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Benigni presenta il libro del papa "Lui è un vero rivoluzionario"
Andrea Gualtieri -La repubblica
Con l'attore, un detenuto cinese e il cardinale Parolin Fra il pubblico anche Scalfari
CITTÀ DEL VATICANO
Ci sono «un cardinale veneto, un carcerato cinese e un comico toscano». Che sarebbe Roberto Benigni. Insieme presentano il primo libro di papa Francesco, Il nome di Dio è misericordia, un colloquio tra il pontefice e il giornalista Andrea Tornielli, edito nella versione italiana da Piemme e pubblicato da ieri in 86 Paesi. Il cardinale è il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, il carcerato è Zhang Agostino Jianqing, che ha 30 anni, molti dei quali trascorsi nelle prigioni italiane. Ma è proprio il comico che sembra evocare una barzelletta nell'esordio del suo intervento per poi finire col citare, in linea con il suo stile, sant'Agostino, Benedetto XVI e il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer. E quando deve descrivere Bergoglio dice: «È un rivoluzionario, come lo ha definito Eugenio Scalfari che è presente in sala e che è un rivoluzionario anche lui».
Certo, la rivoluzione è nella misericordia, tema al quale il Papa venuto «dalla fine del mondo» ha dedicato il suo motto episcopale e l'Anno Santo appena iniziato. Ma il colpo magistrale di Benigni è nell'usare una metafora che chiama in causa tutta la Chiesa e strappa applausi nella sala dell'Agostinianum di Roma, alle spalle del Colonnato di San Pietro. L'attore ricorda il passo claudicante col quale ci si è abituati a veder incedere Francesco e dice: «Lo vedete quando cammina che sembra quasi stia portando un peso». A volte, incalza Benigni, «sembra affaticato e lo è», perché «sta compiendo un'opera incredibile»: «Sta tirando tutta la Chiesa, la sta traghettando verso un luogo del quale ci eravamo quasi dimenticati: verso il cristianesimo, verso Gesù Cristo, verso il Vangelo».
Benigni cita il Vangelo in larga misura. Lo fa a modo suo, ricordando la guarigione della suocera di Pietro, primo miracolo citato nel testo di Marco: «È la rivincita di tutte le suocere. Ma Gesù la guarisce, perché poi lei si è messa a servirli, in pratica lui voleva fare un pranzetto». E il passaggio non è irridente: serve a ricordare che «Gesù non disdegna i sani piaceri della vita» e che il «cristianesimo si è costituito con la gioia».
Poi Benigni fa riferimento anche al Vangelo di Luca («ma non vorrei sbagliare, siamo in Vaticano») e all'episodio di Zaccheo che salì sull'albero per vedere Gesù: «Mi sentivo come lui prima di incontrare il Papa: scalpitavo ». E rivela: «Da piccolo volevo fare il Papa, ma quando lo dicevo ridevano tutti, così ho capito che dovevo fare il comico». Da comico ha recitato in Pap'Occhio, ha coniato l'espressione "Wojtylaccio". Da interprete dei Dieci Comandamenti, invece, è stato citato, durante il Te Deum del 2014, proprio da Francesco che lo ha definito un «grande artista italiano ». E ora è lui ad esaltare il pontefice che "tira" la Chiesa «attraverso la misericordia» e «verso gli ultimi». Come a Lampedusa, primo viaggio del pontificato, o come a Bangui, dove è stata aperta la prima Porta santa nel cuore dell'Africa più derelitta e dilaniata dai conflitti. Bergoglio, dice Benigni, «di misericordia ne è pieno a etti», è una «cascata di misericordia ». Ma la sua «non è una visione sdolcinata, accondiscendente o peggio ancora buonista: è una virtù severa, una sfida non solo teologica ma sociale e politica che va incontro ai peccatori e ai poveri». Ed è anche una risposta a chi invoca una prevalenza della giustizia: «La misericordia — commenta Benigni citando il magistero di Francesco — è la giustizia più grande, non la cancella, non la corrompe, non la abolisce».
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"Sta traghettando tutta la Chiesa verso un luogo del quale ci eravamo quasi dimenticati: verso il cristianesimo e il Vangelo"

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