno dei tedeschi più illuminati, ha riconosciuto che la ripresa economica è stata ostacolata dalle politiche di risanamento imposte ai paesi in difficoltà. Martin Schulz ha addirittura affermato che “qualcuno deve assumersi la responsabilità per questi errori devastanti e un simile dramma. Qualcuno deve essere colpevole e pagarne le conseguenze”. Queste parole forti e condivisibili non sono, però, accompagnate da proposte all’altezza della gravità della situazione. Le ricette di Schulz infatti sono vaghe o inconsistenti: “dare maggior sostegno ai giovani a trovare lavoro, creare maggior stabilità nel settore bancario grazie all’Unione bancaria, rafforzare il mercato, dare la caccia senza quartiere a evasori ed elusori fiscali e aprire l’Europa a nuovi mercati e investimenti stranieri”.
Sarebbe, invece, opportuno che i grandi paesi come la Francia, l’Italia e la Spagna, anche sfruttando il mutato contesto internazionale che sta mettendo sotto pressione la Germania, prendano una forte iniziativa per modificare i Trattati Europei. Più volte abbiamo insistito sulla necessità di costruire una Banca Centrale sul modello della Federal Reserve, creare un debito pubblico sovranazionale, emettere gli eurobond per finanziare un grande piano di sviluppo a livello continentale. L’obiettivo è quello di costituire finalmente uno Stato federale con un bilancio, una politica estera, una politica della difesa, una politica industriale ed energetica comuni, come avvenne negli Stati Uniti alla fine del 1700 sotto la guida di Alexander Hamilton.
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