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Ruolo dello stato in economia

La crisi cui ci troviamo di fronte ha la stessa portata di grandezza della "grande crisi del '29" . Nessun impianto e struttura industriale sono stati distrutti da eventi bellici o cataclismi naturali. Ci si chiederà che cosa è successo alla produzione di ricchezza e nel meccanismo della sua disribuzione (del PIL) dopo la fine degli anni '80. E' importante l'analisi e il reperire le cause altrimenti si genererà un conflitto tra coloro che sono pensionati e i giovani che non hanno prospetive di lavoro e vita. Tra  i giovani e coloro che essi incolpano di aver sottratto ricchezza alla vita futura (ndr). Questo è un tema fondamentale assieme al ruolo giocato dalle banche e dafli enti della  finanza che dopo gli anni '80 hanno avuto via libera  dall'autorità statale nel creare il credito (ruolo fino ad allora esercitato dallo stato) a loro piacimento, senza alcun controllo pubblico e sono riusciti a condizionare la produzione della ricchezza (la massa dei titoli finanziari è 20-30 volte la ricchezza del pil di tutte  le nazioni - vedi articoli di economia di questo blog cliccando su categorie: economia)

“È lo Stato che deve innovare”, di Filippo Astone

Per uscire dalla crisi la ricetta è semplice: il settore pubblico deve trainare l’economia negli ambiti più all’avanguardia. Così è anche in Usa e Gran Bretagna, patrie del liberalismo

«Dio salvi gli Stati!». Sì, perché senza la mano pubblica sarebbero impossibili quasi tutte le grandi innovazioni tecnologiche. E quindi ci sarebbe solo declino.
A dimostrarci che le cose stanno davvero così è l’ultimo libro di Mariana Mazzucato, docente di Economia dell’innovazione all’Università del Sussex. Questo lavoro – a chi abbia orecchie per intendere – pone le fondamenta teoriche per politiche industriali assolutamente indispensabili. Il volume, originariamente The Entrepreneurial State. Debunking Public vs Private Sector Myths (2013, Arthem Press), è stato recentemente tradotto in Italia da Laterza con il titolo Lo Stato innovatore. Si tratta di uno dei libri più importanti pubblicati nel mondo, negli ultimi anni, in tema di politiche industriali. E certo non piacerà a chi strepita di Stati e di Unioni di Stati come se fossero solo ingombri e costosi intralci al libero dispiegarsi della impresa privata (che per definizione del mainstream andrebbe avanti da sola con le proprie gambe, senza bisogno di nulla).
In 350 pagine Mazzucato dimostra come, da sempre, il settore pubblico sia insostituibile nel promuovere l’innovazione perché si assume rischi in cui il settore privato farebbe fatica ad avventurarsi. Esso dispone infatti di “capitali pazienti”, che possono attendere la remunerazione del rischio non entro cinque anni, come i fondi di private equity e venture capital, ma anche in dieci-vent’anni.
Non siamo nel dibattito ideologico. Lo raccontano Internet, su cui ha investito l’ente pubblico americano di difesa, la Defense Advanced Research Projects Agency (Darpa); il Web o lo schermo tattile, entrambi nati nei laboratori del Cern grazie ai soldi di Stati europei (21, oggi); il sistema di scorrimento «multitouch» frutto della ricerca nell’Università del Delaware e sostenuto dalla National Science Foundation e dalla Central Intelligence Agency/Director of Central Agency (Cia/Dci). L’elenco è infinito.
E a Mazzucato serve per evidenziare un fatto: i protagonisti dell’innovazione sono sovvenzionati da sistemi-Paese, e ciò avviene anche in luoghi teoricamente dominati dal mercato e dal liberismo, a cominciare dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna.
Lo Stato, si dimostra nel libro, non è dunque solo un grande regolatore che corregge fallimenti ed esagerazioni dei mercati, ma il maggior creatore di nuovi mercati. In breve, è il più grande imprenditore esistente, da sempre.
Le pagine dello Stato innovatore prendono altresì di petto una questione decisiva: il dispiegarsi di «un marketing della verità» che restituisca agli Stati ciò che è degli Stati, con buona pace di certo mainstream liberista. «Se non metteremo in discussione i tanti “miti” dello sviluppo economico e non abbandoneremo le visioni convenzionali del ruolo dello Stato nello sviluppo, non potremo sperare di affrontare le sfide strutturali del 21esimo secolo e produrre quel progresso tecnico e organizzativo indispensabile per una crescita equa e sostenibile nel lungo periodo», scrive l’autrice. La quale mette in evidenzia come il Governo tedesco stia investendo significativamente su nucleare, energie eoliche e solari, tecnologie “verdi”. O come quello Usa destini alla ricerca farmaceutica – attraverso i suoi programmi statali Nih – collocamenti pari a 30,9 miliardi di dollari all’anno. Denaro che ha indotto la Pfizer a trasferire i propri quartier generali dal Kent inglese a Boston.
Dunque, è dal protagonismo innovatore dello Stato che riprenderà la crescita economica nel mondo occidentale. Soprattutto in Europa e in Italia. Pertanto, sono indispensabili politiche industriali basate sulla leva della conoscenza. Basti pensare a quanto c’è da fare nell’Eurozona: i Paesi più colpiti dalla crisi (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna) sono quelli che hanno meno investito in Ricerca & Sviluppo, e non quelli con il maggior debito pubblico, come è stato fatto credere per giustificare politiche di austerità (molto e giustamente criticate nel libro) che hanno aggravato la crisi economica.
Sebbene i riferimenti puntuali all’Italia siano molto limitati, Lo Stato innovatore sembra scritto pensando al nostro Paese. L’Italia non ha una politica industriale credibile e strutturata da almeno 40 anni e il risultato è sotto gli occhi di tutti: nel 2014 siamo scivolati dal quinto al settimo posto tra le forze industriali del mondo. Da noi si preferiscono interventi di ultima istanza ai tavoli di crisi, tardivi, costosi se non disastrosi. L’Italia sembra aver rinunciato all’innovazione, nonostante la fase migliore della sua economia sia stata generata, nel dopoguerra, proprio da questa. Si deve per esempio alla politica industriale di Alcide De Gasperi, Amintore Fanfani e altri la nascita e la crescita dell’Eni, ancora oggi la maggiore azienda italiana. Mentre furono le ricerche sul polipropilene isotattico, condotte da Giulio Natta alla Montecatini in collaborazione con il Politecnico di Milano, a spianare la strada alla diffusione delle materie plastiche nel mondo. L’intero sviluppo industriale italiano tra fine Ottocento e inizio Novecento si deve alla tecnoscienza finanziata da capitali pubblici.
Tra perdita di memoria e ignavia collettiva, di politica industriale sembra non voler parlare nessuno. A parte la Confindustria degli ultimi due anni, che ne ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia, e alcuni settori avanzati della Cgil, che però non ne ha una visione strutturata. La politica industriale fa paura. Perché comporta scelte precise: privilegiare qualcosa e non qualcos’altro. Non scegliere è più facile: non si scontenta nessuno, tanto per affondare c’è tempo. Non tutti però si rassegnano. Mariana Mazzucato è tra questi.
(Mariana Mazzucato, Lo Stato innovatore, Laterza, Roma-Bari, pagg. 378, € 18,00)

da Il Sole 24 Ore

 Lo Stato investe e l'economia torna a correre

di Federico Fubini, la Repubblica, 30/05/2014

 

Mariana Mazzucato smonta il pregiudizio che il privato funzioni meglio del pubblico.


Mariana Mazzucato di recente si è fatta una buona risata quando ha messo l'una accanto all'altra le edizioni inglese, tedesca e italiana del suo ultimo libro. Ma non lo ha fatto perché questo è il successo internazionale di una economista italiana invitata ovunque nel mondo, eppure pressoché sconosciuta nel suo Paese. C'era un dettaglio in più: Mazzucato, che insegna economia dell'innovazione all'università del Sussex, poteva trovare una traccia di come evolvono la cultura o le aspirazioni nei vari Paesi semplicemente seguendo il cambiamento del titolo del suo libro nelle varie edizioni.

Quella originaria in inglese si intitola The Entrepreneurial State, «lo Stato imprenditore». Quella tedesca Das Kapital des Staates, «Il capitale dello Stato». Ma quella italiana, appena uscita per i tipi di Laterza, è intitolata invece Lo Stato innovatore. Come se da noi fosse così difficile credere che lo Stato può diventare un modello imprenditoriale, o che crei capitale e valore e non solo debiti, forse è sembrato meglio andarci piano con le promesse.

Mazzucato è palesemente fiera di uscire anche in Italia. L'idea di fondo del suo saggio, basato su molti esempi negli Stati Uniti, è che lo Stato molto spesso ha un ruolo essenziale nel sostenere i primi passi dei grandi processi di innovazione. È fuorviante pensare che lo faccia solo o spesso il mercato. Accade quando un progetto è troppo vago o un rischio troppo alto perché si trovino in giro molti privati disposti a correrlo. Uno degli ultimi casi è Tesla, la grande casa californiana di auto elettriche decollata nel 2010 con un prestito del governo da 465 milioni di dollari.

Ma proprio questo le fa storcere la bocca di fronte a ciò che accade in Italia. Non è solo l'inefficienza della macchina burocratica. Il problema, spiega, è che sarà sempre più difficile attrarre nelle agenzie pubbliche innovatori di talento se è il governo per primo a prendersela con i burocrati, rappresentandoli come un ceto parassitario.

Mazzucato parla dell'importanza di avere la «diagnosi giusta» della crisi degli ultimi anni: «Dobbiamo chiederci perché abbiamo perso tanta competitività. Non può essere solo perché non abbiamo voluto le riforme del lavoro che Gerhard Schroeder ha fatto in Germania. È anche che lo Stato ha abdicato al ruolo di finanziatore e forza intellettuale per l'innovazione e le tecnologie». In Spagna il governo ha tagliato il bilancio di ricerca e sviluppo del 40%, quando era ai livelli degli scandinavi. In Italia è bassissimo da anni. «La realtà è che non dobbiamo fare ciò che gli americani dicono, ma ciò che fanno». 

Ciò che dicono, è che tutto avviene tramite il mercato. La realtà però è che l'amministrazione di Ronald Reagan ha continuato a finanziare con crescente generosità grandi motori pubblici d'innovazione come il National Institute of Health o Darpa, l'agenzia di ricerca della Difesa. È lì che si è formato il cuore dell'innovazione di Silicon Valley. Ora anche l'Italia, propone l'economista, dovrebbe ritrovare un po' dello stesso orgoglio e della stessa determinazione. Mazzucato invita ad aprire gli occhi e a guardare a questi fattori fuori dall'ideologia. Finalmente, forse, anche come tardiva profeta in patria. 

Mariana Mazzucato è stata ospite al Festival dell'Economia di Trento.


 

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