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L'ultimo attimo dei carusi di Pippo Fava

Attilio Bolzoni - la Repubblica,

Un romanzo sui giovani cronisti che lavorarono con lo scrittore ucciso dalla mafia trent'anni fa. Il figlio ricorda quella sera in trentaquattro righe. Poi, alla trentacinquesima, dice: «Il giorno dopo ammazzarono mio padre». L'amico del figlio: «Una volta ho pensato che se avesse visto il tizio armato di pistola che gli veniva alle spalle, avrebbe alzato il braccio e gli avrebbe detto: "Ancora cinque minuti!"».

Il figlio racconta di quel giornale: «Per noi era tutto, era la vita e la sfida». L'amico del figlio: «Gli interessavano molto di più gli esseri umani, il modo in cui i fatti li esaltano o li travolgono». È passato molto tempo da quando Pippo Fava non c'è più. E suo figlio Claudio e l'amico Miki, Michele Gambino, si sono ritrovati uno di fronte all'altro a guardare indietro e dentro, a ripercorrere il loro cammino e quello dell'uomo «che li tenne a battesimo nella vita», un dialogo per rintracciare dettagli che si erano perduti, riconoscere pensieri, gesti, sentimenti, «fino all'irrompere della morte». Trent'anni fa, una sera a Catania. Non è solo un libro alla sua memoria e non è la ricostruzione di un affaire di mafia ma un'indagine molto interiore che è diventata un romanzo

Prima che la notte di Michele Gambino e di Caludioglio del fondatore dei siciliani, racconta il trauma dell'omicidio. Ed. Baldini&Castoldi

Ccomposto a quattro mani - delicatamente, con pudore - da due di quelli che erano i «ragazzi di Pippo Fava», giornalista, narratore, drammaturgo, ucciso il 5 gennaio del 1984. Uomo diverso, straordinario siciliano che diceva e scriveva quello che ancora oggi dicono e scrivono in pochi, sfacciato nella sua sincerità, travolgente nella sua passione. E solo, solo in una città soffocata dai silenzi, solo con quei «carusi» che dopo quella notte «si ritrovarono subito adulti, invecchiati, con lo sguardo ferito, l'innocenza smarrita». «La guerra era cominciata prima in una poverissima redazione», torna in mente a Claudio che rivive i mesi quando suo padre cercava giornalisti da portare con lui nel nuovo quotidiano - colleghi invecchiati malamente che sognavano di fare «davvero» il mestiere, ma che declinarono cortesemente l'invito di stare al suo fianco - e intorno a lui restarono una ventina di ragazzini. Li annusò, scartò subito i ruffiani. Ma come potevano sopravvivere quelli lì, Claudio e Miki, Riccardo e Antonio, Rosario, Elena, Giusy, Cettina, in una Catania dominata dagli amici dei mafiosi, dove l'editore del loro nuovo giornale si strusciava con i boss e loro - i ragazzi e anche Pippo - non si erano accorti di niente? Cominciarono a capirlo poi, quando Pippo fondò I Siciliani. Ricorda Claudio: «Stava iniziando l'ultimo atto, il più fiero, il più tragico. Un giornale tutto nostro. E la morte di mio padre». Scivolando dentro questa conversazione fra Cladio e Miki - tanto vera e dolorosa che a volte non può scansare intimità familiari - ci si trova in mezzo a un'infelicità che è complicata da spiegare fino in fondo. È sofferenza scrivere insieme, su una morte mai abbastanza annunciata: «Eravamo stati inconsapevoli: dunque, colpevoli». Poi c'è il dopo di Miki: «Da quella notte ci siamo proclamati sacerdoti del culto di Giuseppe Fava: abbiamo tracciato intorno alla sua figura un cerchio di gesso, lo abbiamo fatto con onestà e rigore, però il risultato è stato quello di allontanare, invece che avvicinare, molti che in Giuseppe Fava avrebbero potuto riconoscersi». Sempre Miki: «Credo che sia per questo che la storia di Giuseppe Fava è iniziata a crescere e fare rami solo dopo che il nostro gruppo si è sciolto». Una sera di trent'anni dopo si sono incontrati ancora, tutti insieme. Più vecchi, qualcuno smagrito, qualcun altro curvo. La foto con il cellulare, i sorrisi, la spavalderia di una volta che «dura solo un attimo».

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