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Forse , visti i risultati, perché non provare con la legalizzazione della droga? Uno prova dopo si può sempre correggere il tiro:
I Metodi terroristici dei narcos, il confine Usa-Messico cuore di tenebra del mondo, i rischi di un voyeurismo della violenza: parla il grande scrittore noir americano
ANTONELLO GUERRERA - La Repubblica
Don Winslow Questo libro Don Winslow non voleva scriverlo. "E infatti. Solo che il mio amico e manager Shane Salerno mi ha tormentato ". E perché ha ceduto? "Beh, in Messico la situazione, anno dopo anno, è diventata sempre più apocalittica. Ogni giorno venivano pubblicati video e foto di nauseabonde atrocità contro i civili, bambini giustiziati, corpi appesi ai ponti, sciolti nell'acido. Mentre io me ne stavo a guardare. A un certo punto non ce l'ho fatta più. Avevo un dolore immenso dentro. Dovevo raccontare di nuovo quell'orrore. E completare l'opera. Il potere del cane non poteva finire così".
Ecco dunque il sequel del grande scrittore noir americano. Il Cartello (Einaudi Stile libero) è un'autopsia cruda e travolgente che seziona l'ennesima guerra in corso nel mondo. Quella dichiarata dai lord della coca messicani, diavoli sterminatori che ricordano i jihadisti per l'esasperata efferatezza propagata in Internet. Criminali che da anni mirano a polverizzare ogni scheletro rimasto dello Stato. Il quale risponde impilando militari e forze speciali al fronte, con miseri risultati.
Nel Cartello, opera adorata da James Ellroy, ritroviamo l'agente Art Keller che prova a godersi la pensione in un monastero. Almeno fino a quando il suo nemico, l'imperatore narcos Adán Barrera, dal carcere di San Diego riesce a farsi trasferire in Messico. Qui riprende la sua attività di "frontiera", in quell'abissale trincea dove colano tonnellate di droga verso gli Usa.
"Siamo di fronte a una guerra che sinora ha provocato 100mila morti, molti dei quali innocenti", ricorda Winslow, che da anni invoca una legalizzazione degli stupefacenti per prosciugare la ferocia dei cartelli alla fonte. Il romanzo si apre con uno sconfinato elenco di nomi. Tutti giornalisti uccisi per raccontarci un orrore che molti vorrebbero silenziare: "Sono loro i veri eroi. Oggi paradossalmente, nonostante i mezzi tecnologici, è più difficile dire la verità. Le organizzazioni criminali come i narcos hanno capito che per controllare gli eventi bisogna controllarne anche la narrazione ", ricorda Winslow. "In Messico i boss hanno prima provato a corrompere i giornalisti. Poi li hanno minacciati. Alla fine li hanno uccisi. Molti sono fuggiti. I delinquenti volevano controllare la storia. E ci sono riusciti".
Winslow, con la sua famiglia, ha vissuto a lungo al confine con il Messico. "Ho costruito anche una scuola a Tijuana. Poi, nel 1997, hanno massacrato 19 innocenti, in un paesino a pochi chilometri dal nostro".
E lei cosa ha fatto?
"Dovevo scoprire cosa fosse successo. E ho cominciato a studiare i cartelli della droga. Così è nato Il potere del cane".
A distanza di dieci anni da quel libro, cosa è cambiato nell'inferno dei narcos?
"I boss della droga sono diventati ambiziosi, violenti e sadici come non mai. Nessuno immaginava che sarebbero arrivati a tanto. E ora utilizzano anche Internet e i social media per intimidire, fare propaganda e attrarre nuove reclute, spesso psicopatici o giovani scoraggiati e mesmerizzati dal "potere puro"".
Tutto questo ricorda la barbarie dell'Is e il suo perverso impero mediatico, non trova?
"Già. Del resto, terrorismo e narcotraffico sono da sempre parenti stretti. Oggi le loro tattiche si somigliano sempre più, così come le misure per contrastarli, vedi militari e forze speciali. Adesso l'Is ci spaventa con i suoi video. Ma i narcos messicani lo fanno da anni. Internet e i social media sono un'anarchia dove i criminali diffondono il male. Ma c'è un pericolo peggiore, morale".
Quale?
"L'assuefazione degli spettatori a questo orrore. Che, del resto, è una sorta di istinto di sopravvivenza. L'anormale diventa la norma, e la nuova norma è la barbarie. In questa confusione tra media e realtà, la nostra coscienza si affievolisce".
Lei a un certo punto scrive "a che serve un'atrocità se nessuno sa che l'hai commessa?"
"Già. Il terrore, le razioni quotidiane di paura sono aspetti sempre più cruciali del terrorismo. Mai come oggi, lo show dell'orrore vale molto di più dell'orrore in sé, anche perché i mezzi per propagarlo sono maggiori e più potenti. I narcos espongono sempre più le loro vittime agli incroci in città, filmandole. O basti pensare all'impatto mediatico ed empatico degli attacchi di Parigi, rispetto, per esempio, a un anarchico armato del secolo scorso. Sono eventi agghiaccianti che hanno due obiettivi: terrorizzare e provocare una reazione smisurata. È la tempesta perfetta".
Ma per uno scrittore ci sono limiti nel raccontare simili orrori? Lei se li è posti?
"Siamo sempre al limite. Da una parte volevo far capire al lettore pienamente gli orrori della guerra narcos. Dall'altra, non volevo profanare le vittime col sensazionalismo. Pagina dopo pagina, però, mi sono ritrovato a descrivere di meno la crudeltà, per lasciare spazio alle emozioni dei personaggi. Il limite che ho cercato di non superare è quello della "pornografia della violenza"".
Si è mai sentito, almeno inconsciamente, un po' voyeur nel descrivere simili atrocità?
"Sì. E non inconsciamente. Documentandomi per il romanzo, mi sono sentito un voyeur, anche se volevo soltanto dare una rivincita alle vittime. Siamo onesti: nel giornalismo o nella narrativa, c'è sempre del voyeurismo. L'unica cosa che possiamo fare è descrivere i protagonisti in maniera onesta e accurata".
Dall'Is ai narcos, oggi il male è più attraente che in passato?
"Diciamo che è più persuasivo a livello visivo. Provoca in noi emozioni molto più forti, a volte devastanti".
E gli idealismi? Oggi quelli di morte e distruzione hanno più risonanza rispetto a quelli positivi?
"Purtroppo sì. I "buoni ideali" non hanno un forte impatto visivo o cinetico, a differenza
degli "idealismi cattivi". Siamo incuriositi, attratti da essi. Ma io rimango un buon idealista, anche se cinico. Credo che piccole azioni possono ottenere sempre grandi risultati. A volte, anche un pezzetto di gentilezza in più può avere un impatto enorme nel mondo".
Aveva promesso ai suoi concittadini di Temixco, cittadina dello stato messicano di Morelos, una lotta senza quartiere ai narcotrafficanti. Invece, nel Messico del 'Cartello' e del 'Potere del cane' raccontati da Don Winslow, i narcos hanno aspettato solo poche ore dopo il suo insediamento per colpire la giovane sindaca Gisela Mota, trucidata nella sua casa a colpi d'arma da fuoco.
Gisela Mota, 33 anni, era stata eletta nel Comune di Temixco, nello stato di Morelos, 85 chilometri a sud di Città del Messico. Ieri Mota aveva prestato giuramento e si era insediata nel primo giorno del primo dei tre anni del suo mandato.
L'agguato. Nella sua abitazione si sono presentati alle 7 di mattina quattro uomini armati che l'hanno uccisa, ingaggiando un conflitto a fuoco con la polizia, che ne ha uccisi a sua volta due e ne ha arrestati altri tre.
La sparatoria con la polizia. Ma il furgone nero degli assassini - scrive il sito del giornale locale Diario de Morelos - è stato poi inseguito da una pattuglia della polizia, probabilmente allertata dopo il blitz, che ha ingaggiato con i sicari una sparatoria, terminata con l'uccisione di due di essi e con l'arresto di altri tre, fra cui una donna. Una nota della polizia dichiara che sono stati i sicari ad aprire il fuoco per primi. In un'altra auto, guidata da una quinta persona, gli agenti hanno trovato armi, fra cui un fucile automatico, e una mascherina da sci. Gli arrestati sono una donna di 32 anni, un 18enne e un minore. Le foto diffuse dai media messicani e internazionali mostrano due giovanissimi ragazzi, adolescenti o poco più, capelli corti, seduti ammanettati sul sedile posteriore di un'auto della polizia che guardano l'obiettivo con aria di sfida.
L'impegno politico. Gisela Mota, ex parlamentare, eletta sindaca in una lista di centro-sinistra, aveva promesso che avrebbe "ripulito" la cittadina industriale con forti problemi di crimine organizzati e narcotraffico, come gran parte del Messico. Temixco, 85 chilometri a sud di Città del Messico, circa 90.000 abitanti che ne fanno quasi un sobborgo - finora ridente, pieno di giardini e di verde - di Cuernavaca, il popoloso capoluogo di Morelos, vicino al confine con lo stato di Guerrero. Morelos, a differenza dello stato vicino, è ancora "terra di nessuno" nello scontro fra i grandi cartelli della criminalità organizzata, che in Messico fanno e disfano i potenti, rapiscono, torturano e uccidono chiunque si metta di traverso e impongono la loro morsa di violenza e morte su intere comunità.
Città ad alto tasso criminale. Temixco è una città messicane che ha il più alto tasso di criminalità a causa di bande organizzate specializzate in particolare il traffico di droga, che spesso operano con la complicità delle autorità locali. Uno di questi gruppi è il cartello Guerreros Unidos, accusato di essere responsabile della sparizione di 43 studenti nel settembre 2014 nel vicino stato di Guerrero (consegnati alla banda dalla polizia locale)
L'omaggio di Ramirez. Sulla matrice dell'assassinio le autorità non sembrano avere dubbi: il governatore dello stato di Morelos, Graco Ramirez, senza nominare alcun particolare cartello della droga, ha promesso che "non ci sarà alcuna impunità" per gli autori di questo crimine e che "non ci sarà alcun cedimento" al crimine organizzato. E il suo partito, il Prd, in una nota elogia una "donna forte e coraggiosa che nell'assumere l'incarico di sindaco ha dichiarato che la guerra al crimine sarebbe stata frontale e diretta". Il delitto avviene nel bel mezzo di una battaglia politica sul funzionamento della polizia locale.
Il precedente. Nel vicino stato di Guerrero una giovane donna candidata sindaca di Oxtotitlan, Aidé Nava Gonzales, anch'essa del Prd, lo scorso marzo è stata rapita e il suo corpo è stato trovato decapitato e coperto con un lenzuolo con un messaggio di minacce ("narcomanta"). Prima di lei era toccato al marito, assassinato, e al figlio, rapito nel 2014 e mai più ritrovato. Lo scorso giugno nello stato di Guanajuato è stato inoltre assassinato il sindaco eletto e non ancora insediato di Jerecuaro.
La catena di delitti: 100 sindaci uccisi. Uno dei casi più clamorosi di omicidio in Messico, negli ultimi mesi, è stato quello del fotoreporter Ruben Espinosa, la scorsa estate. La morte di Gisela Mora è solo l'ultimo di una lunga serie di delitti che annovera politici, amministratori, giornalisti, poliziotti, donne e migliaia e migliaia di vittime quasi senza nome. Secondo il Prd, sono quasi 100 i sindaci messicani uccisi in un decennio, quasi tutti dai narcos.
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