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Fuori dell'Europa succede di tutto e si sta molto peggio

Messico-Usa I bambini della frontiera Ogni giorno duecento minori lasciano il Salvador, l’Honduras e il Guatemala e si avventurano per tremila chilometri sino al confine con gli Stati Uniti Alcuni muoiono di sete o insolazione. Chi sopravvive resta intrappolato nei centri di accoglienza La loro speranza è ottenere l’asilo politico. Per l’amministrazione Obama è una crisi senza precedenti

I NUMERI: il numero dei bambini arrivati dagli Stati Uniti dall’Salvador, Guatemala e Honduras è raddoppiao dal 2010, si stima che saranno 60 e 80 mila quest’anno, 130.000 nel 2015

LA SOMMA: pagano 7.000 dollari per passare con un “coyote”, un contrabbandiere, che organizza il viaggio fino al Messico e poi oltre il confine con il Texas.

L’ASILO: la metà dei bambini viene rispedito oltre frontiera. Chi ha un parente legale negli USA entra nel labirinto delle procedure di immigrazione per asilo politico. U navvocato costa almeno 3.500 dollari

Vittorio Zucconi – La Repubblica

I BAMBINI lo chiamano “El Tren de la Muerte”, ma nessuno sa davvero quanti di loro quel treno della morte uccida. Però tanti. Daniel Zavala ricorda di averne visti scivolare molti dal tetto dei carri merce traballanti lungo i 3mila chilometri di rotaie fra la partenza da El Salvador fino all’arrivo a El Paso, nel Texas, ma il treno non si ferma per raccoglierli, perché i bambini sono figli del nulla. Non esistono. Una notte vide una bambina che si era addormentata rotolare dal tetto e sentì soltanto un urlo allontanarsi nella notte. Qualcuno sparse la voce che le ruote del treno le avevano tranciato le gambe. Magari non è vero. Anche Daniel, come i 60, o 70, o 80mila minori — duecento al giorno, morto più morto meno — che quest’anno soltanto hanno lasciato o lasceranno l’El Salvador, l’Honduras, il Guatemala, il Messico affidati dalle famiglie ai coyotes , agli sciacalli che li imbarcano nel viaggio verso la “Frontera del Grande Norte”, degli Stati Uniti, deve soltanto guardare avanti.

Come la biblica moglie di Lot, mai voltarsi indietro. Per lui, per tutti loro, l’andata è un tuffo nel vuoto, ma il ritorno è impossibile. Se tornano sanno che le gang, i trafficanti, gli “scafisti” del Tren de la Muerte li uccideranno comunque. Il viaggio che Daniel ha raccontato alla Cnn cominciò quando aveva 16 anni e i narcos entrarono a casa sua a San Salvador per spiegare a lui, e alla madre, che ormai era grande abbastanza per entrare nell’organizzazione e non aveva scelte. Tranne una: tuffarsi nei 3000 chilometri di viaggio attraverso Guatemala City, Puebla, San Luis Potosi, Durango, Chihuahua e il Rio Grande, da attraversare naturalmente a piedi. Evitando d’inciampare nei cadaveri, grandi e piccoli, disseminati nei sentieri e lasciati ai coyote, quelli per bene, a quattro zampe. I parenti, che non erano poveri, ma soltanto disperati, raschiarono 7mila dollari dai materassi, fecero debiti, vendettero tutto quello che era vendibile e Daniel si arrampicò sul tetto del primo merci di passaggio verso il nord, sotto gli occhi dei “coyotes” che sparavano, o buttavano giù, quelli che tentavano di salirci sopra senza avere pagato. Naturalmente sotto gli occhi vitrei e indifferenti della Policía ben pagata per non vedere.

L’illusione, la speranza, il “tutto o niente” di questi viaggiatori della notte che sono l’esatto equivalente degli africani e degli asiatici che s’imbarcano sui relitti galleggianti verso Lampedusa, è di trovare, lassù oltre il fiume, quella nazione che ha scolpito ai piedi della Statua della Libertà, le parole della poetessa Emma Lazarus: «Datemi i vostri poveri, i vostri affranti, le vostre folle ammassate… e accenderò la mia lanterna accanto alla porta d’oro». Le loro storie sono tutte uguali. Violenze, botte e reclutamenti forzosi per i maschi nelle gang che hanno bisogno di continui rinforzi e rimpiazzi, per i vuoti lasciati caduti nella loro guerra quotidiana. Violenze, botte e stupri per le femmine, a cominciare da età che preferiscono non quantificare in un numero. Ma dietro la golden door, la porta d’ora, Daniel, e le altre migliaia di bambini a volte talmente piccoli da dover portare cucita sulla maglia una pezza con il telefono e l’indirizzo di un parente negli Usa ricamato sopra, non trovano la poetessa con la sua lanterna, ma le guardie del Border Patrol.

Ogni giorno arrestano decine di bambini e di ragazze, per rinchiuderli in centri di accoglienza dove, ha raccontato Enrique, un quattordicenne, al New York Times , «non ci sono finestre e siamo così tanti da dover dormire a turno sul cemento, perché non c’è posto per sdraiarci tutti». Se non siete mai stati alla Frontera del Texas e dell’Arizona in estate, non riuscirete a immaginare quali forni possano diventare, casematte senza areazione né finestre, di giorno e quali frigoriferi quando cala il sole sul deserto. Quella dei migranti bambini — ne arrivano con ancora i resti del pannolino fissato dalla madre e disintegrato nei sei giorni di viaggio — è l’ultima incarnazione della inarrestabile corsa verso il Grande Norte .

La speranza è che le autorità della California, dell’Arizona, del Texas dove l’onda di marea arriva, siano mosse a pietà da quei bambini e ragazzi, più di quanto non lo sarebbero con genitori e adulti, ma la pietà si sbriciola nel solvente dell’opportunità politica, come il pannolino sbrindellato di una bambina di quattro anni che se la fece addosso per il terrore della guardia che la interrogava nella base aerea di Lackland in Texas, oggi convertita in centro di raccolta. La metà di loro sono immediatamente rispediti oltre frontiera, al loro destino e senza neppure l’assistenza, per modo di dire, dei coyotes che alle fermate del treno si arrampicavano con loro per dar loro abbastanza acqua e cibo per farli sopravvivere. Gli altri, come Daniel Zavala, che hanno un aggancio, un nome, un parente legale negli Usa, entrano nel labirinto delle procedure d’immigrazione per asilo politico, dove le probabilità di smarrirsi sono altissime, quasi quanto quelle di incontrare un serpente a sonagli nel tragitto a piedi verso il Rio Grande.

Per uscirne con il rettangolino plastificato della “residenza”, un tempo chiamata la “carta verde” che verde non è più, serve il filo di un avvocato che sappia, conosca, riconosca le trappole e le vie giuste. I figli del Tren de la Muerte con assistenza legale hanno nove volte più probabilità di arrivare al permesso di soggiorno rispetto a chi si arrangia da solo, al massimo con un interprete. Ma un avvocato costa almeno 3.500 dollari, tre o quattro volte il guadagno mensile delle famiglie che li accolgono. Daniel, che ora ha 17 anni, è stato fortunato. Non è rotolato giù, nel sonno, dal tetto dei carri. Non è morto di sete e d’insolazione nelle ore di lento viaggio sotto il sole del Messico sdraiato come un pollo sopra la piastra di lamiera rovente. Non è rimasto impigliato nei campi di concentramento alla frontiera. Dopo pochi giorni, è stato passato all’assistenza sociale, molto più umana, poi a un’organizzazione chiama Kind, acronimo di volontariato legale e umano che riesce a raccogliere 3mila avvocati disposti a lavorare pro bono , gratis, come tutti gli studi legali dovrebbero di tanto in tanto fare. Chi lo ha accolto gli ha indicato la strada maestra per uscire dal labirinto: la divisa della Us Army Rotc, l’uniforme dei corsi premilitari al liceo che indossava, tutto tirato e splendente di mostrine e insegne, davanti alla Commissione d’inchiesta parlamentare, per raccontare il suo viaggio. Per sfuggire alle armi che nel El Salvador lo avrebbero ucciso, Daniel dovrà quindi affidarsi alle armi, sotto la bandiera degli Stati Uniti. Sempre armi, dunque, ma almeno questa volta sarà lui a imbracciarle. 

. Quei piccoli detenuti con solo un'ora d'aria

NOGALES (ARIZONA) IN UN capannone di 11.150 metri quadrati all'estrema periferia di questa città nel deserto, gli agenti della polizia di confine allineano centinaia di bambini che probabilmente non hanno mai visto in vita loro un medico che li abbia vaccinati o abbia prestato loro le prime cure. Distribuiscono qualcosa da mangiare e giocano insieme a loro per un po' a basket sotto un tendone, come quello dei circhi, che funge anche da spazio ricreativo. In un centro di elaborazione del tutto improvvisato, i minori fermati mentre attraversavano senza genitori il confine nella Rio Grande Valley in Texas sono ospitati per almeno tre giorni in nove recinti. I maschietti sono separati dalle femminucce, così come i piccoli dai grandi. Le giovani ragazze madri e i loro neonati stanno in un recinto apposito, per conto proprio. Lo spazio per camminare non c'è. Sul pavimento di cemento sono allineati i materassi e sono fissate lunghe panche. I bambini arrivano qui dal Texas in continuazione, perché un centro simile in quello Stato non riesce ad accoglierne di più.

Gli agenti della polizia di confine mercoledì hanno detto che qui sono custoditi circa 900 bambini provenienti da Guatemala, El Salvador e Honduras. Gli ultimi arrivati indossano ancora i vestiti con i quali si sono avventurati in direzione degli Stati Uniti, mentre gli altri indossano magliette bianche e pantaloncini blu, come in riformatorio. Su un materasso una ragazzina piange col viso affondato in un sudicio agnellino di peluche. Poco distante, una bimba di 3-4 anni sorride tenendo per mano un agente della polizia di confine che la accompagna a fare due passi. Quasi fossero detenuti, i bambini non possono uscire all'aria aperta se non per sgranchirsi un po', tra 45 minuti e un'ora al giorno. L'agente della polizia di confine responsabile per la zona di Tucson, Manuel Padilla Jr., ha detto che scopo dell'agenzia è tenere i bambini al sicuro, controllando che stiano in salute, che mangino, e restino puliti. E aggiunge che è stato fatto molto «per garantire queste priorità».

Quando gli agenti hanno notato che a colazione i bambini rifiutavano i burrito preparati con la farina normale, la mensa ha adottato quella di granoturco, come si usa in America centrale. Mercoledì la polizia di confine ha offerto ai giornalisti la possibilità di osservare dal vivo questo centro, simile a quello di Brownsville in Texas, entrambi nell'occhio del ciclone nel dibattito in corso nella nazione sull'improvvisa ondata di minori non accompagnati che attraversano illegalmente il confine per entrare negli Stati Uniti. Da questi centri i bambini saranno spediti in strutture detentive per minori sparse in tutto il paese, da dove si cercherà poi di affidarli a parenti che vivono negli Stati Uniti, a condizione che collaborino con le procedure di rimpatrio.

Di fatto, però, il numero in rapido aumento di questi minori comporta gravi difficoltà per l'Amministrazione Obama dal punto di vista politico e umanitario, e nel dibattito in corso nella nazione inizia a farsi strada la necessità di una riforma delle politiche sull'immigrazione. A Nogales le sfide logistiche legate all'accudimento dei bambini sono palesi. In ogni recinto ci sono tre gabinetti mobili, mentre le 60 docce sono all'interno di cinque grossi articolati. Negli spazi recintati non sembra esserci altro intrattenimento fuorché alcune televisioni che sembrano prive di sonoro, o qualche partita di calcio improvvisata in angoli affollati. Art Del Cueto, presidente della zona di Tucson del sindacato degli agenti della polizia di confine, ha detto che gli agenti sono sotto pressione:

«Arrestare gli stranieri clandestini rientra nelle nostre mansioni» ha detto in un'intervista. «Occuparci di schedarli e smistarli rientra nelle nostre mansioni. Ma fare da babysitter no, ed è proprio quello che in molti stiamo facendo ». I minori non accompagnati catturati alla frontiera con il Messico da ottobre 2013 sono circa 50mila. Gli agenti hanno mandato molti di loro nella stazione della polizia di confine di Brownsville. Mercoledì 400 bambini fermati nei giorni scorsi si sono ritrovati in celle fredde e affollate, che hanno soltanto panche di cemento lungo le pareti e nessuna brandina. Il centro ospita anche alcune clandestine adulte con i loro bambini e la popolazione è ben al di sopra della capienza massima di 250 detenuti.

A Nogales, l'area di ingresso è piena zeppa di giovani ragazze adolescenti, che hanno appena consegnato tutti i loro averi in cambio di una ricevuta intestata a loro nome. Più tardi, i loro vestiti saranno lavati, asciugati, riposti in sacchi di plastica e sistemati con cura sulle mensole di metallo di una stanza che funge da magazzino, accanto a sacche di mimetica e zainetti riproducenti le principesse della Disney. Le strutture come questa sono state studiate per accogliere detenuti soltanto per brevi periodi: nel caso di Nogales, il centro non è concepito per ospitare minorenni. Le autorità di confine hanno l'obbligo di trasferire i bambini non accompagnati da adulti entro tre giorni dall'arrivo ai Servizi sanitari e umanitari, che gestiscono centri di accoglienza a lungo termine nei quali i minori sono sottoposti a controlli medici e vivono in ambienti simili a campi, mentre le autorità cercano di rintracciare eventuali parenti che vivono negli Stati Uniti. Quando è stato chiesto agli agenti di Brownsville se riescono a rispettare la scadenza dei tre giorni, un funzionario della Sicurezza interna ha detto: «Ci piacerebbe agire molto più velocemente». Traduzione di Anna Bissanti

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