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La repubblica - Caterina Pasolini
ROMA - «È cambiato il mio corpo, non il nostro legame, per questo mi batto nei tribunali: difendo il nostro amore, il nostro matrimonio. Mi sono innamorato di lei quasi 20 anni fa quando ero uomo e ci vogliamo bene come quel giorno, anche se dopo un lungo travaglio e tante operazioni sono diventato anch’io una donna.
Perché allora lo Stato ci vuole separare, ci vuole divorziati contro il nostro desiderio? E poi, che delusione da Renzi». Alessandra Bernaroli quarantenne bolognese, ieri con sua moglie, anche lei Alessandra, è entrata in Corte Costituzionale assieme agli avvocati Bilotta e Tonioni che difendono la coppia contro lo Stato che ha annullato il loro matrimonio dopo il cambio di sesso. L’ultima tappa giudiziaria. Dopo aver vinto la causa in tribunale, l’hanno persa in appello, ma hanno fatto ricorso in Cassazione, che ha rimesso gli atti alla Consulta ora chiamata ad esprimersi sulla legittimità della norma che annulla il matrimonio in caso di cambio di sesso di uno dei coniugi. Perché l’ha delusa Renzi? «Abbiamo scoperto che oltre alla memoria dell’Avvocatura dello Stato all’epoca del governo Letta, contro la nostra richiesta se n’è aggiunta venerdì scorso una nuova, lunga ben 24 pagine, a nome della Presidenza del consiglio». Cosa dice? «In pratica che se uno sceglie di cambiare sesso dovrebbe sapere a cosa va incontro, ovvero allo scioglimento del matrimonio. Ne parlano come se cambiare sesso fosse una libera scelta, un divertimento. Se uno è un transessuale non ha scelta, si nasce stretti in un corpo che non si riconosce, che non corrisponde alla nostra anima. In altri Paesi europei per situazioni come questa hanno trovato soluzioni specifiche».
Com’era la vita da Alessandro? «Da piccolo non capivo, mi piaceva stare con le bambine, volevo rubare i segreti della loro femminilità che mi attraeva, sognavo di diventare una donna, ma cosa fosse la transessualità non ne avevo proprio idea. Non c’era Internet, né informazioni per un ragazzino di provincia».
Cercava di essere femminile? «Assolutamente no, cercavo di essere come pensavo di dover essere: un uomo. Andavo in palestra, avevo un fisico costruito con ore e ore di body building. Cercavo di non pensare, di soffocare l’insofferenza, il senso di estraneità quando mi guardavo allo specchio ».
Poi è arrivata Alessandra. «Ci siamo innamorati e dopo dieci anni ci siamo sposati. A lei ho nascosto il mio tormento interiore, questo mio sentirmi chiuso in una prigione, in un corpo che vivevo come un nemico. Facevo di tutto per allontanare questi pensieri, per soffocare la mia vera identità».
Quando è cambiato tutto? «Da mia moglie mi sentivo amato, accettato, era il mio porto, il mio punto di riferimento tanto che alla fine ho trovato il coraggio di raccontarle quello che neppure a me stesso ero riuscito a spiegare per una vita».
E sua moglie come l’ha presa? «È rimasta incredula, sconvolta, ma, forse anche perché credente, ha cercato di capire e alla fine ha deciso di dividere con me il faticoso percorso di cambiamento. Mi è stata sempre accanto, nelle operazioni fisiche e nel travaglio psicologico. Il nostro è un rapporto d’amore vero che non si è lasciato spezzare dalle difficoltà. È un progetto di vita».
Il Comune però non lo ha accettato. «Quando ho chiesto la nuova carta di identità mi hanno scritto: matrimonio annullato visto il cambio di sesso. Da lì è cominciata la nostra battaglia».
Siete per i matrimoni gay? «Siamo per i diritti di tutti coloro che si amano, ovviamente, ma la nostra storia è diversa. La norma dice che si può sciogliere il matrimonio in caso di cambio di sesso, non che si debba per forza farlo. E noi non lo vogliamo proprio. Siamo una coppia innamorata come tante, io lavoro in banca e mia moglie, vittima della crisi, ora è disoccupata e fa la casalinga. Mi tratta da vera regina quando torno a casa».
Problemi su lavoro? «No, è stato un percorso lento il mio cambiamento, non mi sono imposta. Anche in famiglia gli ultimi a saperlo sono stati i miei genitori. Erano spaventati e perplessi poi, anche con l’aiuto di Alessandra, ci hanno visto felici e hanno capito».
Non è un certo divertimento, una libera scelta: si nasce stretti in un corpo che non si riconosce “ Amo mia moglie, mi è sempre stata vicino. La nostra battaglia non si ferma, ora deve decidere la Consulta”
“Matrimonio valido se lui cambia sesso” Alessandra vince davanti alla Consulta Accolto il ricorso della coppia di Bologna a cui erano state annullate le nozze
CATERINA PASOLINI - La Repubblica
ROMA - «Ha vinto il nostro amore e la nostra testardaggine. Questa sentenza è un segno di civiltà». Alessandra Bernaroli con la moglie Alessandra non riescono a trattenere l’entusiasmo, non riescono quasi a crederci che dopo cinque anni passati nelle aule giudiziarie a difendere il loro matrimonio che qualcuno abbia dato loro finalmente e per sempre ragione. E deciso che la legge che le voleva divise per forza, perché lui era diventato una lei nel corso degli anni, è incostituzionale. La Consulta ha accolto infatti il loro ricorso e dichiarato illegittima la norma che annulla le nozze se uno dei due coniugi cambia sesso. Anche in questo caso, «ove entrambi lo richiedano, devono poter mantenere in vita un rapporto di coppia giuridicamente regolato con altra forma di convivenza registrata che tuteli adeguatamente i diritti ed obblighi della coppia medesima, con le modalità da statuirsi dal legislatore ». «E noi questo abbiamo sempre voluto: restare insieme, al di là di tutto. Ci siamo sposati che io ero un uomo, ora è cambiato il mio corpo non il nostro amore, il nostro rapporto. Era assurdo volerci dividere, separare per forza, non riconoscere la sostanza dei vent’anni passati assieme e volerli cancellare con un colpo di spugna», dice Alessandra.
Ma l’importanza della sentenza della Consulta va al di là della storia di Alessandro, bancario quarantenne che vive a Bologna, diventato Alessandra dopo un lungo travaglio psicologico e tan- te dolorose operazioni. Nelle parole degli ermellini sembra infatti leggersi un invito al legislatore a provvedere nella direzione delle unioni civili o dei pacs per regolare forme di convivenza al di fuori del matrimonio. La sentenza dice infatti che il legislatore deve introdurre «con la massima sollecitudine», «una forma alternativa (e diversa dal matrimonio) che consenta ai due coniugi di evitare il passaggio da uno stato di massima protezione giuridica ad una condizione di assoluta indeterminatezza». La legge n. 164 nel 1982, è stata infatti dichiarata incostituzionale perché, sciolto il matrimonio in conseguenza del cambiamento di sesso, non prevede la possibilità che intervenga un’altra forma di convivenza giuridicamente riconosciuta «che tuteli adeguatamente i diritti ed obblighi della coppia».
La questione sollevata dalla Cassazione coinvolge — si legge nella sentenza — da un lato l’interesse dello Stato a non modificare il modello eterosessuale del matrimonio e, dall’altro lato, l’interesse della coppia» affinché «l’esercizio della libertà di scelta compiuta da un coniuge con il consenso dell’altro relativamente ad un tal significativo aspetto dell’identità personale, non sia eccessivamente penalizzato con il sacrificio integrale della dimensione giuridica del preesistente rapporto>>
«Non è più lo stesso ma l’amore tra noi è rimasto vivo»
«È stata una battaglia durissima, in cui non credeva nessuno, ma rifarei tutto: ne è valsa la pena». La voce di Alessandra, 41 anni, trema di emozione. La Corte costituzionale ha appena accolto il ricorso contro lo scioglimento delle sue nozze con Alessandra Bernaroli, 43 anni, bancaria. Stanno insieme da venti anni e sono sposate da quasi dieci anni, da quando Bernaroli si chiamava ancora Alessandro ed era un uomo. Soltanto dopo le nozze la moglie ha scoperto il suo disagio, quello che in termini medici si chiama «disforia dell’identità di genere». «Ci siamo conosciute che io avevo 22 anni e Alessandra 24», dice parlandone al femminile.
«All’inizio, sapere che voleva cambiare sesso è stato un passaggio dolorosissimo, per me e anche per la mia famiglia. Non nascondo che ho avuto bisogno di tempo per capire». Eppure è sempre stata accanto all’uomo che aveva sposato, nel percorso che lo ha portato a diventare donna: dalla terapia con gli ormoni, all’operazione in Thailandia nel 2008. Fino al novembre 2009, quando dopo aver chiesto i documenti con il nuovo nome all’anagrafe, Alessandra Bernaroli si è vista cancellare lo stato civile: «non documentato», c’era scritto. Le due donne hanno deciso di lottare insieme per salvare quel matrimonio che da credenti hanno celebrato in Chiesa.
Sono iniziati cinque anni scanditi dai ricorsi in tribunale, chiusi dalla sentenza di ieri. «È ovvio che alcune cose sono cambiate: è innegabile — concede Alessandra —. Ma lei è sempre la persona che ho sposato: l’importante è avere un pensiero comune, ideali comuni. Quello che conta è la condivisione di vita. Sono vent’anni che ci conosciamo, abbiamo sempre fatto tutto insieme». Anche di fronte a una prova così fuori dall’ordinario: «Abbiamo cercato di capire e vedere oltre. Ci siamo riuscite grazie a un legame d’amore fortissimo», dice con orgoglio. Accanto a lei, mentre parla al telefono dalla loro casa di Finale Emilia, c’è l’altra Alessandra, ufficialmente donna solo da cinque anni.
Fa fatica a trattenere la goia: «Quando ho iniziato la mia battaglia nessuno mi dava retta: associazioni gay, sindacati, avvocati — ricorda —. Pensavano tutti che fosse pazza. Sono dovuta andare in strada in centro a Bologna con in mano un cartello». Sopra, una scritta: «Nessuno a favore, tutti contro». «E invece alla fine la Corte costituzionale ci ha dato ragione, è una vittoria civile bellissima», rivendica adesso. Intanto i telefoni squillano, amici e parenti chiedono notizie della sentenza. Ma Alessandra e Alessandra adesso vogliono solo un po’ di riposo: «Dopo questa grande esplosione di felicità, vogliamo goderci il momento, stare bene e tranquille. Abbiamo compiuto un percorso che per noi è stato un’esperienza di vita: siamo cresciute, culturalmente e anche professionalmente. E stata un’esperienza irripetibile». Elena Tebano
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