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Riflessioni su Israele e Palestina (Gaza)

 

L'amarezza dell'intellettuale polacco di origini ebraiche. Sfuggito all'Olocausto, non risparmia critiche ad Hamas e a Netanyahu: "Pensano alla vendetta, non alla coabitazione. Purtroppo sta accadendo ciò che era ampiamente previsto. La Shoah è la prova di quel che gli uomini sono capaci di fare ad altri esseri umani in nome dei loro interessi. Una lezione mai seriamente presa in considerazione"

di ANTONELLO GUERRERA - .La Repubblica

   Il sociologo Zygmunt Bauman  è il teorico della società liquida e famoso anche per la sua aspra critica del negazionismo,

GLI ERRORI DI BIBI: Il premier e i suoi sodali si sforzano di fomentare desiderio i vendetta nei suoi avversari ((e così le due parti  estremiste si rafforzano e hanno una ragione di esistere). Non hanno mai imparato l’arte di governare in contesti pacifici e di come si costruisce la pace per tutti.

LA LEZIONE DELLA SHOAH: La Shoah è la prova di quel che gli uomini sono capaci di fare agli altri esseri umani in nome degli interessi e delle idee di parte. Una lezione mai seriamente presa in considerazione

Una cosa che i giornalisti non evidenziano e non hanno il coraggio di dire  che in Israele si sta creando una netta separazione tra una piccola parte di cittadini che propongono la pace per tutti e la stragrande maggioranza  delle persone che si spostano su idee estremiste e aggrediscono nei media (minacce di morte sui social network) i pochi che con rischio personale insistono per la pace e quindi riconoscono anche i diritti degli avversari. La società si sta fascistizzando e si creerà una situazione per cui coloro che propongono la pace per tutti saranno costretti ad andarsene  da Israele con l’accusa di antipattriotismo e antisionismo(ndr)

 "CIÒ A cui stiamo assistendo oggi è uno spettacolo triste: i discendenti delle vittime dei ghetti nazisti cercano di trasformare la striscia di Gaza in un altro ghetto ". A dirlo non è un palestinese furioso, ma Zygmunt Bauman, uno dei massimi intellettuali contemporanei, di famiglia ebraica e sfuggito all'Olocausto ordito da Hitler grazie a una tempestiva fuga in Urss nel 1939. 

Bauman ha 88 anni, suo padre era un granitico sionista e negli anni ha sviscerato come pochi l'aberrazione e le conseguenze della Shoah. Sinora il grande studioso polacco non si era voluto esprimere pubblicamente sulla recrudescenza dell'abissale conflitto israelo-palestinese. Ora però, dopo aver accennato alla questione qualche giorno fa al Futura Festival di Civitanova Marche in un incontro organizzato da Massimo Arcangeli, Bauman confessa la sua amarezza in quest'intervista a Repubblica.

Professor Bauman, lei è uno dei più grandi intellettuali contemporanei ed è di origini ebraiche. Qual è stata la sua reazione all'offensiva israeliana a Gaza, che sinora ha provocato quasi 2mila morti, molti dei quali civili?
"Che non rappresenta niente di nuovo. Sta succedendo ciò che era stato ampiamente previsto. Per molti anni israeliani e palestinesi hanno vissuto su un campo minato, in procinto di esplodere, anche se non sappiamo mai quando. Nel caso del conflitto israelo-palestinese è stata la pratica dell'apartheid  -  nei termini di separazione territoriale esacerbata dal rifiuto al dialogo, sostituito dalle armi  -  che ha sedimentato e attizzato questa situazione esplosiva. Come ha scritto lo studioso Göran Rosenberg sul quotidiano svedese Expressen l'8 luglio, prima dell'invasione di Gaza, Israele pratica l'apartheid ricorrendo a "due sistemi giudiziari palesemente differenti: uno per i coloni israeliani illegali e un altro per i palestinesi 'fuorilegge'. Del resto, quando l'esercito israeliano ha creduto di aver identificato alcuni sospetti palestinesi (nella caccia ai responsabili dell'omicidio dei tre adolescenti israeliani rapiti in Cisgiordania il giugno scorso, ndr), ha messo a ferro e fuoco le case dei loro genitori. Invece, quando i sospettati erano ebrei (per il susseguente caso del ragazzino palestinese arso vivo, ndr) non è successo nulla di tutto questo. Questa è apartheid: una giustizia che cambia in base alle persone. Per non parlare dei territori e delle strade riservate solo a pochi". E io aggiungo: i governanti israeliani insistono, giustamente, sul diritto del proprio paese di vivere in sicurezza. Ma il loro tragico errore risiede nel fatto che concedono quel diritto solo a una parte della popolazione del territorio che controllano, negandolo agli altri".

Come anche lei sottolinea, tuttavia, Israele deve difendere la sua esistenza minacciata da Hamas. C'è chi, come gli Usa, dice che la reazione dello Stato ebraico su Gaza è dura ma necessaria. Chi la giudica eccessiva e "sproporzionata". Lei che ne pensa?
"E come sarebbe una reazione violenta "proporzionata"? La violenza frena la violenza come la benzina sul fuoco. Chi commette violenza, da entrambe le parti, condivide l'impegno di non spegnere l'incendio. Eppure, la saggezza popolare (quando non è accecata dalle passioni) ci ricorda: "Chi semina vento raccoglie tempesta". Questa è la logica della vendetta, non della coabitazione. Delle armi, non del dialogo. In maniera più o meno esplicita, a entrambe le parti del conflitto fa comodo la violenza dell'avversario per rinvigorire le proprie posizioni. E il risultato è: sia Hamas sia il governo israeliano, avendo concordato che la violenza è il solo rimedio alla violenza, sostengono che il dialogo sia inutile. Ironicamente, ma anche drammaticamente, potrebbero avere entrambi ragione".

Cosa pensa, nello specifico, del premier israeliano Netanyahu e del suo governo? Ha commesso errori?
"Netanyahu e i suoi sodali, e ancor più gli israeliani che bramano il loro posto, si sforzano di fomentare il desiderio di vendetta nei loro avversari. Spargono semi di odio perché temono che l'odio del passato scemi. Alla luce della loro strategia, questi non sono "errori". I governanti israeliani hanno più paura della pace che della guerra. Del resto, non hanno mai imparato l'arte di governare in contesti pacifici. E, negli anni, sono riusciti a contaminare gran parte di Israele con il loro approccio. L'insicurezza è il loro migliore, e forse unico, vantaggio politico. E magari vinceranno facilmente le prossime elezioni facendo leva sulle paure degli israeliani e sull'odio dei vicini, che hanno fatto di tutto per irrobustire".

Lei in passato è stato critico nei confronti del sionismo e dell'uso che Israele fa della tragedia dell'Olocausto per giustificare le sue offensive militari. La pensa ancora così?
"Raramente la vittimizzazione nobilita le sue vittime. Anzi, quasi mai. Troppo spesso, invece, provoca un'unica arte, che è quella del sentirsi perseguitati. Israele, nato dopo lo sterminio nazista contro gli ebrei, non è un'eccezione. Quello a cui siamo di fronte oggi è un triste spettacolo: i discendenti delle vittime nei ghetti cercano di trasformare la striscia di Gaza in un ghetto che sfiora la perfezione (accesso bloccato in entrata e uscita, povertà, limitazioni). Facendo sì che qualcuno prenda il loro testimone in futuro".

A questo proposito, cosa pensa del silenzio di politici e intellettuali europei sul conflitto riesploso a Gaza?
"Innanzitutto, non esiste la "comunità internazionale" di cui parlano americani ed europei. In gioco, ci sono soltanto coalizioni estemporanee, dettate da interessi particolari. In secondo luogo, come ha osservato Ivan Krastev celebrando il centenario dell'inizio della Grande Guerra, noi europei abbiamo ben in mente che "un'eccessiva" reazione come quella all'omicidio di Francesco Ferdinando ha portato alla catastrofe "che nessuno voleva o si aspettava"".

Lei ha scritto in passato che la società moderna non ha imparato l'agghiacciante lezione dell'Olocausto. Questo concetto si può applicare anche al conflitto israelopalestinese?
"Le lezioni dell'Olocausto sono tante. Ma pochissime di loro sono state seriamente prese in considerazione. E ancor meno sono state apprese  -  per non parlare di quelle messe realmente in pratica. La più importante di queste lezioni è: l'Olocausto è la prova inquietante di ciò che gli umani sono capaci di fare ad altri umani in nome dei propri interessi. Un'altra lezione è: non mettere un freno a questa capacità degli umani provoca tragedie, fisiche e/o morali. Questa lezione, nel nostro mondo veloce, globalizzato e irreversibilmente multicentrico, ricopre ancora un'importanza universale, applicabile a ogni antagonismo locale. Ma non c'è una soluzione a breve termine per lo stallo attuale. Coloro che pensano solo ad armarsi non hanno ancora imparato che dietro alle due categorie di "aggressori" e "vittime" della violenza c'è un'umanità condivisa. Né si accorgono che la prima vittima di chi esercita violenza è la propria umanità. Come ha scritto Asher Schechter su Haaretz, l'ultima ondata di violenza nell'area "ha fatto compiere a Israele un ulteriore passo verso quel torpore emotivo che si rifiuta di vedere ogni sofferenza che non sia la propria. E questo è dimostrato da una nuova, violenta retorica pubblica".

 

GAZA –Strage di civili, ancora bombe sull’ONU “ E’ un attacco ciminale” . Ban KI-moon e gli Stati Uniti tuonano contro Israele.

 

l'Intifada della non violenza"

L'ex candidato alla presidenza dell'Anp parla dal Cairo, dove Netanyahu non ha mandato delegati: "Israele non ha vinto"

Mustafa Barghouti GERUSALEMME. "ERAVAMO venuti al Cairo per il negoziato. Ma le trattative non sono l'unica strategia, esistono strategie alternative. Che per me sono fatte di due cose: l'unità del movimento  -  un governo unitario come quello raggiunto con l'accordo con Hamas; e una grande resistenza popolare, una Intifada non violenta come quelle di Martin Luther King o di Gandhi". Mustafa Barghouti, l'ex candidato alla presidenza dell'Autorità nazionale palestinese, battuto da Abu Mazen nel 2005, parla dal Cairo dove sono arrivate le delegazioni di Hamas e Fatah, ma non quella israeliana.

Che cosa si aspetta da questo incontro?
"Ovviamente non sarà un negoziato, visto che Israele si è rifiutata di venire. Questo rifiuto è una prova ulteriore che l'obiettivo di Netanyahu non è mai stato il cessate-il-fuoco. Ha preso in giro il modo dicendo che accettava la proposta egiziana. Per me è incredibile come l'Occidente  -  tutti, i politici, i media  -  accettino la narrativa israeliana senza batter ciglio: Israele ha diritto a difendersi, si dice, ed è vero, ma non si tiene in alcun conto che anche il popolo palestinese ha il diritto di difendersi contro l'occupazione. Un altro esempio: Hamas ha dato inizio alla guerra, si dice, con i terroristi nel tunnel. Ma la guerra è cominciata prima, con le razzie in Cisgiordania, 27 palestinesi morti in due settimane, centinaia di arrestati. Chiaramente tutto questo era stato programmato".

Con quale obiettivo avrebbe programmato questa guerra il governo israeliano?
"Io credo che l'obiettivo di Netanyahu fosse quello formulato dal ministro Steinitz all'inizio: rioccupare Gaza e sradicare Hamas. Nella Striscia oggi la situazione è devastante. Anche in queste ultime ore ci sono state altre decine di morti. Ma Israele non ha vinto. I due obbiettivi sono falliti e c'è stata inoltre una incredibile défaillance dell'intelligence".

Intende la sorpresa per l'esistenza di un sistema così esteso di tunnel?
"I tunnel sono stati presentati come una minaccia esistenziale per Israele, ma in realtà sono soprattutto un modo di resistere contro il blocco totale che dura da otto anni. Non sono mai stati usati contro i civili. Nessun civile è stato ucciso attraverso i tunnel, solo soldati".

Che ruolo può svolgere ora l'Autorità nazionale palestinese?
"Noi, come governo unificato, vogliamo prima di tutto il cessate-il-fuoco e la revoca del blocco della Striscia. Poi dobbiamo rimuovere le cause di questa situazione. Israe- le ha dovuto constatare che la volontà politica dei palestinesi è più forte di quanto pensasse. E le assicuro che cresce in tutta la Palestina la resistenza, non solo come solidarietà verso la gente di Gaza, ma contro l'occupazione, per la libertà. Siamo vissuti tutta la vita sotto un'occupazione, anche quando c'è l'illusione di esercitare un potere. L'esercito israeliano può entrare dappertutto e uccidere, l'Autorità palestinese non può proteggere i propri cittadini. C'è un disagio crescente, che prende forme diverse dal passato. Un'Intifada non violenta. Credo che anche in Palestina ci muoviamo verso forme di politica più moderna. Perché appunto la libertà è pura illusione: sarebbe come dire che Gaza è libera, perché gli israeliani se ne sono andati. Assediata da terra, mare e cielo, che libertà è questa?"

Che cosa si aspetta dal resto del mondo?
"Neanche dopo i morti di Gaza si è spezzato il sostegno politico che i governi europei e americano danno a Israele, ma è diventato sempre più schizofrenico, perché i governi sono sempre più divisi dalle loro opinioni pubbliche. La gente non ne può più di vedere questa disumanizzazione dei palestinesi. Oltre 1.800 morti, 9000 feriti, l'80 per cento donne e bambini. Gli stessi governi sono sempre più indotti a riflettere, guardi come hanno votato la risoluzione di condanna della Commissione dell'Onu per i Diritti Umani".

Le prospettive quali solo? quella dei due Stati è ancora possibile?
"Netanyahu non vuole né la soluzione dei due Stati, nè quella di uno Stato. Vuole continuare l'occupazione. Ma dovrà decidere, perché può essere già tardi per i due Stati e la responsabilità è di chi non ha fermato i coloni. Ma se la soluzione dei due Stati fallisce si consolida l'apartheid, visto che Israele vuole la supremazia e non l'integrazione. E questo porterà a una nuova lotta per la parità dei diritti".

 

 

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