VI INVITO A SCRIVERE COMMENTI, OPINIONI. CLICCA IN FONDO A DESTRA DEGLI ARTICOLI. Mi sembra utile istituire un collegamento tra vari Blog per favorire la circolazione delle idee, delle riflessioni che aiutino a capire e affrontare la realtà nei suoi molteplici aspetti (questo blogo si limitata a una riflessione sui diritti civili, sulla religione, sulla politica, sull'economia, qualcosa sulla cultura, ma non sono un tutologo). Lo scopo è ampliare la partecipazione delle persone, per una loro migliore convivenza nella vita quotidiana, un ampliamento della conoscenza, del senso civico, della democrazia , e della buona politica. Si vuole essere propositivi e si escludo atteggiamenti di semplice denuncia e rivendicazione. SEGNALATE, PER FAVORE, I BLOG CHE HANNO QUESTE CARATTERISTICHE. GRAZIE. In fondo a destra si troveranno i blog interessanti
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SFRUTTAMENTO: Sono 100.000 gli immigrati impiegati nei campiin condizione di paraschiavismo. 400.000 quelli a rischio sfruttamento
SALARIO GIORNALIERO: E' di 25-30 euro il salario giornalierodegli immigati che raccolgono frutta e verdura nelle campagne italiane
NIENTE ACQUA: il 64% non ha accessso all'acqua corrente, il 62% ai servizi igienici, il 72 % contrae malattie legate allo sfruttamento
Il rapporto della CGIL sui nuovi schiavi: due-tre euro l'ora e spesso i padroni si fanno pagare il permesso di soggiorno
Prr saperne di più:
www:cgil.it/news
https://www.ires.it/files/upload/Abstract.pdf
http://www.ires.it/contenuti/immigrazione-sfruttamento-e-conflitto-sociale-mappatura-delle-aree-rischio
"Nei campi 12 ore senza paga i l00mila prigionieri dei caporali
- VALERIA TEODONIO
LATINA Il sole è appena tramontato e Kumar può tornare a casa. Da 12 ore è chinato sui campi per seminare.Ha le mani sporche di terra e la pelle già cotta dal sole. Per ogni ora passata piegato in due ha guadagnato meno di tre euro. Abita cinque chilometri più in là, vicino al Circeo, in 30 metri quadrati fatiscenti. Che divide con altri ragazzi indiani di etnia sikh come lui. Quanti, non lo dice. È partito dieci anni fa, Kumar. Appena diciottenne ha lasciato il Punjab, regione nel nord-ovest dell'India. Ha salutato i genitori e la giovanissima moglie. Per arrivare in Italia ha dato seimila euro ai trafficanti di uomini. Seimila euro per di- ventare schiavo. Sfruttato dalle aziende che lo pagano una manchata di euro al giorno, sfruttato da chi gli affitta una casa squallida a un prezzo esagerato. E la storia di Kumar non è la peggiore che possiamo raccontare. Ci sono altri braccianti indiani nel Lazio che non guadagnano neanche quei pochi euro a giornata. Lavorano gratis per mesi, a volte anni: devono risarcire un debito inventato da chi li usa. Quando il permesso stagionale scade, i loro "padroni" (cosi li chiamano) pretendono altri soldi. La scusa è che servono per pagare il permesso di soggiorno, che in realtà è gratuito. Chi non ha quei soldi è costretto a la- vorare senza stipendio. Schiavo in piena regola. Lo sfruttamento riguarda Latina e altre decine di località italiane. Sono 22 le province in cui si registrano condizioni di paraschiavismo. In tutto 12 regioni, da nord a sud. A dirlo è il rapporto della Fiai Cgil sulle agromafie curato dall'osservatorio Placido Rizzotto. «Nel nostro Paese si può azzardare una stima di lOOmila braccianti gravemente sfruttati, in 5mila vivono in condizioni di schiavismo vero e proprio — spiega Francesco Carchedi, docente di Sociologia alla Sapienza di Roma— Sono assoggettati, ricattati, vivono in condizioni igieniche indecenti, spesso vengono ghettizzati. Molti vengono anche picchiati dai caporali, che prendono una percentuale sul lavoro degli immigrati. Gli addetti all'agricoltura in Italia sono un milione e 200mila. Un quarto sono stranieri, dicono i dati di Coldiretti. L'Istat parla del 43 per cento di lavoro sommerso. Dunque i lavoratori a rischio sfruttamento nel nostro Paese sono almeno 400mila. Di certo a migliaia restano sui campi anche 12, 14 ore al giorno. Anche per due euro e mezzo l'ora.Tre o quattro, quando va bene. Dovrebbero prenderne 8,60. «È una partita molto ricca— aggiunge Carchedi— un raccolto delle angurie fatto con gli indiani sfruttati, ad esempio, dura 20 giorni e costa 25 euro a giornata per ogni bracciante. Se si trattasse di italiani, costerebbe almeno 70 euro e durerebbe un mese e mezzo». Il giro d'affari legato al business delle agromafie, secondo le stime della Direzione nazionale antimafia, è di 12,5 miliardi di euro all'anno. L'evasione contributiva legata al caporalato vale 600 milioni di euro. I braccianti indiani non arrivano come clandestini. Alle organizzazioni che trafficano esseri umani danno fino a 8mila euro. In cambio hanno un biglietto aereo e un permesso di tre mesi per lavorare come stagionali. Per pagare questi viaggi le loro famiglie si indebitano. Poi vengono ingaggiati da caporali, a Latina come nelle altre zone: all'alba li caricano sui furgoni e li portano sui campi. Dai lavoratori pretendono anche personali tasse giornaliere: 5 euro per il trasporto, 3,50 per il panino, 1,5 euro per ogni bottiglia d'acqua. Ma il caporale è solo l'ultimo anello di questa catena dello sfruttamento. Sopra di lui -quasi sempre un italiano- c'è un faccendiere, un avvocato o un commercialista. Che gestisce il giro degli affitti e dei permessi di soggiorno. Al di sopra c'è il capo dell'organizzazione, un uomo della malavita locale che si occupa del traffico di uomini. Campania, Puglia e Sicilia le regioni più colpite dal fenomeno: a Rignano Garganico (Foggia), esiste un enorme ghetto, un villaggio di baracche. Ci abitano 1.500 persone, quasi tutti africani, impiegati nell'industria del pomodoro. Le campagne dei Piemonte, invece, sono popolate soprattutto da braccianti dell'est Europa. A Saluzzo ( Cuneo ), e a Canelli (Asti), raccolgono le uve pregiate per produire spumanti. Ma anche i tartufi. I braccianti vengono reclutati in Romania, Bulgaria e Macedonia, lo stipendio non supera i 300-400 euro al mese. Nel Lazio molti dormono nelle serre dove lavorano. Oppure nei templi dove pregano. Altri affittano appartamenti a prezzi esagerati dove vivono anche in l0.Kumar paga 500 euro per 30 metri quadrati: soffitti neri per l'umidità, materassi ammuffiti, mosche. Sopra il letto Kumar ha appeso la foto del suo matrimonio. Con l'abito tipico e il turbante rosso. «Il mio padrone di casa —racconta Kumar — mi ha portato una bolletta della luce da 575 euro. Poi ha detto: se non la paghi ti spare». Eppure, Kumar resta convinto che il suo datore di lavoro sia una brava persona. «Perché mi paga», spiega. E abbassa lo sguardo, gli occhi scuri e stanchi. «Ma sai che dovrebbe darti il triplo?», gli chiediamo. «Non ho alternativa», risponde con la voce che trema. Fermare questo sfruttamento non è semplice. La Flai, insieme agli altri sindacati di categoria di Cisl e Uil, ha presentato una proposta di legge per rendere trasparente il mercato del lavoro in agricoltura. In tutto, le persone arrestate o denunciate negli ultimi due anni per caporalato (reato introdotto solo nel 2011) sono 360. Ma resta difficile da provare, e non è scontato che si arrivi a una condanna. Il sole è tramontato. Kumar sta tornando a casa. In sella alla bicicletta, forse, pensa a sua moglie. Ma in Italia non può, non vuole farla venire. Perché? Gli chiediamo. Ci risponde a labbra strette: "Cosa le farei mangiare?"
Camper Caritas contro il caporalato
Avvenire - Paolo Lambruschi
Un presidio della Caritas contro le Rosarno d’Italia. Dalla fine di aprile un camper girerà nelle campagne per dare assistenza e denunciare lo sfruttamento dei braccianti immigrati, pagati dal racket 25 euro lordi al giorno. Fanno 15 euro al netto della percentuale dei caporali per orari massacranti decisi dal sole, dall’alba al tramonto. Il "progetto Presidio" è stato lanciato ieri, durante la seconda giornata del 37° convegno delle Caritas diocesane a Quartu Sant’Elena, e coinvolgerà dieci diocesi per fronteggiare un’autentica emergenza, nonostante la legge anti caporalato del 2011. I camper contrassegnati dal marchio Caritas gireranno con volontari e operatori per i campi prima e dopo l’orario lavorativo, offrendo assistenza medica e servizi di orientamento legale. "Presidio" è stato pensato dalla Caritas nazionale e sostenuto dalla Cei per il prossimo biennio con uno stanziamento di 50 mila euro per ciascuna realtà diocesana. Vale a dire un milione di euro. L’obiettivo, oltre all’aiuto immediato ad un bacino di almeno 10 mila lavoratori in nero, è far prendere consapevolezza ai migranti – spesso in regola con il permesso di soggiorno o titolari di una forma di protezione umanitaria – dello sfruttamento cui vengono sottoposti e dei loro diritti. «Abbiamo avvisato i sindacati – spiega Oliviero Forti, responsabile della Caritas nazionale per l’immigrazione – per operare insieme sui territori in caso di azioni legali e denunce. Poiché sappiamo che gli stagionali si spostano da una diocesi all’altra seguendo il tam tam dei connazionali e il ciclo delle raccolte, li doteremo di una sorta di tessera da presentare alle Caritas che consenta di riconoscerli e crei un ponte solidale tra le diocesi». Somiglia al passaporto del regno di Dio che qualche anno fa rilasciavano i comboniani agli irregolari quando certi politici li chiamavano clandestini. Il racket delle campagne italiane è nelle mani delle mafie. Gli imprenditori agricoli dovrebbero fornire ai migranti anche un alloggio. Invece, a pochi chilometri dalle città, denunciano molti rapporti delle Caritas, vivono in condizioni inumane in baraccopoli o in tuguri privi di acqua, luce, elettricità. E fuori dalla legalità per tutta la durata della stagione. I camper gireranno dai primi di maggio nelle campagne dove lo sfruttamento è più intenso. Si tratta di realtà note alle cronache nazionali come Cassibile, nel siracusano, dove i braccianti si accampano nelle grotte come bestie. O la piana di Rosarno, diocesi di Palmi, dove quattro anni dopo la rivolta, almeno 1.500 vivono nella baraccopoli. «In inverno con gli agrumi come in estate – prosegue don Vincenzo Alampi, direttore della Caritas diocesana – sono costretti a vivere in tuguri o in tendopoli che si espandono con baracche di plastica ed eternit per non avere spese. Guadagnano 15 euro al giorno se va bene, quindi un euro all’ora, che spediscono a casa tenendosi solo il necessario per mangiare. Dov’è la dignità?». Il giro dei braccianti in nero si sposta in estate dalla Calabria ai distretti pugliesi e lucani del pomodoro – l’oro rosso – in Capitanata e ad Acerenza, fino ai campi di angurie di Nardò, dove per primi i braccianti africani scioperarono quattro anni fa. Lo spiega il vicedirettore della Caritas foggiana, don Francesco Catalano: «I migranti africani ed est europei si ammazzano di lavoro dall’alba al tramonto. Per ospitarli sorgono in mezzo al nulla baracche che fanno da bar, negozi, case di tolleranza». Un’eclissi di legalità e diritti umani che i camper della Caritas vogliono illuminare. Le Caritas diocesane offriranno anche servizi di accoglienza. Come nella piana del Sele, nel Salernitano. «Accanto alle serre – aggiunge don Vincenzo Federico, direttore della Caritas di Teggiano Policastro – vivono accampati i braccianti maghrebini che ci lavorano tutto l’anno. Sono irregolari che, perdendo il lavoro, hanno perso la casa e il permesso, quindi vulnerabili Oltre al camper, stiamo ristrutturando a Paestum un immobile del sostentamento del clero con la diocesi di Vallo della Lucania per farne un centro di accoglienza». Finalmente dopo tre anni anche Saluzzo, frutteto piemontese d’Italia, potrà accogliere dignitosamente una parte dei 600 braccianti che arrivano in estate. «Gestiremo al foro boario una tendopoli comunale da 200 posti dotata di allacciamenti con la "Papa Giovanni" – chiarisce il direttore Caritas don Beppe Dalmasso –. Forniremo servizi e assistenza medica e gireremo nei campi per sensibilizzare».
