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Democrazia europea alla prova dei greci

Democrazia europea alla prova della Grecia

Paolo De Ioanna – La Repubblica

 In una settimana, dal referendum greco all’umiliante accordo politico capestro imposto a Tsipras, con un contestuale tremendo colpo alla socialdemocrazia europea, si è completamente offuscata la scommessa storica dell’integrazione europea: istituire una forma democratica inedita in una Unione di stati sovrani. Se il nostro futuro di cittadini europei si gioca su quest’orizzonte si tratta di costruire una forte percezione di un progetto comune, fondato su un reale sentimento di reciprocità. Tutto questo ora resta assorbito e umiliato dalla logica degli stretti interessi nazionali, dove il più forte prevale.

 La vittoria del no nel referendum greco ha riproposto la radicale insufficienza delle tecniche e delle soluzioni politico istituzionali fin qui praticate da un ceto di eurocrati largamente egemonizzato dalla visione dell’ordoliberalismo tedesco. Un ceto che opera con metodi e tecniche decisionali tipiche dei consigli di amministrazione delle multinazionali: discrezione, segretezza, assenza di discussione pubblica. Quando la pietanza è preparata dai tecnici, il compito dei politici di turno è quello di convincere i cittadini a trangugiarla in fretta. Meglio poi se sotto la minaccia dei mercati e dello spread: l’esatto opposto delle forme della democrazia rappresentativa. In questa permanente urgenza economica, il consenso popolare si costruisce con un dibattito pubblico anti-cognitivo: prevale chi vende meglio il prodotto politico o grida di più. La migliore analisi economica insiste sulla formalizzazione e modellizzazione di fatti concreti, storicamente rilevati e analizzati. Il Fmi ha osservato, sulla base dei fatti, che violente politiche di austerità sono nel medio periodo controproducenti rispetto agli stessi obiettivi di riassetto della produttività, e che le regole fiscali europee sono oscure, contraddittorie e inidonee a valutare correttamente il set di convergenza nelle politiche economiche degli stati membri. Di fronte a questa insostenibilità della situazione si dice che non sappiamo come sarebbero andate le cose con politiche meno austere: è un argomento che non troverebbe alcun credito nei templi del mainstream contemporaneo, ma è noto che se i fatti non confermano una teoria, una cattiva teoria sostiene che i fatti sono sbagliati. E poi c’è sempre l’Irlanda che dimostra che si può fare tutto e il contrario di tutto. Se abbiamo aiutato Solidarnosc a liberarsi da un sistema autoritario e burocratico, non credo che molti l’hanno fatto per ritrovarsi, circa venti anni dopo, con la stessa organizzazione a contestare ogni forma di solidarietà tra Stati, nell’accoglienza dei migranti e sulla linea della più stretta ortodossia economica tedesca. Ma questa è la situazione della cosiddetta giovane Europa: Polonia, Stati baltici, Slovacchia, Ucraina: ogni stato difende la propria collocazione nella rete dei rapporti con la Germania che sta al centro; i francesi hanno rinunciato a svolgere un ruolo autonomo di forza di equilibrio, e il nuovo centrismo democratico che per ora sembra dominare la scena italiana mostra di trovarsi più a suo agio con l’assetto politico culturale della Germania. Questo è il realismo che si chiede ai nostri riformatori? Mi permetto di avanzare forti dubbi. I fatti storici si divertono tuttavia a smentire una eccessiva semplificazione delle cose. Come la vera Solidarnosc sparigliò gli equilibri esistenti, in nome appunto della solidarietà e della democrazia, è ben possibile che questa curiosa forma di democrazia europea sotto tutela tedesca, generi robusti anti corpi che aprono prospettive diverse. E la leva sta proprio nella insufficiente prospettiva di crescita dell’Eurozona. I circa 30 milioni di disoccupati che vi stazionano in permanenza hanno bisogno di risposte concrete nel breve medio periodo. Se si vuole cercare di lasciarsi alle spalle questa pessima pagina politica per l’Europa, sarebbe bene che Germania, Francia e Italia lavorassero da subito ad una europeizzazione del debito greco e alla creazione di meccanismi di stabilizzazione e mutualizzazione della quota di debito pubblico sovrano che sta entro la soglia del 60%. Le proposte poi di investimenti europei sulle grandi reti europee sono tutte sul tappeto e attendono solo di essere implementate. Dunque, buon giorno alla Grecia e all’Europa se da oggi si tesse con calma e cura una nuova rete per la democrazia europea; buona notte, se questa, come tutto purtroppo lascia intendere, è la ennesima umiliazione della democrazia. Purtroppo l’esperienza recente (vedi effetto lungo, lento e profondo degli errori Usa e occidentali in Irak) mostra che l’umiliazione genera i mostri: e in più, nel nostro caso, uccide l’idea stessa di un Europa unita e democratica. 

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