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Dopo Parigi 1

Lettera aperta a Holland: basta con la retorica bellicista che ricorda gli USA dopo le torri e rischia di produrre casi identici

Monsieur Le président eviti, la prego gli errori di Bush

 Monsieur le Prèsident, nel suo discorso di sabato pomeriggio ha operato una scelta di parole davvero sconsiderata, parlando di un “atto di guerra”  perpetrato da un “esercito terrorista”. Ecco, alla lettera quello che ha detto: “quello che è avvenuto ieri a Parigi e a Saint-Denis è un atto di Guerra, e quando ci si trova di fronte a una guerra il Paese deve prendere misure appropriate. Un atto perpetrato da un esercito terrorista, Daesh, contro tutto quello che noi siamo, un paese libero che dialoga con l’intero pianeta. Un atto di guerra che è stato preparato e pianificato altrove, con complicità interne che le indagini cercheranno di appurare. Un atto di assoluta barbarie”.

 Concordo pienamente con questa ultima frase, ma il resto del suo discorso è replica quasi integrale  di quello che George Bush disse al Congresso americano  poco dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001.”Gli attacchi deliberati e sanguinosi che sono stati perpetrati contro il nostro Paese non sono semplici atti di terrore, ma atti di guerra”.

   La conseguenza di quelle parole storiche sono ben note. Un capo di Stato che descrive un evento come atto di guerra deve prendere iniziative appropriate. Bush invase l’Afghanistan, decisione che poteva apparire giustificabile considerando che quel paese offriva rifugio ad Al Queda: perfino l’ONU era d’accordo. Dopo arrivò l’invasione complementare insensata dell’Iraq senza alcun mandato dell’ONU, semplicemente perché l’America sospettava la presenza di armi di distruzione di massa (La denuncia falsa all’ONU dell’antrace da parte del generale Powel). Di armi simili non c’era traccia , ma l’invasione produsse  come risultato una destabilizzazione totale della regione, che prosegue ancora oggi.

  Dopo il ritiro delle truppe statunitensi dall’Irak nel 2011, venne a crearsi un vuoto di potere. Poco tempo dopo, quando nella vicina Siria, sulla scia della primavera araba, scoppiò una guerra civile, per la prima volta si vide con  chiarezza l’effetto micidiale che avevano avuto le azioni delle forze armate statunitensi.

     Nella parte nordoccidentale di un Iraq privato delle sue radici e nella parte orientale di una Siria lacerata dalla guerra c’era spazio a sufficienza non solo per le forze governative e l’esercito siriano libero ma anche per l’ascesa di un terzo protagonista di rilievo: l’Isi o Daesch. Senza la demenziale invasione dell’Iraq voluta da Bush non sarebbe mai esistito lo stato islamico.

    Milioni di persone, me compreso, manifestarono contro l’invasione nel 2003, e quelle proteste ebbero una portata mondiale. E avevamo ragione, dannazione, ragione su tutta la linea. Non che fossimo capaci di prevedere il futuro di lì a 12 anni, non eravamo lungimiranti fino a questo punto. Ma ora lo capiamo quello che è successo  venerdì sera a Parigi è stato il risultato indiretto della retorica marziale usato dal suo collega Bush nel settembre del 2001.

     E che cosa fa lei? Come reagisce neanche  24 ore degli attentati? Usando la stessa identica  terminologia che usò allora il suo collega americano. E’ caduto nella trappola monsieur le President, ci è caduto con tutte le scarpe. E’ caduto nella trappola perché ha offerto ai terroristi proprio quello che speravano: una dichiarazione di guerra. Ha accettato di buon grado il loro invito al jihad. Con il suo tentativo di reazione ferma corre un rischio enorme di lasciar crescere ancor di più la spirale della violenza. Personalmente mi sembra una scelta tutt’altro che saggia .

  Lei ha parlato di un” esercito terrorista”. E’ una contraddizione in termini. Parlare di un esercito terrorista è come parlare di una “dieta bulimica”. Nazioni e gruppi armati possono avere un esercito. Ma stiamo parlando di otto terroristi fuori di testa, ex cittadini francesi tornati dalla Siria. Sono così stati trasformati in mostri dal primo all’ultimo, ma non necessariamente in un esercito.

 Ci sono altri modi per essere fermi, a parte suonare i tamburi di guerra. Subito dopo gli attentati al suo paese, il primo ministro Norvegese Stoltenberg fece un appello esplicito a “più democrazia, più trasparenza, più partecipazione”. Nel suo discorso lei ha citato la libertà. Svrebbe fatto bene a citare  anche gli altri due valori della Repubblica Francese, l’uguaglianza e la fraternità. In questo momento mi sembra che ce ne sia molto  più bisogno della sua discutibilissima retorica bellica.

      David Van Reybrouck traduzione di Fabio Galimberti - LaRepubblica

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