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VI INVITO A SCRIVERE COMMENTI, OPINIONI. CLICCA IN FONDO A DESTRA DEGLI ARTICOLI. Mi sembra utile istituire un collegamento tra vari Blog per favorire la circolazione delle idee, delle riflessioni che aiutino a capire e affrontare la realtà nei suoi molteplici aspetti (questo blogo si limitata a una riflessione sui diritti civili, sulla religione, sulla politica, sull'economia, qualcosa sulla cultura, ma non sono un tutologo). Lo scopo è ampliare la partecipazione delle persone, per una loro migliore convivenza nella vita quotidiana, un ampliamento della conoscenza, del senso civico, della democrazia , e della buona politica. Si vuole essere propositivi e si escludo atteggiamenti di semplice denuncia e rivendicazione. SEGNALATE, PER FAVORE, I BLOG CHE HANNO QUESTE CARATTERISTICHE. GRAZIE. In fondo a destra si troveranno i blog interessanti

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Soluzioni per sfamare la Terra

Terra madre

 Saperne do più:             Terramadre: http://www.terramadre.info/       

                                        Slow food: http://www.slowfood.it/

                                     Barilla center. For Food & Nutrition: http://www.barillacfn.com/ Scritto da ANTONIO CIANCIULLO, la Repubblica                                                                     Carlo Petrini: «Soltanto la mobilitazione di grandi masse di cittadini in ogni angolo del globo potrà cambiare il sistema produttivo responsabile della fame nel mondo». Oscar Farinetti: «Più qualità vuol dire anche meno pesticidi e più lavoro manuale, ma che abbia dignità: 3 chili di pasta costano 3euro,quantoun’oradi parcheggio. Non va bene». Siamo stati al Forum del Barilla Center for Food & nutrition, dove sono emerse molte proposte, anche controverse, per combattere l’emergenza alimentare Li hanno chiamati i tre paradossi: • un miliardo di persone con il piatto che piange per carenza di cibo • un miliardo di persone con il corpo che piange per eccesso di cibo • un terzo degli alimenti buttati. E si potrebbe aggiungere un quarto paradosso. Di fronte a questi dati si continua a proporre come rimedio la causa del problema: l’aumento quantitativo della produzione a spese degli equilibri sociali e ambientali. È un quadro lucido quello che emerge dal Forum internazionale del Barilla Center for Food & Nutrition (che si è svolto a Milano il 26 e 27 novembre) e con un consenso ampio anche se non a tutto campo: mentre sui contenuti l’accordo è senza crepe (si va dal dimezzamento dello spreco alimentare al 2020 all’educazione a stili di vita più sani), sulla via da percorrere per raggiungere l’obiettivo i pareri restano divisi. Dalla due giorni di dibattito è uscito un protocollo sul cibo che ha suscitato qualche perplessità. «Se è un’industria privata a dover proporre un protocollo del genere vuol dire che il nostro paese è proprio malmesso », ha esordito Carlo Petrini, presidente di Slow Food. «E poi nessun protocollo è in grado di cambiare un sistema alimentare responsabile della malnutrizione di un miliardo di persone e dell’attacco alla biodiversità. Potrà cambiarlo solo la mobilitazione di grandi masse in ogni angolo del pianeta che, scegliendo un comportamento da cittadini attivi e non da consumatori passivi, possono sostenere i contadini delle loro terre, l’agricoltura locale». Un’agricoltura che, aggiunge Oscar Farinetti, patron di Eataly, è in grado di agire in modo anti-ciclico, creando posti di lavoro in un periodo in cui diminuiscono quasi ovunque: «Più qualità vuol dire anche meno pesticidi e più lavoro manuale. Ma a questo lavoro deve essere data dignità, riconosciuto valore. Io per venire qui ho pagato 3 euro per un’ora di parcheggio: sono 3 chili di pasta. Non è accettabile che sia questo il prezzo riconosciuto al lavoro in campagna». Prezzo che in alcuni casi è in effetti così basso che non conviene raccogliere la frutta: la si lascia marcire sugli alberi. Proprio per trovare una via di uscita alla contraddizione di una produzione che cresce (a livello globale il 2013 si avvia a registrare un più 7 per cento) alimentando gli sperperi, nei giorni scorsi è stata costituita dal ministero dell’Ambiente una task force anti-sprechi coordinata da Andrea Segrè, fondatore di Last Minute Market, e composta dallo scienziato Vincenzo Balzani, dalla regista Maite Carpio, dall’attore Giobbe Covatta, dalla scrittrice Susanna Tamaro e da Robert van Otterdijk della Fao. Se la battaglia contro lo sperpero di cibo - che vale 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti, 4 volte quanto basterebbe a nutrire gli affamati a livello globale - ha segnato un filo di continuità nei due giorni di convegno, sulle opzioni si è acceso il dibattito. La più controversa delle proposte è stata quella citata dalla rappresentante dell’Unione europea: l’uso degli ogm. «I prodotti transgenici sono fuori discussione in Italia: per la conformazione del nostro assetto agricolo rappresentano un rischio di contaminazione inaccettabile per l’agricoltura di qualità», ha tagliato corto Alfonso Pecoraro Scanio, presidente della Fondazione Univerde. «Ma più in generale costituiscono uno spostamento di potere dall’agricoltura alla grande industria multinazionale che finirebbe per peggiorare le condizioni di vita dei contadini più poveri diminuendo la disponibilità di risorse economiche che nel Sud del mondo è la principale causa della fame». Anche la proposta di fissare un tetto massimo del 5 per cento del pacchetto di energia da fonti rinnovabili per i combustibili ottenuti con le biomasse difficilmente potrà trovare il consenso internazionale necessario: paesi come il Brasile, che ha scommesso con grande decisione su questa tecnologia, si troverebbero spiazzati. Ma, nonostante i punti controversi, l’idea di un’agenda per riequilibrare la bilancia alimentare, proposta da Guido Barilla, ha dimostrato di godere di un largo consenso: potrebbe essere sostenuta dall’Italia durante il semestre di presidenza Ue (seconda metà del 2014) e rilanciata all’Expo 2015. Nei prossimi due anni si misurerà l’impegno concreto che l’Italia riuscirà a ottenere attorno a questa battaglia.

Come potenziare il settore agroalimentare italiano per rilanciare l'economia                                                      Barilla, Coldiretti, Eataly e Slow Food chiedono alle Istituzioni un sistema più integrato per promuovere l’Italia nel mondo. Paolo Barilla: “Se non si cambia, il costante declino del Paese è destinato a continuare: restiamo indietro rispetto ai competitor internazionali”

Roma, 11 luglio 2013 - Un punto di partenza mette d’accordo i protagonisti del sistema agroalimentare italiano: la qualità e l’identità territoriale sono il valore distintivo e la forza trainante per il successo dell’intero Made in Italy nel mondo. In questa ottica, lo sforzo congiunto dell’Impresa e delle istituzioni deve spingere l’innovazione e la forte integrazione di tutta la filiera agroalimentare, dalla ricerca sulle materie prime fino alla distribuzione internazionale. “In Italia - ha detto Paolo Barilla, Vice Presidente del Gruppo Barilla - si avverte fortemente la mancanza di un sistema integrato teso a promuovere la produzione italiana, che ci pone in svantaggio rispetto ai settori alimentari di altri Paesi concorrenti. Se non si cambia il sistema, il costante declino che abbiamo visto negli ultimi anni è destinato a continuare.” Questi i temi al centro del dibattito tenuto oggi tra i protagonisti del comparto nazionale e le Istituzioni. Presso la Sala delle Colonne della Camera dei Deputati, i vertici di Barilla, Coldiretti, Eataly e Slow Food hanno incontrato Ermete Realacci, Presidente della Commissione Ambiente della Camera e Mario Catania, Capogruppo della Commissione Agricoltura della Camera, insieme ad alti funzionari del ministero delle Politiche Agricole e del Ministero dello Sviluppo Economico, per discutere del rafforzamento di un settore strategico per l’Italia nei mercati globali. Nell’ultimo anno, il comparto è riuscito a mantenere alta la bandiera del Made in Italy nonostante la congiuntura economica negativa, continuando a crescere come export. Se si include la produzione agricola, l’indotto e la distribuzione, il fatturato totale dell’agroalimentare italiano vale circa 130 miliardi di euro, quasi il 10% del PIL nazionale, secondo soltanto al comparto meccanico. L’industria alimentare acquista e trasforma circa il 72% delle materie prime nazionali. Secondo dati di Federalimentare, nel 2012 il comparto è cresciuto del 2,3%, con 25 miliardi di euro di export (+8% vs 2011). In classifica, il vino al primo posto, seguito da ortofrutta fresca, pasta, olio d’oliva e pomodoro. Cifre significative, ma con ampi margini di crescita se confrontate con Paesi meno accreditati a livello internazionale per rilevanza del settore alimentare. Un esempio fra tutti, la Germania, con un fatturato totale del settore di 150 miliardi di euro, e un export che supera di circa 10 punti percentuali quello italiano. Non solo il Paese è un grande esportatore di carne e latte, ma ha superato del doppio l’Italia per caffè e tè, di tre volte per cacao e cioccolato, e, paradossale, ci ha eguagliato nei volumi esportati di pasta e prodotti da forno. Un altro capitolo è costituito dal mercato della contraffazione dei prodotti italiani. Si calcola che ammonti a 60 miliardi di euro - più del doppio del valore dell’export alimentare italiano - il mercato del falso cibo Made in Italy nel mondo, con conseguenze non solo sul business, ma anche sulla percezione della qualità della nostra produzione. Alta frammentazione, eccessiva incidenza fiscale sui costi di trasporto ed energia, pochi incentivi e agevolazioni per gli investimenti promozionali all’estero, basso coordinamento tra gli enti competenti, sono alcuni dei problemi discussi durante l’incontro. Dall’altro lato, molte sono state le case history di successo discusse, capaci di integrare nel Saper Fare italiano autenticità, originalità e attenzione alla qualità lungo tutti i livelli della filiera. Tra i casi presentati, il progetto sulla coltivazione sostenibile del grano duro in Italia condotto da Barilla, insieme a Horta (spin off dell’Università di Piacenza) e Life Cycle Engineering di Torino

CIBO La grande emergenza

L’equilibrio alimentare della terra si sta perdendo. Per evitarlo servono accordi internazionali. Se ne discute a Milano al forum sulla nutrizione promosso da Barilla. Dove i progetti dei giovani cercano sponsor. Tre ragazzi californiani immaginano una rivoluzione del gusto :gli insetti sono ricchi di proteine e allevarli richiederebbe acqua e mangime

. I tre paradossi: ecco perché non tutti possono mangiare a sufficienza

• Alimenti nella spazzatura – ogni anno vengono buttati nel mondo 1,3 tonnellate di cibo ancora commestibile, una cifra che corrisponde a un terzo della produzione alimentare globale. Ne basterebbe un quarto per soddisfare il fabbisogno degli 868 milioni di persone che attualmente soffrono di fame e denutrizione

• Agricoltura sbilanciata - Un terzo dei raccolti mondìali serve a nutrire il bestiame e quantitativi crescenti sono destinati alla produzione di biocarburante. Nel 2020 il fabbisogno di benzine verdi sarà sarà di 172 miliardi di litri. Per ottenerli bisognerà sottrarre alle coltivazioni per alimentazione umana altri 40 milioni di ettari di terra

• Obesi e denutriti – 1,5 miliardi sono le persone obese o in sovrappeso, mentre quelle che soffrono di denutrizione sono 868 milioni. La mortalità registra valori impressionanti: 29 milioni di persone muoiono annualmente a causa di malattie provocate dall’eccesso di cibo, mentre fame e denutrizione ne uccidono 36 milioni Due italiane propongono il programma Refood: comprare le rimanenze di bar e panetterie e, invece di buttarle, farne cibo di strada. Anche grazie ad una app dedicata.

LE SOLUZIONI. Secondo il Barilla Center for Food & Nutrinion Seguire la dieta asiatica, priva di tabù sugli insetti come fonte di proteine? O lavorare sulla percezione del rapporto tra cibo e benessere? O ancora puntare tutto sui new media e sulla comunicazione social? In un pianeta in cui l' equilibrio alimentare si sta perdendo - troppo per pochi, poco per molti, inquinamento diffuso, uso crescente di risorse sempre più scarse - qual è la via migliore per compensare eccessi e carenze? A queste domande, sintetizzate nella formula "Cibo e sostenibilità: come ridurre il nostro impatto ambientale, garantendo salute e accesso al cibo per tutti", hanno provato a rispondere ragazzi di 16 Paesi. L' iniziativa, promossa dal Barilla Center for Food & Nutrition, ha fatto emergere 170 idee da cui è stata estratta una rosa di 30 proposte. Una giuria ha selezionato i 10 finalisti che presenteranno il loro progetto al "Quinto forum internazionale su alimentazione e nutrizione", a Milano, il 26 e 27 novembre. Il vincitore sarà aiutato a mettere alla prova la sua soluzione. Per il momento la gamma di queste soluzioni resta ampia. A spingere sulla rivoluzione dei gusti alimentari sono tre ragazzi dell' università di Davis, in California: sottolineano che gli insetti hanno bisogno di molta meno acqua e mangime rispetto ad animali di grandi dimensioni e hanno un potere nutriente confrontabile. Adottando un sistema di coltivazione biodinamico ed ecologico, si propongono di ridurre al minimo i costi complessivi abbattendo l' emissione di gas serra e l' utilizzo delle risorse. Questo punto di vista tiene conto del fatto che un terzo della produzione cerealicola mondiale è utilizzata per alimentare il bestiame, mentre un miliardo di persone non riesce a riempire a sufficienza il piatto. Ma non c' è solo un problema di quantità: l' uso, o per meglio dire il cattivo uso, dei prodotti alimentari dà un contributo significativo agli squilibri globali. La produzione del nostro pianeta sarebbe in teoria sufficiente per sfamare i 7 miliardi di persone che lo abitano, ma un terzo del cibo finisce nella spazzatura. Sono due italiane, Giulia Del Bosco e Francesca Comini, a sottolineare questo aspetto. "I rifiuti alimentari e la fame rappresentano due facce della stessa ingiustizia globale", scrivono. "Refood è un progetto sistemico che coinvolge il comportamento dei consumatori e la percezione sociale del cibo". Consiste nell' acquistare da piccole imprese (bar, panetterie) prodotti alimentari che nessuno ha comprato e venderli come cibo di strada. L' operazione è agevolata da un sito web e da una app per smartphone. Sulla tecnologia insiste anche il progetto di tre ragazze indiane (Aashta Malhotra,Toshaali Ghosh, Tanya Srivastava) articolato su vari livelli: si va dalla misurazione, attraverso una app, delle calorie assunte giorno per giorno alla richiesta ai produttori di alimenti e ai gestori di fast food di diminuire gli imballaggi; dai codici QR per confrontare le caratteristiche dei diversi alimenti a un sistema di giudizio dei ristoranti basato sulla salubrità dei piatti e sulla minimizzazione degli sprechi alimentari. Infine dal Nepal è arrivata la proposta di intervenire sugli aspetti sociali più che su quelli agricoli: "Gli alimenti non raggiungono molte case perché manca potere di acquisto. Per creare un' alimentazione sostenibile bisogna quindi aumentare il reddito di queste persone: a volte più che sulla produzione è meglio concentrarsi sulla distribuzione e sull' accessibilità del cibo". «È una carrellata di idee molto interessante perché dimostra la sensibilità dei giovani nei confronti di varie contraddizioni del sistema agroalimentare mondiale», commenta Andrea Segrè, coordinatore del piano strategico del ministero dell' Ambiente per la prevenzione degli sprechi alimentari. «Solo per rimanere a quella relativa agli sprechi alimentari: che senso ha incrementare la produzione agricola per nutrire il mondo in crescita - la Fao calcola che per dar da mangiare a 9 miliardi di persone nel 2050 avremo bisogno del 60 per cento di cibo in più - se poi la stessa Fao stima che il 30 per cento della produzione attuale viene perso? Dovremmo produrre di più per buttare di più? La prima azione da fare, anche in vista dell' Expo 2015, è la riduzione degli sprechi alimentari». ANTONIO CIANCIULLO

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