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DIAMO UN'OCCASIONE AI BAMBINI D'AMERICA

L'opinione di un economista, premio nobel, sul decreto Obama
IL TENEMENT MUSEUM , nel Lower East Side a Manhattan, è uno dei posti che amo di più a New York. Si tratta di un edificio che risale alla guerra civile, e che nel corso degli anni ha accolto varie ondate di immigrati: molti suoi appartamenti sono stati restaurati e riportati all'aspetto originario che avevano nelle varie epoche, dal 1860 agli anni Trenta (quando l'edificio fu dichiarato inagibile). Dopo aver visitato il museo, se ne esce con un'intensa sensazione sull'immigrazione, esperienza umana che — malgrado momenti bui — nel complesso è stata di gran lunga positiva. Sono rimasto colpito dall'appartamento dei Baldizzi risalente al 1941. Quando l'ho descritto ai miei genitori, entrambi hanno esclamato: «Sono cresciuto in quell'appartamento!». Gli immigrati di oggi, infatti, sono uguali, nelle aspirazioni e nel comportamento, a come erano i miei nonni: persone alla ricerca di una vita migliore che in linea generale hanno finito col trovare.
È per questo motivo che sono entusiasta e favorevole nei confronti della nuova iniziativa del presidente Barack Obama per l'immigrazione. È una questione di dignità umana. E nient'altro. Con ciò non intendo dire di essere favorevole alle frontiere aperte, né che lo sia la maggior parte dei progressisti. Una delle motivazioni più importanti la si scopre proprio nell'appartamento dei Baldizzi: è la foto di Franklin Delano Roosevelt appesa a una parete. Il New Deal rese l'America una terra migliore, ma è probabile che non sarebbe stato così, in mancanza delle restrizioni all'immigrazione entrate in vigore dopo la Prima guerra mondiale. Senza tali restrizioni, infatti, prima di tutto ci sarebbero state (legittime o meno) contestazioni contro la marea di persone in arrivo in America.
Libertà totale di immigrazione avrebbe significato per i lavoratori peggio retribuiti in America non essere cittadini a tutti gli effetti e non poter votare. Una volta entrate in vigore le restrizioni all'immigrazione, e ottenuta la cittadinanza, questa categoria di immigrati senza diritto di voto e in fondo alla piramide sociale si è rimpicciolita, invece, contribuendo a creare le premesse politiche necessarie a dar vita a una rete di sicurezza sociale più forte. È vero: l'immigrazione di persone con basse qualifiche ha qualche effetto al ribasso sui salari, ma le prove disponibili al momento suggeriscono che si tratta di un effetto contenuto.
Ci sono dunque questioni difficili da affrontare in tema di politica migratoria. Amo ripetere che se non vi sentite in conflitto con queste tematiche, in voi ci deve essere qualcosa di sbagliato. Ma riguardo a una cosa non dovete sentirvi in conflitto: l'affermazione secondo cui dovremmo offrire un trattamento dignitoso ai bambini che sono già qui e che sono americani sotto tutti i punti di vista. Ed è proprio su questo punto che si concentra l'iniziativa di Obama.
Di chi stiamo parlando? Prima di tutto in questo Paese c'è oltre un milione di giovani arrivati qui — sì, illegalmente — nell'infanzia e che qui hanno sempre vissuto da allora. In secondo luogo, ci sono molti bambini nati qui, e ciò li rende automaticamente cittadini statunitensi, con i medesimi diritti di cui godete voi e godo io, ma i loro genitori sono entrati da clandestini e possono esserne legalmente espulsi. Che cosa dovremmo fare di queste persone e delle loro famiglie? In politica ci sono forze che vorrebbero farci utilizzare il pugno di ferro, stanare i clandestini ed espellere i giovani residenti non nati in America, ma che non hanno mai avuto altra casa al di fuori dell'America. Vorrebbero che espellessimo i genitori privi di documenti di bambini americani e costringessimo i bambini ad andarsene o a restare e cavarsela da soli.
Tutto ciò non accadrà. In parte perché come nazione non siamo crudeli. Perché questo giro di vite esigerebbe direttive da stato di polizia. E, mi duole dirlo, perché il Congresso non intende spendere i soldi necessari a un simile piano. In pratica, i bambini senza documenti e i genitori senza documenti di bambini che hanno diritto di restare in America non andranno da nessuna parte. La vera domanda da porci, quindi, è in che modo intendiamo trattarli. Continueremo con l'attuale sistema, negando loro i comuni diritti e lasciando che vivano sotto la minaccia dell'espulsione? O li tratteremo invece come compatrioti, come americani quali già sono?
Dovremmo procedere con senso di umanità anche solo per interesse personale. I figli degli immigrati di oggi sono i lavoratori, i contribuenti e i vicini di casa che avremo in futuro. Condannarli a vivere nell'ombra significa che avranno vite meno stabili e sicure; non avranno l'opportunità di acquisire competenze e istruzione, e quindi di contribuire all'economia e rivestire un ruolo positivo nella società. Evitare di intervenire è autolesionistico.
Per quanto mi riguarda, i soldi non mi interessano e neppure gli aspetti sociali. Ciò che interessa davvero è il senso di umanità. I miei genitori hanno potuto avere la vita che hanno avuto perché l'America, malgrado tutti i pregiudizi dell'epoca, fu disposta a trattarli come esseri umani. Offrire quel medesimo tipo di trattamento ai bambini degli immigrati dei nostri tempi è una decisione pragmatica, ma è altresì — in modo sostanziale — la cosa giusta da fare. Plaudiamo dunque al presidente che ha deciso di farlo.
© 2-014 New York Times News Service Traduzione di Anna Bissanti – La Repubblica