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Spazio. Viaggio al centro di una cometa

Il risveglio del robot.

Si rianimerà Philae il "passeggero" della sonda che dovrà esporare il cuore di una cometa.

LA BELLA addormentata nel cielo si era svegliata in gennaio da un sonno di oltre cento mesi a 800 milioni di chilometri da casa, ma non aveva avuto paura. Lo sapeva da quando era nata che quello sarebbe stato il destino codificato nei suoi circuiti. Ora Rosetta, questo è il suo nome scelto da una ragazza italiana, si è scossa dal coma programmato, si è sgranchita le antenne, lavata i sensori e fatto colazione con i raggi del sole per tre mesi, ha cominciato, in queste ore di primavera sulla lontanissima Terra, il volo verso la sua nuova ed eterna casa, la cometa. Domani tocca anche al suo passeggero, il robot Philae, uscire dall’ibernazione. Rosetta è una sonda spaziale, pensata, progettata e partorita dell’Esa, l’ente spaziale europeo, per fare quello che nessun altro viaggiatore del sistema solare ha mai fatto: inseguire una “stella cometa”, che stella poi non è se non nella fantasia della notte di San Lorenzo o nella narrazione cristiana. Sarà invece Philae a posarsi sopra, fotografarla, trivellarla e cavalcarla per miliardi di anni. Che è il tempo con il quale si misura l’età di queste schegge congelate di stelle. Anche se quel nome, “Rosetta”, scelto per concorso europeo da una quindicenne italiana, Serena Vismara, si riferisce solenne al monolite di basalto scoperto dai soldati di Napoleone alle foci del Nilo due secoli or sono che permise di leggere e tradurre i geroglifici egiziani, la forte italianità della cacciatrice di stelline suggerisce più fragranti e caserecce immagini di pane appena sfornato, le “rosette” o “michette” del muratore o dello studente affamato. E ci riavvicina, nella sua insondabilità tecnologica e astrofisica, a dimensioni più affettuose e umane. Una “michettona” robusta, pesante tre tonnellate e farcita di prodotti ben più complessi che mortadella, finocchiona o gorgonzola, questa che ieri ha ricevuto dal comando di Darmstadt, in Assia, il segnale di mettersi in cammino. Per i prossimi sei mesi, Rosetta cercherà di coprire i nove milioni di chilometri che la separano dalla cometa 67P di Churyumov- Gerasimenko, i due scopritori, inseguendola nello slalom e nel flipper di gravità attorno ai pianeti e ai satelliti del Sistema fino ad avvicinarla, cautamente, ad appena quattro chilometri. Cercherà un punto per fare atterrare Philae, o si dovrebbe dire “accometare”? sulla 67P, agganciare le sue braccia alla superficie di rocce e di ghiaccio e estrarre la trivella per esplorarne il cuore. E poi, esaurita la sua capacità di succhiare energia dal sole, volare con essa in silenzio nel vuoto di milioni di anni dal quale le comete, figlie del Big Bang e scrigni dei segreti dell’universo, nascono. “Rosetta” quindi, come la stele incisa in tre lingue, spera di riuscire a leggere in quella cometa il linguaggio dell’Universo e lo farà con strumenti concepiti e costruiti da italiani. Con gli occhi del Virtis, lo spettrometro a infrarossi di Fabrizio Capaccioni; il Giada di Alessandra Rotondi della “Parthenope” napoletana per raccogliere e studiare polveri e frammenti di roccia; la telecamera Wac firmata da Cesare Barbieri all’Università di Padova e l’essenziale trapano Sd2 prodotto dalla Galileo Avionica con Amalia Finzi del Politecnico di Milano. Anche senza cedere alla tentazione di guardarla come una pagnottella italiana a 800 milioni di distanza dal panettiere, c’è, fra chi la sfornò e chi ora la guida e la accudisce dal centro di Darmstadt, un rapporto umano, extrascientifico, che antropomorfizza le comunicazione fra la Terra e la aliena all’inseguimento della cometa, nell’intuizione artistica dell’alieno che “call home”, chiama casa. Ma le comunicazioni con lei sono difficili, ansiogene, irte di silenzi e di incomprensioni, come spesso le conversazioni fra genitori e figli.

Come la stele ritrovata alle foci del Nilo, si spera che riesca a leggere il codice dell’universo

Occorrono 45 minuti perché un saluto raggiunga la nostra extraterrestre e altrettanti perché ritorni larisposta.Il14 gennaio scorso, quando Andrea Accomazzo, il manager delle operazioni di Rosetta, cercò di scuoterla dal sonno sapendo di avere una “finestra” soltanto di un’ora per comunicare con lei e per sapere se fosse uscita dal coma, la risposta—nient’altro che una serie di picchi e valli sullo schermo di un oscilloscopio americano collegato a un’antenna di 70 metri di diametro — impiegarono infatti 45 minuti. «I 45 minuti più lunghi della mia vita», dice Accomazzo. Come un parto. Sarà forse — se Rosetta, ce la farà con il carburante e con l’energia solare che la sta riportando alla vita, ad acciuffare la cometa — la fine di un mito che segna le notti dell’umanità da quando alzammo gli occhi verso il cielo stellato. Le comete ,“le stelle cadenti” sono state per migliaia di anni il segno mistico di prodigi e di profezie, di superstizioni e di desideri, auspici di catastrofi immaginate o reali, quando piombano sulla Terra e possono cambiare il corso della vita sul nostro piccolo pianeta come un inverno nucleare. L’idea che ci si possa posare sui 4 chilometri e mezzo di «67P», che la si possa teletoccare, sforacchiare e grattare può apparire antipoetica, quasi empia: avrebbero seguito la cometa i tre Saggi d’Oriente verso Betlemme se avessero saputo che la loro stella dei profeti era una “sporca palla di ghiaccio” che si portava in groppa un robot che la pizzicava? Forse sì, perché da maghi, dunque da scienziati, avrebbero sognato lo stesso segno della nostra michetta celeste: quello di scoprire, frugandovi dentro, l’anima dell’Universo.

 

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